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L'Oceano Indiano

Ventimila leghe sotto i mari · Jules Verne · tradotto da Claude Opus

Giungiamo ora alla seconda parte del nostro viaggio sotto i mari. La prima si è chiusa con la commovente scena del cimitero di corallo, che lasciò nel mio animo un'impressione così profonda. Così, in seno a quell'immenso mare, si svolgeva la vita del capitano Nemo, fin dentro la sua tomba, che egli si era preparata in uno dei suoi abissi più profondi. Là nessuno dei mostri dell'oceano avrebbe potuto turbare l'ultimo sonno dell'equipaggio del Nautilus, di quegli amici legati l'uno all'altro nella morte come nella vita. «E neppure alcun uomo» aveva aggiunto il capitano. Sempre la stessa sfida feroce e implacabile verso la società umana!

Non potevo più accontentarmi dell'ipotesi che soddisfaceva Conseil.

Quel bravo ragazzo si ostinava a vedere nel comandante del Nautilus uno di quegli scienziati misconosciuti che ricambiano con il disprezzo l'indifferenza dell'umanità. Per lui era un genio incompreso che, stanco degli inganni della terra, si era rifugiato in quell'elemento inaccessibile, dove poteva seguire liberamente i propri istinti. A mio avviso, ciò non spiega che un solo lato del carattere del capitano Nemo. In effetti, il mistero di quell'ultima notte durante la quale eravamo stati incatenati in prigione, il sonno, e la precauzione così violentemente presa dal capitano di strapparmi dagli occhi il cannocchiale che avevo alzato per scrutare l'orizzonte, la ferita mortale di quell'uomo, dovuta a un urto inspiegabile del Nautilus, tutto mi metteva su una nuova strada. No, il capitano Nemo non si accontentava di fuggire gli uomini. Il suo formidabile apparecchio serviva non soltanto al suo istinto di libertà, ma forse anche al disegno di qualche terribile rappresaglia.

In questo momento nulla mi è chiaro; non scorgo che un barlume di luce in mezzo a tutte quelle tenebre, e devo limitarmi a scrivere sotto la dettatura degli avvenimenti.

Quel giorno, 24 gennaio 1868, a mezzogiorno, il secondo ufficiale venne a prendere l'altezza del sole. Salii sulla piattaforma, accesi un sigaro e osservai l'operazione. Mi parve che quell'uomo non capisse il francese; infatti più volte feci ad alta voce alcune osservazioni che avrebbero dovuto strappargli qualche involontario segno d'attenzione, se le avesse comprese; ma egli rimase impassibile e muto.

Mentre egli prendeva le sue osservazioni con il sestante, uno dei marinai del Nautilus (quell'uomo robusto che ci aveva accompagnati nella nostra prima escursione sottomarina all'isola Crespo) venne a pulire i vetri del fanale. Esaminai allora la struttura dell'apparecchio, la cui potenza era centuplicata da anelli lenticolari, disposti come quelli di un faro, che proiettavano il loro splendore su un piano orizzontale. La lampada elettrica era congegnata in modo da dare la sua luce più potente. Infatti la luce si produceva nel vuoto, il che ne assicurava insieme la regolarità e l'intensità. Quel vuoto risparmiava anche le punte di grafite tra le quali si sviluppava l'arco luminoso: punto d'economia importante per il capitano Nemo, che non avrebbe potuto sostituirle facilmente; e in quelle condizioni il loro consumo era quasi impercettibile. Quando il Nautilus fu pronto a riprendere il suo viaggio sottomarino, scesi nel salone. Il pannello fu richiuso, e la rotta fu segnata direttamente verso ovest.

Solcavamo le acque dell'Oceano Indiano, vasta pianura liquida dalla superficie di 1.200.000.000 di acri, le cui acque sono così limpide e trasparenti che chiunque vi si chini sopra è preso dalla vertigine. Il Nautilus galleggiava di solito tra le cinquanta e le cento braccia di profondità. Procedemmo così per alcuni giorni. A chiunque altro che a me, che amavo profondamente il mare, le ore sarebbero sembrate lunghe e monotone; ma le passeggiate quotidiane sulla piattaforma, quando mi immergevo nell'aria vivificante dell'oceano, lo spettacolo delle ricche acque attraverso le vetrate del salone, i libri della biblioteca, la redazione delle mie memorie occupavano tutto il mio tempo e non mi lasciavano un istante di noia o di stanchezza.

