
Ma mentre il sole si levava dal bel mare nel firmamento del cielo per far luce ai mortali e agli immortali, giunsero a Pilo, la città di Neleo. Ora il popolo di Pilo era radunato sulla riva del mare per offrire in sacrificio tori neri a Nettuno, signore del Terremoto. C’erano nove schiere con cinquecento uomini ciascuna, e a ciascuna schiera spettavano nove tori. Mentre mangiavano le viscere e bruciavano [sulla brace] le cosce nel nome di Nettuno, giunsero Telemaco e il suo equipaggio, ammainarono le vele, gettarono l’ancora alla nave e scesero a terra.
Minerva fece strada e Telemaco la seguì. Ben presto ella disse: «Telemaco, non devi essere minimamente timido né ansioso; hai intrapreso questo viaggio per cercare di scoprire dove sia sepolto tuo padre e come abbia incontrato la sua fine; perciò va’ dritto da Nestore, perché vediamo che cosa ha da dirci. Pregalo di dire la verità, ed egli non dirà menzogne, perché è una persona eccellente.»
«Ma come, Mentore,» replicò Telemaco «oso avvicinarmi a Nestore, e come devo rivolgermi a lui? Non ho mai avuto l’abitudine di tenere lunghe conversazioni con le persone, e mi vergogno di cominciare a interrogare uno tanto più vecchio di me.»
«Alcune cose, Telemaco,» rispose Minerva «ti saranno suggerite dal tuo stesso istinto, e il cielo ti ispirerà per il resto; perché sono certa che gli dèi sono stati con te dalla tua nascita fino ad ora.»
Ella allora proseguì rapida, e Telemaco seguì le sue orme finché giunsero al luogo dove erano radunate le schiere del popolo di Pilo. Là trovarono Nestore seduto con i suoi figli, mentre la sua compagnia attorno a lui era occupata a preparare il pranzo e a infilare pezzi di carne negli spiedi, mentre altri pezzi cuocevano. Quando videro gli stranieri si affollarono attorno a loro, li presero per mano e li invitarono a prendere posto. Pisistrato, figlio di Nestore, porse subito la mano a ciascuno di loro e li fece sedere su morbide pelli di pecora che giacevano sulla sabbia vicino a suo padre e a suo fratello Trasimede. Poi diede loro le loro porzioni di viscere e versò vino per loro in una coppa d’oro, porgendola prima a Minerva e salutandola nello stesso tempo.
«Rivolgi una preghiera, signore,» disse «al re Nettuno, perché è la sua festa quella a cui vi unite; quando avrai pregato a dovere e fatto la tua libagione, passa la coppa al tuo amico perché faccia lo stesso. Non dubito che anch’egli levi le mani in preghiera, perché l’uomo non può vivere senza dio nel mondo. Tuttavia egli è più giovane di te e ha quasi la mia stessa età, perciò ti darò la precedenza.»
Mentre parlava le porse la coppa. Minerva trovò molto giusto e conveniente da parte sua averla data prima a lei; cominciò dunque a pregare di cuore Nettuno. «O tu,» gridò «che circondi la terra, degnati di concedere le preghiere dei tuoi servi che t’invocano. Soprattutto ti preghiamo di far scendere la tua grazia su Nestore e sui suoi figli; poi rendi anche al resto del popolo di Pilo una bella ricompensa per la splendida ecatombe che ti offrono. Infine concedi a Telemaco e a me un felice esito, per la faccenda che ci ha portati sulla nostra nave a Pilo.»
Quando ebbe così terminato di pregare, porse la coppa a Telemaco ed egli pregò allo stesso modo. Poco dopo, quando le carni esterne furono arrostite e tolte dagli spiedi, i trinciatori diedero a ciascuno la sua porzione e tutti fecero un eccellente pranzo. Appena ebbero mangiato e bevuto a sazietà, Nestore, cavaliere di Gerenia, cominciò a parlare.
