
Allora Ulisse gettò via gli stracci e balzò sul largo pavimento con l’arco e la faretra piena di frecce. Versò le frecce a terra ai suoi piedi e disse: «La grande gara è finita. Ora vedrò se Apollo mi concederà di colpire un altro bersaglio, che nessun uomo ha ancora colpito.»
Così dicendo, scagliò una freccia mortale contro Antinoo, che stava per prendere una coppa d’oro a due anse per bere il suo vino e già l’aveva in mano. Non pensava alla morte: chi fra tutti i banchettanti avrebbe creduto che un uomo solo, per quanto valoroso, si sarebbe levato contro tanti e l’avrebbe ucciso? La freccia colpì Antinoo alla gola, e la punta passò da parte a parte il collo, così che egli cadde riverso e la coppa gli sfuggì di mano, mentre un fitto fiotto di sangue gli sgorgava dalle narici. Respinse da sé la tavola con un calcio e rovesciò quel che vi stava sopra, cosicché il pane e le carni arrostite caddero a terra, tutti insozzati. I pretendenti furono in tumulto quando videro che un uomo era stato colpito; balzarono sgomenti tutti quanti dai loro seggi e guardarono dappertutto lungo le pareti, ma non c’era né scudo né lancia, e rimproverarono Ulisse con grande ira. «Straniero,» dissero, «pagherai per aver tirato così sulla gente: non vedrai altre gare; sei un uomo condannato; colui che hai ucciso era il più eminente dei giovani di Itaca, e gli avvoltoi ti divoreranno per averlo ucciso.»
Così parlarono, perché credevano che avesse ucciso Antinoo per errore, e non si avvedevano che la morte pendeva sul capo di ciascuno di loro. Ma Ulisse li fulminò con lo sguardo e disse:
«Cani, pensavate che non sarei tornato da Troia? Avete dilapidato i miei beni, avete costretto le mie serve a giacere con voi, e avete corteggiato mia moglie mentre io ero ancora in vita. Non avete temuto né dio né uomo, e ora morirete.»
Impallidirono di paura alle sue parole, e ognuno si guardò intorno per vedere dove potesse fuggire a salvarsi, ma solo Eurimaco parlò.
«Se tu sei Ulisse,» disse, «allora ciò che hai detto è giusto. Abbiamo commesso molti torti nelle tue terre e nella tua casa. Ma Antinoo, che era il capo e il promotore di ogni offesa, giace già a terra. Fu tutta opera sua. Non che volesse sposare Penelope; di questo gli importava poco; voleva tutt’altra cosa, e Giove non gliel’ha concessa: voleva uccidere tuo figlio ed essere il primo uomo a Itaca. Ora dunque che ha incontrato la morte che gli era dovuta, risparmia la vita della tua gente. Rimedieremo a tutto fra noi, e ti pagheremo per intero tutto ciò che abbiamo mangiato e bevuto. Ciascuno di noi ti pagherà un’ammenda del valore di venti buoi, e continueremo a darti oro e bronzo finché il tuo cuore non si sarà placato. Finché non avremo fatto questo, nessuno può lamentarsi che tu sia adirato contro di noi.»
Ulisse lo fulminò di nuovo con lo sguardo e disse: «Quand’anche mi deste tutto quello che avete al mondo, ora e quanto mai avrete, non fermerò la mia mano finché non vi abbia pagati tutti per intero. Dovete combattere o fuggire per salvare la vita; e fuggire, nessuno di voi lo farà.»
Il cuore venne meno loro a queste parole, ma Eurimaco parlò di nuovo, dicendo:
«Amici, quest’uomo non ci darà quartiere. Resterà dov’è e ci abbatterà a colpi di freccia finché non avrà ucciso ognuno di noi. Facciamogli dunque fronte; sguainate le spade e reggete le tavole davanti a voi per ripararvi dalle sue frecce. Gettiamoci su di lui tutti insieme, per cacciarlo dal pavimento e dalla soglia: potremo allora uscire in città e levare un tale allarme da far presto cessare il suo tirare.»
