XVII
Il Purusha, il Sé interiore, della grandezza di un pollice, è sempre assiso nel cuore di tutti gli esseri viventi. Con perseveranza l'uomo deve estrarLo dal proprio corpo come si estrae lo stelo interno da un filo d'erba. Bisogna conoscerLo come puro e immortale, come puro e immortale.
Come è stato spiegato nella Parte quarta, verso XII, il Sé interiore, benché illimitato, è descritto come «della grandezza di un pollice» a motivo della sua dimora nel cuore, spesso paragonato a un bocciolo di loto, simile a un pollice per grandezza e forma. Attraverso il procedimento di un fermo discernimento si deve imparare a distinguere l'Anima dal corpo, proprio come si separa il midollo da una canna.
XVIII
Così Nachiketas, avendo acquistato questa saggezza insegnata dal Signore della Morte, insieme a tutte le regole dello Yoga, divenne libero da impurità e da morte e conseguì Brahman (il Supremo). Così sarà anche di chiunque altro conosca allo stesso modo la natura del Sé.
CANTO DI PACE
Ci protegga Egli (l'Essere Supremo) entrambi. Sia Egli soddisfatto di noi. Possiamo acquistare forza. Possa il nostro studio recarci illuminazione. Non vi sia inimicizia fra noi.
OM! PACE! PACE! PACE!
Qui termina questa Upanishad
Kena-Upanishad
Come l'Isavasya, questa Upanishad trae il suo nome dalla parola iniziale del testo, Kena-ishitam, «da chi diretto». È nota anche come Talavakara-Upanishad, per il suo posto di capitolo nel Talavakara-Brahmana del Sama-Veda.
Fra le Upanishad è una delle più analitiche e metafisiche, essendo suo scopo condurre la mente dal grossolano al sottile, dall'effetto alla causa. Attraverso una serie di domande e risposte profonde, essa cerca di individuare la sorgente dell'essere dell'uomo e di dilatare la sua autocoscienza finché sia divenuta identica alla Coscienza divina.
KENA-UPANISHAD
Canto di Pace
Possano le mie membra, la parola, il Prana (la forza vitale), la vista, l'udito, la forza e tutti i miei sensi acquistare vigore. Tutto è il Brahman (il Signore Supremo) delle Upanishad. Ch'io non rinneghi mai il Brahman. Che il Brahman non rinneghi mai me. Non vi sia rinnegamento del Brahman. Non vi sia separazione dal Brahman. Possano tutte le virtù dichiarate nelle sacre Upanishad manifestarsi in me, che sono devoto all'Atman (il Sé superiore). Possano manifestarsi in me.
OM! PACE! PACE! PACE!
Parte prima
I
Da chi comandata e diretta la mente va verso i suoi oggetti? Comandata da chi si muove la forza vitale, la prima (causa)? Per volere di chi gli uomini proferiscono parola? Quale potenza dirige l'occhio e l'orecchio?
Così il discepolo si accostò al Maestro e domandò intorno alla causa della vita e dell'attività umana. Avendo un sincero anelito verso la Verità, desiderava sapere chi realmente vede e ode, chi muove l'apparente uomo fisico. Percepiva tutt'intorno a sé il mondo fenomenico, la cui esistenza poteva provare per mezzo dei sensi; ma cercava di conoscere l'invisibile mondo causale, del quale era allora solo vagamente consapevole. La mente è onnipervadente e onnipotente, o è spinta da qualche altra forza? chiese. Chi manda fuori l'energia vitale, senza la quale nulla può esistere? Il maestro risponde:
II
È l'orecchio dell'orecchio, la mente della mente, la parola della parola, la vita della vita, l'occhio dell'occhio. I saggi, liberati (dai sensi e dai desideri mortali), dopo aver lasciato questo mondo divengono immortali.
L'uomo comune ode, vede, pensa, ma si accontenta di conoscere soltanto quanto può essere conosciuto attraverso i sensi; non analizza né cerca di trovare ciò che sta dietro l'orecchio, l'occhio o la mente. Egli è completamente identificato con la sua natura esteriore. La sua concezione non va oltre il piccolo cerchio della sua vita corporea, che riguarda soltanto l'uomo esteriore. Non ha coscienza di ciò che rende i suoi sensi e i suoi organi capaci di compiere i loro compiti.
Vi è una vasta differenza fra la forma manifestata e Ciò che si manifesta attraverso la forma. Quando conosceremo Quello, non moriremo col corpo. Colui che si aggrappa ai sensi e alle cose effimere deve morire molte morti, ma l'uomo che conosce l'occhio dell'occhio, l'orecchio dell'orecchio, essendosi staccato dalla propria natura fisica, diviene immortale. L'immortalità è conseguita quando l'uomo trascende la sua natura apparente e trova quella sottile, eterna e inesauribile essenza che è dentro di lui.