«Ora,» disse «che i nostri ospiti hanno finito il pranzo, sarà meglio chiedere loro chi sono. Chi siete dunque, signori stranieri, e da quale porto avete salpato? Siete mercanti? O solcate i mari come predoni con la mano contro ogni uomo e la mano di ogni uomo contro di voi?»
Telemaco rispose con ardire, perché Minerva gli aveva dato coraggio di chiedere di suo padre e di farsi un buon nome.
«Nestore,» disse, «figlio di Neleo, onore del nome acheo, tu chiedi di dove veniamo, e io te lo dirò. Veniamo da Itaca, sotto il Neritone, e la faccenda di cui vorrei parlare è di interesse privato, non pubblico. Cerco notizie del mio infelice padre Ulisse, che si dice abbia saccheggiato la città di Troia insieme con te. Sappiamo quale sorte toccò a ciascuno degli altri eroi che combatterono a Troia, ma quanto a Ulisse il cielo ci ha nascosto perfino la notizia se sia morto, poiché nessuno sa dirci in quale luogo sia perito, né dire se cadde in battaglia sulla terraferma, o si perdette in mare tra i flutti di Anfitrite. Perciò mi prostro supplice alle tue ginocchia, nella speranza che ti piaccia raccontarmi la sua triste fine, sia che tu l'abbia veduta coi tuoi occhi, sia che l'abbia udita da qualche altro viandante, poiché egli era un uomo nato per la sventura. Non attenuare le cose per pietà di me, ma dimmi con piena franchezza esattamente ciò che vedesti. Se mai il mio valoroso padre Ulisse ti rese un leale servizio, con la parola o con l'opera, quando voi Achei eravate travagliati tra i Troiani, ricordalo ora a mio favore e dimmi il vero, tutto.»
«Amico mio,» rispose Nestore, «tu richiami alla mia mente un tempo di grande dolore, poiché i valorosi Achei soffrirono molto sia sul mare, quando facevamo scorrerie sotto Achille, sia combattendo dinanzi alla grande città del re Priamo. I nostri uomini migliori caddero tutti là: Aiace, Achille, Patroclo pari agli dei nel consiglio, e il mio caro figlio Antiloco, uomo singolarmente veloce di piede e valoroso in battaglia. Ma soffrimmo assai più di questo; quale lingua mortale potrebbe infatti narrare tutta la storia? Se tu restassi qui a interrogarmi per cinque anni, o anche sei, non potrei dirti tutto ciò che gli Achei patirono, e te ne torneresti a casa stanco del mio racconto prima che fosse finito. Per nove lunghi anni tentammo ogni sorta di stratagemma, ma la mano del cielo era contro di noi; in tutto quel tempo nessuno poteva paragonarsi a tuo padre in astuzia, se davvero sei suo figlio, e stento a credere ai miei occhi, e parli proprio come lui, nessuno direbbe che persone di età così diverse possano parlare in modo tanto simile. Lui e io non avemmo mai alcun dissenso, dal principio alla fine, né nel campo né in consiglio, ma con unico cuore e unico intento consigliavamo gli Argivi su come disporre ogni cosa per il meglio.
«Quando però avemmo saccheggiato la città di Priamo e salpavamo sulle nostre navi, come il cielo ci aveva dispersi, allora Giove volle tormentare gli Argivi nel viaggio di ritorno; poiché non tutti erano stati saggi o prudenti, e perciò molti fecero una cattiva fine per lo sdegno di Minerva, figlia di Giove, che suscitò una contesa tra i due figli di Atreo.
«I figli di Atreo convocarono un'assemblea che non fu quale doveva essere, poiché era il tramonto e gli Achei erano appesantiti dal vino. Quando spiegarono perché avevano radunato il popolo, apparve che Menelao voleva far vela subito verso casa, e ciò dispiacque ad Agamennone, il quale pensava che dovessimo aspettare di aver offerto ecatombi per placare l'ira di Minerva. Stolto com'era, avrebbe dovuto sapere che non avrebbe prevalso su di lei, poiché quando gli dei hanno preso una decisione non la mutano alla leggera. Così i due restarono a scambiarsi parole aspre, al che gli Achei balzarono in piedi con un grido che squarciò l'aria, e furono di due opinioni su ciò che dovessero fare.
