
Quando apparve la figlia del mattino, l’Aurora dalle dita rosate, Telemaco si alzò e si vestì. Si legò i sandali ai bei piedi, si cinse la spada alla spalla e lasciò la sua stanza simile a un dio immortale. Mandò subito i banditori in giro a convocare il popolo in assemblea; essi lo convocarono e il popolo si radunò; allora, quando furono riuniti, egli si recò al luogo dell’assemblea con la lancia in mano—non solo, perché i suoi due cani andavano con lui. Minerva lo dotò di un aspetto di così divina bellezza che tutti si meravigliarono di lui mentre passava, e quando prese posto nel seggio di suo padre perfino i consiglieri più anziani gli fecero largo.
Egizio, un uomo curvo per l’età e di infinita esperienza, fu il primo a parlare. Suo figlio Antifo era andato con Ulisse a Ilio, terra di nobili destrieri, ma il feroce Ciclope lo aveva ucciso quando erano tutti chiusi nella caverna, e ne aveva cucinato l’ultimo pranzo. Gli restavano tre figli, due dei quali lavoravano ancora le terre del padre, mentre il terzo, Eurinomo, era uno dei pretendenti; tuttavia il padre non riusciva a darsi pace per la perdita di Antifo, e ancora lo piangeva quando cominciò il suo discorso.
«Uomini di Itaca,» disse «ascoltate le mie parole. Dal giorno in cui Ulisse ci lasciò non vi è stata alcuna riunione dei nostri consiglieri fino ad ora; chi può dunque essere, vecchio o giovane, che trova così necessario convocarci? Ha avuto sentore dell’avvicinarsi di qualche esercito e vuole avvertirci, oppure intende parlare di qualche altra questione di pubblico interesse? Sono certo che è un’ottima persona, e spero che Giove gli conceda il desiderio del suo cuore.»
Telemaco prese questo discorso come di buon augurio e si alzò subito, perché scoppiava per ciò che aveva da dire. Si pose in mezzo all’assemblea e il buon araldo Pisenore gli portò lo scettro. Poi, volgendosi a Egizio: «Signore,» disse «sono io, come presto saprai, che vi ho convocati, perché sono io il più offeso. Non ho avuto sentore di alcun esercito che si avvicini e del quale vorrei avvertirvi, né vi è alcuna questione di pubblico interesse su cui voglia parlare. Il mio lamento è del tutto personale e riguarda due grandi sventure che sono cadute sulla mia casa. La prima è la perdita del mio eccellente padre, che era capo fra tutti voi qui presenti, ed era come un padre per ciascuno di voi; la seconda è molto più grave, e fra poco sarà la rovina totale del mio patrimonio. I figli di tutti i capi fra voi importunano mia madre perché li sposi contro la sua volontà. Hanno timore di andare da suo padre Icario, a chiedergli di scegliere quello che più gli aggrada e di provvedere i doni nuziali per sua figlia, ma giorno dopo giorno continuano a bazzicare la casa di mio padre, sacrificando per i loro banchetti i nostri buoi, le pecore e le capre grasse, senza dare nemmeno un pensiero alla quantità di vino che bevono. Nessun patrimonio può reggere una tale dissolutezza; non abbiamo ora alcun Ulisse che tenga lontano il male dalle nostre porte, e io non posso tenere testa a loro. Non sarò mai in tutti i miei giorni un uomo valente come lui, tuttavia mi difenderei davvero se ne avessi il potere, perché non posso più sopportare un simile trattamento; la mia casa è disonorata e rovinata. Abbiate dunque rispetto per le vostre coscienze e per l’opinione pubblica. Temete anche l’ira del cielo, perché gli dèi non si sdegnino e non si volgano contro di voi. Vi prego per Giove e per Temi, che è il principio e la fine dei consigli, [non] tiratevi indietro, amici miei, e non lasciatemi solo—a meno che il mio valoroso padre Ulisse non abbia fatto qualche torto agli Achei che voi ora vogliate vendicare su di me, aiutando e spalleggiando questi pretendenti. Inoltre, se devo comunque essere divorato fino a perdere casa e beni, preferirei che foste voi stessi a divorarmi, perché allora potrei agire contro di voi con qualche risultato e notificarvi citazioni di casa in casa finché non fossi pagato per intero, mentre ora non ho alcun rimedio.»