Mentre parlava, sguainò la sua affilata lama di bronzo, tagliente da entrambi i lati, e con un grande grido si lanciò contro Ulisse, ma Ulisse gli scagliò all’istante una freccia al petto, che lo colse presso il capezzolo e gli si conficcò nel fegato. Lasciò cadere la spada e stramazzò piegato in due sulla sua tavola. La coppa e tutte le carni rovesciarono a terra, mentre egli batteva la fronte contro il suolo nelle agonie della morte, e scalciava lo sgabello finché i suoi occhi non si chiusero nelle tenebre.
Allora Anfinomo sguainò la spada e si avventò diritto contro Ulisse per tentare di allontanarlo dalla porta; ma Telemaco fu troppo rapido per lui e lo colpì alle spalle; la lancia lo prese fra le scapole e gli trapassò il petto, così che cadde pesantemente a terra e batté la fronte sul suolo. Poi Telemaco balzò via da lui, lasciando la lancia ancora nel corpo, perché temeva che, se si fosse fermato a estrarla, qualcuno degli Achei potesse arrivare e colpirlo con la spada o abbatterlo; così partì di corsa e fu subito al fianco del padre. Poi disse:
«Padre, lascia che ti porti uno scudo, due lance e un elmo di bronzo per le tue tempie. Mi armerò anch’io, e porterò altre armi per il porcaro e per il bovaro, perché è meglio che siamo armati.»
«Corri a prenderle,» rispose Ulisse, «finché mi bastano le frecce, o quando sarò solo potrebbero scacciarmi dalla porta.»
Telemaco fece come il padre aveva detto e andò al ripostiglio dove si custodivano le armi. Scelse quattro scudi, otto lance e quattro elmi di bronzo con cimieri di crine di cavallo. Li portò di gran fretta al padre, e si armò per primo, mentre anche il bovaro e il porcaro indossavano le loro armi e si ponevano accanto a Ulisse. Frattanto Ulisse, finché durarono le frecce, aveva abbattuto i pretendenti a uno a uno, ed essi cadevano fitti l’uno sull’altro; quando le frecce finirono, appoggiò l’arco alla parete in fondo alla casa, presso lo stipite della porta, si pose sulle spalle uno scudo di quattro strati di pelle, sul bel capo si calcò l’elmo, ben lavorato, con un cimiero di crine di cavallo che oscillava minaccioso in alto, e impugnò due formidabili lance dalla punta di bronzo.
Ora nel muro c’era una botola, e a un’estremità del pavimento vi era un’uscita che dava su uno stretto passaggio, e questa uscita era chiusa da una porta ben fatta. Ulisse disse a Filezio di stare presso questa porta e di custodirla, perché si poteva assalirla solo una persona alla volta. Ma Agelao gridò: «Non può qualcuno salire alla botola e dire alla gente quel che accade? L’aiuto verrebbe subito, e presto metteremmo fine a quest’uomo e al suo tirare.»
«Non si può, Agelao,» rispose Melanzio, «l’imboccatura dello stretto passaggio è pericolosamente vicina all’ingresso del cortile esterno. Un solo uomo coraggioso potrebbe impedire l’ingresso a qualsiasi numero. Ma so che cosa farò: vi porterò armi dal ripostiglio, perché sono certo che è là che Ulisse e suo figlio le hanno messe.»
Allora il capraio Melanzio andò per passaggi secondari al ripostiglio della casa di Ulisse. Là scelse dodici scudi, con altrettanti elmi e lance, e li riportò il più in fretta possibile per darli ai pretendenti. Il cuore di Ulisse cominciò a venir meno quando vide i pretendenti indossare le armi e brandire le lance. Vide la grandezza del pericolo e disse a Telemaco: «Qualcuna delle donne di dentro aiuta i pretendenti contro di noi, oppure è Melanzio.»
Telemaco rispose: «La colpa, padre, è mia, e mia soltanto; ho lasciato aperta la porta del ripostiglio, ed essi hanno vigilato meglio di me. Va’, Eumeo, chiudi la porta e vedi se è una delle donne a far questo, o se, come sospetto, è Melanzio figlio di Dolio.»
Così conversavano. Intanto Melanzio stava di nuovo andando al ripostiglio per prendere altre armi, ma il porcaro lo vide e disse a Ulisse, che gli era accanto: «Ulisse, nobile figlio di Laerte, è quel furfante di Melanzio, proprio come sospettavamo, che va al ripostiglio. Dimmi, devo ucciderlo, se riesco ad averne ragione, o devo portarlo qui perché tu ti prenda la tua vendetta per i tanti torti che ha fatto nella tua casa?»