«Quella notte riposammo covando la nostra ira, poiché Giove stava covando sventura contro di noi. Ma al mattino alcuni di noi trascinarono le navi in acqua e vi caricarono i nostri beni con le nostre donne, mentre gli altri, circa la metà, rimasero indietro con Agamennone. Noi, l'altra metà, ci imbarcammo e salpammo; e le navi andarono bene, poiché il cielo aveva spianato il mare. Giunti a Tenedo offrimmo sacrifici agli dei, perché bramavamo di tornare a casa; ma il crudele Giove non voleva ancora che lo facessimo, e suscitò una seconda contesa, nel corso della quale alcuni tra noi rivolsero indietro le loro navi e se ne andarono sotto Ulisse per far pace con Agamennone; ma io, e tutte le navi che erano con me, procedemmo oltre, perché vedevo che si preparava sventura. Anche il figlio di Tideo proseguì con me, e le sue ciurme con lui. Più tardi Menelao ci raggiunse a Lesbo, e ci trovò intenti a decidere quale rotta tenere, poiché non sapevamo se andare al largo di Chio, presso l'isola di Psira, lasciandola a sinistra, o dentro Chio, di fronte al tempestoso promontorio di Mimante. Chiedemmo dunque un segno al cielo, e ce ne fu mostrato uno il quale diceva che saremmo stati presto fuori pericolo se avessimo diretto le navi attraverso il mare aperto verso l'Eubea. Così facemmo, e si levò un vento favorevole che ci diede una rapida traversata durante la notte fino a Geresto, dove offrimmo molti sacrifici a Nettuno per averci aiutato fin lì nel nostro cammino. Quattro giorni dopo Diomede e i suoi uomini ormeggiarono le navi ad Argo, ma io tirai dritto per Pilo, e il vento non cadde mai dal giorno in cui il cielo me lo rese propizio.
«Perciò, mio caro giovane amico, tornai senza aver udito nulla degli altri. Non so né chi sia giunto in salvo a casa né chi sia perito, ma, com'è mio dovere, ti riferirò senza riserve le notizie che mi sono giunte da quando sono qui nella mia casa. Dicono che i Mirmidoni tornarono in patria sani e salvi sotto Neottolemo, figlio di Achille; così pure il valoroso figlio di Peante, Filottete. Idomeneo, ancora, non perdette alcun uomo in mare, e tutti i suoi seguaci che sfuggirono alla morte sul campo giunsero salvi con lui a Creta. Per quanto lontano dal mondo tu viva, avrai udito di Agamennone e della cattiva fine che fece per mano di Egisto, e un tremendo conto dovette poi pagare Egisto. Vedi che bella cosa è per un uomo lasciarsi dietro un figlio, che faccia come fece Oreste, il quale uccise il perfido Egisto, assassino del suo nobile padre. Anche tu dunque, che sei un giovane alto e di bell'aspetto, mostra il tuo valore e fatti un nome nei racconti.»
«Nestore figlio di Neleo,» rispose Telemaco, «onore del nome acheo, gli Achei applaudono Oreste e il suo nome vivrà per tutti i tempi, perché ha vendicato nobilmente suo padre. Volesse il cielo concedere a me di compiere una simile vendetta sull'insolenza dei malvagi pretendenti, che mi maltrattano e tramano la mia rovina; ma gli dei non hanno in serbo una tale felicità per me e per mio padre, perciò dobbiamo sopportarlo come meglio possiamo.»
