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Calipso — Ulisse giunge a Scheria su una zattera

L'Odissea · Homer · tradotto da Claude Opus

A beautiful nymph tends a fire in a vine-hung cave while a weathered bearded man sits on the rocky shore gazing sorrowfully out to sea.

E ora, mentre l’Aurora si levava dal suo giaciglio accanto a Titono — messaggera di luce per mortali e immortali — gli dèi si riunirono in concilio, e con loro Giove signore del tuono, che è il loro re. Allora Minerva cominciò a narrare loro le molte sofferenze di Ulisse, perché aveva pietà di lui, laggiù nella casa della ninfa Calipso.

«Padre Giove», disse, «e voi tutti altri dèi che vivete in beatitudine eterna, spero che non ci sia mai più un sovrano buono e ben disposto, né uno che governi con equità. Spero che siano tutti d’ora in poi crudeli e ingiusti, perché non c’è un solo suddito che non abbia dimenticato Ulisse, il quale li governava come se fosse loro padre. Eccolo, giace in grande pena in un’isola dove abita la ninfa Calipso, che non lo lascia andare; ed egli non può tornare alla sua patria, perché non trova né navi né marinai che lo portino oltre il mare. Inoltre, gente malvagia cerca ora di uccidere suo figlio unico, Telemaco, che torna da Pilo e da Lacedemone, dove è stato per vedere se poteva avere notizie di suo padre.»

«Che cosa dici, mia cara?» rispose il padre, «non l’hai mandato tu stessa laggiù, perché pensavi che avrebbe aiutato Ulisse a tornare a casa e a punire i pretendenti? Del resto sei perfettamente in grado di proteggere Telemaco e di vederlo giungere sano e salvo a casa, mentre i pretendenti dovranno tornare di corsa e in disordine senza averlo ucciso.»

Detto questo, disse a suo figlio Mercurio: «Mercurio, tu sei il nostro messaggero, va’ dunque a dire a Calipso che abbiamo decretato che il povero Ulisse torni a casa. Non sarà scortato né da dèi né da uomini, ma dopo un pericoloso viaggio di venti giorni su una zattera giungerà alla fertile Scheria, la terra dei Feaci, che sono stretti parenti degli dèi e lo onoreranno come se fosse uno di noi. Lo manderanno con una nave nel suo paese, e gli daranno più bronzo, oro e vesti di quanti ne avrebbe riportati da Troia, se avesse avuto tutta la sua parte di bottino e fosse tornato a casa senza sciagure. Così abbiamo stabilito che egli torni alla sua patria e ai suoi amici.»

Così parlò, e Mercurio, guida e custode, uccisore di Argo, fece come gli era stato detto. Subito si legò ai piedi i sandali d’oro scintillante con cui poteva volare come il vento sulla terra e sul mare. Prese la verga con cui sigilla gli occhi degli uomini nel sonno o li desta a suo piacimento, e volò tenendola in mano sopra la Pieria; poi scese in picchiata attraverso il firmamento finché giunse al livello del mare, di cui sfiorò le onde come un cormorano che vola pescando in ogni buca e angolo dell’oceano, e inzuppa il fitto piumaggio di spruzzi. Volò e volò sopra molte onde faticose, ma quando alla fine giunse all’isola che era la meta del suo viaggio, lasciò il mare e proseguì per terra finché giunse alla grotta dove abitava la ninfa Calipso.

La trovò in casa. Sul focolare ardeva un gran fuoco, e da lontano si sentiva il profumato fumo del cedro e del sandalo che bruciavano. Quanto a lei, era affaccendata al telaio, e faceva correre nell’ordito la spola d’oro cantando meravigliosamente. Intorno alla sua grotta c’era un fitto bosco di ontani, pioppi e cipressi odorosi, dove ogni sorta di grandi uccelli aveva fatto il nido — gufi, falchi e cornacchie marine ciarliere, che attendono alle loro faccende sulle acque. Una vite carica di grappoli era stata addestrata e cresceva rigogliosa intorno all’imboccatura della grotta; c’erano anche quattro ruscelli d’acqua corrente in canali scavati assai vicini fra loro e piegati qua e là in modo da irrigare le aiuole di viole e l’erba rigogliosa su cui scorrevano. Perfino un dio non poteva non lasciarsi incantare da un luogo così bello, e Mercurio si fermò a guardarlo; ma quando l’ebbe ammirato abbastanza entrò nella grotta.