Ulisse rispose: «Telemaco e io terremo a freno questi pretendenti, qualunque cosa facciano; tornate indietro tutti e due e legate a Melanzio le mani e i piedi dietro la schiena. Gettatelo nel ripostiglio e chiudete saldamente la porta dietro di voi; poi fissategli un nodo scorsoio intorno al corpo, e issatelo fin sotto le travi da un alto pilastro, perché si strazi a lungo nell’agonia.»
Così parlò, ed essi fecero come aveva detto; andarono al ripostiglio, in cui entrarono prima che Melanzio li vedesse, perché egli era occupato a cercare armi nella parte più interna della stanza, e i due si posero ai lati della porta e attesero. Poco dopo Melanzio uscì con un elmo in una mano e nell’altra un vecchio scudo marcito dal tempo, che Laerte aveva portato da giovane, ma che da molto era stato messo da parte, e le cinghie si erano scucite; allora i due lo afferrarono, lo trascinarono indietro per i capelli e lo gettarono a terra dibattentesi. Gli piegarono mani e piedi ben indietro dietro la schiena e li legarono stretti con un legame doloroso, come Ulisse aveva ordinato; poi gli fissarono un nodo scorsoio intorno al corpo e lo issarono su un alto pilastro fin presso le travi, e su di lui allora ti vantasti, o porcaro Eumeo, dicendo: «Melanzio, passerai la notte su un morbido letto, come ti meriti. Ben lo saprai quando verrà il mattino dalle correnti di Oceano, e sarà ora per te di condurre le tue capre perché ne banchettino i pretendenti.»
Là dunque lo lasciarono in crudelissima prigionia, e indossate le armi chiusero la porta dietro di sé e tornarono a porsi accanto a Ulisse; così i quattro uomini stavano nel portico, fieri e pieni di furore; eppure quelli che erano nel mezzo del cortile erano ancora e valorosi e numerosi. Allora la figlia di Giove, Minerva, si avvicinò a loro, avendo assunto la voce e l’aspetto di Mentore. Ulisse si rallegrò vedendola e disse: «Mentore, prestami il tuo aiuto, e non dimenticare il tuo antico compagno, né i molti servigi che ti ha reso. Inoltre sei mio coetaneo.»
Ma per tutto il tempo era certo che fosse Minerva, e i pretendenti dall’altra parte levarono un tumulto vedendola. Agelao fu il primo a rimproverarla. «Mentore,» gridò, «non lasciare che Ulisse ti seduca a schierarti con lui e a combattere i pretendenti. Ecco che cosa faremo: quando avremo ucciso costoro, padre e figlio, uccideremo anche te. Lo pagherai con la testa, e quando ti avremo ucciso prenderemo tutto ciò che hai, in casa e fuori, e lo metteremo in comune con i beni di Ulisse; non lasceremo vivere i tuoi figli nella tua casa, né le tue figlie, né la tua vedova continuerà ad abitare nella città di Itaca.»
Questo rese Minerva ancor più furiosa, e rimproverò Ulisse con grande ira. «Ulisse,» disse, «la tua forza e il tuo valore non sono più quelli di quando combattesti nove lunghi anni fra i Troiani per la nobile Elena. Uccidesti molti uomini in quei giorni, e fu per il tuo stratagemma che la città di Priamo fu presa. Come mai sei ora così miserevolmente meno valoroso, ora che sei sul tuo suolo, faccia a faccia con i pretendenti nella tua casa? Vieni, mio buon amico, stammi al fianco e vedi come Mentore, figlio di Alcimo, combatterà i tuoi nemici e ricambierà i benefici che gli hai fatto.»
Ma non volle dargli ancora piena vittoria, perché desiderava mettere ancora alla prova il valore di lui e quello del suo valoroso figlio; così volò su una delle travi del tetto del portico e vi si posò in forma di rondine.
Frattanto Agelao figlio di Damastore, Eurinomo, Anfimedonte, Demoptolemo, Pisandro e Polibo figlio di Polictore sostenevano il peso maggiore della battaglia dalla parte dei pretendenti; di tutti quelli che ancora combattevano per la vita erano di gran lunga i più valorosi, perché gli altri erano già caduti sotto le frecce di Ulisse. Agelao gridò loro e disse: «Amici, presto dovrà smettere, perché Mentore se n’è andato dopo non aver fatto per lui altro che vanterie. Stanno alle porte senza sostegno. Non tirate contro di lui tutti insieme, ma sei di voi lancino prima le lance, e vedete se non potete coprirvi di gloria uccidendolo. Quando sarà caduto, non avremo da preoccuparci degli altri.»

