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Lo stretto di Torres

Ventimila leghe sotto i mari · Jules Verne · tradotto da Claude Opus

Durante la notte fra il 27 e il 28 dicembre, il Nautilus lasciò a grande velocità le acque di Vanikoro. La sua rotta era verso sud-ovest, e in tre giorni percorse le 750 leghe che lo separavano dal gruppo di La Pérouse e dalla punta sud-orientale della Papuasia.

Di buon mattino, il 1° gennaio 1863, Conseil mi raggiunse sulla piattaforma.

«Il signore mi permette di augurargli un felice anno nuovo?»

«Come! Conseil, proprio come se fossi a Parigi, nel mio studio al Jardin des Plantes? Ebbene, accetto i tuoi auguri e te ne ringrazio. Soltanto, ti domanderò che cosa intendi per «felice anno nuovo» nelle nostre circostanze. Intendi l'anno che porrà fine alla nostra prigionia, o l'anno che ci vedrà continuare questo strano viaggio?»

«In verità, non so come rispondere al signore. Siamo sicuri di vedere cose curiose, e da due mesi non abbiamo avuto il tempo di annoiarci. L'ultima meraviglia è sempre la più sorprendente; e, se questa progressione continua, non so come andrà a finire. È mia opinione che non vedremo mai più nulla di simile. Penso dunque, senza voler offendere il signore, che un anno felice sarebbe quello in cui potessimo vedere tutto.»

Il 2 gennaio avevamo percorso 11.340 miglia, ossia 5.250 leghe francesi, dal nostro punto di partenza nei mari del Giappone. Davanti alla prua si stendevano le pericolose coste del mar dei Coralli, sulla costa nord-orientale dell'Australia. La nostra nave costeggiava a qualche miglio di distanza il temibile banco sul quale la nave di Cook rischiò di perdersi il 10 giugno 1770. La nave su cui si trovava Cook urtò contro uno scoglio, e se non colò a picco fu grazie a un pezzo di corallo che, staccatosi nell'urto, rimase conficcato nella chiglia squarciata.

Avrei desiderato visitare quella scogliera lunga 360 leghe, contro la quale il mare, sempre agitato, si infrangeva con grande violenza, con un fragore simile al tuono. Ma proprio allora i piani inclinati trascinarono il Nautilus a grande profondità, e non potei vedere nulla delle alte muraglie coralline. Dovetti accontentarmi dei diversi esemplari di pesci riportati su dalle reti. Notai, fra gli altri, alcuni germoni, specie di sgombri grandi come un tonno, dai fianchi azzurrognoli e striati di fasce trasversali che scompaiono con la vita dell'animale.

Questi pesci ci seguivano in branchi e ci fornirono un cibo delicatissimo. Prendemmo anche un gran numero di orate, lunghe circa un pollice e mezzo, dal sapore simile a quello del pesce San Pietro; e dei pirapedi volanti, simili a rondini sottomarine, che nelle notti buie illuminano alternativamente l'aria e l'acqua con la loro luce fosforescente. Fra i molluschi e gli zoofiti trovai nelle maglie della rete parecchie specie di alcionari, ricci di mare, martelli, speroni, solari, ceriti e ialee. La flora era rappresentata da belle alghe galleggianti, laminarie e macrocisti, impregnate della mucillagine che trasuda dai loro pori; e fra esse raccolsi un'ammirevole Nemastoma Geliniarois, che fu classificata fra le curiosità naturali del museo.

Due giorni dopo aver attraversato il mar dei Coralli, il 4 gennaio, avvistammo le coste della Papuasia. In quell'occasione il capitano Nemo mi informò che era sua intenzione entrare nell'Oceano Indiano attraverso lo stretto di Torres. La sua comunicazione si limitò a questo.

Lo stretto di Torres è largo quasi trentaquattro leghe; ma è ingombro di una quantità innumerevole di isole, isolotti, frangenti e scogli, che ne rendono la navigazione quasi impraticabile; perciò il capitano Nemo prese tutte le precauzioni necessarie per attraversarlo. Il Nautilus, galleggiando a fior d'acqua, procedeva a un'andatura moderata. La sua elica, come la coda di un cetaceo, batteva lentamente le onde.

