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Le ultime parole del capitano Nemo

Ventimila leghe sotto i mari · Jules Verne · tradotto da Claude Opus

I pannelli si erano richiusi su quella visione spaventosa, ma la luce non era tornata nel salone: dentro il Nautilus tutto era silenzio e tenebre. Con una velocità prodigiosa, a cento piedi sotto l'acqua, si allontanava da quel luogo desolato. Dove andava? A nord o a sud? Dove fuggiva quell'uomo dopo una così spaventosa rappresaglia? Ero tornato nella mia camera, dove Ned e Conseil erano rimasti in silenzio. Provavo un orrore insormontabile per il capitano Nemo. Qualunque cosa avesse sofferto per mano di quegli uomini, non aveva il diritto di punire così. Aveva fatto di me, se non un complice, almeno un testimone della sua vendetta. Alle undici la luce elettrica riapparve. Passai nel salone. Era deserto. Consultai i diversi strumenti. Il Nautilus fuggiva verso nord alla velocità di venticinque miglia all'ora, ora alla superficie, ora a trenta piedi sotto di essa. Rilevata la posizione sulla carta, vidi che passavamo davanti all'imboccatura della Manica, e che la nostra rotta ci trascinava verso i mari boreali con una velocità spaventosa. Quella notte avevamo attraversato duecento leghe d'Atlantico. Scesero le ombre, e il mare fu avvolto nelle tenebre fino al sorgere della luna. Andai nella mia camera, ma non riuscii a dormire. Ero tormentato da incubi spaventosi. L'orribile scena di distruzione mi tornava continuamente davanti agli occhi. Da quel giorno, chi avrebbe potuto dire in quale parte del bacino dell'Atlantico settentrionale ci avrebbe condotti il Nautilus? Sempre con una velocità inspiegabile. Sempre in mezzo alle brume boreali. Avrebbe toccato lo Spitzbergen, o le coste della Nuova Zembla? Avremmo esplorato quei mari sconosciuti, il Mar Bianco, il Mar di Kara, il golfo dell'Obi, l'arcipelago di Liarrov e le coste ignote dell'Asia? Non potrei dirlo. Non riuscivo più a valutare il tempo che passava. Gli orologi di bordo erano stati fermati. Sembrava, come nelle regioni polari, che la notte e il giorno non seguissero più il loro corso regolare. Mi sentivo trascinato in quella strana regione dove spaziava a suo piacere la sconvolta immaginazione di Edgar Poe. Come il favoloso Gordon Pym, mi aspettavo a ogni istante di vedere «quella figura umana velata, di proporzioni assai più grandi di quelle di qualsiasi abitante della terra, distesa attraverso la cateratta che difende gli accessi al polo». Stimai (ma forse m'inganno), stimai che quella corsa avventurosa del Nautilus fosse durata quindici o venti giorni. E non so quanto ancora sarebbe potuta durare, se non fosse stato per la catastrofe che pose fine a quel viaggio. Del capitano Nemo non vedevo più nulla, né del suo secondo. Neppure un uomo dell'equipaggio si mostrò per un solo istante. Il Nautilus navigava quasi incessantemente sott'acqua. Quando risalivamo alla superficie per rinnovare l'aria, i pannelli si aprivano e si chiudevano meccanicamente. Sul planisfero non venivano più segnati i punti. Non sapevo dove ci trovassimo. E anche il canadese, giunto al limite delle forze e della pazienza, non si faceva più vedere. Conseil non riusciva a cavargli una parola; e, temendo che in un terribile accesso di follia si togliesse la vita, lo sorvegliava con una devozione costante. Una mattina (quale fosse la data non saprei dire) ero caduto, verso le prime ore, in un sonno pesante, un sonno penoso e malsano, quando mi svegliai d'improvviso. Ned Land era chino su di me e mi diceva a bassa voce: «Fuggiremo». Mi drizzai a sedere.

«Quando partiremo?» domandai.

«Stanotte. Ogni sorveglianza a bordo del Nautilus sembra cessata. Pare che tutti siano istupiditi. Sarà pronto, signore?»

«Sì; dove siamo?»

«In vista di terra. Stamattina, nella nebbia, ho fatto il punto: venti miglia a est.»

«Che terra è?»

«Non lo so; ma, qualunque sia, vi cercheremo rifugio.»

«Sì, Ned, sì. Fuggiremo stanotte, dovesse anche inghiottirci il mare.»

«Il mare è cattivo, il vento violento, ma venti miglia su quella leggera imbarcazione del Nautilus non mi spaventano. All'insaputa dell'equipaggio, sono riuscito a procurarmi dei viveri e qualche bottiglia d'acqua.»

«La seguirò.»

«Però,» riprese il canadese, «se mi sorprendono, mi difenderò; li costringerò a uccidermi.»

«Moriremo insieme, amico Ned.»