Calipso lo riconobbe subito — perché gli dèi si conoscono tutti fra loro, per quanto lontano abitino l’uno dall’altro — ma Ulisse non era dentro; era sulla riva del mare, come di consueto, a guardare l’oceano sterile con le lacrime agli occhi, gemendo e spezzandosi il cuore per il dolore. Calipso fece sedere Mercurio e disse: «Perché sei venuto a vedermi, Mercurio — onorato e sempre benvenuto — dato che non mi visiti spesso? Di’ che cosa vuoi; lo farò subito per te se posso, e se si può fare; ma entra e lascia che ti offra un ristoro.»

Mentre parlava, trasse accanto a lui una tavola colma di ambrosia e gli mescolò del rosso nettare; così Mercurio mangiò e bevve a sazietà, e poi disse:

«Parliamo da dio a dea l’uno all’altra, e tu mi chiedi perché sono venuto qui, e io te lo dirò sinceramente, come desideri. Mi ha mandato Giove; non fu opera mia; chi mai potrebbe voler fare tutta questa strada sul mare, dove non ci sono città piene di gente che mi offra sacrifici o scelte ecatombi? Tuttavia dovevo venire, perché nessun altro di noi dèi può contrastare Giove, né trasgredire i suoi ordini. Egli dice che tu hai qui il più sventurato di tutti coloro che combatterono nove anni dinanzi alla città di re Priamo e fecero vela verso casa nel decimo anno dopo averla saccheggiata. Nel viaggio di ritorno peccarono contro Minerva, che sollevò contro di loro vento e onde, sicché tutti i suoi valorosi compagni perirono, ed egli solo fu portato qui dal vento e dalla marea. Giove dice che tu devi lasciare andare subito quest’uomo, perché è decretato che non perisca qui, lontano dai suoi, ma torni alla sua casa e al suo paese e riveda i suoi amici.»

Calipso tremò di rabbia nell’udire ciò: «Voi dèi», esclamò, «dovreste vergognarvi di voi stessi. Siete sempre gelosi e odiate vedere una dea prendersi d’affetto per un uomo mortale e vivere con lui in aperto matrimonio. Così, quando l’Aurora dalle dita di rosa amò Orione, voi, preziosi dèi, foste tutti furiosi finché Diana andò a ucciderlo in Ortigia. Così ancora, quando Cerere si innamorò di Iasione e si concesse a lui in un maggese arato tre volte, Giove ne venne a sapere non molto dopo e uccise Iasione con i suoi fulmini. E ora siete in collera anche con me perché ho qui un uomo. Trovai quella povera creatura seduta tutta sola a cavalcioni di una chiglia, perché Giove aveva colpito la sua nave con il fulmine e l’aveva affondata in mezzo all’oceano, sicché tutto il suo equipaggio era annegato, mentre egli stesso era stato spinto dal vento e dalle onde sulla mia isola. Mi affezionai a lui e lo curai, e avevo messo il cuore nel renderlo immortale, perché non invecchiasse mai per tutti i suoi giorni; tuttavia non posso contrastare Giove, né ridurre a nulla i suoi disegni; perciò, se egli insiste, l’uomo riparta di nuovo oltre i mari; ma io non posso mandarlo da nessuna parte, perché non ho né navi né uomini che possano condurlo. Tuttavia gli darò volentieri, in tutta buona fede, i consigli che probabilmente lo porteranno sano e salvo nel suo paese.»

«Allora mandalo via», disse Mercurio, «o Giove si adirerà con te e ti punirà.»

Detto ciò prese congedo, e Calipso uscì in cerca di Ulisse, perché aveva udito il messaggio di Giove. Lo trovò seduto sulla spiaggia, con gli occhi sempre colmi di lacrime, che moriva di pura nostalgia di casa; perché si era stancato di Calipso, e sebbene fosse costretto a dormire con lei nella grotta la notte, era lei, non lui, a volerlo. Quanto al giorno, lo trascorreva sulle rocce e sulla riva del mare, piangendo, gridando forte la sua disperazione e guardando sempre il mare. Calipso gli si avvicinò allora e disse:

«Mio povero amico, non rimarrai qui più a lungo a rodendoti nel dolore e a consumare la tua vita. Ti manderò via di mia spontanea volontà; va’ dunque, taglia alcune travi di legno e costruisciti una grande zattera con un ponte superiore, affinché ti porti sicuro sul mare. Metterò a bordo pane, vino e acqua per salvarti dalla fame. Ti darò anche vesti, e ti manderò un vento favorevole che ti porti a casa, se gli dèi del cielo lo vorranno — perché ne sanno più di me di queste cose, e possono decidere meglio di me.»

