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L'iceberg

Ventimila leghe sotto i mari · Jules Verne · tradotto da Claude Opus

Il Nautilus proseguiva costantemente la sua rotta verso sud, seguendo il cinquantesimo meridiano con notevole velocità. Voleva dunque raggiungere il polo? Non lo pensavo, perché fino allora ogni tentativo di raggiungere quel punto era fallito. Inoltre la stagione era molto avanzata, poiché nelle regioni antartiche il 13 marzo corrisponde al 13 settembre delle regioni boreali, che comincia con il periodo equinoziale. Il 14 marzo vidi dei ghiacci galleggianti a 55° di latitudine: semplici frammenti pallidi, lunghi dai venti ai venticinque piedi, che formavano dei banchi contro i quali il mare si increspava. Il Nautilus restava alla superficie dell'oceano. Ned Land, che aveva pescato nei mari artici, conosceva bene i loro iceberg; ma Conseil e io li ammiravamo per la prima volta. Nell'atmosfera, verso l'orizzonte meridionale, si stendeva una fascia bianca abbagliante. I balenieri inglesi le hanno dato il nome di «ice blink». Per quanto dense siano le nubi, essa è sempre visibile, e annuncia la presenza di un pack o di un banco di ghiaccio. Infatti ben presto apparvero blocchi più grandi, il cui splendore mutava secondo i capricci della nebbia. Alcune di quelle masse mostravano venature verdi, come se vi fossero state tracciate col solfato di rame lunghe linee ondulate; altre somigliavano a enormi ametiste attraversate dalla luce. Alcune riflettevano la luce del giorno su mille sfaccettature di cristallo. Altre, sfumate di vividi riflessi calcarei, sembravano una vera e propria città di marmo. Più ci avvicinavamo al sud, più quelle isole galleggianti crescevano di numero e d'importanza.

A 60° di latitudine ogni passaggio era scomparso. Ma, cercando con cura, il capitano Nemo trovò ben presto una stretta apertura, nella quale si infilò audacemente, sapendo tuttavia che si sarebbe richiusa dietro di lui. Così, guidato da quella mano abile, il Nautilus attraversò tutti quei ghiacci con una precisione che incantava Conseil: iceberg o montagne, campi di ghiaccio o pianure lisce che sembravano non avere limiti, ghiacci alla deriva o pack galleggianti, pianure spezzate, chiamate palchs quando sono circolari e streams quando sono formate da lunghe strisce. La temperatura era molto bassa; il termometro esposto all'aria segnava 2 o 3 gradi sotto zero, ma eravamo ben coperti di pellicce, a spese dell'orso marino e della foca. L'interno del Nautilus, riscaldato regolarmente dai suoi apparecchi elettrici, sfidava i freddi più intensi. Del resto, sarebbe bastato scendere di qualche iarda sotto le onde per trovare una temperatura più sopportabile. Due mesi prima avremmo avuto, a quelle latitudini, un giorno perpetuo; ma già avevamo tre o quattro ore di notte, e più tardi sei mesi di tenebre sarebbero calati su quelle regioni circumpolari. Il 15 marzo eravamo alla latitudine delle Nuove Shetland e delle Orcadi australi. Il capitano mi disse che un tempo numerose tribù di foche abitavano quelle terre; ma che i balenieri inglesi e americani, nella loro furia di distruzione, avevano massacrato adulti e piccoli; così, dove un tempo c'erano vita e animazione, avevano lasciato il silenzio e la morte.

