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Penelope riconosce infine suo marito—Di buon mattino Ulisse, Telemaco, Eumeo e Filezio lasciano la città

L'Odissea · Homer · tradotto da Claude Opus

Penelope at last recognises her husband and embraces Ulysses with tears of joy beside their marriage bed carved from a living olive tree, the secret token of their love.

Euriclea salì ora di sopra ridendo per dire alla sua signora che il suo caro marito era tornato a casa. Le sue vecchie ginocchia si fecero di nuovo giovani, e i piedi agili per la gioia, mentre saliva dalla sua signora e si chinava sul suo capo per parlarle. «Svegliati, Penelope, cara figlia,» esclamò, «e vedi con i tuoi occhi ciò che desideri da tanto tempo. Ulisse è finalmente tornato a casa, ed ha ucciso i pretendenti che davano tanti fastidi nella sua casa, divorandone il patrimonio e maltrattandone il figlio.»

«Mia buona nutrice,» rispose Penelope, «devi essere impazzita. Gli dèi talvolta fanno uscire di senno persone assennatissime, e rendono savi gli sciocchi. Questo devono aver fatto con te; perché eri sempre una persona ragionevole. Perché mi deridi così, quando ho già pene a sufficienza, dicendo simili sciocchezze, e mi svegli da un dolce sonno che si era impossessato dei miei occhi e li aveva chiusi? Non ho mai dormito così profondamente dal giorno in cui il mio povero marito andò a quella città dal nome di malaugurio. Torna nella stanza delle donne; se fosse stata qualunque altra a svegliarmi per portarmi notizie così assurde, l’avrei mandata via con una severa sgridata. Così, è la tua età a proteggerti.»

«Cara figlia,» rispose Euriclea, «non ti deludo. È verissimo, come ti dico, che Ulisse è tornato a casa. Era lo straniero che tutti continuavano a trattare così male nel portico. Telemaco sapeva da tempo che era tornato, ma serbò il segreto del padre per poter vendicarsi di tutta questa gente malvagia.»

Allora Penelope balzò dal suo giaciglio, gettò le braccia al collo di Euriclea e pianse di gioia. «Ma, cara nutrice,» disse, «spiegamelo; se è davvero tornato a casa come dici, come ha fatto a sopraffare da solo i malvagi pretendenti, visto il gran numero che erano sempre?»

«Non c’ero,» rispose Euriclea, «e non so; li udii soltanto gemere mentre venivano uccisi. Rimanemmo accovacciate e strette in un angolo della stanza delle donne con le porte chiuse, finché tuo figlio venne a chiamarmi, mandato dal padre. Allora trovai Ulisse in piedi sopra i cadaveri che giacevano a terra tutt’intorno a lui, l’uno sull’altro. Ti sarebbe piaciuto vederlo là in piedi, tutto imbrattato di sangue e di sozzura, simile a un leone. Ma i cadaveri sono ora tutti ammucchiati nel vestibolo che è nel cortile esterno, e Ulisse ha acceso un gran fuoco per purificare la casa con lo zolfo. Mi ha mandato a chiamarti, vieni dunque con me, così che siate felici insieme dopo tutto; perché ora finalmente il desiderio del tuo cuore si è compiuto; tuo marito è tornato a casa e trova moglie e figlio vivi e sani, e si prende vendetta nella sua casa dei pretendenti che si comportarono tanto male con lui.»

«Mia cara nutrice,» disse Penelope, «non esultare con troppa sicurezza per tutto questo. Sai quanto ognuno si rallegrerebbe di vedere Ulisse tornare a casa, e in particolare io e il figlio che è nato a entrambi; ma ciò che mi dici non può essere davvero vero. È qualche dio, sdegnato coi pretendenti per la loro grande malvagità, che li ha distrutti; perché non rispettarono nessun uomo al mondo, né ricco né povero, che si avvicinasse a loro, e hanno fatto una brutta fine a causa della loro iniquità; Ulisse è morto lontano dalla terra achea; non tornerà mai più a casa.»