Con ciò Telemaco gettò lo scettro a terra e scoppiò in lacrime. Tutti ebbero molta pena di lui, ma restarono seduti in silenzio e nessuno osò dargli una risposta adirata, salvo soltanto Antinoo, che parlò così:
«Telemaco, insolente fanfarone che sei, come osi tentare di gettare la colpa su di noi pretendenti? È colpa di tua madre, non nostra, perché è una donna molto astuta. Da tre anni a questa parte, e quasi quattro, ci ha fatti uscire di senno, dando speranza a ciascuno di noi e mandandogli messaggi senza intendere una sola parola di ciò che dice. E poi c’è quell’altro inganno che ci giocò. Montò nella sua stanza un grande telaio da ricamo e cominciò a lavorare a un enorme pezzo di fine ricamo. “Cari,” disse “Ulisse è davvero morto, tuttavia non mi sollecitate a risposarmi subito, attendete—perché non vorrei che l’abilità nel ricamo perisse senza essere ricordata—finché non avrò finito un sudario per l’eroe Laerte, che sia pronto per il tempo in cui la morte lo prenderà. Egli è molto ricco, e le donne del luogo mormoreranno se sarà composto senza un sudario.”
«Questo disse, e noi acconsentimmo; dopodiché la vedevamo lavorare alla sua grande tela tutto il giorno, ma di notte disfaceva di nuovo i punti alla luce delle torce. Ci ingannò in questo modo per tre anni e non la scoprimmo mai, ma col passare del tempo, essendo ormai nel quarto anno, una delle sue ancelle che sapeva ciò che faceva ce lo disse, e la sorprendemmo nell’atto di disfare il suo lavoro, così dovette finirlo che lo volesse o no. I pretendenti, dunque, ti danno questa risposta, perché sia te sia gli Achei possiate comprenderla—“Manda via tua madre e ordinale di sposare l’uomo scelto da lei e da suo padre”; perché non so che cosa accadrà se ella continua a tormentarci ancora a lungo con le arie che si dà per le doti che Minerva le ha insegnato, e perché è così scaltra. Non abbiamo mai sentito parlare di una simile donna; sappiamo tutto di Tiro, Alcmena, Micene e delle famose donne di un tempo, ma nessuna di loro era nulla in confronto a tua madre. Non fu giusto da parte sua trattarci in quel modo, e finché ella persiste nell’animo di cui il cielo l’ha ora dotata, noi continueremo a divorare il tuo patrimonio; e non vedo perché dovrebbe cambiare, perché ella ne ha tutto l’onore e la gloria, e sei tu a pagarne il prezzo, non lei. Sappi dunque che non torneremo alle nostre terre, né qui né altrove, finché ella non avrà fatto la sua scelta e sposato l’uno o l’altro di noi.»
Telemaco rispose: «Antinoo, come posso cacciare dalla casa di mio padre la madre che mi ha partorito? Mio padre è lontano e non sappiamo se sia vivo o morto. Sarà duro per me se dovrò pagare a Icario la grossa somma che devo dargli se insisto a rimandargli sua figlia. Non solo egli mi tratterà con rigore, ma anche il cielo mi punirà; perché mia madre, lasciando la casa, invocherà le Erinni a vendicarla; inoltre non sarebbe cosa onorevole da fare, e non voglio averne nulla a che fare. Se vi piace offendervi per questo, lasciate la casa e banchettate altrove nelle case gli uni degli altri a vostre spese, a turno. Se invece scegliete di persistere a scroccare a un solo uomo, che il cielo mi aiuti, ma Giove vi chiederà conto per intero, e quando cadrete nella casa di mio padre non vi sarà nessuno a vendicarvi.»
