
giunsero alla città di Lacedemone, posta in basso, dove si diressero dritti alla dimora di Menelao [e lo trovarono nella sua casa, intento a banchettare con i suoi molti parenti in onore delle nozze di suo figlio e di sua figlia, che dava in sposa al figlio di quel valoroso guerriero Achille. Aveva dato il suo consenso e gliel'aveva promessa mentre era ancora a Troia, e ora gli dei compivano le nozze; così la mandava con cocchi e cavalli alla città dei Mirmidoni, sui quali regnava il figlio di Achille. Per il suo unico figlio aveva trovato una sposa spartana, figlia di Alettore. Questo figlio, Megapente, gli era nato da una schiava, perché il cielo non concesse a Elena altri figli dopo che ebbe partorito Ermione, bella come l'aurea Venere stessa.
I vicini e i parenti di Menelao banchettavano dunque e facevano festa nella sua casa. C'era anche un aedo a cantare per loro e a suonare la lira, mentre due acrobati si aggiravano esibendosi in mezzo a loro quando l'uomo intonava la sua melodia.
Telemaco e il figlio di Nestore fermarono i cavalli al portone, al che Eteoneo, servo di Menelao, uscì, e appena li vide corse in fretta dentro casa a dirlo al suo padrone. Gli si avvicinò e disse: «Menelao, sono giunti degli stranieri, due uomini, che sembrano figli di Giove. Che dobbiamo fare? Sganceremo i loro cavalli, o diremo loro di cercarsi amici altrove come meglio possono?»
Menelao si adirò molto e disse: «Eteoneo, figlio di Boeto, un tempo non eri uno sciocco, ma ora parli come un semplicione. Sgancia i loro cavalli, naturalmente, e introduci gli stranieri perché abbiano la cena; tu e io abbiamo spesso alloggiato nelle case altrui prima di tornare qui, dove il cielo conceda che possiamo d'ora in poi riposare in pace.»
Eteoneo si affrettò dunque a tornare indietro e disse agli altri servi di venire con lui. Liberarono dal giogo i destrieri sudati, li legarono alle mangiatoie e diedero loro una biada di avena e orzo mescolati. Poi appoggiarono il cocchio al muro in fondo al cortile, e li introdussero nella casa. Telemaco e Pisistrato rimasero attoniti nel vederla, perché il suo splendore era quello del sole e della luna; poi, quando ebbero ammirato ogni cosa a loro cuore, entrarono nella stanza da bagno e si lavarono.
Quando i servi li ebbero lavati e unti d'olio, portarono loro mantelli di lana e tuniche, ed essi presero posto accanto a Menelao. Un'ancella portò loro l'acqua in una bella brocca d'oro e la versò in un catino d'argento perché si lavassero le mani; e tirò accanto a loro una tavola pulita. Una dispensiera portò loro il pane, e offrì molte buone cose di quelle che c'erano in casa, mentre il trinciatore portò loro piatti di carni d'ogni specie e pose accanto a loro coppe d'oro.
Menelao allora li salutò dicendo: «Servitevi, e siate i benvenuti; quando avrete finito di cenare vi chiederò chi siete, poiché la stirpe di uomini come voi non può essersi perduta. Dovete discendere da una linea di re portatori di scettro, poiché la gente povera non ha figli come voi.»
Con ciò porse loro un pezzo di grasso lombo arrosto, che era stato posto accanto a lui come parte prelibata, ed essi misero mano alle buone cose che avevano dinanzi; appena ebbero mangiato e bevuto a sazietà, Telemaco disse al figlio di Nestore, tenendo il capo così vicino che nessuno potesse udire: «Guarda, Pisistrato, uomo caro al mio cuore, guarda il lucore del bronzo e dell'oro, dell'ambra, dell'avorio e dell'argento. Ogni cosa è così splendida che è come vedere la reggia di Giove Olimpio. Sono perduto nell'ammirazione.»
Menelao lo udì per caso e disse: «Nessuno, figli miei, può competere con Giove, poiché la sua casa e tutto ciò che lo circonda è immortale; ma tra i mortali, ebbene, ve ne potrà essere un altro che abbia ricchezze quante ne ho io, o forse no; ma in ogni caso ho viaggiato molto e sopportato molte fatiche, poiché passarono quasi otto anni prima che potessi tornare a casa con la mia flotta. Andai a Cipro, in Fenicia e presso gli Egizi; andai anche presso gli Etiopi, i Sidoni e gli Erembi, e in Libia, dove gli agnelli hanno le corna appena nati, e le pecore figliano tre volte l'anno. Ognuno in quel paese, padrone o servo, ha formaggio, carne e buon latte in abbondanza, perché le pecore danno latte tutto l'anno. Ma mentre io viaggiavo e accumulavo grandi ricchezze fra quei popoli, mio fratello fu ucciso di nascosto e in modo orrendo per la perfidia della sua malvagia moglie, sicché non ho alcun piacere a essere signore di tutta questa ricchezza. Chiunque siano i vostri genitori, devono avervi parlato di tutto ciò, e della mia grave perdita nella rovina di un'imponente dimora completamente e magnificamente arredata. Volesse il cielo che io avessi solo un terzo di ciò che ora possiedo, e fossi rimasto a casa, e vivessero tutti quelli che perirono nella pianura di Troia, lontano da Argo. Spesso mi addoloro, seduto qui nella mia casa, per ciascuno di loro e per tutti. A volte grido ad alta voce per il dolore, ma poi smetto di nuovo, perché il pianto è magro conforto e presto ci si stanca. Eppure, per quanto io pianga questi, lo faccio per un uomo più che per tutti loro. Non posso nemmeno pensare a lui senza provare avversione per il cibo e per il sonno, tanto mi rende infelice, poiché nessuno fra tutti gli Achei faticò tanto o rischiò tanto quanto lui. Non ne trasse nulla, e ha lasciato a me un'eredità di dolore, poiché è partito da lungo tempo, e non sappiamo se sia vivo o morto. Il suo vecchio padre, la sua longanime moglie Penelope e suo figlio Telemaco, che egli lasciò dietro di sé bambino in fasce, sono immersi nel lutto per causa sua.»