Ulisse rabbrividì nell’udirla. «Ora, dea», rispose, «c’è sotto qualcosa; non puoi davvero intendere di aiutarmi a tornare a casa, se mi inviti a fare una cosa così terribile come prendere il mare su una zattera. Nemmeno una nave ben equipaggiata con vento favorevole potrebbe avventurarsi in un viaggio così lungo: nulla di ciò che puoi dire o fare mi indurrà a salire su una zattera, a meno che tu non giuri solennemente che non intendi farmi alcun male.»

Calipso sorrise a queste parole e lo accarezzò con la mano: «Sai molte cose», disse, «ma qui ti sbagli del tutto. Mi siano testimoni il cielo di sopra e la terra di sotto, con le acque del fiume Stige — ed è questo il giuramento più solenne che un dio beato possa fare — che non intendo farti alcun male, e ti consiglio soltanto di fare esattamente ciò che farei io stessa al tuo posto. Mi comporto con te in tutta schiettezza; il mio cuore non è fatto di ferro, e ho molta pena di te.»

Quando ebbe così parlato, si mise rapidamente a guidarlo, e Ulisse seguì le sue orme; così i due, dea e uomo, andarono avanti e avanti finché giunsero alla grotta di Calipso, dove Ulisse prese il seggio che Mercurio aveva appena lasciato. Calipso pose dinanzi a lui carne e bevanda, del cibo che mangiano i mortali; ma le sue ancelle portarono per lei ambrosia e nettare, ed essi stesero le mani sulle buone cose che stavano loro dinanzi. Quando si furono soddisfatti di cibo e di bevanda, Calipso parlò, dicendo:

«Ulisse, nobile figlio di Laerte, vuoi dunque partire subito per la tua terra? Buona fortuna ti accompagni, ma se tu potessi sapere quanta sofferenza ti attende prima di tornare al tuo paese, resteresti dove sei, terresti casa con me e lasceresti che ti renda immortale, per quanto tu sia ansioso di vedere questa tua moglie, a cui pensi continuamente giorno dopo giorno; eppure mi lusingo di non essere in nulla meno alta o bella di lei, perché non è da aspettarsi che una donna mortale possa competere in bellezza con un’immortale.»

«Dea», rispose Ulisse, «non adirarti con me per questo. So benissimo che mia moglie Penelope non è affatto così alta né così bella come te. Ella è soltanto una donna, mentre tu sei un’immortale. Nondimeno voglio tornare a casa, e non so pensare ad altro. Se qualche dio mi farà naufragare mentre sono in mare, lo sopporterò e ne trarrò il meglio. Ho già avuto infinite pene per terra e per mare, perciò questa vada con le altre.»

Ben presto il sole tramontò e si fece buio, onde i due si ritirarono nella parte interna della grotta e andarono a letto.

Quando apparve la figlia del mattino, l’Aurora dalle dita di rosa, Ulisse indossò la camicia e il mantello, mentre la dea portava una veste di leggero tessuto sottile, finissima e graziosa, con una bella cintura d’oro intorno alla vita e un velo a coprirle il capo. Si mise subito a pensare come potesse affrettare il cammino di Ulisse. Gli diede dunque una grande ascia di bronzo adatta alle sue mani; era affilata da entrambi i lati e vi era saldamente innestato un bel manico di legno d’ulivo. Gli diede anche una scure acuta, e poi lo guidò all’estremità opposta dell’isola, dove crescevano gli alberi più grandi — ontano, pioppo e pino, che toccavano il cielo — assai secchi e stagionati, in modo da navigare leggeri per lui sull’acqua. Poi, dopo avergli mostrato dove crescevano i migliori alberi, Calipso tornò a casa, lasciandolo a tagliarli, cosa che egli ebbe presto finito. Abbatté venti alberi in tutto e li lisciò con la scure, squadrandoli a regola d’arte, da buon artigiano. Intanto Calipso tornò con dei trivelli, ed egli vi forò i legni e li assemblò con caviglie e chiodi. Fece la zattera larga quanto un abile carpentiere navale fa la larghezza di una grande nave, e fissò un ponte sopra le costole, e vi corse intorno un parapetto. Fece anche un albero con un pennone, e un timone per governare. Recinse la zattera tutt’intorno con graticci di vimini a protezione dalle onde, e poi vi gettò sopra una quantità di legna. Poco dopo Calipso gli portò del lino per le vele, e anche queste egli fece egregiamente, assicurandole con bracci e scotte. Infine, con l’aiuto di leve, trasse la zattera giù nell’acqua.

