La mattina seguente, il 19 febbraio, vidi il canadese entrare nella mia camera. Mi aspettavo questa visita. Aveva l'aria molto delusa.
«Ebbene, signore?» disse.
«Ebbene, Ned, ieri la fortuna è stata contro di noi.»
«Già; quel capitano doveva proprio fermarsi esattamente all'ora in cui contavamo di lasciare la sua nave.»
«Sì, Ned, aveva affari da sbrigare presso i suoi banchieri.»
«I suoi banchieri!»
«O piuttosto presso la sua banca; intendo dire l'oceano, dove le sue ricchezze sono più al sicuro che nelle casse dello Stato.»
Raccontai allora al canadese gli avvenimenti della notte precedente, sperando di ricondurlo all'idea di non abbandonare il capitano; ma il mio racconto non ebbe altro risultato che un rammarico energicamente espresso da Ned per non aver potuto fare, per conto suo, una passeggiata sul campo di battaglia di Vigo.
«Comunque,» disse, «non è ancora finita. È soltanto un colpo d'arpione andato a vuoto. Un'altra volta ci riusciremo; e stanotte stessa, se occorre...»
«In quale direzione va il Nautilus?» domandai.
«Non lo so» rispose Ned.
«Ebbene, a mezzogiorno vedremo il punto.»
Il canadese tornò da Conseil. Appena vestito, mi recai nel salone. La bussola non era rassicurante. La rotta del Nautilus era sud-sud-ovest. Voltavamo le spalle all'Europa.
Attesi con una certa impazienza che la posizione della nave venisse segnata sulla carta. Verso le undici e mezzo i serbatoi furono vuotati, e la nostra nave risalì alla superficie dell'oceano. Mi precipitai verso la piattaforma. Ned Land mi aveva preceduto. Più nessuna terra in vista. Nient'altro che un mare immenso. Qualche vela all'orizzonte, senza dubbio di navi dirette a San Roque in cerca di venti favorevoli per doppiare il Capo di Buona Speranza. Il tempo era nuvoloso. Si preparava una burrasca. Ned smaniava, e cercava di penetrare con lo sguardo l'orizzonte nebbioso. Sperava ancora che dietro tutta quella nebbia si stendesse la terra tanto desiderata.
A mezzogiorno il sole si mostrò per un istante. Il secondo approfittò di quella schiarita per misurarne l'altezza. Poi, poiché il mare si faceva più agitato, scendemmo, e il boccaporto si richiuse.
Un'ora dopo, consultando la carta, vidi che la posizione del Nautilus era segnata a 16° 17′ di longitudine e 33° 22′ di latitudine, a 150 leghe dalla costa più vicina. Non c'era alcun mezzo di fuga, e lascio a voi immaginare la rabbia del canadese quando lo informai della nostra situazione.
Quanto a me, non ne fui particolarmente dispiaciuto. Mi sentii alleggerito del peso che mi opprimeva, e potei tornare con una certa calma ai miei lavori consueti.
Quella sera, verso le undici, ricevetti una visita del tutto inaspettata del capitano Nemo. Mi domandò con molta cortesia se mi sentissi affaticato per la veglia della notte precedente. Risposi di no.
«Allora, signor Aronnax, Le propongo una curiosa escursione.»
«Mi propone, capitano?»
«Finora Lei ha visitato le profondità sottomarine soltanto di giorno, sotto lo splendore del sole. Le piacerebbe vederle nell'oscurità della notte?»
«Molto volentieri.»
«La avverto, il cammino sarà faticoso. Dovremo camminare a lungo e scalare una montagna. Le strade non sono molto ben tenute.»
«Ciò che dice, capitano, non fa che accrescere la mia curiosità; sono pronto a seguirLa.»
«Venga dunque, signore, andiamo a indossare gli scafandri.»
Giunto nello spogliatoio, vidi che né i miei compagni né alcun membro dell'equipaggio ci avrebbero seguiti in quell'escursione. Il capitano Nemo non mi aveva neppure proposto di condurre con me Ned o Conseil.
In pochi istanti avemmo indossato gli scafandri; ci misero sulle spalle i serbatoi, abbondantemente riempiti d'aria, ma non furono preparate le lampade elettriche. Feci notare la cosa al capitano.
«Sarebbero inutili» rispose.