Così parlò Menelao, e il cuore di Telemaco si struggeva al ricordo del padre. Le lacrime gli caddero dagli occhi nell'udirlo menzionare così, tanto che si tenne il mantello dinanzi al viso con entrambe le mani. Menelao, vedendo ciò, dubitò se lasciargli scegliere da sé il momento di parlare, o se interrogarlo subito per sapere di che si trattasse.
Mentre era così indeciso, Elena scese dalla sua alta stanza dal soffitto a volta e profumata, bella come Diana stessa. Adrasta le portò un seggio, Alcippe una soffice coperta di lana, mentre Filo le portò il cestino da lavoro d'argento che Alcandra, moglie di Polibo, le aveva donato. Polibo abitava a Tebe d'Egitto, che è la città più ricca di tutto il mondo; egli aveva dato a Menelao due vasche da bagno, entrambe d'argento puro, due tripodi e dieci talenti d'oro; inoltre sua moglie aveva fatto a Elena alcuni bellissimi doni, cioè una conocchia d'oro e un cestino da lavoro d'argento che scorreva su ruote, con un bordo d'oro intorno all'orlo. Filo lo pose ora al suo fianco, pieno di filo finemente filato, e sopra di esso fu deposta una conocchia carica di lana color viola. Allora Elena prese posto, appoggiò i piedi sullo sgabello e cominciò a interrogare il marito.
«Sappiamo noi, Menelao,» disse, «i nomi di questi stranieri che sono venuti a farci visita? Indovinerò giusto o sbaglio? Ma non posso fare a meno di dire ciò che penso. Mai ho visto uomo o donna tanto simile a un altro (anzi, quando lo guardo stento a sapere che pensare), quanto questo giovane somiglia a Telemaco, che Ulisse lasciò bambino dietro di sé, quando voi Achei andaste a Troia con la battaglia nel cuore, a causa della mia sfrontatissima persona.»
«Mia cara moglie,» rispose Menelao, «vedo la somiglianza proprio come te. Le sue mani e i suoi piedi sono proprio quelli di Ulisse; così i capelli, la forma del capo e l'espressione degli occhi. Inoltre, mentre parlavo di Ulisse e dicevo quanto aveva sofferto per causa mia, le lacrime gli sono cadute dagli occhi, ed egli ha nascosto il volto nel mantello.»
Allora Pisistrato disse: «Menelao, figlio di Atreo, hai ragione a pensare che questo giovane sia Telemaco, ma egli è molto riservato, e si vergogna di venire qui e di iniziare a discorrere con uno la cui conversazione è tanto divinamente interessante quanto la tua. Mio padre Nestore mi mandò a scortarlo qui, perché voleva sapere se potevi dargli qualche consiglio o suggerimento. Un figlio ha sempre guai in casa quando suo padre se n'è andato lasciandolo senza sostenitori; ed è così che si trova ora Telemaco, perché suo padre è assente, e fra la sua stessa gente non c'è nessuno che lo sostenga.»
«Povero me,» rispose Menelao, «dunque ricevo la visita del figlio di un carissimo amico, che sopportò molte pene per amor mio. Avevo sempre sperato di ospitarlo con onori distintissimi quando il cielo ci avesse concesso un ritorno sicuro da oltre i mari. Avrei fondato per lui una città in Argo, e gli avrei costruito una casa. L'avrei indotto a lasciare Itaca con i suoi beni, suo figlio e tutta la sua gente, e avrei saccheggiato per loro una delle città vicine che mi sono soggette. Così ci saremmo veduti di continuo, e nient'altro che la morte avrebbe potuto interrompere una frequentazione tanto stretta e felice. Suppongo però che il cielo ci abbia invidiato una così grande fortuna, poiché ha impedito al poveretto di tornare mai a casa.»
Così parlò, e le sue parole fecero piangere tutti. Elena pianse, Telemaco pianse, e così Menelao, né Pisistrato poté trattenere gli occhi dal riempirsi, quando ricordò il suo caro fratello Antiloco, che il figlio della fulgida Aurora aveva ucciso. Allora disse a Menelao:
«Signore, mio padre Nestore, quando parlavamo di te a casa, mi disse che eri persona di raro ed eccellente intelletto. Se dunque è possibile, fa' come ti esorto. Non amo piangere mentre sto cenando. Il mattino verrà a suo tempo, e nella mattinata non mi importa quanto pianga per coloro che sono morti e scomparsi. Questo è tutto ciò che possiamo fare per quei poveretti. Possiamo soltanto tagliarci i capelli per loro e spremere le lacrime dalle guance. Ebbi un fratello che morì a Troia; non era affatto il peggiore tra gli uomini lì; di certo lo avrai conosciuto: si chiamava Antiloco; io non lo vidi mai di persona, ma dicono che fosse singolarmente veloce di piede e valoroso in battaglia.»
«La tua discrezione, amico mio,» rispose Menelao, «va oltre i tuoi anni. È chiaro che somigli a tuo padre. Si capisce presto quando un uomo è figlio di uno che il cielo ha benedetto sia riguardo alla moglie sia riguardo alla prole, e Nestore il cielo ha benedetto dal principio alla fine di tutti i suoi giorni, dandogli una verde vecchiaia nella propria casa, con figli intorno a sé ben disposti e valorosi. Poniamo dunque fine a tutto questo piangere, e torniamo alla nostra cena. Si versi acqua sulle nostre mani. Telemaco e io potremo parlare a lungo fra noi domattina.»