In quattro giorni aveva compiuto l’intero lavoro, e il quinto Calipso lo congedò dall’isola dopo averlo lavato e avergli dato vesti pulite. Gli diede un otre di pelle di capra pieno di vino nero, e un altro più grande d’acqua; gli diede anche una bisaccia piena di provviste, e lo fornì di molta buona carne. Inoltre rese il vento favorevole e tiepido per lui, e con gioia Ulisse spiegò dinanzi ad esso la vela, mentre sedeva e guidava abilmente la zattera col timone. Non chiuse mai gli occhi, ma li tenne fissi sulle Pleiadi, su Boote che tramonta tardi e sull’Orsa — che gli uomini chiamano anche il Carro, e che gira e rigira sul proprio posto, di fronte a Orione, e sola non si tuffa mai nella corrente di Oceano — perché Calipso gli aveva detto di tenerla alla sua sinistra. Per diciassette giorni navigò sul mare, e il diciottesimo apparvero i vaghi contorni dei monti della parte più vicina della costa dei Feaci, che si levavano come uno scudo all’orizzonte.

Ma il re Nettuno, che tornava dagli Etiopi, scorse Ulisse da lontano, dai monti dei Solimi. Lo vide navigare sul mare, e ne fu assai adirato; scosse dunque il capo e borbottò fra sé: «Santo cielo, gli dèi hanno dunque mutato parere su Ulisse mentre ero lontano in Etiopia, ed ora egli è vicino alla terra dei Feaci, dove è decretato che sfugga alle calamità che lo hanno colpito. Tuttavia avrà ancora fatiche in abbondanza prima di averne finito.»

Così dicendo radunò le sue nubi, afferrò il tridente, lo agitò nel mare e destò l’ira di ogni vento che soffia, finché terra, mare e cielo furono nascosti dalle nubi e la notte balzò fuori dal firmamento. I venti di levante, di mezzogiorno, di settentrione e di ponente si abbatterono su di lui tutti nello stesso tempo, e si levò un mare tremendo, sicché il cuore di Ulisse cominciò a venirgli meno. «Ahimè», disse fra sé nel suo sgomento, «che mai sarà di me? Temo che Calipso avesse ragione quando disse che avrei avuto pene per mare prima di tornare a casa. Tutto si sta avverando. Come rende nero Giove il cielo con le sue nubi, e che mare sollevano i venti da ogni parte a un tempo. Ormai sono certo di perire. Beati e tre volte beati i Danai che caddero dinanzi a Troia per la causa dei figli di Atreo. Fossi stato ucciso il giorno in cui i Troiani mi incalzavano tanto duramente intorno al corpo morto di Achille, perché allora avrei avuto la dovuta sepoltura e gli Achei avrebbero onorato il mio nome; ma ora pare che io farò una fine miserevolissima.»

Mentre parlava, un’onda si abbatté su di lui con tale terribile furia che la zattera barcollò di nuovo ed egli fu trascinato fuori bordo, molto lontano. Lasciò il timone, e la forza dell’uragano fu così grande che spezzò l’albero a mezza altezza, e vela e pennone caddero in mare. Per lungo tempo Ulisse rimase sott’acqua, e gli fu quasi impossibile risalire in superficie, perché le vesti che Calipso gli aveva dato lo trascinavano a fondo; ma alla fine riuscì a portare la testa fuori dell’acqua e sputò l’amara salsedine che gli scorreva sul viso in rivoli. Nonostante tutto ciò, tuttavia, non perse di vista la sua zattera, ma nuotò quanto più velocemente poté verso di essa, l’afferrò e vi risalì a bordo per sfuggire all’annegamento. Il mare prese la zattera e la sbatté qua e là come i venti d’autunno fanno turbinare il pappo dei cardi su una strada. Era come se i venti di mezzogiorno, di settentrione, di levante e di ponente la rimandassero tutti insieme come una pallina in un gioco di volano.

A bearded man clings to the shattered timbers of a wrecked raft amid towering black waves and lashing spray under a wrathful storm sky.

Mentre era in tale frangente, Ino figlia di Cadmo, detta anche Leucotea, lo vide. Un tempo era stata una semplice mortale, ma da allora era stata elevata al rango di dea marina. Vedendo in quale grande angustia fosse ora Ulisse, ebbe compassione di lui, e, levandosi come un gabbiano dalle onde, prese posto sulla zattera.