Verso le otto del mattino del 16 marzo, il Nautilus, seguendo il cinquantacinquesimo meridiano, tagliò il circolo polare antartico. I ghiacci ci circondavano da ogni parte e chiudevano l'orizzonte. Ma il capitano Nemo passava da un'apertura all'altra, salendo sempre più in latitudine. Non so esprimere il mio stupore davanti alle bellezze di quelle nuove regioni. I ghiacci assumevano le forme più sorprendenti. Qui il loro raggruppamento formava una città orientale, con innumerevoli moschee e minareti; là una città crollata, come abbattuta al suolo da qualche convulsione della natura. L'aspetto d'insieme mutava di continuo sotto i raggi obliqui del sole, o si perdeva nella nebbia grigiastra in mezzo a uragani di neve. Da ogni parte si udivano detonazioni e crolli, grandi capovolgimenti di iceberg che mutavano l'intero paesaggio come un diorama. Spesso, non vedendo alcuna uscita, credevo che fossimo definitivamente prigionieri; ma, guidato dall'istinto al minimo indizio, il capitano Nemo scopriva un nuovo passaggio. Non s'ingannava mai quando scorgeva i sottili filetti d'acqua azzurrognola che scorrevano lungo i campi di ghiaccio; e non dubitavo che egli si fosse già avventurato altre volte in mezzo a quei mari antartici. Il 16 marzo, tuttavia, i campi di ghiaccio ci sbarrarono completamente la strada. Non era ancora la banchisa vera e propria, ma vasti campi cementati dal freddo. Quell'ostacolo però non poteva fermare il capitano Nemo: egli vi si scagliò contro con spaventosa violenza. Il Nautilus penetrava come un cuneo in quella massa friabile e la spaccava con scricchiolii terribili. Era l'ariete degli antichi, lanciato da una forza infinita. I ghiacci, proiettati in alto, ricadevano intorno a noi come grandine. Con la sola forza d'impulso, il nostro apparecchio si apriva da sé un canale; talvolta, trascinato dal proprio slancio, montava sul campo di ghiaccio e lo schiacciava col suo peso, e talvolta, cacciatosi sotto di esso, lo divideva con un semplice movimento di beccheggio, producendovi larghe squarciature. In quel periodo ci assalirono violente burrasche, accompagnate da fitte nebbie attraverso le quali, da un'estremità all'altra della piattaforma, non si vedeva nulla. Il vento soffiava con forza da tutti i punti della bussola, e la neve si ammucchiava in strati così duri che bisognava romperla a colpi di piccone. La temperatura si manteneva sempre a 5 gradi sotto zero; tutte le parti esterne del Nautilus erano coperte di ghiaccio. Una nave attrezzata a vela sarebbe rimasta imprigionata in quelle gole ostruite. Soltanto una nave senza vele, mossa dall'elettricità e che non aveva bisogno di carbone, poteva sfidare latitudini così elevate. Finalmente, il 18 marzo, dopo molti assalti inutili, il Nautilus fu bloccato del tutto. Non erano più né streams, né pack, né campi di ghiaccio, ma un'interminabile e immobile barriera, formata da montagne saldate fra loro.

«La banchisa!» mi disse il canadese.

Avvolti in pellicce, Aronnax, Conseil, Ned Land e il capitano Nemo stanno sulla piattaforma del Nautilus tra ghiacci galleggianti e altissimi iceberg.

Sapevo che per Ned Land, come per tutti i navigatori che ci avevano preceduto, quello era un ostacolo insormontabile. Essendo apparso il sole per un istante verso mezzogiorno, il capitano Nemo fece un'osservazione il più possibile esatta, che diede la nostra posizione a 51° 30′ di longitudine e 67° 39′ di latitudine sud. Eravamo avanzati di un altro grado in quella regione antartica. Della superficie liquida del mare non si scorgeva più nulla. Sotto lo sperone del Nautilus si stendeva una vasta pianura, ingombra di blocchi confusi. Qua e là punte aguzze e sottili aghi che si innalzavano fino a 200 piedi; più lontano una costa scoscesa, come tagliata a colpi d'ascia e rivestita di tinte grigiastre; immensi specchi che riflettevano qualche raggio di sole, mezzo annegati nella nebbia. E su quella natura desolata regnava un silenzio severo, rotto appena dal battito d'ali delle procellarie e delle pulcinelle di mare. Tutto era gelato, perfino il rumore. Il Nautilus dovette dunque arrestarsi nella sua avventurosa corsa in mezzo a quei campi di ghiaccio. Malgrado i nostri sforzi, malgrado i potenti mezzi impiegati per rompere i ghiacci, il Nautilus rimase immobile. Di solito, quando non si può più avanzare, resta aperta la via del ritorno; ma qui il ritorno era impossibile quanto l'avanzata, perché ogni passaggio si era richiuso dietro di noi; e per quei pochi momenti in cui restavamo fermi, rischiavamo di essere bloccati del tutto, come infatti avvenne verso le due del pomeriggio, quando il ghiaccio nuovo si formò intorno ai suoi fianchi con stupefacente rapidità. Dovetti ammettere che il capitano Nemo era stato più che imprudente. In quel momento mi trovavo sulla piattaforma. Il capitano, che da qualche tempo osservava la nostra situazione, mi disse allora:

