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La folgore del capitano Nemo

Ventimila leghe sotto i mari · Jules Verne · tradotto da Claude Opus

Guardammo verso il limitare della foresta senza alzarci, la mia mano arrestatasi nell'atto di portarsi alla bocca, quella di Ned Land compiendo invece il suo ufficio.

«Le pietre non cadono dal cielo», osservò Conseil, «o meriterebbero il nome di aeroliti.»

Una seconda pietra, accuratamente mirata, che fece cadere dalla mano di Conseil una saporita coscia di piccione, diede ancor più peso alla sua osservazione. Ci alzammo tutti e tre, imbracciammo i fucili e fummo pronti a rispondere a qualsiasi attacco.

«Sono scimmie?» gridò Ned Land.

«Quasi: sono selvaggi.»

«Al canotto!» dissi, correndo verso il mare.

Era davvero necessario battere in ritirata, perché una ventina di indigeni armati di archi e di fionde era comparsa al limitare di una macchia che nascondeva l'orizzonte sulla destra, a cento passi appena da noi.

Il nostro canotto era ormeggiato a una sessantina di piedi da noi. I selvaggi si avvicinavano, non di corsa, ma facendo dimostrazioni ostili. Pietre e frecce piovevano fitte.

Ned Land non aveva voluto abbandonare le sue provviste; e, malgrado il pericolo imminente, col suo maiale da una parte e i canguri dall'altra, procedeva abbastanza in fretta. In due minuti fummo sulla riva. Caricare il canotto di provviste e di armi, spingerlo in mare e armare i remi fu questione di un istante. Non avevamo percorso due gomene quando un centinaio di selvaggi, urlando e gesticolando, entrarono nell'acqua fino alla cintola. Guardavo se la loro apparizione avrebbe attirato sulla piattaforma qualche uomo del Nautilus. Ma no. L'enorme macchina, ancorata al largo, era assolutamente deserta.

Venti minuti dopo eravamo a bordo. I portelli erano aperti. Dopo aver assicurato il canotto, entrammo nell'interno del Nautilus.

Scesi nel salone, da dove udivo giungere alcuni accordi. Il capitano Nemo era là, chino sul suo organo, immerso in un'estasi musicale.

«Capitano!»

Non mi udì.

«Capitano!» ripetei, toccandogli la mano.

Trasalì e, voltandosi, disse: «Ah! È Lei, signor professore? Ebbene, ha fatto una buona caccia, ha erborizzato con successo?»

«Sì, capitano; ma purtroppo ci siamo tirati dietro una truppa di bipedi la cui vicinanza mi inquieta.»

«Quali bipedi?»

«Selvaggi.»

«Selvaggi!» ripeté ironicamente. «E Lei si stupisce, signor professore, di aver messo piede su una terra sconosciuta e di avervi trovato dei selvaggi? Selvaggi! Dove non ce ne sono? E poi, sono forse peggiori degli altri, quelli che Lei chiama selvaggi?»

«Ma, capitano...»

«Quanti ne ha contati?»

«Un centinaio almeno.»

«Signor Aronnax», rispose il capitano Nemo, posando le dita sui registri dell'organo, «quand'anche tutti gli indigeni della Papuasia fossero radunati su questa spiaggia, il Nautilus non avrebbe nulla da temere dai loro attacchi.»

Le dita del capitano scorrevano allora sulla tastiera dello strumento, e notai che toccava soltanto i tasti neri, il che dava alle sue melodie un carattere essenzialmente scozzese. Ben presto ebbe dimenticato la mia presenza e si immerse in una fantasticheria che non turbai. Risalii sulla piattaforma: la notte era già calata, poiché a quella bassa latitudine il sole tramonta rapidamente e senza crepuscolo. Non vedevo l'isola che confusamente; ma i numerosi fuochi accesi sulla spiaggia mostravano che gli indigeni non pensavano di abbandonarla. Rimasi solo per parecchie ore, ora pensando agli indigeni, ma senza alcun timore, perché l'imperturbabile fiducia del capitano era contagiosa, ora dimenticandoli per ammirare gli splendori della notte tropicale. I miei ricordi volavano verso la Francia al seguito di quelle stelle zodiacali che vi avrebbero brillato qualche ora più tardi. La luna splendeva in mezzo alle costellazioni dello zenit.

