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Le Upanishad · Unknown · translated by AI translation (unreviewed)

Nell'ultimo capitolo il Signore della Morte istruì Nachiketas riguardo alla natura e alla gloria del Sé. Ora mostra la ragione per cui il Sé non è veduto dai più. È perché la mente dell'uomo è costantemente attirata verso l'esterno attraverso i canali dei suoi sensi, e questo gli impedisce di vedere il Sé interiore (Pratyagatman); ma di tanto in tanto un cercatore, più saggio degli altri, va dentro di sé e consegue la visione del Sé immortale.

II

I fanciulli (gli ignoranti) inseguono i piaceri esteriori; (così) cadono nel vasto laccio della morte. Ma i saggi, conoscendo la natura dell'immortalità, non cercano il permanente fra le cose fuggevoli.

Coloro che sono privi di discernimento e non sanno distinguere fra reale e irreale, fra fuggevole e permanente, pongono il cuore nelle cose mutevoli di questo mondo; perciò si impigliano nella rete del desiderio insaziabile, che conduce inevitabilmente alla delusione e alla sofferenza. A costoro la morte deve sembrare una realtà, perché si identificano con ciò che nasce e che muore. Ma i saggi, che vedono più a fondo nella natura delle cose, non sono più illusi dal fascino del mondo fenomenico e non cercano una felicità permanente fra i suoi godimenti passeggeri.

III

Ciò per mezzo di cui si conoscono forma, sapore, odore, suono, tatto e i godimenti dei sensi, per mezzo di Quello si conosce anche tutto ciò che rimane (da conoscere). Questo invero è Quello (che tu hai chiesto di conoscere).

IV

Ciò per mezzo di cui un mortale percepisce, tanto nel sogno quanto nella veglia: conoscendo quel grande Atman onnipervadente, il saggio non si affligge più.

In questi versi il maestro cerca di render chiaro che ogni conoscenza, come pure ogni percezione dei sensi, in ogni stato di coscienza — sonno, sogno o veglia — è possibile soltanto perché il Sé esiste. Non vi può essere conoscenza o percezione indipendente dal Sé. I saggi, consapevoli di questo, si identificano col loro Sé superiore e trascendono così il regno del dolore.

V

Colui che conosce questo Atman, il mangiatore di miele (percipiente e godente degli oggetti), sempre vicino, come signore del passato e del futuro, non teme più. Questo invero è Quello.

VI

Colui che Lo vede assiso nei cinque elementi, nato dal Tapas (il fuoco di Brahman), nato prima delle acque; che, essendo entrato nella caverna del cuore, vi dimora — questo invero è Quello.

Questo verso indica che Egli, il Grande Sé, è la causa di tutti gli oggetti creati. Secondo i Veda, la Sua prima manifestazione fu Brahma, il Dio personale ossia Creatore, nato dal fuoco della saggezza. Egli esisteva prima dell'evoluzione dei cinque elementi — terra, acqua, fuoco, aria ed etere —; quindi fu «nato prima delle acque». Egli è il Sé che dimora nei cuori di tutte le creature.

VII

Colui che conosce Aditi, che sorge col Prana (il Principio vitale), esistente in tutti i Deva; che, essendo entrato nel cuore, vi dimora; e che fu generato dagli elementi — questo invero è Quello.

Questo verso è alquanto oscuro e sembra un'amplificazione interpolata del verso precedente.

VIII

Il fuoco che tutto vede, il quale esiste nascosto nei due legni come il feto è ben custodito nel grembo dalla madre, (quel fuoco) dev'essere adorato giorno dopo giorno dai cercatori desti (della saggezza), come pure da coloro che sacrificano. Questo invero è Quello.

Il fuoco è chiamato «che tutto vede» perché la sua luce rende visibile ogni cosa. Nei sacrifici vedici il fuoco dell'altare era sempre acceso strofinando insieme due bastoncini di un legno particolare chiamato Arani. Poiché il fuoco era considerato uno dei simboli più perfetti della saggezza divina, doveva essere adorato da tutti i cercatori della Verità, sia che seguissero la via della meditazione sia quella dei riti.

IX

Donde il sole sorge, e dove va al tramonto, da Quello dipendono tutti i Deva. Nessuno va oltre Quello. Questo invero è Quello.

X

Ciò che è qui (nel mondo visibile), quello è là (nell'invisibile); colui che vede differenza (fra visibile e invisibile) va di morte in morte.

XI

Con la sola mente questo dev'essere realizzato. Non vi è differenza alcuna (fra visibile e invisibile). Colui che qui vede differenza (fra questi) va di morte in morte.

