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Il Mar dei Sargassi

Ventimila leghe sotto i mari · Jules Verne · tradotto da Claude Opus

Quel giorno il Nautilus attraversò una parte singolare dell'Oceano Atlantico. Nessuno può ignorare l'esistenza di una corrente d'acqua calda conosciuta con il nome di Corrente del Golfo. Dopo aver lasciato il golfo della Florida, ci dirigemmo verso lo Spitzbergen. Ma prima di entrare nel golfo del Messico, verso i 45° di latitudine nord, questa corrente si divide in due bracci: il principale si dirige verso le coste dell'Irlanda e della Norvegia, mentre il secondo piega verso sud all'altezza delle Azzorre; poi, lambita la costa africana e descritto un ovale allungato, ritorna verso le Antille. Questo secondo braccio, che è piuttosto un collare che un braccio, circonda con i suoi anelli d'acqua calda quella porzione dell'oceano fredda, tranquilla e immobile che si chiama Mar dei Sargassi, un vero lago in pieno Atlantico: alla grande corrente non occorrono meno di tre anni per farne il giro. Tale era la regione che il Nautilus stava ora visitando, un vero prato, un fitto tappeto di alghe, di fuchi e di bacche tropicali, così folto e così compatto che la prua di una nave avrebbe stentato ad aprirvisi un varco. E il capitano Nemo, non volendo impigliare la sua elica in quella massa erbosa, si tenne a qualche iarda sotto la superficie delle onde. Il nome Sargassi deriva dalla parola spagnola «sargazzo», che significa alga. Quest'alga, o pianta a bacche, è la formazione principale di quell'immenso banco. Ed ecco la ragione per cui queste piante si riuniscono nel tranquillo bacino dell'Atlantico. L'unica spiegazione che se ne possa dare, egli dice, mi sembra risultare da un'esperienza nota a tutti. Mettete in un vaso alcuni frammenti di sughero o di qualche altro corpo galleggiante, e imprimete all'acqua del vaso un movimento circolare: i frammenti sparsi si riuniranno in un gruppo al centro della superficie liquida, cioè nella parte meno agitata. Nel fenomeno che stiamo considerando, l'Atlantico è il vaso, la Corrente del Golfo è la corrente circolare, e il Mar dei Sargassi è il punto centrale in cui si riuniscono i corpi galleggianti.

Condivido l'opinione di Maury, e potei studiare il fenomeno proprio nel mezzo, là dove le navi penetrano di rado. Sopra di noi galleggiavano prodotti di ogni genere, ammucchiati fra quelle piante brunastre: tronchi d'albero strappati alle Ande o alle Montagne Rocciose e trasportati dal Rio delle Amazzoni o dal Mississippi; numerosi relitti, resti di chiglie o di carene, fasciami sfondati, e così appesantiti da conchiglie e cirripedi che non potevano più risalire alla superficie. E il tempo darà un giorno ragione anche all'altra opinione di Maury, che cioè queste sostanze, così accumulate nel corso dei secoli, si pietrificheranno per l'azione dell'acqua e formeranno allora inesauribili miniere di carbone: una riserva preziosa preparata dalla previdente Natura per il momento in cui gli uomini avranno esaurito le miniere dei continenti.

In mezzo a quell'inestricabile massa di piante e di alghe notai alcuni graziosi alcioni rosa e attinie, con i loro lunghi tentacoli che si trascinavano dietro, e meduse verdi, rosse e azzurre.

Trascorremmo tutta la giornata del 22 febbraio nel Mar dei Sargassi, dove i pesci ghiotti di piante marine trovano abbondante nutrimento. Il giorno seguente l'oceano aveva ripreso il suo aspetto consueto. Da quel momento, per diciannove giorni, dal 23 febbraio al 12 marzo, il Nautilus si tenne in mezzo all'Atlantico, trasportandoci a una velocità costante di cento leghe ogni ventiquattro ore. Il capitano Nemo intendeva evidentemente portare a termine il suo programma sottomarino, e io immaginavo che avesse intenzione, dopo aver doppiato Capo Horn, di tornare nei mari australi del Pacifico. Ned Land aveva motivo di temere. In quei vasti mari, privi di isole, non potevamo tentare di lasciare la nave. Né avevamo alcun mezzo per opporci alla volontà del capitano Nemo. L'unico partito era sottometterci; ma ciò che non potevamo ottenere né con la forza né con l'astuzia, mi piaceva pensare che si potesse ottenere con la persuasione. Terminato quel viaggio, non avrebbe forse acconsentito a renderci la libertà, dietro giuramento di non rivelare mai la sua esistenza? Un giuramento d'onore che avremmo mantenuto religiosamente. Ma bisognava affrontare quella delicata questione con il capitano. Ma ero libero di reclamare quella libertà? Non aveva detto lui stesso fin dal principio, nel modo più fermo, che il segreto della sua vita esigeva la nostra prigionia perpetua a bordo del Nautilus? E il mio silenzio di quattro mesi non doveva sembrargli una tacita accettazione della nostra situazione? E ritornare sull'argomento non avrebbe avuto per risultato di suscitare sospetti che avrebbero potuto nuocere ai nostri progetti, se in seguito si fosse presentata un'occasione favorevole per riprenderli?