Ero deciso a tutto. Il canadese mi lasciò. Raggiunsi la piattaforma, sulla quale riuscivo a stento a reggermi contro l'urto delle onde. Il cielo era minaccioso; ma, poiché la terra era là, in quelle fitte ombre brune, bisognava fuggire. Tornai nel salone, temendo e insieme sperando di incontrare il capitano Nemo, volendo e non volendo vederlo. Che cosa avrei potuto dirgli? Avrei potuto nascondergli l'orrore involontario che mi ispirava? No. Era meglio non trovarmi faccia a faccia con lui; meglio dimenticarlo. Eppure... Come mi parve lunga quella giornata, l'ultima che dovevo passare a bordo del Nautilus! Rimasi solo. Ned Land e Conseil evitavano di parlarmi, per timore di tradirsi. Alle sei pranzai, ma non avevo fame; mi sforzai di mangiare malgrado la ripugnanza, per non indebolirmi. Alle sei e mezzo Ned Land entrò nella mia camera e mi disse: «Non ci rivedremo prima della partenza. Alle dieci la luna non sarà ancora sorta. Approfitteremo dell'oscurità. Venga alla scialuppa; Conseil e io la aspetteremo.»

Il canadese uscì senza darmi il tempo di rispondere. Volendo verificare la rotta del Nautilus, mi recai nel salone. Correvamo verso nord-nord-est con una velocità spaventosa, a più di cinquanta iarde di profondità. Gettai un ultimo sguardo su quelle meraviglie della natura, sulle ricchezze dell'arte accumulate in quel museo, su quella collezione senza rivali destinata a perire un giorno in fondo al mare insieme a colui che l'aveva formata. Volevo fissarne nella mente un'impressione indelebile. Rimasi così un'ora, immerso nella luce di quel soffitto luminoso, passando in rassegna quei tesori che splendevano sotto le loro vetrine. Poi tornai nella mia camera.

Indossai robusti abiti da mare. Raccolsi i miei appunti e li sistemai con cura addosso. Il cuore mi batteva forte. Non riuscivo a frenarne i palpiti. Certo il mio turbamento e la mia agitazione mi avrebbero tradito agli occhi del capitano Nemo. Che cosa faceva in quel momento? Tesi l'orecchio alla porta della sua camera. Udii dei passi. Il capitano Nemo era là. Non si era coricato. A ogni istante mi aspettavo di vederlo comparire e chiedermi perché volessi fuggire. Stavo continuamente all'erta. La mia immaginazione ingigantiva ogni cosa. L'impressione divenne alla fine così acuta che mi domandai se non fosse meglio entrare nella camera del capitano, guardarlo in faccia e sfidarlo con lo sguardo e col gesto.

Era un'ispirazione da pazzo; per fortuna resistetti a quel desiderio, e mi stesi sul letto per calmare l'agitazione del corpo. I miei nervi si placarono un poco, ma nel mio cervello eccitato rividi tutta la mia esistenza a bordo del Nautilus; ogni avvenimento, lieto o sventurato, accaduto dopo la mia scomparsa dall'Abraham Lincoln: la caccia sottomarina, lo stretto di Torres, i selvaggi della Papuasia, l'incagliamento, il cimitero di corallo, il passaggio di Suez, l'isola di Santorino, il palombaro cretese, la baia di Vigo, Atlantide, l'iceberg, il Polo Sud, la prigionia tra i ghiacci, la lotta contro i polpi, la tempesta nella Corrente del Golfo, il Vendicatore, e l'orribile scena della nave affondata con tutto il suo equipaggio. Tutti quegli avvenimenti mi passavano davanti agli occhi come le scene di un dramma. Allora il capitano Nemo sembrò ingigantirsi smisuratamente, e i suoi lineamenti assumere proporzioni sovrumane. Non era più un mio simile, ma l'uomo delle acque, il genio del mare.

Erano allora le nove e mezzo. Mi tenevo la testa fra le mani per impedirle di scoppiare. Chiusi gli occhi; non volevo più pensare. C'era ancora una mezz'ora d'attesa, un'altra mezz'ora d'incubo, che poteva farmi impazzire.

In quel momento udii gli accordi lontani dell'organo, una triste armonia su un canto indefinibile, il lamento di un'anima che anela a spezzare i legami terreni. Ascoltai con tutti i sensi, respirando appena, immerso, come il capitano Nemo, in quell'estasi musicale che lo trascinava in spirito oltre i confini della vita.

Poi un pensiero improvviso mi atterrì. Il capitano Nemo aveva lasciato la sua camera. Si trovava nel salone, che dovevo attraversare per fuggire. Là l'avrei incontrato per l'ultima volta. Mi avrebbe visto, forse mi avrebbe parlato. Un suo gesto poteva annientarmi, una sola parola incatenarmi a bordo.

Ma stavano per suonare le dieci. Era giunto il momento di lasciare la mia camera e di raggiungere i miei compagni.

Non dovevo esitare, nemmeno se il capitano Nemo in persona mi si fosse parato davanti. Aprii la porta con precauzione; eppure, girando sui cardini, mi parve che facesse un rumore spaventoso. Forse quel rumore esisteva soltanto nella mia immaginazione.