Credetti di aver sentito male, ma non potei ripetere la mia osservazione, perché la testa del capitano era già scomparsa nel suo involucro di metallo. Finii di equipaggiarmi. Sentii che mi mettevano in mano un bastone dalla punta di ferro, e qualche minuto più tardi, dopo le consuete formalità, mettemmo piede sul fondo dell'Atlantico a una profondità di 150 braccia. Era quasi mezzanotte. Le acque erano profondamente oscure, ma il capitano Nemo mi indicò in lontananza un punto rossastro, una specie di grande luce che brillava vivamente a circa due miglia dal Nautilus. Che cosa fosse quel fuoco, che cosa potesse alimentarlo, perché e come illuminasse la massa liquida, non avrei saputo dirlo. In ogni caso, esso rischiarava il nostro cammino, vagamente, è vero, ma mi abituai presto a quella singolare oscurità, e compresi, in tali circostanze, l'inutilità degli apparecchi Ruhmkorff.
Mentre avanzavamo, udii una specie di picchiettio sopra la mia testa. Poiché il rumore raddoppiava, producendo talvolta come uno scroscio continuo, ne compresi presto la causa. Era la pioggia che cadeva violenta, increspando la superficie delle onde. Istintivamente mi balenò il pensiero che mi sarei bagnato fino alle ossa! Dall'acqua! in mezzo all'acqua! Non potei fare a meno di ridere di quella strana idea. Ma, a dire il vero, dentro lo spesso scafandro non si sente più l'elemento liquido, e si ha soltanto l'impressione di trovarsi in un'atmosfera un po' più densa di quella terrestre. Niente di più.
Dopo mezz'ora di cammino il suolo divenne pietroso. Meduse, crostacei microscopici e pennatule lo rischiaravano debolmente con il loro bagliore fosforescente. Intravidi pezzi di pietra coperti da milioni di zoofiti e da ammassi di alghe. I miei piedi scivolavano spesso su quel vischioso tappeto di alghe, e senza il mio bastone dalla punta di ferro sarei caduto più di una volta. Voltandomi, vedevo ancora il fanale biancastro del Nautilus che cominciava a impallidire in lontananza.
Ma la luce rosata che ci guidava cresceva e illuminava l'orizzonte. La presenza di quel fuoco sott'acqua mi sconcertava al massimo grado. Stavo forse andando incontro a un fenomeno naturale ancora ignoto ai dotti della terra? O perfino (perché questo pensiero mi attraversò la mente) la mano dell'uomo aveva qualcosa a che fare con quell'incendio? Era stato lui ad attizzare quella fiamma? Avrei incontrato in quelle profondità compagni e amici del capitano Nemo, ai quali egli andava a far visita e che, come lui, conducevano quella strana esistenza? Avrei trovato laggiù un'intera colonia di esuli che, stanchi delle miserie di questa terra, avevano cercato e trovato l'indipendenza nelle profondità dell'oceano? Tutte queste idee folli e irragionevoli mi perseguitavano. E in quello stato d'animo, sovreccitato dal susseguirsi delle meraviglie che passavano continuamente sotto i miei occhi, non mi sarei stupito di incontrare in fondo al mare una di quelle città sottomarine che il capitano Nemo sognava.
Il nostro cammino si faceva sempre più luminoso. Il bianco chiarore si irradiava dalla vetta di una montagna alta circa 800 piedi. Ma ciò che vedevo era semplicemente un riflesso, accresciuto dalla limpidezza delle acque. La sorgente di quella luce inesplicabile era un fuoco situato sul versante opposto della montagna.
In mezzo a quel labirinto di pietre che solcava il fondo dell'Atlantico, il capitano Nemo avanzava senza esitare. Conosceva quella strada desolata. Senza dubbio l'aveva percorsa spesso, e non poteva smarrirsi. Lo seguivo con incrollabile fiducia. Mi sembrava un genio del mare; e, mentre camminava davanti a me, non potevo fare a meno di ammirare la sua alta figura, che si stagliava in nero sull'orizzonte luminoso.
Era l'una del mattino quando giungemmo alle prime pendici della montagna; ma per arrivarvi bisognava avventurarsi per i sentieri difficili di un vasto boschetto.