Approfittandone, io e i miei due compagni salimmo sulla piattaforma deserta. Davanti a noi c'era la gabbia del timoniere, e supponevo che il capitano Nemo fosse là a dirigere la rotta del Nautilus. Avevo davanti a me le eccellenti carte dello stretto di Torres, e le consultavo attentamente. Intorno al Nautilus il mare si abbatteva furiosamente. La corrente delle onde, che andava da sud-est a nord-ovest alla velocità di due miglia e mezzo, si infrangeva sui coralli che affioravano qua e là.

«Che brutto mare!» osservò Ned Land.

«Detestabile davvero, e poco adatto a una nave come il Nautilus.»

«Il capitano dev'essere ben sicuro della sua rotta, perché vedo laggiù certi blocchi di corallo che basterebbero a sfasciargli la chiglia, se appena li sfiorasse.»

In effetti la situazione era pericolosa, ma il Nautilus sembrava scivolare come per incanto fra quegli scogli. Non seguiva esattamente la rotta dell'Astrolabe e della Zélée, che erano state fatali a Dumont d'Urville. Piegò più a nord, costeggiò le isole Murray e tornò verso sud-ovest in direzione del passaggio di Cumberland. Credevo che stesse per imboccarlo, quando, risalendo verso nord-ovest, si inoltrò fra una gran quantità di isole e isolotti poco conosciuti, verso l'Island Sound e il canale Mauvais.

Mi domandavo se il capitano Nemo, con folle imprudenza, avrebbe spinto la sua nave in quel passaggio dove avevano toccato le due corvette di Dumont d'Urville, quando, deviando di nuovo e tagliando dritto verso ovest, diresse verso l'isola di Gilboa.

Erano allora le tre del pomeriggio. La marea, che era al colmo, cominciava a calare. Il Nautilus si avvicinò all'isola, che vedevo ancora con il suo notevole orlo di pandani. Si teneva a circa due miglia di distanza. D'un tratto un urto mi rovesciò. Il Nautilus aveva toccato uno scoglio, e rimase immobile, leggermente inclinato sul fianco di babordo.

Quando mi rialzai, scorsi sulla piattaforma il capitano Nemo e il suo secondo. Esaminavano la situazione della nave, scambiandosi alcune parole nel loro incomprensibile idioma.

La situazione era questa: a due miglia, a tribordo, appariva Gilboa, che si stendeva da nord a ovest come un braccio immenso. Verso sud e verso est affioravano alcuni coralli lasciati scoperti dal riflusso. Ci eravamo incagliati, e per giunta in uno di quei mari dove le maree sono deboli: brutta faccenda per il galleggiamento del Nautilus. Tuttavia la nave non aveva subito danni, perché la sua chiglia era solidamente connessa. Ma se non poteva né scivolare né muoversi, correva il rischio di restare per sempre inchiodata a quegli scogli, e allora sarebbe stata finita per la nave sottomarina del capitano Nemo.

Riflettevo così, quando il capitano, freddo e calmo, sempre padrone di sé, mi si avvicinò.

«Un accidente?» domandai.

«No, un incidente.»

«Ma un incidente che la costringerà forse a diventare abitante di questa terra da cui Lei fugge?»

Il capitano Nemo mi guardò in modo strano e fece un gesto di diniego, come per dire che nulla lo avrebbe costretto a rimettere piede sulla terraferma. Poi disse:

«Del resto, signor Aronnax, il Nautilus non è perduto; la porterà ancora in mezzo alle meraviglie dell'oceano. Il nostro viaggio è appena cominciato, e non desidero essere privato così presto dell'onore della sua compagnia.»

«Tuttavia, capitano Nemo,» risposi, senza badare all'ironia della sua frase «il Nautilus si è incagliato in mare aperto. Ora, le maree non sono forti nel Pacifico; e se Lei non può alleggerire il Nautilus, non vedo come potrà essere rimesso a galla.»

«Le maree non sono forti nel Pacifico: in questo ha ragione, professore; ma nello stretto di Torres si trova ancora una differenza di una iarda e mezzo fra il livello dell'alta e quello della bassa marea. Oggi è il 4 gennaio, e fra cinque giorni la luna sarà piena. Ora, mi stupirei molto se quel compiacente satellite non sollevasse a sufficienza queste masse d'acqua, rendendomi un servigio di cui le sarei debitore.»

Detto questo, il capitano Nemo, seguito dal suo secondo, ridiscese all'interno del Nautilus. Quanto alla nave, non si muoveva più e restava immobile, come se i polipi corallini l'avessero già murata con il loro indistruttibile cemento.