La notte trascorse senza incidenti, gli isolani spaventati senza dubbio alla vista di un mostro arenato nella baia. I portelli erano aperti e avrebbero offerto un facile accesso all'interno del Nautilus.

Alle sei del mattino dell'8 gennaio salii sulla piattaforma. Spuntava l'alba. L'isola si mostrò ben presto attraverso le nebbie che si dissipavano, prima la spiaggia, poi le cime.

Gli indigeni erano là, più numerosi del giorno prima, cinque o seicento forse; alcuni di loro, approfittando della bassa marea, erano venuti sui coralli, a meno di due gomene dal Nautilus. Li distinguevo facilmente; erano veri papuani, di corporatura atletica, uomini di bella razza, con la fronte ampia e alta, il naso grosso ma non largo né schiacciato, e denti bianchi. I capelli lanosi, tinti di rosso, risaltavano sui loro corpi neri e lucenti come quelli dei nubiani. Ai lobi delle orecchie, tagliati e distesi, pendevano rosari d'ossa. La maggior parte di quei selvaggi era nuda. Fra loro notai alcune donne, vestite dai fianchi alle ginocchia di una vera crinolina d'erbe sostenuta da una cintura vegetale. Alcuni capi si erano ornati il collo di una mezzaluna e di collane di perle di vetro rosse e bianche; quasi tutti erano armati di archi, frecce e scudi e portavano sulle spalle una specie di rete contenente quelle pietre rotonde che scagliano con grande abilità con le loro fionde. Uno di quei capi, piuttosto vicino al Nautilus, lo esaminava con attenzione. Doveva essere un «mado» di alto rango, perché era drappeggiato in una stuoia di foglie di banano, dentellata ai bordi e rilevata da colori brillanti.

Avrei potuto facilmente abbattere quell'indigeno, che si trovava a breve distanza; ma pensai che fosse meglio attendere vere dimostrazioni ostili. Fra europei e selvaggi, conviene che gli europei rispondano con vigore, non che attacchino.

Durante la bassa marea gli indigeni si aggirarono nei pressi del Nautilus, ma senza mostrarsi molesti; li udivo ripetere spesso la parola «Assai», e dai loro gesti capii che mi invitavano a scendere a terra, invito che declinai.

Così, quel giorno, il canotto non prese il largo, con gran dispiacere di mastro Land, che non poté completare le sue provviste.

L'abile canadese impiegò il suo tempo a preparare le vivande e le carni che aveva portato dall'isola. Quanto ai selvaggi, tornarono a riva verso le undici del mattino, non appena le cime dei coralli cominciarono a scomparire sotto la marea montante; ma vidi che il loro numero era considerevolmente aumentato sulla spiaggia. Probabilmente venivano dalle isole vicine o, assai verosimilmente, dalla Papuasia. Tuttavia non avevo visto una sola piroga indigena. Non avendo niente di meglio da fare, pensai di dragare quelle belle acque limpide, sotto le quali vedevo una profusione di conchiglie, di zoofiti e di piante marine. Del resto era l'ultimo giorno che il Nautilus avrebbe trascorso in quei paraggi, se l'indomani doveva tornare a galleggiare in mare aperto, secondo la promessa del capitano Nemo.

Chiamai dunque Conseil, che mi portò una piccola draga leggera, molto simile a quelle per la pesca delle ostriche. E ora al lavoro! Per due ore pescammo senza sosta, ma senza portare su alcuna rarità. La draga si riempiva di orecchie di Mida, di arpe, di melanie e soprattutto dei più bei martelli che avessi mai visto. Prendemmo anche alcune oloturie, ostriche perlifere e una dozzina di piccole tartarughe che furono riservate alla dispensa di bordo.

Ma proprio quando meno me l'aspettavo, misi la mano su una meraviglia, direi piuttosto su una deformità naturale, che s'incontra assai di rado. Conseil aveva appena dato un colpo di draga, e la sua rete era risalita piena di diverse conchiglie comuni, quando a un tratto mi vide immergere rapidamente il braccio nella rete per trarne una conchiglia e mi udì lanciare un grido.