Allora la nutrice Euriclea disse: «Figlia mia, che stai dicendo? Ma voi siete tutti duri a credere e vi siete convinti che tuo marito non verrà mai, benché sia in casa e accanto al suo focolare in questo stesso momento. Inoltre posso darti un’altra prova; quando lo lavavo, vidi la cicatrice che gli fece il cinghiale, e volevo dirtelo, ma egli nella sua saggezza non me lo permise e mi chiuse la bocca con le mani; vieni dunque con me, e farò questo patto con te: se ti inganno, potrai farmi uccidere con la morte più crudele che tu possa immaginare.»

«Mia cara nutrice,» disse Penelope, «per quanto tu sia saggia, difficilmente puoi scandagliare i consigli degli dèi. Tuttavia andremo in cerca di mio figlio, per vedere i cadaveri dei pretendenti e l’uomo che li ha uccisi.»

Così dicendo scese dalla sua stanza di sopra, e mentre scendeva rifletteva se dovesse tenersi a distanza dal marito e interrogarlo, o se dovesse andargli subito incontro e abbracciarlo. Quando però ebbe attraversato il pavimento di pietra del portico, sedette di fronte a Ulisse presso il fuoco, contro il muro ad angolo retto [rispetto a quello da cui era entrata], mentre Ulisse sedeva vicino a uno dei pilastri, guardando a terra e aspettando di vedere che cosa gli avrebbe detto la sua valorosa moglie vedendolo. Per molto tempo ella sedette in silenzio, come smarrita per lo stupore. Per un momento lo guardava in pieno volto, ma subito dopo si lasciava ingannare dalle sue vesti misere e non lo riconosceva, finché Telemaco cominciò a rimproverarla e disse:

«Madre, ma sei così dura che non posso chiamarti con tale nome, perché te ne stai così lontana da mio padre? Perché non siedi al suo fianco e non cominci a parlargli e a fargli domande? Nessun’altra donna potrebbe sopportare di tenersi lontana dal marito tornato a lei dopo venti anni di assenza e dopo aver passato tanto; ma il tuo cuore fu sempre duro come una pietra.»

Penelope rispose: «Figlio mio, sono così smarrita per lo stupore che non trovo parole né per fargli domande né per rispondergli. Non riesco nemmeno a guardarlo dritto in faccia. Tuttavia, se è davvero Ulisse tornato alla sua casa, ci capiremo meglio fra poco, perché ci sono segni che noi due soli conosciamo, e che sono nascosti a tutti gli altri.»

Ulisse sorrise a ciò e disse a Telemaco: «Lascia che tua madre mi metta alla prova come vuole; presto si farà il suo giudizio. Per il momento mi respinge e mi crede un altro, perché sono coperto di sporcizia e porto vesti così misere; consideriamo però che cosa sia meglio fare ora. Quando un uomo ne ha ucciso un altro, anche se questi non era tale da lasciare molti amici a raccogliere la sua contesa, l’uccisore deve comunque dire addio ai suoi amici e fuggire dal paese; mentre noi abbiamo ucciso il sostegno di un’intera città e tutta la gioventù scelta di Itaca. Vorrei che ci pensaste.»

«Pensaci tu, padre,» rispose Telemaco, «perché dicono che sei il più saggio consigliere del mondo e che nessun altro mortale può starti a paragone. Ti seguiremo con ottima volontà, né ci troverai mancare per quanto le forze ci reggono.»

«Dirò ciò che penso sia meglio,» rispose Ulisse. «Prima lavatevi e indossate le tuniche; dite anche alle serve di andare nella loro stanza e di vestirsi; Femio intonerà poi sulla lira un’aria di danza, così che, se la gente di fuori ode, o qualcuno dei vicini, o qualcuno che passa per la strada se ne accorge, pensi che in casa ci sia una festa di nozze, e nessuna voce sulla morte dei pretendenti si diffonda in città prima che noi possiamo fuggire nei boschi sulle mie terre. Una volta là, decideremo quale fra le vie che il cielo ci concede ci sembri la più saggia.»