«Ebbene, signore, che ne pensa?»

«Penso che siamo presi, capitano.»

«Dunque, signor Aronnax, Lei crede davvero che il Nautilus non possa liberarsi?»

«Difficilmente, capitano; perché la stagione è già troppo avanzata perché si possa contare sulla rottura dei ghiacci.»

«Ah, signore» disse il capitano Nemo con tono ironico «Lei sarà sempre lo stesso! Non vede che difficoltà e ostacoli. Io Le affermo che il Nautilus non soltanto può liberarsi, ma che può anche spingersi più lontano.»

«Più a sud?» chiesi, guardando il capitano.

«Sì, signore; andrà al polo.»

«Al polo!» esclamai, senza poter reprimere un gesto d'incredulità.

«Sì» rispose freddamente il capitano «al polo antartico, a quel punto sconosciuto da cui partono tutti i meridiani del globo. Lei sa se posso fare del Nautilus ciò che voglio!»

Sì, lo sapevo. Sapevo che quell'uomo era audace fino alla temerarietà. Ma vincere quegli ostacoli che si drizzavano intorno al Polo Sud, rendendolo più inaccessibile del Polo Nord, che i più arditi navigatori non avevano ancora raggiunto, non era forse un'impresa folle, che soltanto un maniaco avrebbe potuto concepire? Mi venne allora in mente di chiedere al capitano Nemo se avesse già scoperto quel polo che nessuna creatura umana aveva mai calpestato.

«No, signore» mi rispose «ma lo scopriremo insieme. Dove altri hanno fallito, io non fallirò. Non ho mai condotto il mio Nautilus così lontano nei mari australi; ma, Le ripeto, andrà ancora più lontano.»

«Le credo volentieri, capitano» dissi con tono leggermente ironico. «Le credo! Andiamo avanti! Non esistono ostacoli per noi! Spezziamo questa banchisa! Facciamola saltare, e, se resiste, mettiamo le ali al Nautilus perché possa volarci sopra!»

«Sopra, signore?» disse tranquillamente il capitano Nemo. «No, non sopra, ma sotto!»

«Sotto!» esclamai, mentre un'improvvisa intuizione dei progetti del capitano mi balenava nella mente. Capivo; le meravigliose qualità del Nautilus stavano per servirci in quell'impresa sovrumana.

«Vedo che cominciamo a intenderci, signore» disse il capitano, sorridendo a metà. «Lei comincia a intravedere la possibilità, direi anzi il successo, di questo tentativo. Ciò che è impossibile per una nave ordinaria è facile per il Nautilus. Se davanti al polo si trova un continente, si fermerà davanti al continente; ma se, al contrario, il polo è bagnato dal mare libero, andrà fino al polo.»

«Certo» dissi, trascinato dal ragionamento del capitano «se la superficie del mare è solidificata dai ghiacci, gli strati inferiori sono liberi, per quella legge provvidenziale che ha posto il massimo di densità delle acque dell'oceano a un grado sopra il punto di congelamento; e, se non m'inganno, la parte di questa banchisa che emerge dall'acqua sta a quella sommersa come uno sta a quattro.»