«Che cos'ha, signore?» domandò sorpreso. «Il signore è stato morso?»

«No, ragazzo mio; ma avrei dato volentieri un dito per la mia scoperta.»

«Quale scoperta?»

«Questa conchiglia», dissi, mostrando l'oggetto del mio trionfo.

«Ma è semplicemente un'oliva porfirica, genere oliva, ordine dei pettinibranchi, classe dei gasteropodi, tipo dei molluschi.»

«Sì, Conseil; ma invece di avvolgersi da destra a sinistra, questa oliva gira da sinistra a destra.»

«È possibile?»

«Sì, ragazzo mio; è una conchiglia sinistrorsa.»

Le conchiglie sono tutte destrorse, salvo rare eccezioni; e quando per caso la loro spirale è sinistrorsa, i collezionisti sono pronti a pagarle a peso d'oro.

Conseil e io eravamo assorti nella contemplazione del nostro tesoro, e già mi ripromettevo di arricchirne il museo, quando una pietra sfortunatamente scagliata da un indigeno colpì e spezzò il prezioso oggetto nella mano di Conseil. Lanciai un grido di disperazione! Conseil afferrò il fucile e prese di mira un selvaggio che stava facendo roteare la fionda a dieci iarde da lui. Avrei voluto fermarlo, ma il suo colpo partì e spezzò il braccialetto di amuleti che cingeva il braccio del selvaggio.

«Conseil!» gridai. «Conseil!»

«Ebbene, signore! Non vede che il cannibale ha cominciato l'attacco?»

«Una conchiglia non vale la vita di un uomo», dissi.

«Ah! Il furfante!» gridò Conseil, «avrei preferito che mi avesse rotto la spalla!»

Conseil parlava sul serio, ma io non ero del suo parere. Tuttavia la situazione era cambiata da alcuni minuti, e noi non ce n'eravamo accorti. Una ventina di piroghe circondavano il Nautilus. Quelle piroghe, scavate in un tronco d'albero, lunghe, strette, ben adatte alla velocità, erano tenute in equilibrio per mezzo di un lungo bilanciere di bambù che galleggiava sull'acqua. Erano manovrate da abili rematori seminudi, e io osservavo il loro avanzare con una certa inquietudine. Era evidente che quei papuani avevano già avuto rapporti con gli europei e conoscevano le loro navi. Ma quel lungo cilindro di ferro ancorato nella baia, senza alberi né ciminiere, che cosa potevano pensarne? Nulla di buono, perché dapprima si tennero a rispettosa distanza. Tuttavia, vedendolo immobile, a poco a poco presero coraggio e cercarono di familiarizzarsi con esso. Ora, era proprio quella familiarità che bisognava evitare. Le nostre armi, che non facevano rumore, potevano produrre soltanto un effetto mediocre sui selvaggi, i quali non rispettano altro che le cose fragorose. Il fulmine senza il rimbombo del tuono spaventerebbe poco gli uomini, sebbene il pericolo stia nel lampo e non nel rumore.

In quel momento le piroghe si avvicinarono al Nautilus, e una pioggia di frecce si abbatté su di esso.

Scesi nel salone, ma non vi trovai nessuno. Mi arrischiai a bussare alla porta che dava nella camera del capitano. «Avanti», mi fu risposto.

Entrai e trovai il capitano Nemo immerso in calcoli algebrici di x e di altre quantità.

«La disturbo», dissi per cortesia.

«È vero, signor Aronnax», rispose il capitano, «ma penso che Lei abbia serie ragioni per desiderare di vedermi?»

«Gravissime; gli indigeni ci circondano con le loro piroghe, e fra pochi minuti saremo certamente attaccati da parecchie centinaia di selvaggi.»

«Ah!» disse tranquillamente il capitano Nemo, «sono venuti con le loro piroghe?»

«Sì, signore.»

«Ebbene, signore, bisogna chiudere i boccaporti.»

«Appunto, ed ero venuto a dirle...»

«Non c'è nulla di più semplice», disse il capitano Nemo. E, premendo un bottone elettrico, trasmise un ordine all'equipaggio.