III
Là non giunge l'occhio, né la parola, né la mente. Noi non conosciamo Quello; non comprendiamo come Esso possa essere insegnato. È distinto dal conosciuto e anche al di là dell'ignoto. Così abbiamo udito dagli antichi (maestri) che ce ne parlarono.
Questi occhi fisici non sono in grado di percepire quella sottile essenza. Né essa può essere espressa da un linguaggio finito o conosciuta da un'intelligenza finita, perché è infinita. La nostra concezione del conoscere le cose finite è conoscerne il nome e la forma; ma la conoscenza di Dio dev'essere distinta da una simile conoscenza. È per questo che alcuni dichiarano Dio ignoto e inconoscibile: perché Egli è ben più di quanto l'occhio, la mente o la parola possano percepire, comprendere o esprimere. L'Upanishad non dice che Egli non possa essere conosciuto. Egli è inconoscibile alla natura finita dell'uomo. Come può un mortale finito cogliere l'Infinito Intero? Ma Egli può essere conosciuto dalla natura divina dell'uomo.
IV
Ciò che la parola non illumina, ma che illumina la parola: sappi che quello soltanto è il Brahman (l'Essere Supremo), non questo che qui gli uomini adorano.
V
Ciò che non può essere pensato dalla mente, ma per mezzo di cui, dicono, la mente è in grado di pensare: sappi che quello soltanto è il Brahman, non questo che qui gli uomini adorano.
VI
Ciò che non è veduto dall'occhio, ma per mezzo di cui l'occhio è in grado di vedere: sappi che quello soltanto è il Brahman, non questo che qui gli uomini adorano.
VII
Ciò che non può essere udito dall'orecchio, ma per mezzo di cui l'orecchio è in grado di udire: sappi che quello soltanto è Brahman, non questo che qui gli uomini adorano.
VIII
Ciò che nessuno respira col respiro, ma per mezzo di cui il respiro è respirato: sappi che quello soltanto è il Brahman, non questo che qui gli uomini adorano.
Ordinariamente conosciamo soltanto tre stati di coscienza: la veglia, il sogno e il sonno. Vi è però un quarto stato, il superconscio, che li trascende. Nei primi tre stati la mente non è abbastanza limpida da salvarci dall'errore; ma nel quarto stato acquista una tale purezza di visione da poter percepire il Divino. Se Dio potesse essere conosciuto dalla mente e dai sensi limitati, allora la conoscenza di Dio sarebbe come ogni altra conoscenza e la scienza spirituale come una qualsiasi scienza fisica. Egli può però essere conosciuto soltanto dalla mente purificata. Perciò, per conoscere Dio, l'uomo deve purificarsi. La mente descritta nelle Upanishad è la mente superconscia. Secondo i Saggi vedici la mente, nel suo stato ordinario, è soltanto un altro organo di senso. Questa mente è limitata, ma quando viene illuminata dalla luce dell'Intelligenza cosmica, ossia dalla «mente della mente», allora è in grado di cogliere la Causa Prima, ossia Ciò che sta dietro tutte le attività esteriori.
Parte seconda
I
Se pensi «Lo conosco bene», allora è certo che conosci ben poco del Brahman (la Verità Assoluta), o in quale forma Egli (risieda) nei Deva (aspetti minori della Divinità). Perciò penso che ciò che tu credi di conoscere sia ancora da cercare.
Avendo dato la definizione del vero Sé, ossia del Brahman, per mezzo del quale i mortali possono vedere, udire, sentire e pensare, il maestro temette che il discepolo, dopo averne semplicemente udito parlare, potesse concludere di conoscerLo. Perciò gli disse: «Ne hai udito parlare, ma questo non basta. Devi farne esperienza. Il semplice riconoscimento intellettuale non ti darà la vera conoscenza di Esso. Né Esso può esserti insegnato. Il maestro può soltanto mostrare la via. Devi trovarLo da te».
Conoscenza significa unione fra soggetto e oggetto. Per conseguire questa unione bisogna praticare; la teoria non può aiutarci. Il capitolo precedente ha mostrato che la conoscenza di Brahman è al di là della percezione dei sensi: «Là non giunge l'occhio, né la parola, né la mente». «Quello è distinto dal conosciuto e anche al di là dell'ignoto». Perciò era necessario che il maestro ricordasse al discepolo che la conoscenza fondata sulla percezione dei sensi o sull'apprensione intellettuale non va confusa con la conoscenza soprasensibile. Benché il discepolo avesse ascoltato il maestro con animo docile e fosse intellettualmente convinto della verità delle sue parole, era ora necessario che provasse con la propria esperienza ciò che aveva udito. Guidato dal maestro, cercò dentro di sé, per mezzo della meditazione, il significato di Brahman; e avendo acquistato una nuova visione, si accostò ancora una volta al maestro.