A questo Asfalione, uno dei servi, versò acqua sulle loro mani ed essi misero mano alle buone cose che avevano dinanzi.
Allora Elena, figlia di Giove, pensò a un'altra cosa. Mescolò al vino un'erba che scaccia ogni affanno, dolore e malumore. Chiunque beve vino così drogato non può versare una sola lacrima per tutto il resto del giorno, nemmeno se suo padre e sua madre cadessero entrambi morti, o se vedesse un fratello o un figlio fatto a pezzi davanti ai suoi occhi. Questa droga, di così sovrano potere e virtù, era stata data a Elena da Polidamna, moglie di Tone, donna d'Egitto, dove crescono erbe d'ogni sorta, alcune buone da mettere nel cratere e altre velenose. Inoltre, ognuno in tutto quel paese è un medico esperto, perché sono della stirpe di Peone. Quando Elena ebbe messo questa droga nel cratere e ordinato ai servi di versare il vino a tutti, disse:
«Menelao, figlio di Atreo, e voi, miei buoni amici, figli di uomini onorati (il che avviene per volere di Giove, poiché egli è il datore del bene e del male, e può fare ciò che vuole), banchettate qui a vostro piacimento, e ascoltate mentre vi racconto una storia opportuna. Non posso davvero nominare ogni singola impresa di Ulisse, ma posso dire ciò che fece quando era dinanzi a Troia, e voi Achei eravate in ogni sorta di difficoltà. Si coprì di ferite e di lividi, si vestì tutto di stracci ed entrò nella città nemica con l'aspetto di un servo o di un mendicante, e del tutto diverso da come appariva quando era fra la sua gente. In questo travestimento entrò nella città di Troia, e nessuno gli disse nulla. Io sola lo riconobbi e cominciai a interrogarlo, ma egli era troppo astuto per me. Quando però lo ebbi lavato e unto e gli ebbi dato vesti, e dopo che ebbi giurato un solenne giuramento di non tradirlo ai Troiani finché non fosse tornato sano e salvo al suo accampamento e alle navi, mi disse tutto ciò che gli Achei intendevano fare. Uccise molti Troiani e raccolse molte informazioni prima di raggiungere il campo argivo, e per tutte queste cose le donne troiane levarono lamenti, ma da parte mia ero lieta, perché il mio cuore cominciava ad anelare alla mia casa, ed ero infelice per il torto che Venere mi aveva fatto portandomi laggiù, lontano dal mio paese, da mia figlia e dal mio legittimo sposo, che certo non manca né di aspetto né di intelligenza.»
Allora Menelao disse: «Tutto ciò che hai detto, mia cara moglie, è vero. Ho viaggiato molto e ho avuto molto a che fare con gli eroi, ma non ho mai visto un altro uomo come Ulisse. Quale resistenza anche, e quale coraggio mostrò dentro il cavallo di legno, nel quale giacevano in agguato tutti i più valorosi degli Argivi, per portare morte e distruzione ai Troiani. In quel momento tu ti avvicinasti a noi; qualche dio che voleva bene ai Troiani deve averti spinta a farlo, e avevi con te Deifobo. Tre volte girasti tutt'intorno al nostro nascondiglio e lo battesti con la mano; chiamasti i nostri capi ciascuno col suo nome, e imitasti tutte le nostre mogli; Diomede, Ulisse e io, dai nostri posti all'interno, udimmo che rumore facevi. Diomede e io non riuscivamo a decidere se balzare fuori lì per lì o risponderti da dentro, ma Ulisse ci tenne tutti a freno, così restammo del tutto immobili, tranne Anticlo, che stava per risponderti, quando Ulisse gli chiuse la bocca con le sue due robuste mani, e ve le tenne. Fu questo che ci salvò tutti, perché egli imbavagliò Anticlo finché Minerva non ti portò via di nuovo.»
«Che tristezza,» esclamò Telemaco, «che tutto ciò non sia valso a salvarlo, e neppure il suo ferreo coraggio. Ma ora, signore, compiacerti di mandarci tutti a letto, perché possiamo coricarci e godere del benedetto dono del sonno.»
A questo Elena ordinò alle ancelle di preparare i letti nella stanza che era nel portico, e di farli con buone coperte rosse, stendendovi sopra copriletti con mantelli di lana che gli ospiti indossassero. Le ancelle uscirono dunque, recando una torcia, e prepararono i letti, ai quali un servo condusse presto gli stranieri. Così dormirono là, nell'atrio, Telemaco e Pisistrato, mentre il figlio di Atreo giaceva in una stanza interna con la bella Elena al fianco.
Quando apparve la figlia del mattino, l'Aurora dalle dita di rosa, Menelao si alzò e si vestì. Si legò i sandali ai bei piedi, si cinse la spada alle spalle, e uscì dalla sua stanza con l'aspetto di un dio immortale. Poi, sedendosi accanto a Telemaco, disse:
«E che cosa, Telemaco, ti ha indotto a intraprendere questo lungo viaggio per mare fino a Lacedemone? Sei qui per affari pubblici o privati? Dimmi tutto.»
«Sono venuto, signore,» rispose Telemaco, «per vedere se puoi dirmi qualcosa su mio padre. Mi si divora la casa e il patrimonio; la mia bella proprietà va in rovina, e la mia casa è piena di scellerati che continuano a uccidere grandi quantità delle mie pecore e dei miei buoi, col pretesto di corteggiare mia madre. Perciò mi prostro supplice alle tue ginocchia, nella speranza che tu possa raccontarmi la triste fine di mio padre, sia che l'abbia veduta coi tuoi occhi, sia che l'abbia udita da qualche altro viandante; poiché egli era un uomo nato per la sventura. Non attenuare le cose per pietà di me, ma dimmi con piena franchezza esattamente ciò che vedesti. Se mai il mio valoroso padre Ulisse ti rese un leale servizio con la parola o con l'opera, quando voi Achei eravate travagliati dai Troiani, ricordalo ora a mio favore e dimmi il vero, tutto.»