«È tutto fatto, signore», disse dopo qualche istante. «La lancia è pronta e i boccaporti sono chiusi. Non teme, immagino, che quei signori possano sfondare pareti sulle quali le palle della sua fregata non hanno avuto alcun effetto?»

«No, capitano; ma un pericolo esiste ancora.»

«Quale, signore?»

«Che domani, all'incirca a quest'ora, bisognerà aprire i boccaporti per rinnovare l'aria del Nautilus. Ora, se in quel momento i papuani occupassero la piattaforma, non vedo come Lei potrebbe impedire loro di entrare.»

«Dunque, signore, Lei suppone che ci verranno all'arrembaggio?»

«Ne sono certo.»

«Ebbene, signore, che vengano. Non vedo alcuna ragione per impedirglielo. In fondo questi papuani sono povere creature, e non voglio che la mia visita all'isola costi la vita a uno solo di questi disgraziati.»

A quel punto stavo per ritirarmi, ma il capitano Nemo mi trattenne e mi pregò di sedermi accanto a lui. Mi interrogò con interesse sulle nostre escursioni a terra e sulle nostre cacce, e sembrò non comprendere il bisogno di carne che possedeva il canadese. Poi la conversazione toccò vari argomenti, e il capitano Nemo, senza mostrarsi più comunicativo, si mostrò più amabile.

Fra le altre cose, venimmo a parlare della situazione del Nautilus, arenato proprio nello stesso punto di quello stretto in cui Dumont d'Urville per poco non si era perduto. A questo proposito:

«Questo d'Urville fu uno dei vostri grandi marinai», mi disse il capitano, «uno dei vostri più intelligenti navigatori. È il capitano Cook di voi francesi. Sventurato uomo di scienza, che dopo aver sfidato i ghiacci del Polo Sud, le scogliere coralline dell'Oceania, i cannibali del Pacifico, andò a perire miseramente in un treno! Se quell'uomo energico ha potuto riflettere negli ultimi istanti della sua vita, che cosa crede Lei che abbia occupato i suoi ultimi pensieri?»

Così parlando, il capitano Nemo sembrava commosso, e la sua emozione mi diede di lui un'opinione migliore. Poi, carta alla mano, ripercorremmo i viaggi del navigatore francese, i suoi viaggi di circumnavigazione, la sua duplice sosta al Polo Sud, che portò alla scoperta delle terre Adelaide e Luigi Filippo, e la determinazione dei rilievi idrografici delle principali isole dell'Oceania.

«Ciò che il vostro d'Urville ha fatto sulla superficie dei mari», disse il capitano Nemo, «io l'ho fatto sotto di essi, e più facilmente, più completamente di lui. L'Astrolabe e la Zélée, incessantemente sballottate dagli uragani, non potevano valere il Nautilus, tranquillo gabinetto di lavoro qual è, veramente immobile in mezzo alle acque.

«Domani», aggiunse il capitano alzandosi, «domani, alle tre meno venti del pomeriggio, il Nautilus tornerà a galleggiare e lascerà indenne lo stretto di Torres.»

Pronunciate seccamente queste parole, il capitano Nemo si inchinò leggermente. Era un congedo, e io tornai nella mia camera.

Vi trovai Conseil, che desiderava conoscere l'esito del mio colloquio con il capitano.

«Ragazzo mio», dissi, «quando ho finto di credere che il suo Nautilus fosse minacciato dagli indigeni della Papuasia, il capitano mi ha risposto in modo molto sarcastico. Non ho che una cosa da dirti: abbi fiducia in lui e va' a dormire in pace.»

«Il signore non ha bisogno dei miei servigi?»

«No, amico mio. Che cosa fa Ned Land?»

«Il signore mi scusi», rispose Conseil, «l'amico Ned è occupato a preparare un pasticcio di canguro che sarà una meraviglia.»

Rimasi solo e mi coricai, ma dormii piuttosto male. Udivo il rumore dei selvaggi che pestavano i piedi sulla piattaforma, lanciando grida assordanti. La notte trascorse così, senza che il consueto riposo dell'equipaggio ne fosse turbato. La presenza di quei cannibali non li preoccupava più di quanto i soldati di una batteria mascherata si curino delle formiche che corrono sul suo fronte.

