Questo testo definisce la vera natura del Sé. Quando la nostra mente è purificata dalle scorie della materia, solo allora possiamo contemplare il vasto, radioso, sottile, sempre puro e immacolato Sé, vero fondamento della nostra esistenza.
IX
Entrano in una cieca tenebra coloro che adorano l'Avidya (l'ignoranza e l'illusione); cadono, per così dire, in una tenebra ancora maggiore coloro che adorano la Vidya (la conoscenza).
X
Per mezzo della Vidya si raggiunge un fine; per mezzo dell'Avidya, un altro. Così abbiamo udito dai saggi che ce lo insegnarono.
XI
Colui che conosce insieme sia la Vidya sia l'Avidya, per mezzo dell'Avidya varca la morte e per mezzo della Vidya consegue l'immortalità.
Coloro che seguono o «adorano» la via dell'egoismo e del piacere (Avidya), senza conoscere nulla di più alto, cadono necessariamente nella tenebra; ma coloro che adorano o coltivano la Vidya (la conoscenza) per mero orgoglio e soddisfazione intellettuale cadono in una tenebra maggiore, perché più grande è l'occasione di cui abusano.
Nei versi seguenti Vidya e Avidya sono usate all'incirca nello stesso senso di «fede» e «opere» nella Bibbia cristiana: nessuna delle due da sola può condurre alla meta ultima, ma prese insieme portano l'uomo al Sommo. L'opera compiuta con motivo disinteressato purifica la mente e permette all'uomo di percepire la propria natura immortale. Da questo egli acquista inevitabilmente una conoscenza di Dio, perché l'Anima e Dio sono una cosa sola e inseparabile; e quando egli sa di essere uno col Supremo e Indistruttibile Intero, realizza la propria immortalità.
XII
Cadono in una cieca tenebra coloro che adorano il Non-manifestato, e cadono in una tenebra maggiore coloro che adorano il manifestato.
XIII
Con l'adorazione del Non-manifestato si raggiunge un fine; con l'adorazione del manifestato, un altro. Così abbiamo udito dai saggi che ce lo insegnarono.
XIV
Colui che conosce insieme sia il Non-manifestato (la causa della manifestazione) sia il distruttibile o manifestato, costui varca la morte attraverso la conoscenza del distruttibile e consegue l'immortalità attraverso la conoscenza della Causa Prima (il Non-manifestato).
Questa particolare Upanishad tratta soprattutto della Causa invisibile e della manifestazione visibile, e tutto l'andamento del suo insegnamento mira a mostrare che esse sono una sola e medesima cosa, essendo l'una il prodotto dell'altra; perciò nessuna conoscenza perfetta è possibile senza la comprensione simultanea di entrambe. I saggi dichiarano che colui il quale adora in modo unilaterale, sia il visibile sia l'invisibile, non raggiunge la meta più alta. Solo colui che ha una comprensione coordinata tanto del visibile quanto dell'invisibile, della materia e dello spirito, dell'attività e di ciò che sta dietro l'attività, vince la Natura e supera così la morte. Con l'opera, rendendo la mente ferma e seguendo le regole prescritte date nelle Scritture, l'uomo acquista saggezza. Alla luce di quella saggezza egli è in grado di percepire la Causa invisibile in tutte le forme visibili. Perciò il saggio Lo vede in ogni forma manifestata. Coloro che hanno una vera concezione di Dio non sono mai separati da Lui. Essi esistono in Lui ed Egli in loro.
XV
Il volto della Verità è nascosto da un disco d'oro. O Pushan (Essere fulgente)! Scopri (il Tuo volto), affinché io, adoratore della Verità, possa contemplarTi.
XVI
O Pushan! O Sole, solo viandante dei cieli, reggitore di tutto, figlio di Prajapati, ritira i Tuoi raggi e raccogli il Tuo ardente splendore. Ora, per la Tua Grazia, contemplo la Tua forma benedetta e gloriosa. Il Purusha (l'Essere fulgente) che dimora in Te, quello sono io.
Qui il sole, che è il datore di ogni luce, è usato come simbolo dell'Infinito, datore di ogni saggezza. Il cercatore della Verità prega il Fulgente di frenare i Suoi raggi abbaglianti, affinché i suoi occhi, non più accecati da essi, possano contemplare la Verità. Avendola percepita, egli proclama: «Ora vedo che quell'Essere fulgente e io siamo una sola e medesima cosa, e la mia illusione è distrutta». Alla luce della Verità egli è in grado di discernere fra il reale e l'irreale, e la conoscenza così acquistata lo convince di essere uno col Supremo; che non vi è differenza fra lui e la Verità Suprema; ovvero, come disse Cristo: «Io e il Padre siamo una cosa sola».
XVII
Vada il mio soffio vitale al Prana onnipervadente e immortale, e sia questo corpo ridotto in cenere. Om! O mente, ricorda le tue opere! O mente, ricorda, ricorda le tue opere! Ricorda!