Menelao, udendo ciò, rimase assai scosso. «Dunque,» esclamò, «questi vigliacchi vorrebbero usurpare il letto di un uomo valoroso? Altrettanto potrebbe una cerva deporre i suoi piccoli appena nati nella tana di un leone, e poi andarsene a pascolare nella foresta o in qualche valletta erbosa: il leone, tornando alla sua tana, farà presto giustizia di entrambi, e così farà Ulisse con questi pretendenti. Per padre Giove, Minerva e Apollo, se Ulisse è ancora l'uomo che era quando lottò con Filomelide a Lesbo, e lo gettò a terra così pesantemente che tutti gli Achei lo acclamarono, se è ancora tale e si avvicinasse a questi pretendenti, avrebbero una breve confessione e nozze tristi. Quanto alle tue domande, però, non girerò attorno né ti ingannerò, ma ti dirò senza nascondere nulla tutto ciò che mi disse il vecchio del mare.
«Cercavo di giungere fin qui, ma gli dei mi trattennero in Egitto, perché le mie ecatombi non li avevano soddisfatti pienamente, e gli dei sono molto severi nel pretendere ciò che loro spetta. Ora, al largo dell'Egitto, a tanta distanza quanta una nave può percorrere in un giorno con un buon vento robusto alle spalle, c'è un'isola chiamata Faro, che ha un buon porto da cui le navi possono prendere il mare aperto dopo aver fatto provvista d'acqua; e qui gli dei mi tennero in bonaccia per venti giorni senza nemmeno un soffio di vento favorevole che mi spingesse avanti. Avremmo finito del tutto le provviste e i miei uomini sarebbero morti di fame, se una dea non avesse avuto pietà di me e non mi avesse salvato nella persona di Idotea, figlia di Proteo, il vecchio del mare, che si era molto affezionata a me.
«Venne da me un giorno in cui ero solo, come spesso accadeva, perché gli uomini solevano andare con i loro ami uncinati per tutta l'isola, nella speranza di prendere un pesce o due che li salvasse dai morsi della fame. “Straniero,” disse, “mi pare che ti piaccia patire la fame in questo modo; in ogni caso non ti turba granché, poiché te ne stai qui giorno dopo giorno, senza neppure tentare di andartene, benché i tuoi uomini muoiano a poco a poco.”
«“Lascia che ti dica,” risposi, “qualunque dea tu possa essere, che non resto qui di mia volontà, ma devo aver offeso gli dei che abitano nel cielo. Dimmi dunque, perché gli dei sanno ogni cosa, quale degli immortali mi ostacola in questo modo, e dimmi anche come posso navigare il mare per raggiungere la mia casa.”
«“Straniero,” rispose ella, “ti renderò tutto assai chiaro. C'è un vecchio immortale che vive sotto il mare qui intorno, e il suo nome è Proteo. È egizio, e la gente dice che è mio padre; è il capo dei servitori di Nettuno e conosce ogni palmo di terreno sul fondo di tutto il mare. Se riesci a prenderlo al laccio e a tenerlo stretto, ti parlerà del tuo viaggio, delle rotte che devi seguire e di come devi navigare il mare per raggiungere la tua casa. Ti dirà anche, se vuoi, tutto ciò che è accaduto in casa tua, di bene e di male, mentre eri lontano nel tuo lungo e pericoloso viaggio.”
«“Puoi mostrarmi,” dissi, “qualche stratagemma con cui io possa catturare questo vecchio dio senza che sospetti e mi scopra? Poiché un dio non si cattura facilmente, non da un uomo mortale.”
«“Straniero,” disse, “ti renderò tutto assai chiaro. Verso il momento in cui il sole avrà raggiunto il mezzo del cielo, il vecchio del mare risale da sotto le onde, annunciato dal vento di ponente che increspa l'acqua sopra il suo capo. Appena è risalito si sdraia, e si addormenta in una grande grotta marina, dove anche le foche, che chiamano i pulcini di Alosidne, risalgono dal mare grigio e si addormentano in branchi tutt'intorno a lui; e portano con sé un odore fortissimo, di pesce. Domattina presto ti condurrò in questo luogo e ti metterò in agguato. Scegli dunque i tre migliori uomini che hai nella tua flotta, e io ti dirò tutti i tiri che il vecchio ti giocherà.
«“Dapprima passerà in rassegna tutte le sue foche, e le conterà; poi, quando le avrà viste e contate sulle cinque dita, si addormenterà in mezzo a loro, come un pastore fra le sue pecore. Nel momento in cui vedi che dorme, afferralo; usa tutta la tua forza e tienilo stretto, perché farà di tutto per sfuggirti. Si muterà in ogni specie di creatura che cammina sulla terra, e diverrà anche fuoco e acqua; ma tu devi tenerlo stretto e stringerlo sempre più forte, finché comincerà a parlarti e tornerà a ciò che era quando lo vedesti addormentarsi; allora puoi allentare la presa e lasciarlo andare; e puoi chiedergli quale degli dei sia in collera con te, e che cosa devi fare per raggiungere la tua casa attraverso i mari.”
«Detto ciò si tuffò sotto le onde, al che io tornai al luogo dove le mie navi erano schierate sulla riva; e il mio cuore era offuscato dall'affanno mentre andavo. Giunto alla mia nave preparammo la cena, perché calava la notte, e ci accampammo sulla spiaggia.
