Quanto tempo dormimmo non lo so; ma il nostro sonno dovette durare a lungo, poiché ci ristorò completamente dalle nostre fatiche. Mi svegliai per primo. I miei compagni non si erano mossi, e giacevano ancora distesi nel loro angolo.
Appena alzato dal mio giaciglio alquanto duro, sentii il cervello sgombro, la mente lucida. Cominciai allora un esame attento della nostra cella. Nulla era cambiato all'interno. La prigione era sempre una prigione, i prigionieri sempre prigionieri. Tuttavia il cameriere, durante il nostro sonno, aveva sparecchiato la tavola. Respiravo con difficoltà. L'aria pesante sembrava opprimermi i polmoni. Benché la cella fosse ampia, avevamo evidentemente consumato gran parte dell'ossigeno che conteneva. Infatti ogni uomo consuma, in un'ora, l'ossigeno contenuto in più di 176 pinte d'aria, e quest'aria, carica (come allora) di una quantità quasi uguale di acido carbonico, diventa irrespirabile.
Diventava necessario rinnovare l'atmosfera della nostra prigione, e senza dubbio anche quella dell'intero battello sottomarino. Ciò fece sorgere una domanda nella mia mente. Come avrebbe proceduto il comandante di quella dimora galleggiante? Avrebbe ottenuto l'aria con mezzi chimici, ricavando col calore l'ossigeno contenuto nel clorato di potassa e assorbendo l'acido carbonico con la potassa caustica? Oppure, alternativa più comoda, più economica e perciò più probabile, si sarebbe accontentato di risalire a respirare alla superficie dell'acqua, come un cetaceo, rinnovando così per ventiquattr'ore la provvista d'aria?
Di fatto, ero già costretto ad accelerare la respirazione per trarre da quella cella il poco ossigeno che conteneva, quando d'un tratto fui ristorato da una corrente d'aria pura e profumata di emanazioni saline. Era una brezza marina corroborante, carica di iodio. Spalancai la bocca, e i miei polmoni si saturarono di particelle fresche.
Nello stesso tempo sentii il battello rollare. Il mostro corazzato di ferro era evidentemente risalito alla superficie dell'oceano per respirare, alla maniera delle balene. Scoprii così il modo in cui il battello veniva ventilato.
Dopo aver aspirato liberamente quell'aria, cercai il condotto che ci portava quel benefico soffio, e non tardai a trovarlo. Sopra la porta c'era un ventilatore, attraverso il quale ondate d'aria fresca rinnovavano l'atmosfera impoverita della cella.
Stavo facendo le mie osservazioni, quando Ned e Conseil si svegliarono quasi nello stesso momento, sotto l'influsso di quell'aria rigeneratrice. Si stropicciarono gli occhi, si stirarono, e in un attimo furono in piedi.
«Il signore ha dormito bene?» domandò Conseil con la sua consueta cortesia.
«Benissimo, mio bravo ragazzo. E Lei, mastro Land?»
«Come un sasso, signor professore. Ma non so se mi sbaglio o no: mi pare che ci sia una brezza di mare!»
Un marinaio non poteva ingannarsi, e raccontai al canadese tutto ciò che era accaduto durante il suo sonno.
«Bene!» disse. «Questo spiega quei muggiti che sentivamo quando il presunto narvalo avvistò l'Abraham Lincoln.»
«Proprio così, mastro Land: stava prendendo fiato.»
«Solo che, signor Aronnax, non ho la minima idea di che ora sia, a meno che non sia l'ora di pranzo.»
«L'ora di pranzo, mio bravo amico? Dica piuttosto l'ora di colazione, perché abbiamo certamente cominciato un altro giorno.»
«Dunque», disse Conseil, «abbiamo dormito ventiquattr'ore?»
«È la mia opinione.»
«Non La contraddirò», rispose Ned Land. «Ma pranzo o colazione, il cameriere sarà il benvenuto, qualunque cosa porti.»
«Mastro Land, dobbiamo conformarci alle regole di bordo, e suppongo che il nostro appetito sia in anticipo sull'ora del pranzo.»
«Eccoti qua, amico Conseil», disse Ned con impazienza. «Tu non perdi mai le staffe, sempre calmo; saresti capace di ringraziare prima del benedicite e di morire di fame piuttosto che lamentarti!»
Il tempo passava e avevamo una fame terribile; e questa volta il cameriere non compariva. Era un po' troppo lasciarci così a lungo, se davvero avevano buone intenzioni nei nostri riguardi. Ned Land, tormentato dai morsi della fame, si arrabbiava sempre di più; e, nonostante la sua promessa, temevo uno scoppio quando si fosse trovato davanti a qualcuno dell'equipaggio.
Per altre due ore la collera di Ned Land andò crescendo; gridava, urlava, ma invano. Le pareti erano sorde. Nel battello non si udiva alcun rumore: tutto era immobile come la morte. Non si muoveva, perché avrei sentito il fremito dello scafo sotto l'impulso dell'elica. Sprofondato negli abissi delle acque, non apparteneva più alla terra: quel silenzio era spaventoso.
Io ero atterrito, Conseil era calmo, Ned Land ruggiva.
Proprio allora si udì un rumore all'esterno. Dei passi risuonarono sulle lastre di metallo. Le serrature girarono, la porta si aprì e comparve il cameriere.
Prima che potessi slanciarmi a fermarlo, il canadese lo aveva gettato a terra e lo teneva per la gola. Il cameriere soffocava nella stretta della sua mano possente.
Conseil cercava già di staccare la mano del ramponiere dalla sua vittima mezzo soffocata, e io stavo per accorrere in aiuto, quando d'un tratto rimasi inchiodato sul posto udendo queste parole pronunciate in francese:
«Si calmi, mastro Land; e Lei, signor professore, vuole avere la bontà di ascoltarmi?»