Mentre egli parlava Giove mandò due aquile dalla cima del monte, ed esse volarono sempre più oltre col vento, librandosi fianco a fianco nel loro signorile volo. Quando furono proprio sopra il mezzo dell’assemblea, girarono e volteggiarono, battendo l’aria con le ali e lanciando morte negli occhi di quelli che stavano sotto; poi, combattendo ferocemente e dilaniandosi a vicenda, volarono via verso destra sopra la città. Il popolo si meravigliò vedendole e si chiese quale ne fosse il significato; allora Alitherse, che era il miglior profeta e interprete di presagi fra loro, parlò loro con franchezza e in tutta onestà, dicendo:
«Ascoltatemi, uomini di Itaca, e parlo più particolarmente ai pretendenti, perché vedo un malanno in preparazione per loro. Ulisse non starà lontano ancora a lungo; anzi è vicino, pronto a spargere morte e distruzione, non su di loro soli, ma su molti altri di noi che viviamo a Itaca. Siamo dunque saggi in tempo e poniamo fine a questa malvagità prima che egli giunga. Lo facciano i pretendenti di propria volontà; sarà meglio per loro, perché non profetizzo senza la dovuta conoscenza; tutto è accaduto a Ulisse come predissi quando gli Argivi partirono per Troia, ed egli con loro. Dissi che dopo aver sofferto molte pene e perduto tutti i suoi uomini sarebbe tornato a casa nel ventesimo anno e che nessuno lo avrebbe riconosciuto; e ora tutto questo si sta avverando.»
Eurimaco, figlio di Polibo, disse allora: «Va’ a casa, vecchio, e profetizza ai tuoi figli, o sarà peggio per loro. Io so leggere questi presagi molto meglio di te; gli uccelli volano sempre in giro al sole in qualche luogo, ma raramente significano qualcosa. Ulisse è morto in una terra lontana, ed è un peccato che tu non sia morto insieme a lui, invece di cianciare qui di presagi e aggiungere esca all’ira di Telemaco, che è già abbastanza feroce così com’è. Suppongo che tu pensi che egli ti darà qualcosa per la tua famiglia, ma ti dico—e così sarà di certo—che quando un vecchio come te, che dovrebbe saperla più lunga, aizza un giovane finché diventa molesto, in primo luogo il suo giovane amico non farà che stare tanto peggio—non ne ricaverà nulla, perché i pretendenti lo impediranno—e in secondo luogo imporremo a te stesso, signore, una multa più pesante di quanto ti piacerà pagare, perché ti peserà duramente. Quanto a Telemaco, lo avverto alla presenza di tutti voi di rimandare sua madre a suo padre, il quale le troverà un marito e le fornirà tutti i doni nuziali che una figlia così cara può aspettarsi. Fino ad allora continueremo a molestarlo con la nostra corte; perché non temiamo nessuno, e non ci curiamo né di lui, con tutti i suoi bei discorsi, né di alcuna tua arte indovinatoria. Puoi predicare quanto ti pare, ma non faremo che odiarti di più. Torneremo indietro e continueremo a divorare il patrimonio di Telemaco senza pagarlo, finché sua madre non smetterà di tormentarci tenendoci giorno dopo giorno sulla punta dei piedi nell’attesa, ciascuno in gara con l’altro nel corteggiarla per un premio di così rara perfezione. Del resto non possiamo andare dietro alle altre donne che dovremmo sposare a tempo debito, a causa del modo in cui ella ci tratta.»
Allora Telemaco disse: «Eurimaco, e voialtri pretendenti, non dirò altro e non vi supplicherò oltre, perché gli dèi e il popolo di Itaca ormai conoscono la mia storia. Datemi dunque una nave e un equipaggio di venti uomini che mi portino qua e là, e andrò a Sparta e a Pilo in cerca di mio padre che è scomparso da così lungo tempo. Qualcuno potrebbe dirmi qualcosa, oppure (e spesso la gente apprende le cose in questo modo) qualche messaggio mandato dal cielo potrebbe guidarmi. Se potrò sentire che egli è vivo e sulla via del ritorno, sopporterò lo sperpero che voi pretendenti farete ancora per altri dodici mesi. Se invece sento della sua morte, tornerò subito, celebrerò i suoi riti funebri con tutta la dovuta pompa, innalzerò un tumulo alla sua memoria e farò risposare mia madre.»