«Pressappoco, signore; per un piede di banchisa sopra il mare, ce ne sono tre sotto. Se queste montagne di ghiaccio non superano i 300 piedi sopra la superficie, non superano i 900 sotto. E che cosa sono 900 piedi per il Nautilus?»

«Niente, signore.»

«Potrebbe perfino cercare a profondità maggiori quella temperatura uniforme dell'acqua marina, e là sfidare impunemente i trenta o quaranta gradi di freddo della superficie.»

«Giusto, signore, giusto» risposi animandomi.

«La sola difficoltà» riprese il capitano Nemo «sarà quella di restare parecchi giorni senza rinnovare la nostra provvista d'aria.»

«Non è che questo? Il Nautilus ha vasti serbatoi; li riempiremo, e ci forniranno tutto l'ossigeno di cui avremo bisogno.»

«Ben pensato, signor Aronnax» rispose il capitano sorridendo. «Ma, poiché non voglio che Lei mi accusi di temerarietà, Le esporrò prima tutte le mie obiezioni.»

«Ne ha ancora altre da fare?»

«Una sola. È possibile, se il mare esiste al Polo Sud, che sia coperto dai ghiacci; e, di conseguenza, non potremo risalire alla superficie.»

«Bene, signore! Ma dimentica che il Nautilus è armato di un potente sperone? Non potremmo lanciarlo diagonalmente contro quei campi di ghiaccio, che si aprirebbero sotto gli urti?»

«Ah, signore, oggi Lei è pieno di idee!»

«Del resto, capitano» aggiunsi con entusiasmo «perché non dovremmo trovare il mare libero al Polo Sud come al Polo Nord? I poli gelati della terra non coincidono, né nelle regioni australi né in quelle boreali; e, finché non sia provato il contrario, possiamo supporre in questi due punti del globo o un continente o un oceano libero dai ghiacci.»

«Lo credo anch'io, signor Aronnax» rispose il capitano Nemo. «Le faccio soltanto osservare che, dopo aver sollevato tante obiezioni contro il mio progetto, ora mi schiaccia sotto gli argomenti in suo favore!»

Cominciarono allora i preparativi per questo audace tentativo. Le potenti pompe del Nautilus immettevano aria nei serbatoi e la immagazzinavano ad alta pressione. Verso le quattro, il capitano Nemo annunciò la chiusura dei portelli della piattaforma. Gettai un ultimo sguardo sulla massiccia banchisa che stavamo per attraversare. Il tempo era sereno, l'atmosfera abbastanza pura, il freddo assai intenso, essendo di 12° sotto zero; ma, poiché il vento si era calmato, questa temperatura non era poi così insopportabile. Una decina di uomini salirono sui fianchi del Nautilus, armati di picconi, per rompere il ghiaccio intorno al battello, che fu presto libero. L'operazione fu eseguita rapidamente, perché il ghiaccio nuovo era ancora sottilissimo. Scendemmo tutti all'interno. I consueti serbatoi furono riempiti con l'acqua appena liberata, e il Nautilus ben presto discese. Avevo preso posto con Conseil nel salone; attraverso il vetro aperto potevamo vedere gli strati inferiori dell'Oceano Australe. Il termometro saliva, l'ago della bussola deviava sul quadrante. A circa 900 piedi, come il capitano Nemo aveva previsto, galleggiavamo sotto il fondo ondulato della banchisa. Ma il Nautilus scese ancora più giù: arrivò alla profondità di quattrocento braccia. La temperatura dell'acqua, che in superficie segnava dodici gradi, ora ne segnava soltanto dieci; ne avevamo guadagnati due. Non occorre dire che la temperatura del Nautilus era innalzata dal suo apparecchio di riscaldamento a un grado molto più alto; ogni manovra veniva compiuta con mirabile precisione.