«Ebbene, signore?» disse Ned Land, che mi raggiunse dopo la partenza del capitano.

«Ebbene, amico Ned, aspetteremo pazientemente la marea del 9, perché pare che la luna avrà la bontà di rimetterci a galla.»

«Davvero?»

«Davvero.»

«E questo capitano non getterà neppure l'ancora, dal momento che la marea basterà?» disse Conseil con semplicità.

Il canadese guardò Conseil, poi alzò le spalle.

«Signore, può credermi quando le dico che questo pezzo di ferro non navigherà mai più né sopra né sotto il mare; è buono soltanto da vendere a peso. Penso dunque che sia giunto il momento di separarci dal capitano Nemo.»

«Amico Ned, io non dispero, come Lei, di questo valoroso Nautilus; e fra quattro giorni sapremo che cosa pensare delle maree del Pacifico. Del resto, la fuga potrebbe essere possibile se fossimo in vista delle coste inglesi o provenzali; ma sulle rive della Papuasia è un'altra faccenda; e ci sarà sempre tempo di giungere a quell'estremo se il Nautilus non riuscirà a disincagliarsi, cosa che considererei un fatto grave.»

«Ma non si potrebbe almeno agire con un po' di accortezza? Ecco un'isola; su quell'isola ci sono alberi; sotto quegli alberi, animali terrestri, portatori di costolette e di roast-beef, che assaggerei molto volentieri.»

«In questo l'amico Ned ha ragione,» disse Conseil «e io sono del suo parere. Il signore non potrebbe ottenere dal suo amico capitano Nemo il permesso di farci scendere a terra, non fosse che per non perdere l'abitudine di calpestare le parti solide del nostro pianeta?»

«Posso chiederglielo, ma rifiuterà.»

«Il signore vuole tentare?» domandò Conseil. «Così sapremo quanto possiamo contare sull'amabilità del capitano.»

Con mia grande sorpresa, il capitano Nemo mi accordò il permesso che gli avevo chiesto, e lo fece con molta cortesia, senza neppure esigere da me la promessa di tornare a bordo; ma una fuga attraverso la Nuova Guinea sarebbe stata assai pericolosa, e non avrei consigliato a Ned Land di tentarla. Meglio essere prigionieri a bordo del Nautilus che cadere nelle mani degli indigeni.

Alle otto, armati di fucili e di accette, lasciammo il Nautilus. Il mare era abbastanza calmo; una leggera brezza soffiava da terra. Conseil e io ai remi, avanzavamo rapidamente, e Ned teneva il timone nello stretto passaggio che i frangenti lasciavano fra loro. Il canotto era ben governato e filava veloce.

Ned Land non riusciva a contenere la sua gioia. Era come un prigioniero evaso dal carcere, che non sapesse di doverci rientrare.

«Carne! Stiamo per mangiare carne; e che carne!» rispose. «Vera selvaggina! No, anzi, del pane!»

«Non dico che il pesce non sia buono; ma non bisogna abusarne; e un pezzo di cacciagione fresca, arrostito sulla brace viva, varierà piacevolmente il nostro solito menu.»

«Ghiottone!» disse Conseil. «Mi fa venire l'acquolina in bocca.»

«Resta da vedere» dissi «se queste foreste sono piene di selvaggina, e se la selvaggina non sia di quella che dà la caccia al cacciatore stesso.»

«Ben detto, signor Aronnax,» rispose il canadese, i cui denti sembravano affilati come il taglio di un'accetta «ma mangerò della tigre, lombata di tigre, se non ci sarà altro quadrupede su quest'isola.»

«L'amico Ned se ne preoccupa» disse Conseil.

«Comunque sia,» continuò Ned Land «ogni animale a quattro zampe senza penne, o a due zampe senza penne, sarà salutato dal mio primo colpo di fucile.»

«Benissimo! Ecco che cominciano le imprudenze di mastro Land.»

«Non abbia paura, signor Aronnax,» rispose il canadese «non mi occorreranno venticinque minuti per offrirle un piatto alla mia maniera.»

Alle otto e mezzo il canotto del Nautilus si arenò dolcemente su un fondo di sabbia compatta, dopo aver felicemente superato la scogliera corallina che circonda l'isola di Gilboa.