← Biblioteca

Nel quale Phileas Fogg arriva finalmente a Londra

Il giro del mondo in ottanta giorni · Jules Verne · tradotto da Claude Opus

Phileas Fogg era in prigione. Era stato rinchiuso nella Dogana, e il giorno dopo doveva essere trasferito a Londra.

Passepartout, vedendo arrestare il suo padrone, si sarebbe scagliato su Fix se alcuni poliziotti non lo avessero trattenuto. Aouda era sbalordita dalla repentinità di un avvenimento che non riusciva a comprendere. Passepartout le spiegò come mai l'onesto e coraggioso Fogg fosse stato arrestato come un ladro. Il cuore della giovane donna si ribellò contro un'accusa così odiosa e, vedendo che non poteva tentare nulla per salvare il suo protettore, pianse amaramente.

A Liverpool Fix arresta Fogg mentre alcuni poliziotti trattengono il furioso Passepartout.

Quanto a Fix, aveva arrestato Mr. Fogg perché era suo dovere, che Mr. Fogg fosse colpevole o no.

A quel punto Passepartout fu colpito da un pensiero: era lui la causa di questa nuova sventura! Non aveva forse nascosto al suo padrone la missione di Fix? Quando Fix gli aveva rivelato la sua vera identità e i suoi propositi, perché non ne aveva parlato a Mr. Fogg? Se costui fosse stato avvertito, avrebbe senza dubbio dato a Fix le prove della propria innocenza e lo avrebbe convinto del suo errore; quanto meno, Fix non avrebbe continuato il viaggio a spese e alle calcagna del suo padrone, soltanto per arrestarlo nel momento in cui metteva piede sul suolo inglese. Passepartout piangeva fino a non vederci più, e aveva voglia di farsi saltare le cervella.

Lui e Aouda erano rimasti, nonostante il freddo, sotto il portico della Dogana. Nessuno dei due voleva lasciare quel luogo; entrambi desideravano rivedere Mr. Fogg.

Quel gentiluomo era davvero rovinato, e proprio nel momento in cui stava per raggiungere il suo scopo. Quell'arresto era fatale. Arrivato a Liverpool a mezzogiorno meno venti del 21 dicembre, aveva tempo fino alle nove meno un quarto di quella sera per raggiungere il Reform Club, cioè nove ore e un quarto; e il viaggio da Liverpool a Londra richiedeva sei ore.

Se in quel momento qualcuno fosse entrato nella Dogana, avrebbe trovato Mr. Fogg seduto su una panca di legno, immobile, calmo e senza collera apparente. Non era, a dire il vero, rassegnato; ma quest'ultimo colpo non riuscì a strappargli alcun segno esteriore di emozione. Era forse divorato da una di quelle collere segrete, tanto più terribili quanto più contenute, che esplodono con forza irresistibile soltanto all'ultimo momento? Nessuno avrebbe potuto dirlo. Se ne stava là seduto, aspettando con calma… che cosa? Nutriva ancora qualche speranza? Credeva ancora, ora che la porta di quella prigione si era chiusa su di lui, che sarebbe riuscito?

Comunque fosse, Mr. Fogg posò con cura l'orologio sul tavolo e ne osservava le lancette avanzare. Non una parola gli usciva dalle labbra, ma il suo sguardo era singolarmente fisso e severo. La situazione, in ogni caso, era terribile, e si poteva riassumere così: se Phileas Fogg era onesto, era rovinato; se era un furfante, era preso.

Pensava di evadere? Esaminava se ci fosse qualche via d'uscita praticabile dalla sua prigione? Pensava di fuggire? Forse; perché a un certo punto fece lentamente il giro della stanza. Ma la porta era chiusa a chiave, e la finestra munita di solide sbarre di ferro. Tornò a sedersi e trasse di tasca il suo taccuino. Sulla riga dove erano scritte queste parole: «21 dicembre, sabato, Liverpool», aggiunse: «80° giorno, ore 11,40 del mattino», e attese.

L'orologio della Dogana batté l'una. Mr. Fogg constatò che il suo orologio andava avanti di due ore.

Due ore! Ammettendo che in quel momento salisse su un treno espresso, avrebbe potuto raggiungere Londra e il Reform Club per le nove meno un quarto di sera. La sua fronte si corrugò leggermente.

Alle due e trentatré udì fuori uno strano rumore, poi un precipitoso aprirsi di porte. Si sentiva la voce di Passepartout, e subito dopo quella di Fix. Gli occhi di Phileas Fogg si illuminarono per un istante.

La porta si spalancò, ed egli vide Passepartout, Aouda e Fix che si precipitavano verso di lui.

Fix era senza fiato e aveva i capelli in disordine. Non riusciva a parlare. «Signore» balbettò, «signore… mi perdoni… una somiglianza… davvero sfortunata… il ladro arrestato tre giorni fa… lei è libero!»

Phileas Fogg era libero! Si avvicinò al detective, lo guardò fisso in faccia e, con il solo movimento rapido che avesse mai fatto in vita sua o che avrebbe mai fatto, tirò indietro le braccia e, con la precisione di una macchina, stese Fix a terra.

«Bel colpo!» esclamò Passepartout. «Parbleu! Ecco quel che si dice una buona applicazione dei pugni inglesi!»

Fix, ritrovatosi sul pavimento, non pronunciò parola. Aveva avuto soltanto ciò che si meritava. Mr. Fogg, Aouda e Passepartout lasciarono senza indugio la Dogana, salirono in una vettura e in pochi istanti scesero alla stazione.

Phileas Fogg chiese se ci fosse un treno espresso in partenza per Londra. Erano le due e quaranta. L'espresso era partito trentacinque minuti prima. Phileas Fogg ordinò allora un treno speciale.

C'erano parecchie locomotive veloci a disposizione; ma le esigenze del servizio ferroviario non permettevano al treno speciale di partire prima delle tre.

A quell'ora Phileas Fogg, dopo aver incoraggiato il macchinista con la promessa di un generoso compenso, partì finalmente alla volta di Londra con Aouda e il suo fedele servitore.

Bisognava compiere il viaggio in cinque ore e mezzo; e sarebbe stato facile con la linea sgombra per tutto il percorso. Ma ci furono ritardi forzati, e quando Mr. Fogg scese dal treno alla stazione d'arrivo, tutti gli orologi di Londra battevano le nove meno dieci.[1]

Dopo aver fatto il giro del mondo, era in ritardo di cinque minuti. Aveva perso la scommessa!

[1] Stravaganza piuttosto notevole da parte degli orologi di Londra! — IL TRADUTTORE.