Lanciarono le lance come egli aveva ordinato, ma Minerva le rese tutte vane. Una colpì lo stipite; un’altra batté contro la porta; l’asta appuntita di un’altra colpì il muro; e non appena ebbero schivato tutte le lance dei pretendenti, Ulisse disse ai suoi: «Amici, direi che anche noi dovremmo scagliarle in mezzo a loro, o coroneranno tutto il male che ci hanno fatto uccidendoci del tutto.»
Mirarono dunque diritto davanti a sé e lanciarono le lance. Ulisse uccise Demoptolemo, Telemaco Euriade, Eumeo Elato, mentre il bovaro uccise Pisandro. Questi morsero tutti la polvere, e mentre gli altri si ritiravano in un angolo, Ulisse e i suoi si lanciarono avanti e riebbero le loro lance estraendole dai corpi dei morti.
I pretendenti presero di nuovo la mira, ma ancora Minerva rese per lo più vane le loro armi. Una colpì uno stipite del portico; un’altra batté contro la porta; l’asta appuntita di un’altra colpì il muro. Tuttavia Anfimedonte scalfì appena la pelle del polso di Telemaco, e Ctesippo riuscì a sfiorare la spalla di Eumeo sopra lo scudo; ma la lancia proseguì e cadde a terra. Allora Ulisse e i suoi lanciarono nella folla dei pretendenti. Ulisse colpì Euridamante, Telemaco Anfimedonte, ed Eumeo Polibo. Dopo ciò il bovaro colpì Ctesippo al petto e lo schernì dicendo: «Figlio di Politèrse dalla bocca sozza, non essere così sciocco da parlare ancora con empietà, ma lascia che sia il cielo a guidare il tuo discorso, perché gli dèi sono assai più forti degli uomini. Ti faccio dono di questo consiglio in compenso del piede che desti a Ulisse quando mendicava nella sua stessa casa.»
Così disse il bovaro, e Ulisse colpì il figlio di Damastore con una lancia in combattimento ravvicinato, mentre Telemaco colpì Leocrito figlio di Evenore al ventre, e il dardo lo trapassò da parte a parte, così che cadde in avanti a faccia in giù sul suolo. Allora Minerva dal suo posto sulla trave levò l’egida mortale, e il cuore dei pretendenti venne meno. Fuggirono all’altra estremità del cortile come una mandria di buoi impazzita per il tafano, all’inizio dell’estate, quando i giorni sono più lunghi. Come avvoltoi dal becco d’aquila e dagli artigli adunchi calano dai monti sugli uccelli più piccoli che si accovacciano a stormi a terra, e li uccidono, perché non sanno né combattere né fuggire, e gli spettatori godono dello spettacolo, così Ulisse e i suoi piombarono sui pretendenti e li colpirono da ogni lato. Mandavano un orribile gemito mentre i loro crani venivano sfondati, e il suolo ribolliva del loro sangue.
Allora Leode afferrò le ginocchia di Ulisse e disse: «Ulisse, ti supplico, abbi pietà di me e risparmiami. Non feci mai torto ad alcuna delle donne nella tua casa, né con parole né con fatti, e cercai di trattenere gli altri. Li vidi, ma non vollero ascoltare, ed ora pagano la loro follia. Io ero il loro sacrificatore; se mi uccidi, morirò senza aver fatto nulla per meritarlo, e senza aver ricevuto gratitudine per tutto il bene che feci.»
Ulisse lo guardò con severità e rispose: «Se eri il loro sacrificatore, avrai pregato molte volte che passasse molto tempo prima del mio ritorno a casa, e che tu potessi sposare mia moglie e avere figli da lei. Perciò morirai.»
Con queste parole raccolse la spada che Agelao aveva lasciato cadere quando fu ucciso e che giaceva a terra. Poi colpì Leode sulla nuca, così che la sua testa cadde rotolando nella polvere mentre egli parlava ancora.