Così parlò, ed essi fecero come aveva detto. Dapprima si lavarono e indossarono le tuniche, mentre le donne si preparavano. Poi Femio prese la lira e destò in tutti il desiderio del dolce canto e della danza maestosa. La casa risuonò dei passi di uomini e donne che danzavano, e la gente di fuori diceva: «Suppongo che la regina si sia finalmente sposata. Dovrebbe vergognarsi di non continuare a proteggere i beni del marito finché egli non torna a casa.»

Questo dicevano, ma non sapevano quel che era accaduto. La governante Eurinome lavò e unse Ulisse nella sua stessa casa e gli diede una tunica e un mantello, mentre Minerva lo fece apparire più alto e più forte di prima; fece anche crescere folti i capelli sulla sommità del capo e scendere in riccioli come fiori di giacinto; lo glorificò nel capo e nelle spalle, proprio come un abile artefice che ha studiato ogni sorta di arte sotto Vulcano o Minerva, e la cui opera è piena di bellezza, arricchisce un oggetto d’argento dorandolo. Uscì dal bagno simile a uno degli immortali, e sedette di fronte alla moglie sul seggio che aveva lasciato. «Mia cara,» disse, «il cielo ti ha dotata di un cuore più inflessibile di quello di qualsiasi donna. Nessun’altra donna potrebbe sopportare di tenersi lontana dal marito tornato a lei dopo venti anni di assenza e dopo aver passato tanto. Ma su, nutrice, preparami un letto; dormirò solo, perché questa donna ha un cuore duro come il ferro.»

«Mio caro,» rispose Penelope, «non desidero né esaltarmi né sminuirti; ma il tuo aspetto non mi colpisce, perché ricordo benissimo che uomo eri quando salpasti da Itaca. Tuttavia, Euriclea, porta fuori il suo letto dalla camera che egli stesso costruì. Porta il letto fuori da questa stanza, e mettivi sopra la biancheria con vello, buone coperte e panni.»

Disse questo per metterlo alla prova, ma Ulisse si adirò molto e disse: «Moglie, mi dispiace assai ciò che hai appena detto. Chi ha tolto il mio letto dal luogo in cui lo lasciai? Deve aver trovato la cosa ardua, per quanto abile artefice fosse, a meno che qualche dio non sia venuto ad aiutarlo a spostarlo. Non c’è uomo vivo, per quanto forte e nel fiore degli anni, che potrebbe muoverlo dal suo posto, perché è una meravigliosa rarità che feci con le mie stesse mani. Nel recinto della casa cresceva un giovane ulivo, in pieno vigore, grosso quanto un pilastro. Costruii la mia stanza intorno ad esso con solide mura di pietra e un tetto a coprirle, e feci le porte robuste e ben commesse. Poi tagliai i rami alti dell’ulivo e lasciai in piedi il ceppo. Lo sgrossai dalla radice in su e poi lo lavorai con gli attrezzi del carpentiere bene e con perizia, raddrizzando il lavoro con una linea tracciata sul legno, e ne feci un piede del letto. Poi vi praticai un foro nel mezzo e ne feci il pilastro centrale del mio letto, al quale lavorai finché non lo ebbi finito, intarsiandolo d’oro e d’argento; dopo di che stesi da una parte all’altra una pelle di cuoio color porpora. Vedi dunque che so tutto, e desidero sapere se è ancora là, o se qualcuno l’ha rimosso tagliando l’ulivo alle radici.»

Quando udì le prove sicure che Ulisse ora le dava, si sciolse del tutto in lacrime. Corse piangendo al suo fianco, gli gettò le braccia al collo e lo baciò. «Non adirarti con me, Ulisse,» gridò, «tu che sei il più saggio fra gli uomini. Entrambi abbiamo sofferto. Il cielo ci ha negato la felicità di trascorrere insieme la giovinezza e di invecchiare insieme; non dolerti dunque, né prendere a male, se non ti abbracciai così appena ti vidi. Per tutto il tempo ho tremato di paura che qualcuno venisse qui a ingannarmi con una storia menzognera; poiché vanno in giro molte persone malvagissime. Elena, figlia di Giove, non si sarebbe mai data a un uomo di terra straniera, se avesse saputo che i figli degli Achei sarebbero venuti a riprenderla e a riportarla indietro. Fu il cielo a metterle in cuore di fare il male, ed ella non pensò a quel peccato, che è stato la fonte di tutti i nostri dolori. Ora, però, che mi hai convinta mostrando di sapere tutto del nostro letto (che nessun essere umano ha mai visto, tranne te, me e una sola ancella, la figlia di Attore, che mio padre mi diede quando mi sposai e che custodisce le porte della nostra stanza), per quanto dura a credere io sia stata, non posso più diffidare.»