Avanzai furtivo lungo le scale buie del Nautilus, fermandomi a ogni passo per frenare i battiti del cuore. Giunsi alla porta del salone e l'aprii piano. Era immerso in una profonda oscurità. Gli accordi dell'organo risuonavano debolmente. Il capitano Nemo era là. Non mi vide. Anche in piena luce non credo che si sarebbe accorto di me, tanto era interamente assorto nella sua estasi.

Strisciai sul tappeto, evitando il minimo rumore che potesse tradire la mia presenza. Impiegai almeno cinque minuti per raggiungere la porta, dalla parte opposta, che dava nella biblioteca.

Stavo per aprirla, quando un sospiro del capitano Nemo mi inchiodò sul posto. Capii che si alzava. Potevo persino vederlo, perché la luce della biblioteca filtrava fin nel salone. Veniva verso di me in silenzio, a braccia incrociate, scivolando come uno spettro più che camminando. Il suo petto era gonfio di singhiozzi; e lo udii mormorare queste parole (le ultime che mai abbiano colpito il mio orecchio):

«Dio onnipotente! Basta! Basta!»

Era una confessione di rimorso che sfuggiva così dalla coscienza di quell'uomo?

Disperato, mi precipitai attraverso la biblioteca, salii la scala centrale e, seguendo il corridoio superiore, raggiunsi la scialuppa. Mi introdussi carponi per l'apertura, che aveva già dato passaggio ai miei due compagni.

«Partiamo! Partiamo!» esclamai.

«Subito!» rispose il canadese.

Per prima cosa fu chiuso l'orifizio praticato nelle lamiere del Nautilus, e fu serrato per mezzo di una chiave falsa di cui Ned Land si era munito; fu chiusa anche l'apertura della scialuppa. Il canadese cominciò a svitare i bulloni che ci tenevano ancora attaccati al battello sottomarino.

D'improvviso si udì un rumore. Delle voci si rispondevano concitate. Che cosa accadeva? Si erano accorti della nostra fuga? Sentii Ned Land farmi scivolare un pugnale in mano.

«Sì,» mormorai, «sapremo morire!»

Il canadese aveva interrotto il suo lavoro. Ma una parola ripetuta più volte, una parola terribile, mi rivelò la causa dell'agitazione che si diffondeva a bordo del Nautilus. Non era di noi che l'equipaggio si occupava!

«Il Maelstrom! Il Maelstrom!» Poteva risuonare alle nostre orecchie una parola più spaventosa, in una situazione più spaventosa? Ci trovavamo dunque sulle pericolose coste della Norvegia. Il Nautilus veniva trascinato in quel vortice proprio nel momento in cui la nostra scialuppa stava per staccarsi dai suoi fianchi? Sapevamo che all'alta marea le acque serrate fra le isole Fær Øer e le Lofoten si precipitano con irresistibile violenza, formando un gorgo dal quale nessuna nave è mai uscita. Da ogni punto dell'orizzonte accorrevano onde mostruose, formando un abisso giustamente chiamato l'«Ombelico dell'Oceano», la cui forza d'attrazione si estende fino a una distanza di dodici miglia. Là vengono inghiottite non soltanto le navi, ma anche le balene, e perfino gli orsi bianchi delle regioni boreali.

È là che il Nautilus, volontariamente o involontariamente, era stato spinto dal capitano.

Descriveva una spirale il cui raggio si restringeva a poco a poco, e la scialuppa, ancora attaccata al suo fianco, era trascinata con una velocità vertiginosa. Provavo quella vertigine nauseante che nasce da un movimento rotatorio troppo a lungo prolungato.

In una notte di tempesta Aronnax, Conseil e Ned Land si aggrappano a una piccola barca trascinata lungo l'orlo dell'immenso vortice del Maelstrom.

Eravamo atterriti. Il nostro orrore era al colmo, la circolazione si era arrestata, ogni influsso nervoso era annientato, ed eravamo coperti di un sudore freddo, simile al sudore dell'agonia! E che fragore attorno al nostro fragile guscio! Che muggiti ripetuti dall'eco a miglia di distanza! Che frastuono quello delle acque infrante sulle rocce aguzze del fondo, dove i corpi più duri si spezzano e i tronchi d'albero si logorano fino a «perdere tutto il pelo», secondo l'espressione norvegese!

Che situazione! Eravamo sballottati spaventosamente. Il Nautilus si difendeva come un essere umano. I suoi muscoli d'acciaio scricchiolavano. A volte sembrava drizzarsi in piedi, e noi con lui!

«Bisogna tener duro,» disse Ned, «e sorvegliare i bulloni. Possiamo ancora salvarci se restiamo attaccati al Nautilus.»

Non aveva finito di parlare, quando si udì uno schianto: i bulloni cedettero, e la scialuppa, strappata dal suo alloggiamento, fu scagliata come la pietra di una fionda in mezzo al vortice.

La mia testa urtò contro una sbarra di ferro, e per la violenza del colpo persi ogni conoscenza.