Il cantore Femio figlio di Terpe, che i pretendenti avevano costretto a cantare per loro, tentò allora di salvarsi la vita. Stava in piedi vicino alla botola e teneva la lira in mano. Non sapeva se fuggire dal portico e sedersi presso l’altare di Giove che stava nel cortile esterno, e sul quale sia Laerte sia Ulisse avevano offerto cosce di molti buoi, o se andare diritto da Ulisse e abbracciargli le ginocchia; ma alla fine ritenne meglio abbracciare le ginocchia di Ulisse. Depose dunque la lira a terra fra il cratere e il seggio borchiato d’argento; poi, andato da Ulisse, gli afferrò le ginocchia e disse: «Ulisse, ti supplico, abbi pietà di me e risparmiami. Te ne pentirai poi, se uccidi un aedo che sa cantare per dèi e per uomini come me. Compongo da me tutti i miei canti, e il cielo mi visita con ogni sorta di ispirazione. Canterei per te come per un dio; non aver dunque tanta fretta di mozzarmi il capo. Il tuo stesso figlio Telemaco ti dirà che non volevo frequentare la tua casa e cantare ai pretendenti dopo i loro pasti, ma erano troppi e troppo forti per me, e così mi costrinsero.»
Telemaco lo udì e andò subito dal padre. «Férmati!» gridò, «quest’uomo è innocente, non fargli male; e risparmieremo anche Medonte, che fu sempre buono con me quando ero ragazzo, a meno che Filezio o Eumeo non l’abbia già ucciso, o egli non ti sia incappato davanti mentre infuriavi per il cortile.»
Medonte colse queste parole di Telemaco, perché si era rannicchiato sotto un seggio, sotto il quale si era nascosto coprendosi con la pelle di una giovenca appena scuoiata; gettò dunque via la pelle, andò da Telemaco e gli afferrò le ginocchia.
«Eccomi qui, caro signore,» disse, «ferma dunque la mano, e dillo a tuo padre, o egli mi ucciderà nella sua ira contro i pretendenti, che hanno dilapidato i suoi beni e sono stati tanto sconsideratamente irrispettosi verso di te.»
Ulisse gli sorrise e rispose: «Non temere; Telemaco ti ha salvato la vita, perché tu sappia in futuro, e dica agli altri, quanto meglio prosperino le buone azioni delle cattive. Va’ dunque fuori dal portico, nel cortile esterno, e togliti di mezzo alla strage, tu e il cantore, mentre io finisco qui dentro la mia opera.»
I due andarono nel cortile esterno più in fretta che poterono, e sedettero presso il grande altare di Giove, guardandosi intorno con timore e aspettando ancora di essere uccisi. Allora Ulisse frugò attentamente tutto il cortile, per vedere se qualcuno fosse riuscito a nascondersi e fosse ancora vivo, ma li trovò tutti giacenti nella polvere e immersi nel loro sangue. Erano come pesci che i pescatori hanno tratto dal mare nella rete e gettato sulla spiaggia, dove giacciono boccheggiando per l’acqua finché l’ardore del sole non li uccide. Così giacevano i pretendenti, tutti ammucchiati l’uno contro l’altro.
Allora Ulisse disse a Telemaco: «Chiama la nutrice Euriclea; ho qualcosa da dirle.»
Telemaco andò e bussò alla porta della stanza delle donne. «Fa’ presto,» disse, «vecchia che sei posta a capo di tutte le altre donne della casa. Vieni fuori; mio padre vuole parlarti.»
Quando Euriclea udì ciò, aprì la porta della stanza delle donne e uscì, seguendo Telemaco. Trovò Ulisse fra i cadaveri, imbrattato di sangue e di sozzura, come un leone che abbia appena divorato un bue, e il petto e le due guance gli siano tutti insanguinati, sì che è uno spettacolo terribile; così era Ulisse macchiato di sangue da capo a piedi. Quando vide tutti i cadaveri e una tale quantità di sangue, cominciò a gridare di gioia, perché vide che si era compiuta un’impresa grande; ma Ulisse la trattenne: «Vecchia,» disse, «rallegrati in silenzio; trattieniti e non fare rumore; è cosa empia vantarsi sugli uomini morti. Il destino del cielo e le loro stesse azioni malvagie hanno portato costoro alla rovina, perché non rispettarono nessun uomo al mondo, né ricco né povero, che si avvicinasse a loro, e hanno fatto una brutta fine in punizione della loro malvagità e follia. Ora però dimmi quali donne della casa si sono comportate male e quali sono innocenti.»
