
Così qui Ulisse dormì, vinto dal sonno e dalla fatica; ma Minerva andò nel paese e nella città dei Feaci — un popolo che un tempo abitava nella bella città di Iperea, vicino ai Ciclopi senza legge. Ora i Ciclopi erano più forti di loro e li depredavano, perciò il loro re Nausitoo li trasferì di là e li stabilì a Scheria, lontano da tutti gli altri popoli. Cinse la città di un muro, costruì case e templi e divise le terre fra il suo popolo; ma egli era morto e disceso nella casa di Ade, e ora regnava il re Alcinoo, i cui consigli erano ispirati dal cielo. Alla sua casa dunque si affrettò Minerva per favorire il ritorno di Ulisse.
Andò dritta alla camera da letto riccamente ornata in cui dormiva una fanciulla bella come una dea, Nausicaa, figlia del re Alcinoo. Due ancelle dormivano accanto a lei, entrambe assai graziose, una per lato della porta, che era chiusa da battenti ben fatti. Minerva prese le sembianze della figlia del celebre capitano di mare Dimante, che era amica del cuore di Nausicaa e della sua stessa età; poi, avvicinandosi al capezzale della fanciulla come un soffio di vento, si librò sopra il suo capo e disse:
«Nausicaa, che cosa mai ha fatto tua madre per avere una figlia così pigra? Ecco le tue vesti, tutte in disordine, eppure stai per sposarti quasi subito, e dovresti non solo essere ben vestita tu stessa, ma procurare buone vesti anche a coloro che ti accompagnano. Questo è il modo di farti un buon nome e di rendere orgogliosi tuo padre e tua madre. Supponiamo dunque di fare di domani un giorno di bucato, e di partire allo spuntar del giorno. Verrò ad aiutarti, così potrai avere tutto pronto al più presto, perché tutti i migliori giovani fra la tua gente ti corteggiano, e non rimarrai fanciulla ancora per molto. Chiedi dunque a tuo padre di farci trovare pronto all’alba un carro con i muli, per portare i tappeti, le vesti e le cinture, e potrai andare anche tu in carro, il che sarà assai più piacevole per te che andare a piedi, perché le vasche per il bucato sono a una certa distanza dalla città.»
Detto ciò Minerva se ne andò all’Olimpo, che dicono sia la dimora eterna degli dèi. Qui nessun vento batte con violenza, né pioggia né neve possono cadere; ma vi dimora un sole eterno e una grande pace di luce, in cui gli dèi beati sono illuminati nei secoli dei secoli. Questo era il luogo in cui la dea andò dopo aver dato le istruzioni alla fanciulla.
Poco dopo venne il mattino e svegliò Nausicaa, che cominciò a interrogarsi sul suo sogno; andò dunque all’altra estremità della casa per raccontare tutto a suo padre e a sua madre, e li trovò nella loro stanza. Sua madre sedeva accanto al fuoco filando la sua lana purpurea con le ancelle intorno, ed ella riuscì a raggiungere suo padre proprio mentre usciva per assistere a una riunione del consiglio cittadino, che gli anziani dei Feaci avevano convocato. Lo fermò e disse:
«Caro papà, potresti farmi avere un bel carro grande? Voglio portare al fiume tutte le nostre vesti sporche e lavarle. Tu sei il primo uomo di qui, perciò è giusto che tu abbia una camicia pulita quando assisti alle riunioni del consiglio. Inoltre, hai a casa cinque figli, due dei quali sposati, mentre gli altri tre sono scapoli di bell’aspetto; sai che amano sempre avere biancheria pulita quando vanno a un ballo, e io ho pensato a tutto questo.»
Non disse parola delle proprie nozze, perché non le piaceva farlo, ma suo padre capì e disse: «Avrai i muli, amor mio, e quanto altro desideri. Vattene pure, e gli uomini ti procureranno un buon carro solido con una cassa che contenga tutte le tue vesti.»
Detto ciò diede i suoi ordini ai servi, che trassero fuori il carro, bardarono i muli e li aggiogarono, mentre la fanciulla portava giù le vesti dal guardaroba e le collocava sul carro. Sua madre le preparò un canestro di provviste con ogni sorta di cose buone, e un otre di pelle di capra pieno di vino; la fanciulla salì ora sul carro, e sua madre le diede anche un’ampolla d’oro d’olio, perché ella e le sue donne potessero ungersi. Poi prese la frusta e le redini e incitò i muli, ed essi partirono, e i loro zoccoli risuonarono sulla strada. Tirarono senza posa, e portarono non solo Nausicaa e il suo bucato, ma anche le ancelle che erano con lei.