Per alcuni giorni vedemmo un gran numero di uccelli acquatici, gabbiani e procellarie. Alcuni furono abilmente uccisi e, preparati in un certo modo, fornirono una selvaggina d'acqua assai gradevole. Fra i grandi uccelli dalle ali possenti, trasportati lontanissimo da ogni terra e che riposavano sulle onde dalla fatica del volo, vidi alcuni magnifici albatri, che emettevano grida discordanti simili al raglio dell'asino, e uccelli appartenenti alla famiglia dei longipenni.

Quanto ai pesci, suscitavano sempre la nostra ammirazione quando sorprendevamo, attraverso i pannelli aperti, i segreti della loro vita acquatica. Ne vidi molte specie che non avevo mai avuto occasione di osservare.

Citerò soprattutto gli ostracioni propri del Mar Rosso, dell'Oceano Indiano e di quella parte che bagna le coste dell'America tropicale. Questi pesci, come la tartaruga, l'armadillo, il riccio di mare e i crostacei, sono protetti da una corazza che non è né calcarea né pietrosa, ma di vero osso. In alcuni essa assume la forma di un triangolo solido, in altri quella di un quadrangolo solido. Fra i triangolari ne vidi alcuni lunghi un pollice e mezzo, dalla carne sana e dal sapore squisito; sono bruni alla coda e gialli alle pinne, e ne raccomando l'acclimatazione nelle acque dolci, alle quali un certo numero di pesci di mare si abitua facilmente. Citerò anche gli ostracioni quadrangolari, che portano sul dorso quattro grossi tubercoli; altri punteggiati di macchie bianche sulla parte inferiore del corpo, e che si possono addomesticare come uccelli; i trigoni, provvisti di aculei formati dal prolungamento della loro scorza ossea, e che per i loro strani grugniti sono chiamati «porci di mare»; e poi i dromedari, dalle grosse gobbe a forma di cono, la cui carne è assai dura e coriacea.

Prendo ora a prestito dalle note giornaliere di mastro Conseil. «Certi pesci del genere petrodon, propri di quei mari, dal dorso rosso e dal petto bianco, che si distinguono per tre file di filamenti longitudinali; e alcuni elettrici, lunghi sette pollici, adorni dei colori più vivaci. Poi, come esemplari di altri generi, alcuni ovoidi, simili a un uovo di colore bruno scuro, segnati da fasce bianche e privi di coda; diodonti, veri porcospini di mare, provvisti di aculei e capaci di gonfiarsi in modo da sembrare cuscini irti di dardi; ippocampi, comuni a tutti gli oceani; alcuni pegasi dal muso allungato, ai quali le pinne pettorali, molto allungate e foggiate a forma di ali, permettono, se non di volare, almeno di slanciarsi in aria; pegasi spatolati, dalla coda coperta di numerosi anelli squamosi; macrognati dalle lunghe mascelle, pesci eccellenti, lunghi nove pollici e splendenti dei colori più gradevoli; callionimi lividi, dalla testa rugosa; e una quantità di chetodonti dal muso lungo e tubolare, che uccidono gli insetti colpendoli, come con una cerbottana, con una sola goccia d'acqua. Questi si potrebbero chiamare i pigliamosche dei mari.

«Nell'ottantanovesimo genere di pesci classificati da Lacépède, appartenente alla seconda sottoclasse degli ossei, caratterizzati da opercoli e da membrane branchiali, notai la scorpena, la cui testa è provvista di aculei e che ha una sola pinna dorsale; queste creature sono coperte o no di piccole squame, secondo la sottoclasse alla quale appartengono. La seconda sottoclasse ci fornisce esemplari di didattili lunghi quattordici o quindici pollici, dai raggi gialli e dalla testa di aspetto quanto mai fantastico. Quanto alla prima sottoclasse, essa fornisce parecchi esemplari di quel pesce dall'aspetto singolare giustamente chiamato “rana di mare”, dalla grossa testa, ora forata di cavità, ora gonfia di protuberanze, irta di aculei e coperta di tubercoli; ha corna irregolari e orribili; il corpo e la coda sono coperti di callosità; la sua puntura produce una ferita pericolosa; è al tempo stesso ripugnante e orribile a vedersi.»