Agli occhi della vera saggezza non vi è differenza fra il creatore e il creato. Perfino la scienza fisica è giunta a riconoscere che causa ed effetto non sono che due aspetti di una sola manifestazione di energia. Colui che non riesce a vedere questo, tutto assorto nel solo visibile, va di morte in morte, perché si aggrappa alle forme esteriori, che sono periture. Solo l'essenza che dimora dentro è immutabile e imperitura. Questa conoscenza dell'unità di visibile e invisibile, tuttavia, non può essere acquistata attraverso la percezione dei sensi. Può essere conseguita soltanto dalla mente purificata.

XII

Il Purusha (Sé), della grandezza di un pollice, risiede nel mezzo del corpo come signore del passato e del futuro; (colui che Lo conosce) non teme più. Questo invero è Quello.

Si dice che la sede del Purusha sia il cuore, quindi Esso «risiede nel mezzo del corpo». Benché sia illimitato e onnipervadente, in rapporto alla sua dimora è rappresentato come limitato in estensione, «della grandezza di un pollice». Questo si riferisce in realtà al cuore, che nella forma può essere paragonato a un pollice. La sua luce è dappertutto, eppure la vediamo raccolta in una lampada e crediamo che sia soltanto là; similmente, benché la corrente vitale scorra dappertutto nel corpo, il cuore è considerato in modo particolare la sua sede.

XIII

Quel Purusha, della grandezza di un pollice, è come una luce senza fumo, signore del passato e del futuro. Egli è il medesimo oggi e domani. Questo invero è Quello.

In questo verso il maestro definisce la natura fulgente dell'Anima, la cui luce è pura come una fiamma senza fumo. Egli risponde anche alla domanda posta da Nachiketas su ciò che accade dopo la morte, dichiarando che nessun vero mutamento ha luogo, perché l'Anima è sempre la medesima.

XIV

Come l'acqua piovana, (cadendo) sulla cima del monte, scorre giù sulle rocce da ogni lato, così colui che vede differenza (fra le forme visibili) corre dietro a esse in varie direzioni.

XV

O Gautama (Nachiketas), come acqua pura versata in acqua pura diviene una sola cosa, così avviene del Sé di un Conoscitore illuminato (egli diviene uno col Supremo).

Parte quinta

I

La città del Non-nato, la cui conoscenza è immutabile, ha undici porte. Pensando a Lui, l'uomo non si affligge più; e liberato (dall'ignoranza), consegue la liberazione. Questo invero è Quello.

Questo corpo umano è chiamato città dalle undici porte, dove dimora l'eterno Spirito non nato. Queste porte sono i due occhi, le due orecchie, le due narici, la bocca, l'ombelico, le due aperture inferiori e l'impercettibile apertura alla sommità del capo. Il Sé, ossia l'Atman, occupa la posizione di sovrano in questa città; ed essendo al di sopra delle modificazioni della nascita, della morte e di tutte le imperfezioni umane, non è toccato dai mutamenti dell'organismo fisico. Man mano che l'uomo intelligente, per mezzo del pensiero e della meditazione costanti, realizza lo splendore di questo Spirito Supremo, egli si libera da quella parte della sua natura che si affligge e soffre, e consegue così la liberazione.

II

Egli è il sole che dimora nel cielo luminoso; Egli è l'aria che dimora nello spazio; Egli è il fuoco che arde sull'altare; Egli è l'ospite che dimora nella casa. Egli dimora nell'uomo. Egli dimora in coloro che sono più grandi dell'uomo. Egli dimora nel sacrificio. Egli dimora nell'etere. Egli è (tutto ciò che) nasce nell'acqua, (tutto ciò che) nasce nella terra, (tutto ciò che) nasce nel sacrificio, (tutto ciò che) nasce sui monti. Egli è il Vero e il Grande.

III

È Lui che manda in alto il Prana (il soffio vitale) che entra e getta in basso il soffio che esce. Lui adorano tutti i sensi, l'adorabile Atman, assiso nel centro (il cuore).

IV

Quando questo Atman, che siede nel corpo, esce (dal corpo), che cosa rimane allora? Questo invero è Quello.

V

Nessun mortale vive per il soffio che entra (Prana) o per il soffio che esce (Apana), ma vive per un altro dal quale questi due dipendono.

VI

O Gautama (Nachiketas), ti dichiarerò il segreto dell'eterno Brahman e ciò che accade al Sé dopo la morte.

VII

Alcuni Jiva (Anime individuali) entrano in grembi per incarnarsi; altri passano in forme immobili, secondo le loro opere e la loro conoscenza.

Questo testo mostra l'applicazione della legge di causa ed effetto a tutte le forme di vita. I pensieri e le azioni della vita presente determinano la nascita e l'ambiente futuri.

VIII

L'Essere che rimane desto mentre tutti dormono, che appaga ogni desiderio, Quello è puro, Quello è Brahman, Quello solo è detto immortale. Su Quello riposano tutti i mondi. Nessuno va oltre Quello. Questo invero è Quello.