Sì; un boschetto di alberi morti, senza foglie, senza linfa, alberi pietrificati dall'azione dell'acqua e dominati qua e là da pini giganteschi. Era come un giacimento di carbone ancora in piedi, aggrappato con le radici al suolo sconvolto, i cui rami, simili a sottili ritagli di carta nera, si disegnavano nettamente sul soffitto d'acqua. Immaginatevi una foresta dello Harz aggrappata ai fianchi della montagna, ma una foresta inghiottita. I sentieri erano ingombri di alghe e di fuchi, fra i quali brulicava tutto un mondo di crostacei. Procedevo arrampicandomi sulle rocce, scavalcando tronchi distesi, spezzando i convolvoli marini che pendevano da un albero all'altro, e spaventando i pesci, che volavano di ramo in ramo. Andando avanti, non sentivo alcuna fatica. Seguivo la mia guida, che non si stancava mai. Che spettacolo! Come descriverlo? come dipingere l'aspetto di quei boschi e di quelle rocce in quell'elemento, cupe e selvagge nella parte inferiore, colorate di tinte rosse nella parte superiore, per effetto di quella luce che il potere riflettente delle acque raddoppiava? Scalavamo rocce che subito dopo precipitavano con balzi giganteschi e con il cupo brontolio di una valanga. A destra e a sinistra si aprivano lunghe gallerie oscure, dove lo sguardo si perdeva. Qui si aprivano vaste radure che la mano dell'uomo sembrava aver lavorato; e talvolta mi domandavo se qualche abitante di quelle regioni sottomarine non mi sarebbe improvvisamente apparso.
Ma il capitano Nemo continuava a salire. Non potevo restare indietro. Lo seguii arditamente. Il mio bastone mi era di grande aiuto. Un passo falso sarebbe stato pericoloso su quegli stretti passaggi in pendio lungo i fianchi degli abissi; ma camminavo con passo fermo, senza provare alcuna vertigine. Ora saltavo un crepaccio la cui profondità mi avrebbe fatto esitare se si fosse trovato fra i ghiacciai della terraferma; ora mi avventuravo sul tronco malfermo di un albero gettato da un abisso all'altro, senza guardare sotto i miei piedi, avendo occhi soltanto per ammirare i siti selvaggi di quella regione.
Là, rocce monumentali, appoggiate su basi tagliate con regolarità, sembravano sfidare tutte le leggi dell'equilibrio. Di tra le loro ginocchia di pietra spuntavano alberi, come un getto sotto forte pressione, e ne sorreggevano altri che a loro volta li sorreggevano. Torri naturali, ampie scarpate tagliate a picco come una «cortina», si inclinavano con un'angolazione che le leggi della gravitazione non avrebbero mai tollerato nelle regioni terrestri.
Due ore dopo aver lasciato il Nautilus avevamo oltrepassato la linea degli alberi, e cento piedi sopra le nostre teste si ergeva la cima della montagna, che proiettava la sua ombra sulla brillante irradiazione del versante opposto. Alcuni arbusti pietrificati si snodavano qua e là in forme fantastiche. I pesci si levavano sotto i nostri piedi come uccelli nell'erba alta. Le rocce massicce erano squarciate da fenditure impenetrabili, da grotte profonde e da buche insondabili, in fondo alle quali si udivano muoversi creature formidabili. Mi si gelava il sangue quando vedevo antenne enormi sbarrarmi la strada, o qualche spaventosa chela richiudersi con fragore nell'ombra di una cavità. Milioni di punti luminosi brillavano vivamente in mezzo alle tenebre. Erano gli occhi di crostacei giganti rannicchiati nelle loro tane; aragoste gigantesche che si rizzavano come alabardieri e muovevano le zampe con un cigolio di tenaglie; granchi titanici, puntati come un cannone sul suo affusto; e polpi dall'aspetto spaventoso, che intrecciavano i loro tentacoli come un nido vivente di serpenti.
Eravamo ora giunti sul primo pianoro, dove mi attendevano altre sorprese. Davanti a noi si stendevano rovine pittoresche, che tradivano la mano dell'uomo e non quella del Creatore. C'erano vasti cumuli di pietre, fra i quali si potevano scorgere le forme vaghe e indistinte di castelli e di templi, rivestiti da un mondo di zoofiti in fiore, e sui quali, invece dell'edera, le alghe e i fuchi stendevano uno spesso mantello vegetale. Ma che cos'era quella porzione del globo che i cataclismi avevano inghiottito? Chi aveva disposto quelle rocce e quelle pietre come i cromlech dei tempi preistorici? Dove mi trovavo? Dove mi aveva trascinato la fantasia del capitano Nemo?
Avrei voluto interrogarlo; non potendolo fare, lo fermai: gli afferrai il braccio. Ma lui, scuotendo la testa e indicandomi il punto più alto della montagna, sembrò dirmi:
«Venga, venga avanti; venga più su!»
Lo seguii, e in pochi minuti ebbi raggiunto la vetta, che per un cerchio di dieci iarde dominava tutta la massa rocciosa.