Alle sei del mattino mi alzai. I boccaporti non erano stati aperti. L'aria interna non era stata rinnovata, ma si era ricorsi ai serbatoi, tenuti pieni per ogni evenienza, che riversarono parecchi piedi cubi di ossigeno nell'atmosfera impoverita del Nautilus.

Lavorai nella mia camera fino a mezzogiorno, senza aver visto il capitano Nemo nemmeno per un istante. A bordo non si notava alcun preparativo di partenza.

Attesi ancora qualche tempo, poi mi recai nel grande salone. L'orologio segnava le due e mezzo. Fra dieci minuti ci sarebbe stata l'alta marea: e, se il capitano Nemo non aveva fatto una promessa avventata, il Nautilus si sarebbe subito disincagliato. Altrimenti sarebbero trascorsi molti mesi prima che potesse lasciare il suo letto di corallo.

Tuttavia nello scafo cominciarono a farsi sentire alcune vibrazioni premonitrici. Udii la chiglia stridere contro il fondo calcareo e scabro della scogliera corallina.

Alle tre meno venticinque il capitano Nemo comparve nel salone.

«Stiamo per partire», disse.

«Ah!» risposi io.

«Ho dato l'ordine di aprire i boccaporti.»

«E i papuani?»

«I papuani?» rispose il capitano Nemo, alzando leggermente le spalle.

«Non entreranno dentro il Nautilus?»

«E come?»

«Semplicemente scavalcando i boccaporti che Lei ha fatto aprire.»

«Signor Aronnax,» rispose tranquillamente il capitano Nemo «non è in questo modo che entreranno dai boccaporti del Nautilus, anche se fossero aperti.»

Guardai il capitano.

«Non capisce?» disse.

«Non del tutto.»

«Ebbene, venga e vedrà.»

Mi diressi verso la scala centrale. Là Ned Land e Conseil, con aria maliziosa, stavano osservando alcuni uomini dell'equipaggio che aprivano i boccaporti, mentre al di fuori risuonavano grida di rabbia e spaventose vociferazioni.

I portelli furono abbattuti verso l'esterno. Comparvero venti volti orribili. Ma il primo indigeno che pose la mano sulla ringhiera della scala, colpito alle spalle da non so quale forza invisibile, fuggì emettendo urla spaventose e facendo le contorsioni più sfrenate.

Dieci dei suoi compagni lo seguirono. Ebbero la stessa sorte.

Conseil era in estasi. Ned Land, trascinato dai suoi istinti violenti, si slanciò sulla scala. Ma nell'istante in cui afferrò la ringhiera con entrambe le mani, fu a sua volta rovesciato.

Sulla piattaforma del Nautilus Ned Land balza indietro dalla ringhiera elettrificata che sprizza scintille, gli isolani spaventati arretrano nell'acqua bassa e il capitano Nemo resta calmo.

«Sono stato colpito da un fulmine!» gridò, lanciando una bestemmia.

Questo spiegava tutto. Non era una ringhiera, ma un cavo metallico, carico dell'elettricità di bordo, che comunicava con la piattaforma. Chiunque lo toccasse riceveva una violenta scossa, e tale scossa sarebbe stata mortale se il capitano Nemo avesse lanciato nel conduttore tutta la potenza della corrente. Si poteva davvero dire che tra i suoi assalitori e sé stesso egli aveva teso una rete elettrica che nessuno poteva oltrepassare impunemente.

Frattanto i papuani, esasperati, avevano battuto in ritirata, paralizzati dal terrore. Quanto a noi, ridendo a metà, consolavamo e frizionavamo l'infelice Ned Land, che bestemmiava come un indemoniato.

Ma in quel momento il Nautilus, sollevato dalle ultime onde della marea, lasciò il suo letto di corallo esattamente al quarantesimo minuto fissato dal capitano. La sua elica sferzò le acque con lentezza maestosa. La sua velocità aumentò a poco a poco e, navigando alla superficie dell'oceano, lasciò sano e salvo i pericolosi passaggi dello stretto di Torres.