«Amico mio,» disse Nestore, «ora che me lo ricordi, rammento di aver udito che tua madre ha molti pretendenti, che ti sono ostili e stanno devastando il tuo patrimonio. Ti sottometti a questo con rassegnazione, o l'opinione pubblica e la voce del cielo sono contro di te? Chi sa che Ulisse non torni dopotutto, e faccia pagare a questi furfanti il conto per intero, da solo o con una schiera di Achei dietro di sé? Se Minerva prendesse a volerti bene quanto ne volle a Ulisse quando combattevamo dinanzi a Troia (poiché mai vidi gli dei così apertamente affezionati a qualcuno come Minerva lo era allora a tuo padre), se si prendesse cura di te quanto si prese cura di lui, questi corteggiatori presto dimenticherebbero, alcuni di loro, il loro corteggiare.»
Telemaco rispose: «Non posso aspettarmi nulla di simile; sarebbe troppo sperare. Non oso lasciarmi pensare a ciò. Anche se gli dei stessi lo volessero, una tale buona sorte non potrebbe toccarmi.»
A questo punto Minerva disse: «Telemaco, di che cosa parli? Il cielo ha il braccio lungo, se vuole salvare un uomo; e se fossi io, non mi curerei di quanto dovrei soffrire prima di tornare a casa, purché potessi essere al sicuro una volta là. Preferirei questo, piuttosto che tornare presto a casa e poi essere ucciso nella mia stessa dimora come fu Agamennone per il tradimento di Egisto e di sua moglie. Tuttavia la morte è certa, e quando l'ora di un uomo è giunta, nemmeno gli dei possono salvarlo, per quanto lo amino.»
«Mentore,» rispose Telemaco, «non parliamone più. Non c'è speranza che mio padre torni mai; gli dei da tempo hanno decretato la sua rovina. C'è però un'altra cosa che vorrei chiedere a Nestore, poiché egli sa molto più di chiunque altro. Dicono che abbia regnato per tre generazioni, tanto che è come parlare con un immortale. Dimmi dunque, Nestore, e dimmi il vero: come venne a morire Agamennone in quel modo? Che cosa faceva Menelao? E come poté il perfido Egisto uccidere un uomo tanto migliore di lui? Era Menelao lontano dall'achea Argo, in viaggio altrove tra gli uomini, che Egisto prese animo e uccise Agamennone?»
«Ti dirò il vero,» rispose Nestore, «e davvero tu stesso hai indovinato come andò tutto. Se Menelao, tornando da Troia, avesse trovato Egisto ancora vivo nella sua casa, non gli sarebbe stato innalzato alcun tumulo, nemmeno da morto, ma sarebbe stato gettato fuori della città ai cani e agli avvoltoi, e nessuna donna lo avrebbe pianto, perché aveva compiuto un atto di grande malvagità; ma noi eravamo laggiù, a combattere duramente a Troia, ed Egisto, che se ne stava tranquillo e comodo nel cuore di Argo, adulò Clitennestra, moglie di Agamennone, con incessanti lusinghe.
«Dapprima ella non volle saperne del suo malvagio disegno, poiché era di buona indole naturale; inoltre aveva con sé un aedo, al quale Agamennone, partendo per Troia, aveva dato l'ordine severo di far la guardia a sua moglie; ma quando il cielo ebbe decretato la sua rovina, Egisto portò quell'aedo su un'isola deserta e ve lo lasciò perché le cornacchie e i gabbiani ne facessero pasto; dopo di che ella andò abbastanza volentieri alla casa di Egisto. Allora egli offrì molti sacrifici di vittime bruciate agli dei, e adornò molti templi di arazzi e dorature, perché era riuscito ben oltre le sue speranze.