Con queste parole si sedette, e si alzò a parlare Mentore, che era stato amico di Ulisse ed era stato lasciato a capo di ogni cosa con piena autorità sui servi. Egli, dunque, con franchezza e in tutta onestà si rivolse loro così:
«Ascoltatemi, uomini di Itaca; spero che non abbiate mai più un sovrano buono e ben disposto, né uno che vi governi con equità; spero che tutti i vostri capi d’ora in poi siano crudeli e ingiusti, perché non c’è uno di voi che non abbia dimenticato Ulisse, che vi governava come se fosse vostro padre. Non sono neppure la metà così in collera con i pretendenti, perché se vogliono fare violenza nella malvagità dei loro cuori e scommettere le loro teste che Ulisse non tornerà, possono prendersi la mano alta e divorare il suo patrimonio, ma quanto a voialtri, sono sconvolto dal modo in cui rimanete tutti seduti senza neppure cercare di fermare simili scandalosi misfatti—cosa che potreste fare se voleste, perché voi siete molti ed essi sono pochi.»
Leocrito, figlio di Evenore, gli rispose dicendo: «Mentore, che follia è tutta questa, che tu voglia aizzare il popolo a fermarci? È dura per un uomo solo lottare con molti per le loro vivande. Anche se lo stesso Ulisse ci assalisse mentre banchettiamo in casa sua e facesse del suo meglio per scacciarci, sua moglie, che lo vuole indietro tanto ardentemente, avrebbe ben poca ragione di rallegrarsi, e il suo sangue ricadrebbe sul suo stesso capo se combattesse contro un così grande svantaggio. Non c’è senso in ciò che hai detto. Ora dunque voi, popolo, andate ai vostri affari, e lasciate che gli antichi amici di suo padre, Mentore e Alitherse, affrettino questo ragazzo nel suo viaggio, se pure parte—cosa che non credo, perché è più probabile che rimanga dov’è finché qualcuno non venga a dirgli qualcosa.»
Con ciò sciolse l’assemblea, e ciascuno tornò alla propria dimora, mentre i pretendenti tornarono alla casa di Ulisse.
Poi Telemaco andò tutto solo sulla riva del mare, si lavò le mani nelle onde grigie e pregò Minerva.
«Ascoltami,» gridò «dio che mi hai visitato ieri e mi hai ordinato di solcare i mari in cerca di mio padre, scomparso da così lungo tempo. Io ti obbedirei, ma gli Achei, e più particolarmente i malvagi pretendenti, me lo impediscono, così che non posso farlo.»
Mentre egli pregava così, Minerva gli si fece vicino con le sembianze e la voce di Mentore. «Telemaco,» disse «se sei fatto della stessa stoffa di tuo padre, d’ora in poi non sarai né stolto né vile, perché Ulisse non mancò mai alla parola né lasciò a metà il suo lavoro. Se dunque somigli a lui, il tuo viaggio non sarà infruttuoso, ma se non hai nelle vene il sangue di Ulisse e di Penelope non vedo alcuna probabilità che tu riesca. I figli raramente sono uomini buoni come i loro padri; in genere sono peggiori, non migliori; tuttavia, poiché d’ora in poi non sarai né stolto né vile e non sei del tutto privo di una parte del saggio discernimento di tuo padre, guardo con speranza alla tua impresa. Ma bada di non fare mai causa comune con nessuno di quegli stolti pretendenti, perché non hanno né senno né virtù, e non pensano alla morte e al destino che presto cadrà su tutti loro, così che periranno nello stesso giorno. Quanto al tuo viaggio, non sarà ritardato a lungo; tuo padre era un così vecchio amico mio che ti troverò una nave e verrò io stesso con te. Ora, però, torna a casa e va’ in mezzo ai pretendenti; comincia a preparare le provviste per il tuo viaggio; bada che tutto sia ben stivato, il vino nelle giare e la farina d’orzo, che è il sostegno della vita, in sacchi di cuoio, mentre io faccio il giro della città e raccolgo subito dei volontari. Vi sono a Itaca molte navi, vecchie e nuove; le passerò in rassegna per te e sceglierò la migliore; la metteremo in ordine e prenderemo il largo senza indugio.»