Dal 21 al 23 gennaio il Nautilus procedette alla velocità di duecentocinquanta leghe in ventiquattr'ore, ossia cinquecentoquaranta miglia, ovvero ventidue miglia all'ora. Se riconoscemmo tante varietà diverse di pesci, fu perché, attratti dalla luce elettrica, essi cercavano di seguirci; la maggior parte, tuttavia, fu presto distanziata dalla nostra velocità, sebbene alcuni mantenessero per un certo tempo il loro posto nelle acque del Nautilus. La mattina del 24, a 12° 5′ di latitudine sud e 94° 33′ di longitudine, avvistammo l'isola Keeling, una formazione corallina piantata di magnifici cocchi, che era stata visitata da Mr. Darwin e dal capitano Fitzroy. Il Nautilus costeggiò per un breve tratto le rive di quest'isola deserta. Le sue reti portarono a bordo numerosi esemplari di polipi e curiose conchiglie di molluschi. Alcuni preziosi prodotti della specie delle delfinule arricchirono i tesori del capitano Nemo, ai quali io aggiunsi una astraea punctifera, specie di polipo parassita che si trova spesso fissato a una conchiglia.

Ben presto l'isola Keeling scomparve dall'orizzonte, e la nostra rotta fu diretta a nord-ovest, verso la penisola indiana.

Dall'isola Keeling in poi la nostra andatura fu più lenta e più variabile, e spesso ci condusse a grandi profondità. Più volte si fece uso dei piani inclinati, che certe leve interne disponevano obliquamente rispetto alla linea di galleggiamento. In questo modo scendemmo fino a circa due miglia, senza tuttavia raggiungere mai le massime profondità del mare Indiano, che scandagli di settemila braccia non hanno mai toccato. Quanto alla temperatura degli strati inferiori, il termometro segnava invariabilmente 4° sopra lo zero. Osservai soltanto che nelle regioni superiori l'acqua era sempre più fredda nei livelli alti che alla superficie del mare.

Il 25 gennaio l'oceano era del tutto deserto; il Nautilus trascorse la giornata in superficie, battendo le onde con la sua potente elica e facendole rimbalzare a grande altezza. Chi, in simili circostanze, non lo avrebbe scambiato per un cetaceo gigantesco? Passai tre quarti di quella giornata sulla piattaforma. Osservavo il mare. Nulla all'orizzonte, finché verso le quattro un piroscafo diretto a ovest non passò sulla nostra anca. La sua alberatura fu visibile per un istante, ma esso non poté scorgere il Nautilus, che era troppo basso sull'acqua. Pensai che quel battello a vapore appartenesse alla Compagnia P. O., che fa servizio da Ceylon a Sydney, toccando King George's Point e Melbourne.

Alle cinque di sera, prima di quel fuggevole crepuscolo che nelle zone tropicali lega la notte al giorno, Conseil ed io fummo stupiti da un curioso spettacolo.

Era un branco di argonauti che viaggiavano sulla superficie dell'oceano. Potemmo contarne parecchie centinaia. Appartenevano alla specie tubercolata, propria dei mari dell'India.

Il Nautilus galleggia su un mare assolato tra centinaia di argonauti, piccoli molluschi dalla conchiglia bianca a spirale che sollevano le sottili membrane come vele.

Questi graziosi molluschi si muovevano all'indietro per mezzo del loro tubo locomotore, attraverso il quale espellevano l'acqua prima aspirata. Degli otto tentacoli, sei erano allungati e si stendevano galleggiando sull'acqua, mentre gli altri due, arrotolati e appiattiti, si spiegavano al vento come una leggera vela. Vedevo le loro conchiglie spiraliformi e scanalate, che Cuvier paragona giustamente a un'elegante scialuppa. Una barca davvero! Essa porta l'animale che la secerne senza che questo vi aderisca.