«Intanto Menelao e io eravamo sulla via del ritorno da Troia, in buoni rapporti l'uno con l'altro. Quando giungemmo a Sunio, che è il promontorio di Atene, Apollo con i suoi dardi indolori uccise Frontide, il timoniere della nave di Menelao (e nessun uomo seppe mai governare meglio una nave col mare grosso), sicché egli morì lì stesso con la barra in mano, e Menelao, benché ansioso di proseguire, dovette attendere per seppellire il compagno e rendergli i dovuti riti funebri. Poco dopo, quando anch'egli poté di nuovo prendere il mare, e fu giunto fino ai capi Malea, Giove meditò il male contro di lui e fece soffiare un vento forte finché le onde si alzarono come montagne. Qui divise la sua flotta e condusse una metà verso Creta, dove abitano i Cidoni intorno alle acque del fiume Iardano. C'è da quelle parti un alto promontorio che si protende nel mare da un luogo chiamato Gortina, e lungo tutto questo tratto di costa fino a Festo il mare si leva alto quando soffia il vento del sud, ma dopo Festo la costa è più riparata, poiché un piccolo promontorio può dare un grande riparo. Qui questa parte della flotta fu spinta sugli scogli e fracassata; ma gli equipaggi riuscirono a malapena a salvarsi. Quanto alle altre cinque navi, furono portate dai venti e dai mari in Egitto, dove Menelao raccolse molto oro e ricchezze presso genti di lingua straniera. Frattanto Egisto qui in patria ordiva la sua malvagia impresa. Per sette anni dopo aver ucciso Agamennone regnò a Micene, e il popolo gli fu obbediente, ma nell'ottavo anno Oreste tornò da Atene per essere la sua rovina, e uccise l'assassino di suo padre. Poi celebrò i riti funebri di sua madre e del perfido Egisto con un banchetto per il popolo di Argo, e proprio in quel giorno Menelao giunse a casa, con tanto tesoro quanto le sue navi potevano portare.
«Segui dunque il mio consiglio, e non andare a lungo vagando così lontano da casa, né lasciare i tuoi beni con persone tanto pericolose nella tua dimora; ti mangeranno tutto ciò che hai fra tutti loro, e tu avrai fatto un viaggio da sciocco. Tuttavia ti consiglio senz'altro di andare a far visita a Menelao, che è tornato da poco da un viaggio presso genti tanto lontane che nessuno potrebbe mai sperare di tornarne, una volta che i venti l'avessero portato così lontano dalla sua rotta; neppure gli uccelli possono volare quella distanza in un anno, tanto vasti e terribili sono i mari che devono attraversare. Vai da lui dunque per mare, e prendi con te i tuoi uomini; oppure, se preferisci viaggiare per terra, puoi avere un cocchio, puoi avere cavalli, e qui ci sono i miei figli che possono scortarti a Lacedemone, dove abita Menelao. Pregalo di dirti la verità, ed egli non ti dirà menzogne, perché è persona eccellente.»
Mentre egli parlava il sole tramontò e calò il buio, al che Minerva disse: «Signore, tutto ciò che hai detto è bene; ora però ordina di tagliare le lingue delle vittime, e mescola il vino perché possiamo fare libagioni a Nettuno e agli altri immortali, e poi andare a letto, poiché è ora di coricarsi. La gente dovrebbe ritirarsi presto e non fare tardi a una festa religiosa.»
Così parlò la figlia di Giove, ed essi le obbedirono. I servi versarono acqua sulle mani degli ospiti, mentre i giovani paggi riempivano i crateri di vino e acqua, e lo distribuivano dopo aver dato a ciascuno la sua libagione; poi gettarono nel fuoco le lingue delle vittime, e si alzarono per fare le loro libagioni. Quando ebbero fatto le libagioni e ciascuno ebbe bevuto quanto ne aveva voglia, Minerva e Telemaco volevano andare a bordo della loro nave, ma Nestore li raggiunse subito e li trattenne.
«Il cielo e gli dei immortali,» esclamò, «vietino che tu lasci la mia casa per andare a bordo di una nave. Credi forse che io sia tanto povero e a corto di vesti, o che abbia così pochi mantelli e coperte da non poter trovare comodi letti per me e per i miei ospiti? Sappi che ho scorta di tappeti e di mantelli, e non permetterò che il figlio del mio vecchio amico Ulisse si accampi sul ponte di una nave, non finché vivo, né lo permetteranno i miei figli dopo di me, ma terranno la casa aperta agli ospiti come ho fatto io.»