Non cercare risultati fuggevoli come ricompensa delle tue azioni, o mente! Aspira soltanto all'Imperituro. Questo Mantram, o testo, viene spesso recitato nell'ora della morte per ricordare la natura perituro del corpo e la natura eterna dell'Anima. Quando la chiara visione della distinzione fra il corpo mortale e l'Anima immortale sorge nel cuore, allora ogni brama di piacere fisico o di possesso materiale cade; e si può dire: sia il corpo ridotto in cenere, perché l'Anima consegua la sua libertà; ché la morte non è altro che il deporre una veste consunta.
XVIII
O Agni (Essere luminoso)! Conducici alla beatitudine per la buona via. O Signore! Tu conosci tutte le nostre opere; rimuovi da noi ogni male e ogni illusione. A Te offriamo le nostre prostrazioni e le nostre suppliche ancora e ancora.
Qui termina questa Upanishad
Questa Upanishad è chiamata Isa-Vasya-Upanishad, quella che dà la Brahma-Vidya, ossia la conoscenza della Divinità che tutto pervade. Il pensiero dominante che la percorre è che non possiamo godere della vita né realizzare la vera felicità se non «copriamo» consapevolmente ogni cosa col Signore onnipresente. Se non siamo pienamente consapevoli di ciò che sostiene la nostra vita, come possiamo vivere con saggezza e compiere i nostri doveri? Qualunque cosa vediamo, mobile o immobile, buona o cattiva, tutto è «Quello». Non dobbiamo dividere la nostra concezione dell'universo; perché dividendola abbiamo soltanto una conoscenza frammentaria e così limitiamo noi stessi.
Colui che vede tutti gli esseri nel proprio Sé e il proprio Sé in tutti gli esseri, egli non soffre mai; perché quando vede tutte le creature entro il suo vero Sé, allora gelosia, dolore e odio svaniscono. Egli solo può amare. Quell'Uno che tutto pervade è fulgente di luce propria, non nato, immortale, puro, non contaminato da peccato né da dolore. Sapendo questo, l'uomo si libera dai legami della materia e trascende la morte. Trascendere la morte significa realizzare la differenza fra corpo e Anima e identificarsi con l'Anima. Quando contempliamo davvero l'Anima incorruttibile dentro di noi e realizziamo la nostra vera natura, non ci identifichiamo più col corpo che muore e non moriamo col corpo.
La conoscenza del Sé è sempre stata il tema dei Saggi; e le Upanishad trattano in particolare della conoscenza del Sé e anche della conoscenza di Dio, perché non vi è differenza fra il Sé e Dio. Sono una sola e medesima cosa. Ciò che procede dall'Infinito Intero dev'essere anch'esso infinito; quindi il Sé è infinito. Quello è l'oceano, noi siamo le gocce. Finché la goccia rimane separata dall'oceano è piccola e debole; ma quando è una cosa sola con l'oceano, allora ha tutta la forza dell'oceano. Similmente, finché l'uomo si crede separato dal Tutto è impotente; ma quando si identifica con Esso, allora trascende ogni debolezza e partecipa delle Sue qualità onnipotenti.
Katha-Upanishad
La Katha-Upanishad è probabilmente la più largamente conosciuta di tutte le Upanishad. Fu tradotta presto in persiano e attraverso questa versione giunse per la prima volta in Europa. Più tardi Raja Ram Mohun Roy ne pubblicò una versione inglese. Da allora è apparsa in varie lingue; e scrittori inglesi, tedeschi e francesi concordano tutti nel dichiararla una delle espressioni più perfette della religione e della filosofia dei Veda. Sir Edwin Arnold la rese popolare con la sua versione in versi intitolata «The Secret of Death», e Ralph Waldo Emerson ne narra brevemente la storia alla fine del suo saggio sull'«Immortalità».
Non vi è unanimità di opinioni riguardo al posto di questa Upanishad nella letteratura vedica. Alcune autorità la dichiarano appartenente allo Yajur-Veda, altre al Sama-Veda, mentre un gran numero la assegna all'Atharva-Veda. La storia è accennata per la prima volta nel Rig-Veda; è narrata più distintamente nello Yajur-Veda; e nella Katha-Upanishad appare pienamente elaborata e intessuta con il più alto insegnamento vedico. Nulla però indica il posto particolare di questa versione finale, né si è trovato alcun significato per il nome Katha.
Il testo presenta un dialogo fra un discepolo aspirante, Nachiketas, e il Signore della Morte intorno al grande Aldilà.
Katha-Upanishad
Canto di Pace
Ci protegga Egli (l'Essere Supremo) entrambi, maestro e discepolo. Sia Egli soddisfatto di noi. Possiamo acquistare forza. Possa il nostro studio recarci illuminazione. Non vi sia inimicizia fra noi.
OM! PACE! PACE! PACE!
Parte prima
I
Vahasrava, desideroso di ricompense celesti (al sacrificio Viswajit), fece dono di tutto ciò che possedeva. Aveva un figlio di nome Nachiketas.