Guardai giù per il versante che avevamo appena scalato. La montagna non si elevava per più di sette od ottocento piedi sopra il livello della pianura; ma sul versante opposto dominava, da un'altezza doppia, le profondità di quella parte dell'Atlantico. Il mio sguardo spaziava lontano su una vasta distesa illuminata da una violenta folgorazione. La montagna, infatti, era un vulcano.
A cinquanta piedi sopra la vetta, in mezzo a una pioggia di pietre e di scorie, un ampio cratere vomitava torrenti di lava che ricadevano in una cascata di fuoco nel seno della massa liquida. Così situato, quel vulcano illuminava la pianura sottostante come una torcia immensa, fino agli estremi limiti dell'orizzonte. Ho detto che il cratere sottomarino eruttava lava, ma non fiamme. Le fiamme hanno bisogno dell'ossigeno dell'aria per alimentarsi e non possono svilupparsi sott'acqua; ma le colate di lava, che hanno in sé il principio della loro incandescenza, possono giungere al calor bianco, lottare vigorosamente contro l'elemento liquido e trasformarlo in vapore al contatto.
Rapide correnti che trascinavano tutti quei gas in diffusione e torrenti di lava scivolavano fino ai piedi della montagna, come un'eruzione del Vesuvio su un'altra Torre del Greco.
Là infatti, sotto i miei occhi, rovinata, distrutta, giaceva una città: i tetti aperti verso il cielo, i templi crollati, gli archi sconnessi, le colonne riverse a terra, nelle quali si riconosceva ancora il carattere massiccio dell'architettura toscana. Più lontano, alcuni resti di un acquedotto gigantesco; qui l'alta base di un'acropoli, con il profilo ondeggiante di un Partenone; là le tracce di un molo, come se un antico porto si fosse un tempo affacciato sulle rive dell'oceano e fosse scomparso con le sue navi mercantili e le sue galere da guerra. Più lontano ancora, lunghe file di mura sprofondate e ampie strade deserte: una vera Pompei sommersa sotto le acque. Tale era lo spettacolo che il capitano Nemo mi poneva sotto gli occhi!
Dove mi trovavo? Dove mi trovavo? Dovevo saperlo a ogni costo. Tentai di parlare, ma il capitano Nemo mi fermò con un gesto e, raccolto un pezzo di pietra calcarea, si avvicinò a una roccia di basalto nero e vi tracciò quest'unica parola:
ATLANTIDE
Quale luce mi attraversò la mente! Atlantide! l'Atlantide di Platone, quel continente negato da Origene e da Humboldt, che ne relegavano la scomparsa fra i racconti leggendari. Ora l'avevo lì, sotto i miei occhi, con impressa su di sé l'irrecusabile testimonianza della sua catastrofe. La regione così inghiottita si trovava al di là dell'Europa, dell'Asia e della Libia, al di là delle colonne d'Ercole, dove viveva quel popolo potente, gli Atlantidi, contro il quale furono combattute le prime guerre degli antichi Greci.

Così, guidato dal più strano dei destini, calpestavo i monti di quel continente, toccavo con la mano quelle rovine vecchie di mille generazioni e contemporanee delle epoche geologiche. Camminavo proprio là dove avevano camminato i contemporanei del primo uomo.
Mentre cercavo di fissare nella memoria ogni particolare di quel grandioso paesaggio, il capitano Nemo restava immobile, come pietrificato in una muta estasi, appoggiato a una pietra coperta di muschio. Sognava forse quelle generazioni scomparse da tanto tempo? Chiedeva loro il segreto del destino umano? Era qui che quell'uomo strano veniva a immergersi nei ricordi della storia e a rivivere quella vita antica, lui che non voleva saperne della moderna? Che cosa non avrei dato per conoscere i suoi pensieri, per condividerli, per comprenderli! Rimanemmo per un'ora in quel luogo, contemplando le vaste pianure sotto il bagliore della lava, che a tratti era di una intensità meravigliosa. Rapidi tremiti, causati da ribollimenti interni, percorrevano la montagna; rumori profondi, trasmessi distintamente attraverso il mezzo liquido, echeggiavano con maestosa grandezza. In quel momento la luna apparve attraverso la massa delle acque e gettò i suoi pallidi raggi sul continente sepolto. Non fu che un barlume, ma che effetto indescrivibile! Il capitano si alzò, gettò un ultimo sguardo sull'immensa pianura, poi mi fece cenno di seguirlo.
Scendemmo rapidamente la montagna e, oltrepassata la foresta minerale, vidi il fanale del Nautilus brillare come una stella. Il capitano si diresse dritto verso di esso, e salimmo a bordo mentre i primi raggi del giorno imbiancavano la superficie dell'oceano.