Così parlò Minerva figlia di Giove, e Telemaco non perse tempo a fare ciò che la dea gli aveva detto. Tornò a casa pensieroso e trovò i pretendenti intenti a scuoiare capre e ad abbrustolire porci nel cortile esterno. Antinoo gli andò subito incontro e rise prendendogli la mano nella sua, dicendo: «Telemaco, mio bel mangiafuoco, non serbare più rancore né a parole né a fatti, ma mangia e bevi con noi come eri solito fare. Gli Achei ti procureranno ogni cosa—una nave e per giunta un equipaggio scelto—così che tu possa far vela subito per Pilo e avere notizie del tuo nobile padre.»
«Antinoo,» rispose Telemaco «non posso mangiare in pace né prendere piacere di alcun genere con uomini come voi. Non vi è bastato sperperare tanti miei buoni beni quando ero ancora un ragazzo? Ora che sono più grande e ne so di più, sono anche più forte, e sia qui fra questo popolo, sia andando a Pilo, vi farò tutto il male che potrò. Andrò, e il mio andare non sarà vano—benché, per colpa vostra, pretendenti, io non abbia né nave né equipaggio miei, e debba essere passeggero e non capitano.»
Mentre parlava ritrasse la mano da quella di Antinoo. Intanto gli altri continuavano a preparare il pranzo per gli edifici, beffandosi di lui con scherno mentre lo facevano.
«Telemaco,» disse un giovanotto «vuole essere la nostra morte; suppongo che pensi di poter portare amici ad aiutarlo da Pilo, o ancora da Sparta, dove sembra deciso ad andare. O andrà anche a Efira, a prendere veleno da mettere nel nostro vino e ucciderci?»
Un altro disse: «Forse se Telemaco sale su una nave, sarà come suo padre e perirà lontano dai suoi amici. In questo caso avremmo molto da fare, perché potremmo allora dividerci i suoi beni fra noi: quanto alla casa, possiamo lasciarla a sua madre e all’uomo che la sposerà.»
Così parlavano. Ma Telemaco scese nel magazzino alto e spazioso dove il tesoro di suo padre, d’oro e di bronzo, giaceva ammucchiato sul pavimento, e dove lini e vesti di scorta erano tenuti in casse aperte. Qui c’era anche una riserva di olio d’oliva profumato, mentre botti di vino vecchio, ben stagionato, non mescolato e degno di essere bevuto da un dio, erano allineate contro la parete nel caso che Ulisse tornasse a casa dopo tutto. La stanza era chiusa da porte ben fatte che si aprivano nel mezzo; inoltre la fedele vecchia governante Euriclea, figlia di Opi, figlio di Pisenore, aveva la custodia di ogni cosa giorno e notte. Telemaco la chiamò nel magazzino e disse:
«Nutrice, spillami un po’ del miglior vino che hai, dopo quello che serbi per il bere di mio padre, nel caso che, povero uomo, scampi alla morte e ritrovi la via di casa dopo tutto. Dammi dodici giare, e bada che abbiano tutte i coperchi; riempimi anche dei sacchi di cuoio ben cuciti con farina d’orzo—circa venti misure in tutto. Metti insieme subito queste cose, e non dire nulla in proposito. Porterò via tutto questa sera, appena mia madre sarà salita di sopra per la notte. Vado a Sparta e a Pilo per vedere se posso sentire qualcosa del ritorno del mio caro padre.»
