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Nel quale Phileas Fogg non deve ripetere due volte i suoi ordini a Passepartout

Il giro del mondo in ottanta giorni · Jules Verne · tradotto da Claude Opus

Gli abitanti di Saville Row sarebbero rimasti assai sorpresi, il giorno dopo, se qualcuno avesse detto loro che Phileas Fogg era tornato a casa. Porte e finestre erano ancora chiuse; non si scorgeva alcun segno di cambiamento.

Uscito dalla stazione, Mr. Fogg aveva incaricato Passepartout di comprare qualche provvista, e si era recato tranquillamente al suo domicilio.

Sopportava la sventura con la sua abituale tranquillità. Rovinato! E per colpa della goffaggine del detective! Dopo aver percorso con passo sicuro quel lungo viaggio, superato cento ostacoli, sfidato tanti pericoli, e trovato perfino il tempo di fare un po' di bene lungo la strada, fallire vicino alla meta per un avvenimento improvviso che non avrebbe potuto prevedere e contro il quale era disarmato: era terribile! Della grossa somma che aveva portato con sé non restavano che poche sterline. Del suo patrimonio non rimanevano che le ventimila sterline depositate presso Barings, e quella somma la doveva ai suoi amici del Reform Club. Le spese del viaggio erano state così ingenti che, anche se avesse vinto, non si sarebbe arricchito; ed è probabile che non avesse cercato di arricchirsi, essendo un uomo che scommetteva più per onore che per la posta in gioco. Ma quella scommessa lo rovinava completamente.

La decisione di Mr. Fogg, tuttavia, era già presa; sapeva che cosa gli restava da fare.

Una stanza della casa di Saville Row fu riservata ad Aouda, che era sopraffatta dal dolore per la sventura del suo protettore. Da alcune parole lasciate cadere da Mr. Fogg, capì che egli meditava qualche grave progetto.

Sapendo che gli inglesi dominati da un'idea fissa ricorrono talvolta all'espediente disperato del suicidio, Passepartout sorvegliava da vicino il suo padrone, pur badando con cura a non darlo a vedere.

Prima di tutto, il bravo ragazzo era salito nella sua camera e aveva spento il becco a gas che bruciava da ottanta giorni. Aveva trovato nella cassetta delle lettere una bolletta della compagnia del gas, e aveva pensato che fosse più che tempo di porre fine a quella spesa, che era condannato a sostenere.

La notte passò. Mr. Fogg si coricò, ma dormì? Aouda non chiuse occhio neppure un istante. Passepartout vegliò tutta la notte, come un cane fedele, alla porta del suo padrone.

Al mattino Mr. Fogg lo chiamò e gli disse di preparare la colazione per Aouda, e per sé una tazza di tè e una costoletta. Pregava Aouda di scusarlo se non si sarebbe presentato né a colazione né a pranzo, poiché tutta la sua giornata sarebbe stata assorbita dal sistemare i suoi affari. La sera avrebbe chiesto alla giovane signora il permesso di intrattenersi con lei qualche istante.

Passepartout, ricevuti gli ordini, non aveva che da obbedire. Guardava il suo imperturbabile padrone e non riusciva a decidersi a lasciarlo. Aveva il cuore gonfio e la coscienza torturata dal rimorso, perché si accusava più amaramente che mai di essere la causa di quel disastro irreparabile. Sì! Se avesse avvertito Mr. Fogg, se gli avesse svelato i piani di Fix, il suo padrone non avrebbe certo offerto al detective il passaggio fino a Liverpool, e allora…

Passepartout non riuscì più a trattenersi.

«Padrone! Mr. Fogg!» esclamò. «Perché non mi maledice? È per colpa mia che…»

«Non do la colpa a nessuno» rispose Phileas Fogg con perfetta calma. «Vada!»

Passepartout uscì dalla stanza e andò a cercare Aouda, alla quale riferì il messaggio del suo padrone.

«Signora» aggiunse, «io non posso far nulla… nulla! Non ho alcuna influenza sul mio padrone; ma lei, forse…»

«Quale influenza potrei avere io?» rispose Aouda. «Mr. Fogg non si lascia influenzare da nessuno. Ha mai capito che la mia gratitudine per lui trabocca? Ha mai letto nel mio cuore? Amico mio, non bisogna lasciarlo solo un istante! Dice che stasera vuole parlarmi?»

«Sì, signora; probabilmente per provvedere alla sua protezione e al suo benessere in Inghilterra.»

«Vedremo» rispose Aouda, facendosi d'improvviso pensierosa.

Per tutta quella giornata (era domenica) la casa di Saville Row parve disabitata, e Phileas Fogg, per la prima volta da quando abitava in quella casa, non uscì per recarsi al suo club quando l'orologio di Westminster batté le undici e mezzo.

Perché mai avrebbe dovuto presentarsi al Reform? I suoi amici non lo aspettavano più. Poiché Phileas Fogg non era comparso nel salone la sera prima (sabato 21 dicembre, alle nove meno un quarto), aveva perso la scommessa. Non era neppure necessario che andasse dai suoi banchieri a ritirare le ventimila sterline; i suoi avversari avevano già in mano il suo assegno, e non dovevano far altro che compilarlo e mandarlo alla Barings perché la somma fosse trasferita a loro credito.