«Ti dirò la verità, figlio mio,» rispose Euriclea. «Ci sono cinquanta donne in casa, che istruiamo ai lavori, come cardare la lana e ogni sorta di faccende domestiche. Di queste, dodici in tutto si sono comportate male e sono state prive di rispetto verso di me e anche verso Penelope. Non mancarono di riguardo a Telemaco, perché è cresciuto da poco e sua madre non gli ha mai permesso di dare ordini alle serve; ma lascia che salga di sopra a dire a tua moglie tutto quel che è accaduto, perché qualche dio la tiene immersa nel sonno.»
«Non svegliarla ancora,» rispose Ulisse, «ma di’ alle donne che si sono comportate male di venire da me.»
Euriclea lasciò il portico per dirlo alle donne e farle venire da Ulisse; nel frattempo egli chiamò Telemaco, il bovaro e il porcaro. «Cominciate,» disse, «a portar via i morti e fatevi aiutare dalle donne. Poi prendete spugne e acqua pulita per lavare le tavole e i seggi. Quando avrete ripulito a fondo tutto il portico, conducete le donne nello spazio fra la stanza a volta e il muro del cortile esterno, e trapassatele con le spade finché non siano ben morte e abbiano dimenticato tutto dell’amore e del modo in cui giacevano di nascosto con i pretendenti.»
Allora le donne scesero in gruppo, piangendo e lamentandosi amaramente. Dapprima portarono fuori i cadaveri e li appoggiarono gli uni agli altri nel vestibolo. Ulisse le comandava e le faceva lavorare in fretta, e dovettero portar fuori i corpi. Fatto ciò, ripulirono con spugne e acqua tutte le tavole e i seggi, mentre Telemaco e gli altri due raschiavano via dal suolo il sangue e la sozzura, e le donne portavano tutto via e lo mettevano fuori. Poi, quando ebbero reso tutto il luogo perfettamente pulito e in ordine, condussero fuori le donne e le chiusero nello stretto spazio fra il muro della stanza a volta e quello del cortile, così che non potessero fuggire; e Telemaco disse agli altri due: «Non lascerò che queste donne muoiano di morte pulita, perché furono insolenti verso di me e mia madre, e dormivano con i pretendenti.»
Così dicendo, assicurò un cavo di nave a uno dei pilastri che reggevano il tetto della stanza a volta, e lo fissò tutt’intorno all’edificio, ad una buona altezza, perché nessuna delle donne toccasse terra con i piedi; e come tordi o colombe battono contro una rete tesa per loro in un boschetto mentre tornavano al nido, e un fato terribile li attende, così le donne dovettero mettere la testa nei lacci una dopo l’altra e morire miserrimamente. I loro piedi si agitarono convulsi per un poco, ma non per molto.
Quanto a Melanzio, lo portarono attraverso il portico nel cortile interno. Là gli tagliarono il naso e le orecchie; gli strapparono le viscere e le diedero crude ai cani, e poi, nel loro furore, gli tagliarono le mani e i piedi.
Fatto ciò, si lavarono le mani e i piedi e rientrarono in casa, perché tutto era ormai finito; e Ulisse disse alla cara vecchia nutrice Euriclea: «Portami lo zolfo, che purifica ogni contaminazione, e portami anche il fuoco, perché io lo bruci e purifichi il portico. Va’ poi a dire a Penelope di venire qui con le sue ancelle, e anche tutte le serve che sono in casa.»
«Tutto ciò che hai detto è vero,» rispose Euriclea, «ma lascia che ti porti vesti pulite, una tunica e un mantello. Non tenere più addosso questi stracci. Non è giusto.»
«Prima accendimi un fuoco,» rispose Ulisse.
Ella portò il fuoco e lo zolfo, come egli le aveva ordinato, e Ulisse purificò a fondo il portico e i cortili, interno ed esterno. Poi ella entrò a chiamare le donne e a dire loro ciò che era accaduto; ed esse vennero dal loro appartamento con torce in mano e si strinsero intorno a Ulisse per abbracciarlo, baciandogli il capo e le spalle e prendendogli le mani. Ciò gli fece venire voglia di piangere, perché si ricordava di ciascuna di loro.