«Mio povero buon uomo», disse, «perché Nettuno è così furiosamente in collera con te? Ti dà molti guai, ma per tutto il suo infuriare non ti ucciderà. Sembri persona assennata, fa’ dunque come ti dico; spogliati, lascia la tua zattera andare alla deriva col vento, e nuota verso la costa dei Feaci, dove ti attende miglior sorte. E qui, prendi il mio velo e avvolgilo intorno al petto; è incantato, e non potrai patire alcun male finché lo porterai. Appena toccherai terra, toglilo, gettalo indietro in mare più lontano che puoi, e poi vattene.» Con queste parole si tolse il velo e glielo diede. Poi si tuffò di nuovo come un gabbiano e svanì sotto le acque azzurro scuro.

Ma Ulisse non sapeva che pensare. «Ahimè», disse fra sé nel suo sgomento, «questo è soltanto uno degli dèi che mi attira alla rovina consigliandomi di lasciare la zattera. In ogni caso non lo farò per ora, perché la terra dove ella disse che sarei stato libero da tutte le pene sembrava ancora assai lontana. So che cosa farò — sono certo che sarà il meglio — qualunque cosa accada, resterò attaccato alla zattera finché le sue travi reggeranno insieme, ma quando il mare la spezzerà, mi darò al nuoto; non vedo come potrei far meglio di così.»

Mentre era così indeciso, Nettuno mandò una terribile, enorme ondata che parve ergersi sopra il suo capo finché si infranse proprio sulla zattera, che andò allora in pezzi come un mucchio di paglia secca sbattuto da un turbine. Ulisse montò a cavalcioni di un’asse e vi cavalcò come se fosse a cavallo; poi si tolse le vesti che Calipso gli aveva dato, si legò il velo di Ino sotto le braccia e si tuffò nel mare — con l’intenzione di nuotare fino a riva. Il re Nettuno lo osservò mentre lo faceva, scosse il capo e borbottò fra sé: «Ecco, nuota su e giù come meglio puoi finché non incontrerai gente facoltosa. Non credo che potrai dire che ti ho lasciato andare troppo a buon mercato.» Detto ciò sferzò i suoi cavalli e andò a Ege, dove si trova il suo palazzo.

Ma Minerva decise di aiutare Ulisse, e perciò legò le vie di tutti i venti tranne uno, e li fece giacere del tutto quieti; ma destò una buona brezza vigorosa da settentrione, che placasse le acque finché Ulisse non raggiungesse la terra dei Feaci, dove sarebbe stato al sicuro.

Allora galleggiò per due notti e due giorni nell’acqua, con un grosso moto ondoso sul mare e la morte che lo fissava in volto; ma quando spuntò il terzo giorno, il vento cadde e vi fu una calma piatta, senza che si muovesse nemmeno un soffio d’aria. Mentre si levava sull’onda, guardò avanti con ansia e scorse la terra assai vicina. Allora, come i figli gioiscono quando il loro caro padre comincia a migliorare dopo aver a lungo sopportato una dura afflizione mandatagli da qualche spirito irato, ma gli dèi lo liberano dal male, così Ulisse fu grato quando rivide la terra e gli alberi, e nuotò con tutta la sua forza per poter ancora una volta posare il piede sull’asciutto. Quando, però, fu a portata d’udito, cominciò a sentire i frangenti tuonare contro le rocce, perché l’onda si infrangeva ancora su di esse con un fragore terribile. Tutto era avvolto dagli spruzzi; non c’erano porti dove una nave potesse stare all’ancora, né riparo di alcun genere, ma solo promontori, scogli bassi e cime di monti.

Il cuore di Ulisse cominciò allora a venirgli meno, e disse disperato fra sé: «Ahimè, Giove mi ha lasciato vedere la terra dopo aver nuotato tanto che avevo perduto ogni speranza, ma non trovo luogo dove approdare, perché la costa è rocciosa e battuta dai frangenti, gli scogli sono lisci e si ergono a picco dal mare, con acqua profonda proprio sotto di essi, sicché non posso salire per mancanza d’appiglio. Temo che qualche grande onda mi sollevi di peso e mi sbatta contro gli scogli mentre lascio l’acqua — il che sarebbe un ben misero approdo. Se invece nuoto più oltre in cerca di qualche spiaggia digradante o di un porto, un uragano può riportarmi al largo, assai contro la mia volontà, oppure il cielo può mandare qualche gran mostro degli abissi ad assalirmi; perché Anfitrite ne alleva molti simili, e so che Nettuno è molto in collera con me.»