Giunte presso l’acqua, andarono alle vasche per il bucato, nelle quali scorreva sempre acqua pura abbastanza per lavare qualunque quantità di biancheria, per quanto sporca. Qui sciolsero i muli e li lasciarono pascolare sull’erba dolce e succosa che cresceva lungo l’acqua. Tolsero le vesti dal carro, le misero nell’acqua e gareggiarono fra loro a calpestarle nelle vasche per toglierne lo sporco. Dopo che le ebbero lavate e rese ben pulite, le stesero lungo la riva del mare, dove le onde avevano sollevato un alto argine di ghiaia, e si misero a lavarsi e a ungersi con olio d’ulivo. Poi pranzarono accanto alla corrente, e attesero che il sole finisse di asciugare le vesti. Quando ebbero finito di pranzare, si tolsero i veli che coprivano il capo e cominciarono a giocare a palla, mentre Nausicaa cantava per loro. Come la cacciatrice Diana si avvia sui monti del Taigeto o dell’Erimanto a cacciare cinghiali o cervi, e le ninfe dei boschi, figlie di Giove egioco, si divertono insieme a lei (e Latona è allora orgogliosa di vedere sua figlia alta una testa più delle altre, e oscurare le più belle in tutta una schiera di bellezze), così la fanciulla superava in splendore le sue ancelle.
Quando fu tempo per loro di avviarsi verso casa, e piegavano le vesti e le riponevano sul carro, Minerva cominciò a considerare come Ulisse dovesse svegliarsi e vedere la bella fanciulla che doveva condurlo alla città dei Feaci. La fanciulla dunque lanciò una palla a una delle ancelle, la quale la mancò, e la palla cadde in acqua profonda. A ciò tutte gridarono, e il rumore che fecero svegliò Ulisse, il quale si levò a sedere sul suo letto di foglie e cominciò a chiedersi che cosa mai fosse.
«Ahimè», disse fra sé, «fra che razza di gente sono capitato? Sono crudeli, selvaggi e incivili, o ospitali e umani? Mi pare di udire voci di giovani donne, e suonano come quelle delle ninfe che frequentano le cime dei monti, o le sorgenti dei fiumi e i prati di erba verde. In ogni caso sono fra una stirpe di uomini e di donne. Proviamo se riesco a ottenere di dar loro un’occhiata.»
Detto questo, uscì strisciando di sotto al suo cespuglio e spezzò un ramo coperto di fitte foglie per nascondere la propria nudità. Pareva un leone selvatico che s’aggira superbo della sua forza, sfidando il vento e la pioggia; gli occhi gli lampeggiano mentre va in cerca di buoi, di pecore o di cervi, perché è affamato e oserebbe irrompere persino in un ovile ben chiuso per giungere alle pecore: tale apparve Ulisse alle giovani, quando s’avvicinò loro così nudo com’era, poiché era in grande bisogno. Alla vista d’un uomo così malconcio e così lordo di salsedine, le altre fuggirono a precipizio lungo le lingue di terra che si protendevano nel mare, ma la figlia di Alcinoo rimase salda, perché Minerva le aveva messo coraggio nel cuore e ne aveva tolto ogni timore. Ella si fermò proprio davanti a Ulisse, ed egli stette in dubbio se avvicinarsi a lei, gettarsi ai suoi piedi e abbracciarle le ginocchia da supplice, oppure restare dov’era e pregarla di dargli qualche veste e d’indicargli la via della città. Alla fine giudicò meglio supplicarla da lontano, per timore che la fanciulla si offendesse se si fosse accostato tanto da stringerle le ginocchia; così le rivolse parole dolci e persuasive.

«O regina», disse, «imploro il tuo aiuto; ma dimmi, sei una dea o sei una donna mortale? Se sei una dea e dimori nel cielo, non posso che congetturare che tu sia Diana, figlia di Giove, perché il tuo volto e la tua figura non somigliano ad altri che a lei; se invece sei una mortale e vivi sulla terra, tre volte felici sono tuo padre e tua madre, tre volte felici anche i tuoi fratelli e le tue sorelle; come devono sentirsi orgogliosi e lieti quando vedono un così bel rampollo come te andare a una danza; ma più felice di tutti sarà colui i cui doni nuziali saranno stati i più ricchi e che ti condurrà a casa sua. Non ho mai visto alcuno così bello, né uomo né donna, e rimango smarrito d’ammirazione guardandoti. Posso paragonarti soltanto a una giovane palma che vidi a Delo, cresciuta presso l’altare di Apollo; perché anch’io ero là, con molta gente al mio seguito, quando feci quel viaggio che è stato la sorgente di tutte le mie sventure. Mai spuntò dal suolo un virgulto come quello, e io l’ammirai e ne restai stupito proprio come ora ammiro e mi stupisco di te. Non oso abbracciarti le ginocchia, ma sono in grande angoscia; ieri compiva il ventesimo giorno che andavo sballottato sul mare. I venti e le onde mi hanno portato fin qui dall’isola Ogigia, e ora il fato mi ha gettato su questa costa perché io soffra ancora di più; non credo infatti d’esser giunto alla fine dei miei patimenti, anzi penso che il cielo mi riservi ancora molti mali.