Durante i diciannove giorni sopra menzionati, nessun incidente di alcun genere venne a segnalare il nostro viaggio. Vedevo poco il capitano; era al lavoro. Nella biblioteca trovavo spesso i suoi libri lasciati aperti, soprattutto quelli di storia naturale. La mia opera sulle profondità sottomarine, da lui studiata, era coperta di annotazioni in margine, che spesso contraddicevano le mie teorie e i miei sistemi; ma il capitano si accontentava di emendare così il mio lavoro; era molto raro che ne discutesse con me. Talvolta udivo le note malinconiche del suo organo; ma soltanto di notte, in mezzo all'oscurità più profonda, quando il Nautilus dormiva sull'oceano deserto. Durante quella parte del viaggio navigammo per giornate intere alla superficie delle onde. Il mare sembrava abbandonato. Alcuni velieri, in rotta per le Indie, si dirigevano verso il Capo di Buona Speranza. Un giorno fummo inseguiti dalle lance di una baleniera, che senza dubbio ci aveva scambiati per qualche enorme balena di gran valore; ma il capitano Nemo non volle che quei bravi uomini perdessero tempo e fatica, e pose fine alla caccia immergendosi sott'acqua. La nostra navigazione continuò così fino al 13 marzo; quel giorno il Nautilus fu impiegato in operazioni di scandaglio, che mi interessarono moltissimo. Avevamo allora percorso circa 13.000 leghe dalla nostra partenza dalle alte acque del Pacifico. Il punto ci diede 45° 37′ di latitudine sud e 37° 53′ di longitudine ovest. Erano le stesse acque in cui il capitano Denham dell'Herald aveva filato 7.000 braccia di scandaglio senza trovare il fondo. Là pure il tenente Parker, della fregata americana Congress, non era riuscito a toccare il fondo con 15.140 braccia. Il capitano Nemo intendeva raggiungere il fondo dell'oceano seguendo una diagonale sufficientemente allungata, per mezzo di piani laterali disposti con un angolo di 45° rispetto alla linea di galleggiamento del Nautilus. Poi l'elica si mise in moto alla massima velocità, e le sue quattro pale batterono le onde con una forza indescrivibile. Sotto quella potente spinta lo scafo del Nautilus fremette come una corda sonora e affondò regolarmente sott'acqua.

A 7.000 braccia vidi alcune cime nerastre emergere in mezzo alle acque; ma quelle vette potevano appartenere a montagne alte come l'Himalaya o il Monte Bianco, o anche più alte; e la profondità dell'abisso restava incalcolabile. Il Nautilus scese ancora più in basso, nonostante l'enorme pressione. Sentivo tremare le lamiere d'acciaio nelle giunture dei bulloni; le sbarre si piegavano, le paratie gemevano; i vetri del salone sembravano incurvarsi sotto la pressione delle acque. E quella solida struttura avrebbe senza dubbio ceduto se, come aveva detto il suo capitano, non fosse stata capace di resistere come un blocco pieno. Avevamo raggiunto una profondità di 16.000 iarde (quattro leghe), e le fiancate del Nautilus sopportavano allora una pressione di 1.600 atmosfere, vale a dire 3.200 libbre per ogni due quinti di pollice quadrato della sua superficie.

«Che situazione!» esclamai. «Percorrere queste regioni profonde dove l'uomo non ha mai posto piede! Guardi, capitano, guardi queste rocce magnifiche, queste grotte disabitate, questi ultimi ricettacoli del globo, dove la vita non è più possibile! Quali spettacoli sconosciuti sono qui! Perché non dovremmo poterne conservare un ricordo?»

«Le piacerebbe portarne via qualcosa di più del ricordo?» disse il capitano Nemo.

«Che cosa intende dire con queste parole?»

«Intendo dire che nulla è più facile che fare una veduta fotografica di questa regione sottomarina.»

Non avevo avuto il tempo di esprimere la mia sorpresa per questa nuova proposta, quando, a un richiamo del capitano Nemo, fu portato nel salone un obiettivo. Attraverso il pannello spalancato, la massa liquida era vivamente illuminata dall'elettricità, distribuita con tale uniformità che nella nostra luce artificiale non si scorgeva né un'ombra né una sfumatura. Il Nautilus restava immobile, la forza della sua elica neutralizzata dall'inclinazione dei piani: lo strumento fu puntato sul fondo del sito oceanico, e in pochi secondi avemmo ottenuto un negativo perfetto.

Ma, terminata l'operazione, il capitano Nemo disse: «Risaliamo; non dobbiamo abusare della nostra posizione, né esporre troppo a lungo il Nautilus a così grandi pressioni.»

«Risalire!» esclamai.

«Si tenga bene.»

Non avevo avuto il tempo di capire perché il capitano mi facesse quella raccomandazione, quando fui scaraventato in avanti sul tappeto. A un segnale del capitano, l'elica era stata disinnestata e le pale sollevate verticalmente; il Nautilus schizzò in alto come un pallone, salendo con rapidità vertiginosa e fendendo la massa delle acque con un fremito sonoro. Non si vedeva nulla; in quattro minuti attraversò le quattro leghe che lo separavano dalla superficie dell'oceano e, dopo esserne emerso come un pesce volante, ricadde facendo rimbalzare le onde a un'altezza enorme.