«Quando apparve la figlia del mattino, l'Aurora dalle dita di rosa, presi i tre uomini sul cui valore d'ogni sorta potevo contare di più, e mi avviai lungo la riva del mare, pregando di cuore il cielo. Intanto la dea mi portò dal fondo del mare quattro pelli di foca, tutte appena scuoiate, perché intendeva giocare un tiro a suo padre. Poi scavò quattro fosse perché vi giacessimo, e si sedette ad aspettare che giungessimo. Quando le fummo vicini, ci fece sdraiare nelle fosse l'uno dopo l'altro, e gettò una pelle di foca su ciascuno di noi. Il nostro agguato sarebbe stato intollerabile, poiché il fetore delle foche puzzolenti di pesce era penosissimo (chi andrebbe a letto con un mostro marino, potendo farne a meno?), ma anche qui la dea ci aiutò e pensò a qualcosa che ci diede gran sollievo, poiché pose un po' di ambrosia sotto le narici di ciascun uomo, ed era così fragrante da vincere l'odore delle foche.
«Aspettammo tutta la mattina e ci adattammo come meglio potemmo, guardando le foche salire a centinaia a crogiolarsi sulla riva del mare, finché a mezzogiorno risalì anche il vecchio del mare, e quando ebbe trovato le sue grasse foche le passò in rassegna e le contò. Fummo fra i primi che contò, e non sospettò alcun inganno, ma si sdraiò a dormire appena ebbe finito di contare. Allora ci scagliammo su di lui con un grido e lo afferrammo; al che egli cominciò subito con i suoi vecchi tiri, e si mutò dapprima in un leone dalla grande criniera; poi all'improvviso divenne un drago, un leopardo, un cinghiale; un attimo dopo era acqua corrente, e poi subito dopo era un albero, ma noi restammo attaccati a lui e non allentammo mai la presa, finché alla fine la vecchia astuta creatura si afflisse e disse: “Quale degli dei fu, figlio di Atreo, a macchinare con te questo complotto per irretirmi e afferrarmi contro la mia volontà? Che cosa vuoi?”

«“Lo sai tu stesso, vecchio,” risposi, “non guadagnerai nulla cercando di eludermi. È perché sono stato trattenuto così a lungo in quest'isola, e non vedo alcun segno che io possa andarmene. Mi sto perdendo d'animo; dimmi dunque, perché voi dei sapete ogni cosa, quale degli immortali mi ostacola, e dimmi anche come posso navigare il mare per raggiungere la mia casa.”
«“Allora,” disse, “se vuoi concludere il tuo viaggio e tornare presto a casa, devi offrire sacrifici a Giove e agli altri dei prima d'imbarcarti; poiché è decretato che tu non tornerai dai tuoi amici e nella tua casa finché non sarai tornato al fiume d'Egitto, nutrito dal cielo, e avrai offerto sante ecatombi agli dei immortali che regnano nel cielo. Quando avrai fatto ciò, ti lasceranno concludere il tuo viaggio.”
«Ebbi il cuore spezzato quando udii che dovevo tornare indietro per tutto quel lungo e terribile viaggio fino in Egitto; tuttavia risposi: “Farò tutto, vecchio, ciò che mi hai imposto; ma ora dimmi, e dimmi il vero, se tutti gli Achei che Nestore e io lasciammo dietro di noi quando salpammo da Troia sono tornati a casa sani e salvi, o se qualcuno di loro fece una cattiva fine, a bordo della propria nave o fra i suoi amici, quando furono finiti i giorni del suo combattere.”
«“Figlio di Atreo,” rispose, “perché lo chiedi a me? Faresti meglio a non sapere ciò che posso dirti, perché i tuoi occhi si riempiranno certamente di lacrime quando avrai udito il mio racconto. Molti di quelli di cui chiedi sono morti e scomparsi, ma molti ancora rimangono, e solo due dei capi principali fra gli Achei perirono durante il ritorno a casa. Quanto a ciò che accadde sul campo di battaglia, tu stesso eri là. Un terzo capo acheo è ancora in mare, vivo, ma impedito di tornare. Aiace naufragò, perché Nettuno lo spinse sui grandi scogli di Gire; tuttavia lo lasciò uscire sano e salvo dall'acqua, e nonostante tutto l'odio di Minerva sarebbe sfuggito alla morte, se non si fosse rovinato da sé con la sua vanteria. Disse che gli dei non potevano annegarlo, anche se avessero tentato di farlo, e quando Nettuno udì questo gran parlare, afferrò il tridente con le sue due robuste mani, e spaccò la roccia di Gire in due pezzi. La base rimase dov'era, ma la parte su cui sedeva Aiace cadde a capofitto nel mare e portò Aiace con sé; così egli bevve acqua salata e annegò.
«“Tuo fratello e le sue navi scamparono, perché Giunone lo protesse, ma quando stava per raggiungere l'alto promontorio di Malea, fu côlto da una forte burrasca che lo portò di nuovo al largo, assai contro la sua volontà, e lo spinse al promontorio dove soleva abitare Tieste, ma dove allora viveva Egisto. Poco dopo, tuttavia, parve che dopotutto dovesse tornare sano e salvo, perché gli dei fecero girare il vento nella sua vecchia direzione ed essi giunsero a casa; al che Agamennone baciò il suolo natio, e versò lacrime di gioia nel ritrovarsi nel proprio paese.