Mr. Fogg, dunque, non aveva motivo di uscire, e perciò rimase in casa. Si chiuse nella sua stanza e si occupò di mettere in ordine i suoi affari. Passepartout non faceva che salire e scendere le scale. Per lui le ore non passavano mai. Origliava alla porta del suo padrone e guardava dal buco della serratura, come se ne avesse pieno diritto, e come se temesse che da un momento all'altro potesse accadere qualcosa di terribile. Talvolta pensava a Fix, ma ormai senza collera. Fix, come tutti, si era sbagliato su Phileas Fogg, e non aveva fatto che il suo dovere pedinandolo e arrestandolo; mentre lui, Passepartout… Questo pensiero lo ossessionava, e non smetteva di maledire la propria miserabile stoltezza.

Sentendosi troppo infelice per restare solo, bussò alla porta di Aouda, entrò nella sua stanza, si sedette in un angolo senza dire nulla e guardò mestamente la giovane donna. Aouda era sempre pensierosa.

Verso le sette e mezzo di sera Mr. Fogg mandò a chiedere ad Aouda se volesse riceverlo, e pochi istanti dopo si trovò solo con lei.

Phileas Fogg prese una sedia e si sedette vicino al camino, di fronte ad Aouda. Il suo volto non tradiva alcuna emozione. Il Fogg del ritorno era esattamente il Fogg della partenza: la stessa calma, la stessa impassibilità.

Rimase alcuni minuti senza parlare; poi, volgendo lo sguardo su Aouda: «Signora» disse, «vorrà perdonarmi di averla condotta in Inghilterra?»

«Io, Mr. Fogg!» rispose Aouda, frenando i battiti del suo cuore.

«La prego, mi lasci finire» riprese Mr. Fogg. «Quando decisi di condurla lontano da quel paese divenuto così pericoloso per lei, ero ricco, e contavo di mettere una parte del mio patrimonio a sua disposizione; la sua esistenza sarebbe stata allora libera e felice. Ma ora sono rovinato.»

«Lo so, Mr. Fogg» rispose Aouda, «e io le chiedo a mia volta: vorrà perdonarmi di averla seguita e, chissà?, di averla forse ritardata, contribuendo così alla sua rovina?»

«Signora, lei non poteva restare in India, e la sua salvezza poteva essere assicurata soltanto conducendola tanto lontano che i suoi persecutori non potessero riprenderla.»

«Così, Mr. Fogg» riprese Aouda, «non contento di avermi strappata a una morte orribile, si credeva obbligato ad assicurarmi una vita agiata in terra straniera?»

«Sì, signora; ma le circostanze mi sono state avverse. Tuttavia, la prego di permettermi di mettere a sua disposizione il poco che mi resta.»

«Ma lei che cosa farà, Mr. Fogg?»

«Quanto a me, signora» rispose freddamente il gentiluomo, «non ho bisogno di nulla.»

«Ma come considera, signore, la sorte che l'attende?»

«Come sono solito fare.»

«Almeno» disse Aouda, «la miseria non dovrebbe colpire un uomo come lei. I suoi amici…»

«Non ho amici, signora.»

«I suoi parenti…»

«Non ho più parenti.»

«Allora la compiango, Mr. Fogg, perché la solitudine è una cosa triste, senza un cuore cui confidare le proprie pene. Si dice, però, che la miseria stessa, divisa fra due anime che si comprendono, possa essere sopportata con pazienza.»

«Così si dice, signora.»

«Mr. Fogg» disse Aouda, alzandosi e prendendogli la mano, «vuole avere insieme una parente e un'amica? Mi vuole per moglie?»

Mr. Fogg, a queste parole, si alzò a sua volta. C'era nei suoi occhi una luce insolita, e un lieve tremito sulle sue labbra. Aouda lo guardò in volto. La sincerità, la rettitudine, la fermezza e la dolcezza di quel tenero sguardo di una nobile donna, capace di osare tutto per salvare colui al quale doveva tutto, dapprima lo stupirono, poi lo penetrarono. Chiuse gli occhi per un istante, come per sfuggire a quello sguardo. Quando li riaprì: «Vi amo!» disse semplicemente. «Sì, per tutto ciò che vi è di più sacro, vi amo, e sono interamente vostro!»

«Ah!» esclamò Aouda, stringendosi la mano di lui sul cuore.

Passepartout fu chiamato e comparve immediatamente. Mr. Fogg teneva ancora la mano di Aouda nella sua; Passepartout capì, e il suo faccione rotondo divenne raggiante come il sole dei tropici allo zenit.

Mr. Fogg gli chiese se non fosse troppo tardi per avvertire quella sera stessa il reverendo Samuel Wilson, della parrocchia di Marylebone.

Passepartout sorrise del suo sorriso più cordiale e disse: «Non è mai troppo tardi.»

Erano le otto e cinque.

«Sarà per domani, lunedì?»

«Per domani, lunedì» disse Mr. Fogg, volgendosi verso Aouda.

«Sì, per domani, lunedì» rispose lei.

Passepartout corse via quanto più in fretta glielo consentivano le gambe.