← Library

Le Upanishad · Unknown · translated by AI translation (unreviewed)

II

Possiamo essere in grado di apprendere quel sacrificio del fuoco di Nachiketas, che è un ponte per coloro che compiono sacrificio. Possiamo anche conoscere l'Uno, che è il sommo imperituro Brahman per coloro che desiderano varcare verso l'altra riva, che è al di là del timore.

Il significato di questo testo è: possiamo acquistare la conoscenza di Brahman, il Supremo, tanto in forma manifestata quanto non manifestata. Egli è manifestato come Signore del sacrificio per coloro che seguono la via dei riti. Egli è il non manifestato, eterno, universale Essere Supremo per coloro che seguono la via della saggezza. L'«altra riva», essendo il regno dell'immortalità, si dice che sia al di là del timore, perché la malattia, la morte e tutto ciò che i mortali temono cessano là di esistere. Molti ritengono che questi due versi iniziali siano un'interpolazione posteriore.

III

Conosci l'Atman (il Sé) come il signore del carro, e il corpo come il carro. Sappi anche che l'intelletto è l'auriga e la mente le redini.

IV

I sensi sono chiamati i cavalli; gli oggetti dei sensi sono le strade; quando l'Atman è unito al corpo, ai sensi e alla mente, allora i saggi Lo chiamano il godente.

Nel terzo capitolo Yama definisce quale parte del nostro essere muoia e quale sia immortale, che cosa sia mortale e che cosa immortale. Ma l'Atman, il Sé superiore, è così interamente al di là della concezione umana che è impossibile darne una definizione diretta. Solo attraverso similitudini se ne può comunicare qualche idea. È questa la ragione per cui tutti i grandi Maestri del mondo hanno tanto spesso insegnato in forma di parabole. Così qui il Signore della Morte rappresenta il Sé come il signore di questo carro che è il corpo. L'intelletto, ossia la facoltà discriminativa, è l'auriga, che domina questi cavalli selvaggi dei sensi tenendo saldamente le redini della mente. Le strade su cui questi cavalli corrono sono fatte di tutti gli oggetti esteriori che attraggono o respingono i sensi: il senso dell'olfatto segue la via dei dolci profumi, il senso della vista quella dei bei spettacoli. Così ciascun senso, se non è frenato dalla facoltà discriminativa, cerca di uscire verso i propri oggetti particolari. Quando il Sé è congiunto con corpo, mente e sensi, è chiamato il godente intelligente, perché è Colui che vuole, sente, percepisce e fa ogni cosa.

V

Colui che è privo di discernimento e la cui mente è sempre indomata, i suoi sensi sono ingovernabili, come i cavalli viziosi di un auriga.

VI

Ma colui che è pieno di discernimento e la cui mente è sempre dominata, i suoi sensi sono governabili, come i buoni cavalli di un auriga.

L'uomo il cui intelletto non è discriminativo e che non sa distinguere il giusto dall'ingiusto, il reale dall'irreale, è trascinato via dalle passioni e dai desideri dei sensi, proprio come un auriga è trascinato via da cavalli viziosi sui quali ha perduto il dominio. Ma colui che distingue chiaramente ciò che è buono da ciò che è soltanto piacevole, e trattiene tutte le sue forze rivolte all'esterno dal correre dietro a piaceri apparenti e momentanei, ha sensi che gli obbediscono e lo servono come buoni cavalli obbediscono al loro auriga.

VII

Colui che non possiede discernimento, la cui mente è indomata e sempre impura, costui non raggiunge quella meta, ma ricade nel Samsara (il regno della nascita e della morte).

VIII

Ma colui che possiede retto discernimento, la cui mente è dominata e sempre pura, costui raggiunge quella meta, dalla quale non nasce più.

IX

L'uomo che ha per auriga un intelletto discriminativo e per redini una mente dominata raggiunge la fine del viaggio, il luogo più alto di Vishnu (l'Onnipervadente e Immutabile).

Un auriga deve possedere anzitutto una conoscenza completa della strada; poi deve saper maneggiare le redini e dominare i suoi cavalli. Allora giungerà sicuro a destinazione. Similmente, in questo viaggio della vita la nostra mente e i nostri sensi devono essere interamente sotto il dominio della nostra più alta facoltà discriminativa; perché soltanto quando tutte le nostre forze operano all'unisono possiamo sperare di raggiungere la meta: la dimora della Verità Assoluta.

X

Al di là dei sensi sono gli oggetti, al di là degli oggetti è la mente, al di là della mente è l'intelletto, al di là dell'intelletto è il grande Atman.

XI

Al di là del grande Atman è il Non-manifestato; al di là del Non-manifestato è il Purusha (l'Anima cosmica); al di là del Purusha non vi è nulla. Quella è la fine, quella è la meta ultima.