Allora Ulisse a sua volta si commosse e pianse, stringendosi al petto la cara e fedele sposa. Come è gradita la vista della terra a coloro che nuotano verso la riva, quando Nettuno ha fracassato la loro nave con la furia dei venti e dei flutti; pochi soltanto raggiungono la terra, e questi, coperti di salsedine, sono grati quando si ritrovano su suolo fermo e fuori pericolo: così era caro a lei il suo sposo mentre lo guardava, e non riusciva a staccare le sue due belle braccia dal collo di lui. Anzi, avrebbero continuato a indulgere nel loro dolore fino all'apparire dell'aurora dalle dita di rosa, se Minerva non avesse deciso altrimenti, trattenendo la notte nell'estremo occidente, mentre non permetteva all'Aurora di lasciare l'Oceano né di aggiogare i due destrieri, Lampo e Fetonte, che la portano innanzi a recare il giorno agli uomini.

Alla fine, però, Ulisse disse: «Moglie, non siamo ancora giunti al termine dei nostri affanni. Mi resta da compiere una fatica di cui non conosco la misura. È lunga e difficile, ma devo portarla a termine, perché così profetizzò di me l'ombra di Tiresia, il giorno in cui scesi nell'Ade per chiedere del mio ritorno e di quello dei miei compagni. Ma ora andiamo a letto, per giacere e godere il benedetto dono del sonno.»

«Andrai a letto appena vorrai,» rispose Penelope, «ora che gli dèi ti hanno ricondotto alla tua buona casa e alla tua terra. Ma poiché il cielo ti ha messo in mente di parlarne, dimmi della fatica che ti attende. Dovrò saperla più tardi, perciò è meglio che mi sia detta subito.»

«Mia cara,» rispose Ulisse, «perché mi spingi a dirtelo? Tuttavia non te lo nasconderò, benché non ti piacerà. Non piace neppure a me, perché Tiresia mi ordinò di viaggiare in lungo e in largo portando un remo, finché non giungessi a un paese dove la gente non ha mai udito parlare del mare, e non mescola neppure il sale al proprio cibo. Costoro non sanno nulla di navi, né di remi che sono come le ali di una nave. Mi diede questo segno sicuro, che non ti nasconderò. Disse che un viandante mi sarebbe venuto incontro e mi avrebbe chiesto se quella che portavo sulla spalla fosse una pala da vagliare. A quel punto dovevo piantare il mio remo nel suolo e sacrificare a Nettuno un montone, un toro e un cinghiale; dopo di che dovevo tornare a casa e offrire ecatombi a tutti gli dèi del cielo, l'uno dopo l'altro. Quanto a me, disse che la morte mi sarebbe venuta dal mare, e che la mia vita si sarebbe spenta molto dolcemente, quando fossi carico di anni e sereno d'animo, e il mio popolo mi benedicesse. Tutto questo, disse, si sarebbe certamente avverato.»

E Penelope disse: «Se gli dèi vogliono concederti una vecchiaia più felice, puoi sperare allora di avere qualche tregua dalla sventura.»

Così conversarono. Frattanto Eurinome e la nutrice presero delle torce e prepararono il letto con soffici coperte; non appena le ebbero stese, la nutrice rientrò in casa per andare a riposare, lasciando la cameriera Eurinome a condurre Ulisse e Penelope a letto alla luce delle torce. Quando li ebbe accompagnati nella loro stanza tornò indietro, ed essi allora giunsero lieti ai riti del loro antico letto. Telemaco, Filezio e il porcaro smisero ora di danzare, e fecero smettere anche le donne. Poi si coricarono a dormire nei portici.