Quando Euriclea udì ciò si mise a piangere e gli parlò con affetto, dicendo: «Mio caro figlio, che cosa mai può averti messo in testa un’idea simile? Dove al mondo vuoi andare—tu, che sei l’unica speranza della casa? Il tuo povero padre è morto e scomparso in qualche terra straniera, nessuno sa dove, e appena avrai voltato le spalle questi malvagi di qui macchineranno per farti togliere di mezzo e si divideranno fra loro tutti i tuoi beni; resta dove sei, fra i tuoi, e non andare errando e logorandoti la vita sull’oceano sterile.»
«Non temere, nutrice,» rispose Telemaco «il mio disegno non è senza l’approvazione del cielo; ma giura che non dirai nulla di tutto ciò a mia madre, finché non sarò stato via una decina o dodici giorni, a meno che ella non senta che sono partito e ti interroghi; perché non voglio che rovini la sua bellezza piangendo.»
La vecchia giurò solennissimamente che non avrebbe parlato, e quando ebbe terminato il giuramento, cominciò a spillare il vino nelle giare e a mettere la farina d’orzo nei sacchi, mentre Telemaco tornò dai pretendenti.
Allora Minerva pensò a un’altra faccenda. Prese le sue sembianze e andò per la città da ciascuno dell’equipaggio, dicendo loro di trovarsi alla nave prima del tramonto. Andò anche da Noemone, figlio di Fronio, e gli chiese di prestarle una nave—cosa che egli fu prontissimo a fare. Quando il sole fu tramontato e le tenebre coprirono tutta la terra, ella mise la nave in acqua, vi caricò tutto l’attrezzamento che le navi di solito portano e la ancorò all’estremità del porto. Ben presto giunse l’equipaggio, e la dea rivolse a ciascuno di loro parole d’incoraggiamento.
Inoltre andò alla casa di Ulisse e gettò i pretendenti in un sonno profondo. Fece sì che la bevanda li stordisse e lasciasse cadere le coppe dalle loro mani, così che invece di restare seduti sul loro vino tornarono in città a dormire, con gli occhi pesanti e colmi di sonnolenza. Poi prese la forma e la voce di Mentore e chiamò Telemaco a venire fuori.
«Telemaco,» disse «gli uomini sono a bordo e ai loro remi, e attendono che tu dia i tuoi ordini; perciò affrettati e partiamo.»
Detto ciò, ella fece strada, mentre Telemaco seguiva le sue orme. Quando giunsero alla nave trovarono l’equipaggio che aspettava sulla riva, e Telemaco disse: «Ora, uomini miei, aiutatemi a portare a bordo le provviste; sono tutte raccolte nel portico, e mia madre non ne sa nulla, né alcuna delle ancelle tranne una.»
Con queste parole fece strada e gli altri lo seguirono. Quando ebbero portato le cose come aveva detto, Telemaco salì a bordo, con Minerva che lo precedeva e prendeva posto a poppa della nave, mentre Telemaco sedeva accanto a lei. Poi gli uomini sciolsero gli ormeggi e presero posto sui banchi. Minerva mandò loro un vento favorevole da occidente, che fischiava sulle onde azzurro cupo, onde Telemaco disse loro di afferrare le funi e di issare la vela, ed essi fecero come aveva detto. Posero l’albero nel suo incavo sulla traversa, lo innalzarono e lo fissarono con gli stragli; poi issarono in alto le bianche vele con funi di cuoio di bue ritorto. Mentre la vela si gonfiava al vento, la nave volava sull’acqua azzurro cupo, e la schiuma sibilava contro la prua mentre si lanciava avanti. Poi assicurarono ogni cosa in tutta la nave, riempirono i crateri fino all’orlo e fecero libagioni agli dèi immortali che sono da sempre, ma più particolarmente alla figlia di Giove dagli occhi glauchi.
Così dunque la nave corse il suo cammino attraverso le veglie della notte, dal buio all’alba.