«E ora, o regina, abbi pietà di me, perché sei la prima persona che ho incontrato e non conosco nessun altro in questo paese. Indicami la via della tua città e dammi qualcosa, se ne hai portato, in cui avvolgermi, magari quello che usavi per i tuoi panni. Il cielo ti conceda in ogni cosa ciò che il tuo cuore desidera: marito, casa e una dimora felice e tranquilla; perché non c’è nulla di meglio, a questo mondo, che marito e moglie vivano d’un solo animo in una casa. Ciò sconforta i loro nemici, rallegra il cuore dei loro amici, ed essi stessi ne sanno più di chiunque altro.»
A ciò Nausicaa rispose: «Straniero, sembri una persona assennata e ben disposta. Non c’è modo di spiegare la sorte; Giove dispensa la prosperità a ricchi e poveri secondo il suo capriccio, perciò devi prendere ciò che ha creduto bene di mandarti e trarne il meglio. Ora però che sei venuto in questo nostro paese, non ti mancheranno né vesti né altro di quanto uno straniero in difficoltà può ragionevolmente aspettarsi. Ti mostrerò la via della città e ti dirò il nome del nostro popolo: siamo detti Feaci, e io sono figlia di Alcinoo, nelle cui mani sta tutto il potere dello stato.»
Poi chiamò le sue ancelle e disse: «Restate dove siete, ragazze. Non riuscite a vedere un uomo senza fuggire da lui? Lo scambiate per un ladro o per un assassino? Né lui né alcun altro può venire qui a far del male a noi Feaci, perché siamo cari agli dèi e viviamo appartati in una terra estrema che si protende nel mare risonante, e non abbiamo nulla a che fare con altri popoli. Questo è soltanto un povero uomo che ha smarrito la strada, e dobbiamo essere gentili con lui, perché gli stranieri e i forestieri in difficoltà sono sotto la protezione di Giove, e accettano quel che trovano e ne sono grati; dunque, ragazze, date da mangiare e da bere al poveretto e lavatelo nel ruscello in un luogo riparato dal vento.»
A queste parole le ancelle smisero di fuggire e presero a richiamarsi l’una con l’altra. Fecero sedere Ulisse al riparo, come Nausicaa aveva loro detto, e gli portarono una camicia e un mantello. Gli portarono anche la piccola ampolla d’oro dell’olio, e gli dissero di andare a lavarsi nel ruscello. Ma Ulisse disse: «Giovani donne, vi prego, state un poco in disparte, perché io possa lavarmi la salsedine dalle spalle e ungermi d’olio; è passato molto tempo da quando la mia pelle ha avuto una goccia d’olio. Non posso lavarmi finché restate tutte lì in piedi. Mi vergogno di spogliarmi davanti a tante belle giovani.»
Allora si tirarono da parte e andarono a riferire alla fanciulla, mentre Ulisse si lavava nel ruscello e si strofinava via la salsedine dalla schiena e dalle larghe spalle. Quando si fu ben lavato e si fu tolto la salsedine dai capelli, si unse d’olio e indossò le vesti che la fanciulla gli aveva dato; Minerva allora lo fece apparire più alto e più forte di prima, gli fece anche crescere folti i capelli sulla sommità del capo e ricadere in riccioli simili a fiori di giacinto; lo cosparse di gloria sul capo e sulle spalle, come un abile artefice, che ha appreso ogni arte da Vulcano e da Minerva, arricchisce d’oro un oggetto d’argento con la doratura, e la sua opera è piena di bellezza. Poi andò a sedersi un poco discosto sulla spiaggia, con aspetto giovane e bello, e la fanciulla lo guardava con ammirazione; poi disse alle sue ancelle:
«Zitte, mie care, ché voglio dirvi una cosa. Credo che gli dèi che abitano nel cielo abbiano mandato quest’uomo ai Feaci. Quando lo vidi la prima volta lo trovai dimesso, ma ora il suo aspetto è come quello degli dèi che dimorano nel cielo. Vorrei che il mio futuro marito fosse proprio come lui, se solo volesse restare qui e non desiderasse andarsene. Ad ogni modo, dategli da mangiare e da bere.»