Quando Ulisse e Penelope furono sazi d'amore, si misero a parlare l'uno con l'altra. Ella gli narrò quanto aveva dovuto sopportare vedendo la casa piena di una folla di empi pretendenti, che per causa sua avevano ucciso tante pecore e tanti buoi e bevuto tante botti di vino. Ulisse a sua volta le disse quanto aveva sofferto, e quanti guai egli stesso aveva dato ad altri. Le raccontò ogni cosa, ed ella ascoltava con tale diletto che non si addormentò finché egli non ebbe finito tutta la sua storia.

Cominciò dalla vittoria sui Ciconi, e da come di là giunse alla fertile terra dei Lotofagi. Le narrò tutto del Ciclope e di come l'aveva punito per aver divorato così crudelmente i suoi bravi compagni; di come poi andò da Eolo, che lo accolse con ospitalità e lo aiutò nel cammino, ma neppure così doveva giungere a casa, perché, con suo grande dolore, un uragano lo riportò in alto mare; di come giunse alla città lestrigona di Telepilo, dove la gente distrusse tutte le sue navi con gli equipaggi, tranne lui e la sua nave soltanto. Poi parlò dell'astuta Circe e dei suoi artifici, e di come navigò alla gelida dimora dell'Ade per consultare l'ombra del profeta tebano Tiresia, e di come vide i suoi antichi compagni d'arme, e la madre che lo aveva partorito e allevato da bambino; di come poi udì il mirabile canto delle Sirene, e giunse alle rupi erranti, alla terribile Cariddi e a Scilla, che nessun uomo aveva mai ancora oltrepassato incolume; di come i suoi uomini mangiarono poi i buoi del dio Sole, e di come Giove perciò colpì la nave con i suoi fulmini, così che tutti i suoi uomini perirono insieme, ed egli solo fu lasciato in vita; di come alla fine raggiunse l'isola Ogigia e la ninfa Calipso, che lo tenne là in una grotta, e lo nutrì, e voleva che la sposasse, nel qual caso intendeva renderlo immortale perché non invecchiasse mai, ma non poté persuaderlo a lasciarglielo fare; e di come dopo molte sofferenze aveva trovato la via dei Feaci, che lo avevano trattato come se fosse un dio, e lo avevano rimandato in nave alla sua patria dopo avergli donato oro, bronzo e vesti in grande abbondanza. Fu l'ultima cosa di cui le parlò, perché a questo punto un sonno profondo lo prese e alleviò il peso dei suoi dolori.

Allora Minerva pensò a un'altra faccenda. Quando ritenne che Ulisse avesse goduto abbastanza della moglie e del riposo, ordinò all'Aurora dal trono d'oro di sorgere dall'Oceano per spargere la luce sugli uomini. Allora Ulisse si alzò dal suo comodo letto e disse a Penelope: «Moglie, entrambi abbiamo avuto la nostra piena parte di affanni, tu qui, a piangere la mia assenza, ed io impedito di tornare a casa, benché lo desiderassi per tutto il tempo. Ora, però, che finalmente ci siamo ricongiunti, abbi cura dei beni che sono in casa. Quanto alle pecore e alle capre che gli empi pretendenti hanno mangiato, io stesso ne prenderò molte con la forza da altri, e costringerò gli Achei a risarcire il resto finché non avranno riempito tutti i miei recinti. Ora vado alle terre boscose in campagna a vedere mio padre, che da tanto tempo è afflitto per causa mia, e a te darò queste istruzioni, benché tu ne abbia poco bisogno. Al sorgere del sole si spargerà subito la voce che ho ucciso i pretendenti; sali dunque al piano di sopra e restaci con le tue ancelle. Non vedere nessuno e non fare domande.»

Mentre parlava cinse le armi. Poi svegliò Telemaco, Filezio ed Eumeo, e ordinò a tutti di indossare anch'essi le armi. Così fecero, e si armarono. Quando ebbero finito, aprirono i cancelli e uscirono, con Ulisse alla testa. Era ormai giorno, ma Minerva nondimeno li nascose nelle tenebre e li condusse rapidamente fuori dalla città.