Allora Minerva rispose: «Signore, hai parlato bene, ed è molto meglio che Telemaco faccia come hai detto; egli dunque tornerà con te e dormirà in casa tua, ma io devo tornare indietro a dare ordini alla mia ciurma e a tenerla di buon animo. Sono l'unica persona più anziana tra loro; gli altri sono tutti giovani della stessa età di Telemaco, che hanno intrapreso questo viaggio per amicizia; devo dunque tornare alla nave e dormire là. Inoltre domani devo recarmi presso i Caucóni, dove mi è dovuta da tempo una grossa somma di denaro. Quanto a Telemaco, ora che è tuo ospite, mandalo a Lacedemone su un cocchio, e lascia che uno dei tuoi figli vada con lui. Compiacerti anche di fornirgli i tuoi cavalli migliori e più veloci.»
Detto questo, volò via in forma di aquila, e tutti restarono meravigliati nel vederla. Nestore rimase attonito, e prese Telemaco per mano. «Amico mio,» disse, «vedo che un giorno sarai un grande eroe, poiché gli dei ti assistono così mentre sei ancora tanto giovane. Costei non può essere stata nessun altro fra quelli che abitano il cielo se non la temibile figlia di Giove, la Tritonia, che mostrò tanto favore verso il tuo valoroso padre fra gli Argivi. Santa regina,» continuò, «degnati di far scendere la tua grazia su di me, sulla mia buona moglie e sui miei figli. In cambio ti offrirò in sacrificio una giovenca di un anno, dalla larga fronte, indomita, che nessun uomo ha mai posto sotto il giogo. Ne indorerò le corna, e te l'offrirò in sacrificio.»
Così pregò, e Minerva ascoltò la sua preghiera. Poi aprì la via verso la sua casa, seguito dai figli e dai generi. Giunti là, e presi i loro posti sulle panche e sui seggi, mescé loro una coppa di vino dolce, che aveva undici anni quando la dispensiera tolse il coperchio dalla giara che lo conteneva. Mentre mesceva il vino, pregò a lungo e fece libagioni a Minerva, figlia di Giove egioco. Poi, quando ebbero fatto le libagioni e ciascuno ebbe bevuto quanto ne aveva voglia, gli altri andarono a dormire, ciascuno nella propria dimora; ma Nestore mise a dormire Telemaco nella stanza sopra il portone insieme a Pisistrato, che era l'unico figlio non ammogliato rimastogli. Quanto a lui, dormì in una stanza interna della casa, con la regina sua moglie al fianco.
Quando apparve la figlia del mattino, l'Aurora dalle dita di rosa, Nestore lasciò il giaciglio e prese posto sulle panche di marmo bianco e levigato che stavano dinanzi alla sua casa. Qui in tempi antichi sedeva Neleo, pari agli dei nel consiglio, ma egli era ormai morto e se n'era andato alla casa di Ade; così Nestore sedeva nel suo seggio con lo scettro in mano, custode del pubblico bene. I suoi figli, uscendo dalle loro stanze, si raccolsero intorno a lui: Echefrone, Stratio, Perseo, Areto e Trasimede; il sesto figlio era Pisistrato, e quando Telemaco si unì a loro lo fecero sedere con sé. Nestore allora parlò loro.
«Figli miei,» disse, «affrettatevi a fare ciò che vi ordinerò. Desidero prima di tutto propiziarmi la grande dea Minerva, che si manifestò visibilmente a me durante i festeggiamenti di ieri. Vada dunque uno di voi alla pianura, dica al bovaro di cercarmi una giovenca, e venga qui subito con essa. Un altro deve andare alla nave di Telemaco e invitare tutta la ciurma, lasciando solo due uomini a guardia del vascello. Qualcun altro correrà a chiamare Laerceo l'orefice perché indori le corna della giovenca. Voi altri restate tutti dove siete; dite alle ancelle della casa di preparare un ottimo pranzo, e di portare seggi e legna per un sacrificio bruciato. Dite loro anche di portarmi dell'acqua limpida di sorgente.»