«“Ora c'era una sentinella che Egisto teneva sempre di guardia, e alla quale aveva promesso due talenti d'oro. Costui era stato in vedetta per un anno intero per essere sicuro che Agamennone non gli sfuggisse e non preparasse la guerra; quando dunque quest'uomo vide passare Agamennone, andò a dirlo a Egisto, che subito cominciò a ordire un tranello per lui. Scelse venti dei suoi guerrieri più valorosi e li pose in agguato da un lato del chiostro, mentre dal lato opposto preparò un banchetto. Poi mandò i suoi carri e cavalieri da Agamennone, e lo invitò al festino, ma meditava un tradimento. Lo fece venire là, del tutto ignaro della sorte che lo attendeva, e lo uccise a banchetto finito, come se macellasse un bue al mattatoio; non rimase vivo nessuno dei seguaci di Agamennone, né di quelli di Egisto, ma furono tutti uccisi là nei chiostri.”
«Così parlò Proteo, e io ebbi il cuore spezzato nell'udirlo. Mi sedetti sulla sabbia e piansi; mi sentivo come se non potessi più sopportare di vivere né di guardare la luce del sole. Poco dopo, quando mi fui saziato di piangere e di contorcermi a terra, il vecchio del mare disse: “Figlio di Atreo, non sprecare altro tempo a piangere tanto amaramente; non può servire a nulla; trova la via di casa il più in fretta che puoi, perché Egisto potrebbe essere ancora vivo, e anche se Oreste ti ha preceduto uccidendolo, puoi ancora arrivare al suo funerale.”
«Ciò mi diede conforto, nonostante tutto il mio dolore, e dissi: “Ora so di questi due; dimmi dunque del terzo uomo di cui hai parlato: è ancora vivo, ma in mare e incapace di tornare a casa? Oppure è morto? Dimmelo, per quanto possa addolorarmi”.»
«“Il terzo uomo”, rispose, “è Ulisse, che abita a Itaca. Lo vedo in un’isola, che si strugge amaramente nella casa della ninfa Calipso, la quale lo tiene prigioniero, ed egli non può raggiungere la sua casa, perché non ha né navi né marinai che lo portino oltre il mare. Quanto alla tua fine, Menelao, non morirai in Argo, ma gli dèi ti condurranno nella pianura Elisia, che è ai confini del mondo. Là regna Radamanto dai capelli biondi, e gli uomini vi conducono una vita più facile che in qualsiasi altro luogo del mondo, poiché in Elisio non cade pioggia, né grandine, né neve, ma Oceano spira sempre con un vento d’occidente che canta dolcemente dal mare e dà nuova vita a tutti gli uomini. Questo ti accadrà perché hai sposato Elena e sei genero di Giove”.»
«Mentre parlava si tuffò sotto le onde, ond’io tornai alle navi con i miei compagni, e il cuore mi si era annuvolato di pensieri mentre procedevo. Giunti alle navi, preparammo la cena, perché scendeva la notte, e ci accampammo sulla spiaggia. Quando apparve la figlia del mattino, l’Aurora dalle dita di rosa, trascinammo le navi in acqua e vi collocammo gli alberi e le vele; poi salimmo a bordo noi stessi, prendemmo posto sui banchi e battemmo il mare grigio con i remi. Ancorai di nuovo le mie navi nel fiume d’Egitto, nutrito dal cielo, e offrii ecatombi piene e adeguate. Quando ebbi così placato l’ira del cielo, innalzai un tumulo alla memoria di Agamennone, affinché il suo nome vivesse per sempre, dopo di che ebbi una rapida traversata verso casa, perché gli dèi mi mandarono un vento favorevole.»
«E ora, quanto a te, rimani qui ancora una decina o una dozzina di giorni, e poi ti manderò per la tua strada. Ti farò il nobile dono di un cocchio e di tre cavalli. Ti darò anche una bella coppa, affinché finché vivrai tu possa pensare a me ogni volta che farai una libagione agli dèi immortali.»
«Figlio di Atreo», rispose Telemaco, «non insistere perché io resti più a lungo; sarei contento di restare con te altri dodici mesi; trovo la tua conversazione così deliziosa che non vorrei mai tornare a casa dai miei genitori; ma il mio equipaggio, che ho lasciato a Pilo, è già impaziente, e tu mi trattieni lontano da loro. Quanto a un dono che tu fossi disposto a farmi, preferirei che fosse un oggetto d’argenteria. Non riporterò cavalli a Itaca, ma li lascerò ad adornare le tue stalle, perché nel tuo regno hai molta terra piana dove prospera il loto, e anche la regina dei prati, il grano, l’orzo e l’avena dalle spighe bianche e ampie; mentre a Itaca non abbiamo né campi aperti né piste per le corse, e il paese è più adatto alle capre che ai cavalli, e a me piace tanto più così. Nessuna delle nostre isole ha molta terra pianeggiante adatta ai cavalli, e Itaca meno di tutte.»
Menelao sorrise e prese la mano di Telemaco nella propria. «Ciò che dici», disse, «dimostra che discendi da buona famiglia. Posso e voglio farti questo scambio, dandoti il più bello e prezioso pezzo d’argenteria di tutta la mia casa. È un cratere di mano dello stesso Vulcano, di puro argento, tranne l’orlo, che è intarsiato d’oro. Fedimo, re dei Sidoni, me lo diede durante una visita che gli feci quando passai da quelle parti nel viaggio di ritorno. Voglio fartene dono.»
Così conversavano [e gli ospiti continuavano ad arrivare alla casa del re. Portavano pecore e vino, mentre le loro mogli avevano preparato il pane perché lo portassero con sé; così erano tutti occupati a cuocere i loro pranzi nei cortili].
Intanto i pretendenti lanciavano dischi o scagliavano lance a un bersaglio sul terreno spianato davanti alla casa di Ulisse, e si comportavano con tutta la loro antica insolenza. Antinoo ed Eurimaco, che ne erano i capi e di gran lunga i primi fra tutti, sedevano insieme quando Noemone figlio di Fronio si avvicinò e disse ad Antinoo:
«Abbiamo idea, Antinoo, di quale giorno Telemaco torni da Pilo? Egli ha una mia nave, e mi serve per passare in Elide: ho laggiù dodici cavalle fattrici con puledri muli di un anno al fianco, non ancora domati, e ne voglio portare uno qui per addestrarlo.»