Mentre era così indeciso, un’onda lo afferrò e lo scagliò con tale violenza contro gli scogli che sarebbe stato fracassato e fatto a brani, se Minerva non gli avesse mostrato che cosa fare. Afferrò la roccia con ambo le mani e vi si aggrappò gemendo di dolore finché l’onda si ritirò, e così fu salvo quella volta; ma ben presto l’onda tornò e lo riportò con sé lontano nel mare — straziandogli le mani come si strappano le ventose di un polipo quando qualcuno lo strappa dal suo giaciglio e vengono su insieme anche i sassi — così le rocce gli strapparono la pelle dalle forti mani, e poi l’onda lo trasse giù in profondità sotto l’acqua.

Qui il povero Ulisse sarebbe certamente perito, perfino a dispetto del suo destino, se Minerva non lo avesse aiutato a mantenere la presenza di spirito. Nuotò di nuovo verso il largo, fuori della portata dei frangenti che battevano contro la terra, e al tempo stesso continuò a guardare verso la costa per vedere se potesse trovare qualche rifugio, o una lingua di terra che rompesse le onde di sbieco. Poco dopo, nuotando, giunse alla foce di un fiume, e qui pensò che fosse il posto migliore, perché non c’erano scogli e offriva riparo dal vento. Sentì che vi era una corrente, e pregò dentro di sé dicendo:

«Ascoltami, o Re, chiunque tu sia, e salvami dall’ira del dio del mare Nettuno, perché mi accosto a te supplichevole. Chiunque abbia smarrito la via ha in ogni tempo un diritto anche sugli dèi, perciò nella mia angoscia mi avvicino alla tua corrente e mi stringo alle ginocchia della tua maestà fluviale. Abbi pietà di me, o re, perché mi dichiaro tuo supplice.»

Allora il dio trattenne la sua corrente e placò le onde, facendo calma ogni cosa dinanzi a lui e conducendolo sano e salvo alla foce del fiume. Qui alla fine le ginocchia e le forti mani di Ulisse gli vennero meno, perché il mare lo aveva interamente fiaccato. Il suo corpo era tutto gonfio, e dalla bocca e dalle narici gli colava l’acqua di mare come un fiume, sicché non poteva né respirare né parlare, e giaceva svenuto per puro esaurimento; poco dopo, quando ebbe ripreso fiato e fu tornato in sé, si tolse il velo che Ino gli aveva dato e lo gettò indietro nella corrente salata del fiume, ed Ino lo ricevette fra le mani dall’onda che lo portava verso di lei. Poi lasciò il fiume, si distese fra i giunchi e baciò la generosa terra.

«Ahimè», gridò fra sé nel suo sgomento, «che mai sarà di me, e come finirà tutto questo? Se resto qui sul letto del fiume durante le lunghe veglie della notte, sono così sfinito che il freddo pungente e l’umidità potrebbero porre fine a me — perché verso l’alba soffierà un vento tagliente dal fiume. Se invece salgo il fianco della collina, trovo riparo nei boschi e dormo in qualche macchia, potrei scampare al freddo e avere un buon riposo notturno, ma qualche belva feroce potrebbe approfittarne e divorarmi.»

Alla fine giudicò meglio rifugiarsi nei boschi, e ne trovò uno su un’altura non lontana dall’acqua. Là si insinuò sotto due polloni d’ulivo che crescevano da un unico ceppo — l’uno un rampollo non innestato, l’altro invece innestato. Nessun vento, per quanto burrascoso, poteva penetrare la copertura che offrivano, né i raggi del sole trapassarli, né la pioggia attraversarli, tanto si erano intrecciati l’uno all’altro. Ulisse si insinuò sotto di essi e cominciò a prepararsi un giaciglio, perché lì intorno c’era una gran lettiera di foglie morte — abbastanza da fare una coperta per due o tre uomini anche nel duro tempo invernale. Fu ben contento di vederla, e si coricò e ammucchiò le foglie tutt’intorno a sé. Poi, come chi vive solo in campagna, lontano da ogni vicino, nasconde un tizzone come seme di fuoco sotto la cenere per risparmiarsi di dover cercare altrove una fiamma, così Ulisse si coprì di foglie; e Minerva gli versò un dolce sonno sugli occhi, gli chiuse le palpebre e gli fece perdere ogni memoria dei suoi dolori.