«Passeremo, se il signore permette» disse Conseil.

«Lo credo anch'io» risposi con tono di ferma convinzione.

In quel mare libero, il Nautilus aveva preso la rotta diretta verso il polo, senza lasciare il cinquantaduesimo meridiano. Da 67° 30′ a 90°, restavano da percorrere ventidue gradi e mezzo di latitudine, cioè circa cinquecento leghe. Il Nautilus manteneva una velocità media di ventisei miglia all'ora, la velocità di un treno espresso. Se l'avesse mantenuta, in quaranta ore avremmo raggiunto il polo.

Per una parte della notte la novità della situazione ci trattenne davanti al vetro. Il mare era illuminato dal fanale elettrico; ma era deserto; i pesci non soggiornavano in quelle acque imprigionate; vi trovavano soltanto un passaggio per andare dall'Oceano Antartico al mare libero del polo. La nostra andatura era rapida; lo si avvertiva dal fremito del lungo scafo d'acciaio. Verso le due del mattino presi qualche ora di riposo, e Conseil fece altrettanto. Attraversando il corridoio non incontrai il capitano Nemo: supposi che fosse nella gabbia del timoniere. Il mattino seguente, 19 marzo, ripresi il mio posto nel salone. Il solcometro elettrico mi indicò che la velocità del Nautilus era stata rallentata. Stava allora risalendo verso la superficie, ma vuotando prudentemente i suoi serbatoi con grande lentezza. Il cuore mi batteva forte. Stavamo per emergere e ritrovare l'atmosfera libera del polo? No! Un urto mi fece capire che il Nautilus aveva toccato la superficie inferiore della banchisa, ancora molto spessa, a giudicare dal suono sordo. Avevamo davvero «toccato», per usare un'espressione marinara, ma in senso inverso, e a mille piedi di profondità. Ciò significava tremila piedi di ghiaccio sopra di noi, mille dei quali emergevano dall'acqua. La banchisa era dunque più alta che ai suoi margini: fatto non molto rassicurante. Più volte, quel giorno, il Nautilus ritentò, e ogni volta urtò contro la parete che si stendeva come un soffitto sopra di lui. Talvolta la trovava di sole 900 iarde, di cui soltanto 200 si innalzavano sopra la superficie. Era il doppio dell'altezza che aveva quando il Nautilus si era immerso sotto le onde. Annotavo con cura le diverse profondità, e ottenni così un profilo sottomarino della catena quale si sviluppava sotto l'acqua. Quella sera nessun cambiamento era sopravvenuto nella nostra situazione. Sempre ghiaccio, fra le quattro e le cinquecento iarde di profondità! Diminuiva evidentemente, ma che spessore, ancora, fra noi e la superficie dell'oceano! Erano allora le otto. Secondo l'abitudine quotidiana di bordo, l'aria del Nautilus avrebbe dovuto essere rinnovata già da quattro ore; eppure non ne soffrivo molto, benché il capitano Nemo non avesse ancora attinto alla sua riserva di ossigeno. Quella notte il mio sonno fu penoso; la speranza e il timore mi assediavano a vicenda: mi alzai più volte. Il Nautilus continuava i suoi tentativi a tentoni. Verso le tre del mattino, osservai che la superficie inferiore della banchisa si trovava soltanto a circa cinquanta piedi di profondità. Centocinquanta piedi ci separavano ormai dalla superficie delle acque. La banchisa si trasformava a poco a poco in un campo di ghiaccio, la montagna in pianura. I miei occhi non si staccavano dal manometro. Continuavamo a risalire obliquamente verso la superficie, che scintillava sotto i raggi elettrici. La banchisa si allungava, sopra e sotto, in pendii sempre più distesi; miglio dopo miglio si assottigliava. Finalmente, alle sei del mattino di quel memorabile giorno, il 19 marzo, la porta del salone si aprì e comparve il capitano Nemo.

«Il mare è libero!» fu tutto ciò che disse.