Rimasero stupiti nell’udire ciò, perché erano certi che Telemaco non fosse andato alla città di Neleo. Pensavano che fosse soltanto altrove, nei campi, con le pecore o con il porcaro; così Antinoo disse: «Quando è partito? Dimmi il vero, e quali giovani ha portato con sé? Erano uomini liberi o suoi servi — perché potrebbe aver fatto anche questo? Dimmi inoltre: gli hai dato la nave di tua spontanea volontà, perché te l’ha chiesta, o l’ha presa senza il tuo consenso?»
«Gliel’ho prestata», rispose Noemone, «che altro potevo fare, quando un uomo del suo rango diceva di essere in difficoltà e mi chiedeva di fargli il favore? Non potevo proprio rifiutare. Quanto a quelli che sono andati con lui, sono i migliori giovani che abbiamo, e ho visto Mentore salire a bordo come capitano — o qualche dio che gli somigliava in tutto e per tutto. Non riesco a capirlo, perché ho visto io stesso Mentore qui ieri mattina, eppure allora si stava imbarcando per Pilo.»
Noemone tornò allora alla casa di suo padre, ma Antinoo ed Eurimaco erano molto adirati. Dissero agli altri di smettere di giocare e di venire a sedersi con loro. Quando furono giunti, Antinoo figlio di Eupite parlò con ira. Il suo cuore era nero di rabbia e gli occhi gli lampeggiavano di fuoco mentre diceva:
«Santo cielo, questo viaggio di Telemaco è una faccenda assai grave; eravamo certi che sarebbe finito in nulla, ma il giovanotto è riuscito a partire a nostro dispetto, e con un equipaggio scelto per giunta. Presto ci darà dei fastidi; voglia Giove prenderlo prima che sia adulto. Trovatemi dunque una nave con un equipaggio di venti uomini, e io lo attenderò in agguato nello stretto fra Itaca e Same; allora si pentirà del giorno in cui partì per cercare notizie di suo padre.»
Così parlò, e gli altri approvarono le sue parole; poi entrarono tutti nell’edificio.
Non passò molto che Penelope venne a sapere ciò che i pretendenti tramavano; perché un servo, Medonte, li aveva uditi da fuori del cortile esterno mentre ordivano i loro piani all’interno, e andò a riferirlo alla sua signora. Mentre egli varcava la soglia della sua stanza, Penelope disse: «Medonte, perché i pretendenti ti hanno mandato qui? Forse per dire alle ancelle di lasciare i lavori del loro padrone e di cucinare il pranzo per loro? Vorrei che d’ora in poi non corteggiassero né banchettassero più, né qui né altrove, ma che questa fosse l’ultima volta, per lo spreco che fate tutti dei beni di mio figlio. I vostri padri non vi dissero, quando eravate bambini, quanto fosse stato buono Ulisse con loro — senza mai fare nulla di prepotente, né parlare duramente a nessuno? I re talvolta dicono cose, e possono prendere in simpatia un uomo e averne in odio un altro, ma Ulisse non fece mai un torto a nessuno — il che mostra quanto siate di cuore cattivo, e che non c’è più al mondo traccia di gratitudine.»
Allora Medonte disse: «Vorrei, signora, che fosse tutto qui; ma ora tramano qualcosa di assai più orribile — voglia il cielo sventare il loro disegno. Vogliono tentare di uccidere Telemaco mentre torna da Pilo e da Lacedemone, dove è andato a cercare notizie di suo padre.»
Allora il cuore di Penelope le venne meno, e per molto tempo rimase senza parola; gli occhi le si colmarono di lacrime e non trovava voce. Alla fine, tuttavia, disse: «Perché mio figlio mi ha lasciata? Che bisogno aveva di andarsene su navi che compiono lunghi viaggi sull’oceano come cavalli del mare? Vuole forse morire senza lasciare nessuno dopo di sé che porti avanti il suo nome?»
«Non so», rispose Medonte, «se qualche dio ve lo abbia spinto, o se sia andato di sua iniziativa per vedere se poteva scoprire se suo padre fosse morto, o vivo e in viaggio verso casa.»
Poi scese di nuovo, lasciando Penelope in un’agonia di dolore. In casa c’erano molti seggi, ma ella non aveva cuore di sedersi su nessuno; poté solo gettarsi sul pavimento della propria stanza e piangere; al che tutte le ancelle della casa, vecchie e giovani, si radunarono intorno a lei e cominciarono a piangere anch’esse, finché alla fine, in un trasporto di dolore, esclamò:
«Care mie, il cielo si è compiaciuto di mettermi alla prova con più afflizioni di quante ne abbia mai avute qualunque altra donna della mia età e del mio paese. Prima ho perduto il mio valoroso marito dal cuore di leone, che aveva ogni buona qualità sotto il cielo, e il cui nome era grande per tutta l’Ellade e per mezza Argo, e ora il mio caro figlio è in balìa dei venti e delle onde, senza che io abbia udito una sola parola sulla sua partenza da casa. Sgualdrine, non ce n’era una fra voi che pensasse neppure di chiamarmi dal mio letto, benché sapeste tutte benissimo quando partiva. Se avessi saputo che intendeva fare questo viaggio, avrebbe dovuto rinunciarvi, per quanto vi fosse deciso, oppure lasciarmi dietro di sé cadavere — o l’una cosa o l’altra. Ora, però, andate alcune di voi a chiamare il vecchio Dolio, che mi fu dato da mio padre alle mie nozze, e che è il mio giardiniere. Ditegli di andare subito a riferire tutto a Laerte, che forse saprà trovare qualche piano per guadagnare la simpatia del popolo alla nostra parte, contro coloro che cercano di sterminare la sua stessa stirpe e quella di Ulisse.»