A queste parole si affrettarono ciascuno alla propria incombenza. La giovenca fu condotta dalla pianura, e la ciurma di Telemaco venne dalla nave; l'orefice portò l'incudine, il martello e le tenaglie con cui lavorava il suo oro, e la stessa Minerva venne ad accettare il sacrificio. Nestore diede l'oro, e il fabbro indorò le corna della giovenca perché la dea avesse piacere della loro bellezza. Poi Stratio ed Echefrone la condussero per le corna; Areto portò dalla casa l'acqua in una brocca decorata a fiori, e nell'altra mano teneva un canestro di farina d'orzo; il robusto Trasimede stava accanto con una scure affilata, pronto a colpire la giovenca, mentre Perseo reggeva un secchio. Allora Nestore cominciò lavandosi le mani e spargendo la farina d'orzo, ed elevò molte preghiere a Minerva mentre gettava sul fuoco una ciocca dalla testa della giovenca.
Quando ebbero finito di pregare e di spargere la farina d'orzo, Trasimede vibrò il colpo, e abbatté la giovenca con un fendente che tagliò i tendini alla base del collo, al che le figlie e le nuore di Nestore, e la sua venerabile moglie Euridice (la maggiore delle figlie di Climeno), gettarono grida di gioia. Poi sollevarono da terra la testa della giovenca, e Pisistrato le tagliò la gola. Quando ebbe finito di sanguinare ed era del tutto morta, la squartarono. Ne tagliarono via le cosce con ogni ordine, le avvolsero in due strati di grasso, e vi posero sopra alcuni pezzi di carne cruda; poi Nestore le depose sul fuoco di legna e vi versò sopra del vino, mentre i giovani gli stavano accanto con in mano spiedi a cinque punte. Quando le cosce furono arse ed ebbero assaggiato le interiora, tagliarono a pezzetti il resto della carne, infilarono i pezzi sugli spiedi e li arrostirono sul fuoco.
Intanto la bella Policasta, la figlia più giovane di Nestore, lavò Telemaco. Dopo averlo lavato e unto d'olio, gli portò un bel mantello e una tunica, ed egli sembrava un dio quando uscì dal bagno e prese posto accanto a Nestore. Quando le carni esterne furono cotte, le tolsero dagli spiedi e sedettero a banchetto, serviti da alcuni degni scudieri, che continuavano a versare loro il vino in coppe d'oro. Appena ebbero mangiato e bevuto a sazietà, Nestore disse: «Figli, attaccate al cocchio i cavalli di Telemaco, perché possa partire subito.»
Così parlò, ed essi fecero proprio come aveva detto, e aggiogarono al cocchio i veloci cavalli. La dispensiera preparò per loro una provvista di pane, vino e dolci degni dei figli dei principi. Poi Telemaco salì sul cocchio, mentre Pisistrato raccolse le redini e prese posto accanto a lui. Egli sferzò i cavalli ed essi volarono avanti senza farsi pregare nella campagna aperta, lasciandosi alle spalle l'alta cittadella di Pilo. Tutto quel giorno viaggiarono, scuotendo il giogo sul collo dei cavalli, finché il sole tramontò e l'oscurità coprì tutta la terra. Allora giunsero a Fere, dove abitava Diocle, figlio di Ortiloco e nipote di Alfeo. Qui passarono la notte e Diocle li accolse ospitalmente. Quando apparve la figlia del mattino, l'Aurora dalle dita di rosa, aggiogarono di nuovo i cavalli e uscirono dalla porta sotto il portico risonante. Pisistrato sferzò i cavalli ed essi volarono avanti senza farsi pregare; ben presto giunsero alle terre a grano della campagna aperta, e col tempo compirono il loro viaggio, tanto bene li portarono i destrieri.
Quando il sole fu tramontato e l'oscurità copriva la terra,