Fecero come era stato loro detto e posero il cibo dinanzi a Ulisse, che mangiò e bevve avidamente, perché da molto tempo non aveva toccato cibo di alcun genere. Intanto Nausicaa pensò a un’altra faccenda. Fece piegare la biancheria e la collocò sul carro, poi aggiogò i muli e, mentre prendeva posto, chiamò Ulisse:
«Straniero», disse, «alzati e torniamo alla città; ti presenterò nella casa del mio eccellente padre, dove ti assicuro che incontrerai i migliori tra i Feaci. Ma bada di fare come ti dico, perché mi sembri una persona assennata. Finché passiamo accanto ai campi e alle terre coltivate, segui di buon passo il carro insieme con le ancelle, e io stessa ti farò strada. Presto però giungeremo alla città, dove vedrai un alto muro che la circonda tutta, e un buon porto su ciascun lato con uno stretto ingresso verso la città, e le navi saranno tirate in secco lungo la strada, perché ognuno ha un posto dove può riposare la propria nave. Vedrai la piazza del mercato con un tempio di Nettuno nel mezzo, lastricata di grandi pietre infisse nella terra. Qui la gente tratta ogni sorta d’attrezzi navali, come gomene e vele, e qui sono anche i luoghi dove si fabbricano i remi, perché i Feaci non sono un popolo d’arcieri; non sanno nulla d’archi e di frecce, ma sono gente di mare e vanno fieri dei loro alberi, dei loro remi e delle loro navi, con le quali viaggiano lontano sul mare.
«Temo le chiacchiere e lo scandalo che potrebbero sollevarsi contro di me più tardi; perché la gente di qui è molto malevola, e qualche tipo volgare, se ci incontrasse, potrebbe dire: “Chi è questo bell’ospite che va in giro con Nausicaa? Dove l’ha trovato? Suppongo che stia per sposarlo. Forse è un marinaio vagabondo che ha preso da qualche nave straniera, perché non abbiamo vicini; o forse qualche dio è finalmente sceso dal cielo in risposta alle sue preghiere, ed ella vivrà con lui tutto il resto della vita. Sarebbe bene che se ne andasse e si trovasse un marito altrove, perché non vuol guardare nessuno dei tanti eccellenti giovani Feaci che sono innamorati di lei.” Questo è il genere di biasimo che si farebbe di me, e non potrei lamentarmene, perché anch’io mi scandalizzerei nel vedere un’altra fanciulla fare altrettanto e andare con uomini a dispetto di tutti, mentre il padre e la madre sono ancora vivi, e senza essersi sposata al cospetto di tutto il mondo.
«Se dunque vuoi che mio padre ti dia una scorta e ti aiuti a tornare a casa, fa’ come ti dico; vedrai presso la strada un bel boschetto di pioppi, sacro a Minerva; vi è una fonte e tutt’intorno un prato. Qui mio padre possiede un campo di ricco terreno da giardino, lontano dalla città quanto può arrivare la voce d’un uomo. Siediti là e aspetta un poco, finché noi altre potremo entrare in città e raggiungere la casa di mio padre. Poi, quando penserai che l’abbiamo fatto, vieni in città e chiedi la via della casa di mio padre Alcinoo. Non avrai difficoltà a trovarla; qualunque bambino te la indicherà, perché nessun altro in tutta la città ha una casa bella come la sua. Quando avrai oltrepassato le porte e attraversato il cortile esterno, va’ dritto attraverso il cortile interno finché giungerai da mia madre. La troverai seduta accanto al fuoco, intenta a filare la sua lana di porpora alla luce delle fiamme. È un bel vedere quando sta appoggiata a una delle colonne portanti con le ancelle schierate dietro di lei. Vicino al suo seggio sta quello di mio padre, sul quale siede a trincare come un dio immortale. Non badare a lui, ma va’ da mia madre e posale le mani sulle ginocchia, se vuoi tornare presto a casa. Se riuscirai a conquistarla, potrai sperare di rivedere la tua terra, per quanto lontana sia.»
Così dicendo frustò i muli con la sferza ed essi lasciarono il fiume. I muli tiravano bene, e i loro zoccoli battevano sulla strada. Ella badava a non andare troppo in fretta per Ulisse e le ancelle che seguivano a piedi insieme col carro, e perciò usava la frusta con giudizio. Al calar del sole giunsero al bosco sacro di Minerva, e là Ulisse si sedette e pregò la possente figlia di Giove.
«Ascoltami», gridò, «figlia di Giove egioco, instancabile, ascoltami ora, perché non desti ascolto alle mie preghiere quando Nettuno mi sfracellava. Ora dunque abbi pietà di me e concedi che io trovi amici e sia accolto con ospitalità dai Feaci.»
Così pregò, e Minerva udì la sua preghiera, ma non volle mostrarsi a lui apertamente, perché temeva suo zio Nettuno, che era ancora furioso nei suoi sforzi per impedire a Ulisse di tornare a casa.