Allora la cara vecchia nutrice Euriclea disse: «Potete uccidermi, signora, o lasciarmi vivere in casa vostra, come più vi piace, ma vi dirò la pura verità. Sapevo tutto, e gli diedi tutto quello che voleva in fatto di pane e di vino, ma mi fece prestare solenne giuramento di non dirvi nulla per una decina o una dozzina di giorni, a meno che non me lo chiedeste voi o veniste a sapere della sua partenza, perché non voleva che rovinaste la vostra bellezza piangendo. E ora, signora, lavatevi il viso, cambiate veste, e salite di sopra con le vostre ancelle a rivolgere preghiere a Minerva, figlia di Giove egioco, perché ella può salvarlo anche se si trovi fra le fauci della morte. Non turbate Laerte: ha già abbastanza pene. Inoltre non posso credere che gli dèi odino tanto la stirpe del figlio di Arcisio da non lasciare un figlio che venga su dopo di lui, a ereditare sia la casa sia i bei campi che si stendono lontano tutt’intorno.»
Con queste parole indusse la sua signora a smettere di piangere e le asciugò le lacrime dagli occhi. Penelope si lavò il viso, cambiò veste e salì di sopra con le sue ancelle. Poi mise dell’orzo macinato in un canestro e cominciò a pregare Minerva.
«Ascoltami», gridò, «figlia di Giove egioco, instancabile. Se mai Ulisse, quando era qui, ti bruciò grasse cosce di pecora o di giovenca, ricordalo ora a mio favore, e salva il mio caro figlio dalla scelleratezza dei pretendenti.»
Gridò a gran voce mentre parlava, e la dea udì la sua preghiera; intanto i pretendenti schiamazzavano per tutto il portico coperto, e uno di loro disse:
«La regina si prepara alle nozze con uno o l’altro di noi. Poco sogna che suo figlio sia ormai condannato a morire.»
Questo dicevano, ma non sapevano ciò che stava per accadere. Poi Antinoo disse: «Compagni, non si parli a voce alta, perché qualcosa non venga riportata all’interno. Alziamoci e facciamo in silenzio ciò su cui siamo tutti d’accordo.»
Scelse allora venti uomini, ed essi scesero alla loro nave e alla riva del mare; trassero il vascello in acqua e vi posero l’albero e le vele; legarono i remi agli scalmi con strisce di cuoio ritorte, il tutto a dovere, e spiegarono in alto le bianche vele, mentre i loro bravi servi portavano le armi. Poi ormeggiarono la nave un po’ al largo, tornarono a terra, cenarono e attesero che calasse la notte.
Ma Penelope giaceva nella sua stanza di sopra, incapace di mangiare o di bere, chiedendosi se il suo valoroso figlio sarebbe scampato o sarebbe stato sopraffatto dai malvagi pretendenti. Come una leonessa còlta nella rete, con i cacciatori che la stringono da ogni lato, pensava e ripensava finché sprofondò nel sonno e giacque sul letto priva di pensiero e di moto.
Allora Minerva pensò a un’altra cosa, e fece apparire una visione nelle sembianze della sorella di Penelope, Iftime figlia di Icario, che aveva sposato Eumelo e viveva a Fere. Disse alla visione di recarsi alla casa di Ulisse e di indurre Penelope a smettere di piangere; così quella entrò nella sua stanza per il foro da cui passava la striscia di cuoio per tirare la porta, e si librò sopra il suo capo dicendo:
«Tu dormi, Penelope: gli dèi che vivono senza affanni non vogliono che tu pianga e sia così triste. Tuo figlio non ha fatto loro alcun torto, perciò tornerà ancora da te.»
Penelope, che dormiva dolcemente alle porte del paese dei sogni, rispose: «Sorella, perché sei venuta qui? Non vieni molto spesso, ma suppongo sia perché abiti così lontano. Dovrei dunque smettere di piangere e astenermi da tutti i tristi pensieri che mi tormentano? Io, che ho perduto il mio valoroso marito dal cuore di leone, che aveva ogni buona qualità sotto il cielo, e il cui nome era grande per tutta l’Ellade e per mezza Argo; e ora il mio caro figlio è partito a bordo di una nave — uno sciocco che non è mai stato avvezzo ai disagi, né a muoversi fra adunanze di uomini. Per lui sono ancora più in ansia che per mio marito; tremo tutta quando penso a lui, per timore che gli accada qualcosa, o da parte della gente fra cui è andato, o per mare, perché ha molti nemici che tramano contro di lui e sono decisi a ucciderlo prima che possa tornare a casa.»
Allora la visione disse: «Fatti animo, e non sgomentarti tanto. Con lui è andata una che molti uomini sarebbero ben lieti di avere al fianco, intendo Minerva; è lei che ha compassione di te, ed è lei che mi ha mandata a portarti questo messaggio.»
«Allora», disse Penelope, «se sei una dea o sei stata mandata qui per incarico divino, dimmi anche di quell’altro infelice — è ancora vivo, o è già morto e nella casa di Ade?»
E la visione disse: «Non ti dirò con certezza se sia vivo o morto, e non serve a nulla il vano conversare.»
Poi svanì per il foro della porta e si dissolse nell’aria sottile; ma Penelope si destò dal sonno ristorata e confortata, tanto vivido era stato il suo sogno.
Intanto i pretendenti salirono a bordo e solcarono il mare, decisi a uccidere Telemaco. Vi è ora un isolotto roccioso chiamato Asteride, di non grande estensione, a mezzo del canale fra Itaca e Same, e da ciascun lato vi è un porto dove una nave può ormeggiare. Qui dunque gli Achei si misero in agguato.