Per quasi un'ora il Nautilus galleggiò in mezzo a quel branco di molluschi. Poi, non so quale improvviso spavento li colse. Ma, come a un segnale, tutte le vele furono ammainate, le braccia ripiegate, i corpi ritratti, le conchiglie rovesciate così da mutare il loro centro di gravità, e l'intera flotta scomparve sotto le onde. Mai le navi di una squadra manovrarono con maggiore unità.

In quel momento la notte calò all'improvviso, e le onde, appena sollevate dalla brezza, si stendevano placide lungo i fianchi del Nautilus.

Il giorno seguente, 26 gennaio, tagliammo l'equatore sull'ottantaduesimo meridiano ed entrammo nell'emisfero boreale. Durante la giornata ci accompagnò un formidabile branco di squali, creature terribili che si moltiplicano in questi mari e li rendono assai pericolosi. Erano squali «cestracio philippi», dal dorso bruno e dal ventre biancastro, armati di undici file di denti, squali occhiuti, la cui gola è segnata da una grande macchia nera cerchiata di bianco, simile a un occhio. C'erano anche alcuni squali isabella, dal muso arrotondato e cosparso di macchie scure. Questi potenti animali si scagliavano spesso contro i vetri del salone con tale violenza da farci sentire assai poco sicuri. In quei momenti Ned Land non era più padrone di sé. Voleva risalire in superficie e arpionare quei mostri, in particolare certi palombi, la cui bocca è tempestata di denti disposti come un mosaico, e grandi squali tigre lunghi quasi sei iarde, questi ultimi soprattutto pareva lo eccitassero. Ma il Nautilus, accelerando la sua velocità, si lasciava facilmente indietro anche i più rapidi.

Il 27 gennaio, all'ingresso del vasto golfo del Bengala, incontrammo più volte uno spettacolo sinistro: cadaveri che galleggiavano sulla superficie dell'acqua. Erano i morti dei villaggi indiani, trascinati dal Gange fino al mare, e che gli avvoltoi, unici becchini del paese, non erano riusciti a divorare. Ma gli squali non mancavano di aiutarli nella loro opera funebre.

Verso le sette di sera il Nautilus, semisommerso, navigava in un mare di latte. A prima vista l'oceano sembrava lattiginoso. Era l'effetto dei raggi lunari? No, perché la luna, nata appena da due giorni, giaceva ancora nascosta sotto l'orizzonte nei raggi del sole. Il cielo intero, benché illuminato dalla luce delle stelle, sembrava nero per contrasto con il candore delle acque.

Conseil non credeva ai propri occhi, e mi interrogò sulla causa di quello strano fenomeno. Per fortuna fui in grado di rispondergli.

«Si chiama mare di latte» spiegai. «È una vasta distesa di piccole onde bianche che si vede spesso sulle coste di Amboina e in questi paraggi.»

«Ma il signore» disse Conseil «può dirmi che cosa produce un simile effetto? Perché suppongo che l'acqua non si sia davvero trasformata in latte.»

«No, ragazzo mio; e il candore che ti sorprende è dovuto soltanto alla presenza di miriadi di infusori, specie di piccoli vermi luminosi, gelatinosi e incolori, dello spessore di un capello, la cui lunghezza non supera i sette millesimi di pollice. Questi animaletti aderiscono talvolta gli uni agli altri per parecchie leghe.»

«Parecchie leghe!» esclamò Conseil.

«Sì, ragazzo mio; e non provare a calcolare il numero di questi infusori. Non ci riusciresti, perché, se non mi sbaglio, certe navi hanno navigato su questi mari di latte per più di quaranta miglia.»

Verso mezzanotte il mare riprese all'improvviso il suo colore consueto; ma dietro di noi, fino ai limiti dell'orizzonte, il cielo rifletteva le onde imbiancate, e per lungo tempo sembrò impregnato dei vaghi bagliori di un'aurora boreale.