In questi due versi il Maestro mostra il procedimento del discernimento, per mezzo del quale si consegue la conoscenza del sottile Sé. Cominciando dagli organi dei sensi, egli sale verso ciò che è sempre meno grossolano, finché raggiunge ciò che è il più sottile di tutto, il vero Sé dell'uomo. I sensi dipendono dagli oggetti dei sensi, perché senza di essi i sensi non avrebbero utilità. Superiore agli oggetti dei sensi è la mente, perché se questi oggetti non toccano la mente non possono influire sui sensi. Sulla mente esercita potere la facoltà determinativa; questa facoltà determinativa è governata dal Sé individuale; al di là di questo Sé è l'energia creatrice indifferenziata nota come Avyaktam; e al di sopra di questa è il Purusha, ossia il Sé Supremo. Di questo non vi è nulla di più alto. Quella è la meta, la Somma Dimora di Pace e di Beatitudine.

XII

Questo Atman (Sé), nascosto in tutti gli esseri, non risplende all'esterno; ma è veduto dai veggenti sottili per mezzo di un'intelligenza acuta e sottile.

Se dimora in tutti gli esseri viventi, perché non Lo vediamo? Perché la vista dell'uomo comune è troppo ottusa e distratta. È visibile soltanto a coloro il cui intelletto è stato purificato dal pensiero costante del Supremo, e la cui vista è perciò divenuta raffinata e acuta. Questa acutezza di visione viene soltanto quando tutte le nostre forze sono state rese unidirette attraverso la pratica costante della concentrazione e della meditazione.

XIII

Il saggio deve dominare la parola per mezzo della mente, la mente per mezzo dell'intelletto, l'intelletto per mezzo del grande Atman, e questo per mezzo del Pacifico (il Paramatman, ossia il Sé Supremo).

Qui Yama dà il metodo pratico da seguire se si vuole realizzare il Supremo. La parola «parola» sta per tutti i sensi. Anzitutto, dunque, l'uomo deve dominare i suoi sensi rivolti all'esterno per mezzo della mente. Poi la mente dev'essere posta sotto il dominio della facoltà discriminativa; cioè dev'essere ritirata da tutti gli oggetti dei sensi e cessare di sperperare le proprie energie in cose non essenziali. La facoltà discriminativa a sua volta dev'essere dominata dall'intelligenza individuale superiore, e questa dev'essere interamente governata dall'Intelligenza Suprema.

XIV

Sorgi! Destati! Avendo raggiunto i Grandi (i Maestri illuminati), acquista comprensione. Il sentiero è affilato come un rasoio, impraticabile e difficile da percorrere: così dichiarano i saggi.

Questo è l'eterno appello dei saggi: destati dal sonno dell'ignoranza! Sorgi e cerca coloro che conoscono la Verità, perché solo coloro che hanno visione diretta della Verità sono capaci di insegnarLa. Invoca la loro benedizione con spirito umile e cerca di esserne istruito. Il sentiero è assai difficile da percorrere. Nessuna persona sconsiderata o pigra può viaggiarvi sicura. Bisogna essere forti, desti e perseveranti.

XV

Conoscendo Quello che è senza suono, senza tatto, senza forma, incorruttibile; e anche senza sapore, senza odore ed eterno; senza principio, senza fine e immutabile; al di là del Non-manifestato: (conoscendo Quello) l'uomo sfugge alla bocca della morte.

Il Signore della Morte definisce qui l'essenza più intima del nostro essere. A causa della sua estrema sottigliezza non può essere udita, toccata, odorata o gustata come un oggetto qualsiasi. Non muore mai. Non ha principio né fine. È immutabile. Realizzando questa Suprema Realtà, l'uomo sfugge alla morte e consegue la vita eterna. Così il Maestro ha condotto gradualmente Nachiketas a un punto in cui può rivelargli il segreto della morte. Il ragazzo aveva pensato che vi fosse un luogo dove poter restare e diventare immortale. Ma Yama gli mostra che l'immortalità è uno stato di coscienza e non si consegue finché l'uomo si aggrappa al nome e alla forma, o a oggetti perituri. Che cosa muore? La forma. Perciò muore l'uomo dotato di forma, ma non ciò che dimora dentro. Benché inconcepibilmente sottile, i Saggi si sono sempre sforzati, per mezzo di similitudini e analogie, di dare qualche idea di questo Sé interiore, ossia del Dio che è dentro. Lo hanno descritto come al di là della mente e della parola; troppo sottile per la percezione ordinaria, ma non fuori della portata di una vista purificata.

XVI

L'uomo intelligente che ha udito e ripetuto l'antica storia di Nachiketas, narrata dal Signore della Morte, è glorificato nel mondo di Brahman.

XVII

Colui che con devozione recita questo sommo segreto dell'immortalità davanti a un'assemblea di brahmani (uomini pii) o al tempo dello Shraddha (le cerimonie funebri) ottiene ricompensa eterna, ottiene ricompensa eterna.

Parte quarta

I

L'Esistente da sé creò i sensi rivolti all'esterno; per questa ragione l'uomo vede l'esteriore, ma non l'Atman (il Sé) interiore. Qualche saggio, tuttavia, desiderando l'immortalità, con gli occhi distolti (dall'esteriore) vede l'Atman interiore.