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Telemaco e Ulisse rimuovono le armi—Ulisse parla con Penelope—Euriclea gli lava i piedi e riconosce la cicatrice sulla sua gamba—Penelope racconta il suo sogno a Ulisse

L'Odissea · Homer · tradotto da Claude Opus

By firelight the old nurse Euryclea washes the beggar's feet and freezes in shock as she recognises the scar on his leg, while Ulysses gently urges her to stay silent.

Ulisse fu lasciato nel portico, a ponderare il modo in cui con l'aiuto di Minerva avrebbe potuto uccidere i pretendenti. Poco dopo disse a Telemaco: «Telemaco, dobbiamo raccogliere le armi e portarle giù all'interno. Trova una scusa quando i pretendenti ti chiederanno perché le hai tolte. Di' che le hai portate via perché non stessero nel fumo, poiché non sono più quelle che erano quando Ulisse partì, ma si sono lordate e annerite di fuliggine. Aggiungi in particolare che temi che Giove possa metterli a litigare per il vino, e che si facciano reciprocamente qualche male che disonori il banchetto e la corte, perché la vista delle armi talvolta induce la gente a servirsene.»

Telemaco approvò quel che suo padre aveva detto, e chiamò la nutrice Euriclea e disse: «Nutrice, chiudi le donne nella loro stanza, mentre io porto giù nel magazzino le armi che mio padre lasciò. Nessuno se ne cura ora che mio padre è partito, e si sono tutte macchiate di fuliggine durante la mia fanciullezza. Voglio portarle giù dove il fumo non possa raggiungerle.»

«Vorrei, figliolo,» rispose Euriclea, «che prendessi del tutto in mano il governo della casa, e badassi tu stesso a tutti i beni. Ma chi verrà con te a farti luce fino al magazzino? Le ancelle l'avrebbero fatto, ma tu non hai voluto.»

«Lo straniero,» disse Telemaco, «mi farà lume; chi mangia il mio pane deve guadagnarselo, da qualunque luogo venga.»

Euriclea fece come le era stato detto, e chiuse col chiavistello le donne nella loro stanza. Poi Ulisse e suo figlio si affrettarono a portare dentro gli elmi, gli scudi e le lance; e Minerva andava davanti a loro con una lampada d'oro in mano, che spandeva un bagliore dolce e splendente, onde Telemaco disse: «Padre, i miei occhi vedono un gran prodigio: le pareti, con le travi, i correnti e i sostegni su cui poggiano, sono tutti accesi come di fuoco fiammeggiante. Certo c'è qui qualche dio disceso dal cielo.»

«Taci,» rispose Ulisse, «mantieni il silenzio e non far domande, perché questo è il modo degli dèi. Va' a letto, e lascia me qui a parlare con tua madre e con le ancelle. Tua madre nel suo dolore mi farà ogni sorta di domande.»

A queste parole Telemaco andò, al lume di una torcia, dall'altra parte del cortile interno, alla stanza in cui dormiva sempre. Là giacque nel suo letto fino al mattino, mentre Ulisse fu lasciato nel portico a ponderare il modo in cui con l'aiuto di Minerva avrebbe potuto uccidere i pretendenti.

Allora Penelope scese dalla sua stanza, simile a Venere o a Diana, e le posero un seggio intarsiato di volute d'argento e d'avorio vicino al fuoco, al suo posto consueto. Era stato fatto da Icmalio e aveva uno sgabello per i piedi tutto d'un pezzo con il seggio stesso; ed era coperto da un folto vello: su questo ella sedette, e le ancelle vennero dalla stanza delle donne a unirsi a lei. Si misero a togliere le tavole presso cui i malvagi pretendenti avevano banchettato, e portarono via il pane rimasto, con le coppe in cui avevano bevuto. Vuotarono la brace dai bracieri, e vi ammucchiarono molta legna per dare luce e calore; ma Melanto cominciò a ingiuriare Ulisse una seconda volta e disse: «Straniero, intendi tormentarci restando in giro per la casa tutta la notte e spiando le donne? Vattene fuori, miserabile, e mangia là la tua cena, o sarai cacciato con un tizzone.»

Ulisse la guardò torvo e rispose: «Buona donna, perché dovresti essere tanto in collera con me? È perché non sono pulito, e i miei abiti sono tutti stracci, e perché sono costretto ad andare mendicando alla maniera dei vagabondi e dei mendicanti in generale? Anch'io fui un tempo un uomo ricco, e avevo una bella casa mia; in quei giorni davo a molti vagabondi come sono io adesso, senza badare chi fossero né che cosa volessero. Avevo servi in gran numero, e tutte le altre cose che hanno coloro che vivono bene e sono tenuti per ricchi, ma a Giove piacque togliermi tutto; perciò, donna, bada di non perdere anche tu quell'orgoglio e quel posto in cui ora folleggi sopra le tue compagne; temi di cadere in disgrazia presso la tua signora, e temi che Ulisse possa tornare a casa, perché c'è ancora una probabilità che lo faccia. Inoltre, benché sia morto, come credi, per volere di Apollo ha lasciato dietro di sé un figlio, Telemaco, che noterà ogni cosa fatta male dalle ancelle in casa, perché ormai non è più fanciullo.»

Penelope udì quel che diceva e rimproverò la serva: «Sfacciata,» disse, «vedo come ti comporti abominevolmente, e ne sconterai il fio. Sapevi perfettamente, perché te l'ho detto io stessa, che stavo per vedere lo straniero e interrogarlo su mio marito, per amor del quale sono in così continuo dolore.»

Poi disse alla sua prima cameriera Eurinome: «Porta un seggio con un vello, perché lo straniero vi sieda mentre racconta la sua storia e ascolta quel che ho da dirgli. Desidero rivolgergli alcune domande.»

Eurinome portò subito il seggio e vi pose un vello, e non appena Ulisse si fu seduto Penelope cominciò dicendo: «Straniero, ti chiederò prima di tutto chi sei e di dove? Dimmi della tua città e dei tuoi genitori.»

«Signora,» rispose Ulisse, «chi mai su tutta la faccia della terra può osare di biasimarti? La tua fama giunge al firmamento stesso del cielo; sei come un re irreprensibile, che sostiene la giustizia, come monarca di un popolo grande e valoroso: la terra produce il suo grano e il suo orzo, gli alberi sono carichi di frutti, le pecore partoriscono agnelli, e il mare abbonda di pesci per le sue virtù, e il suo popolo compie buone opere sotto di lui. Tuttavia, poiché siedo qui nella tua casa, rivolgimi qualche altra domanda e non cercare di conoscere la mia stirpe e la mia famiglia, o richiamerai ricordi che accresceranno ancora il mio dolore. Sono pieno di pena, ma non dovrei restar seduto a piangere e a lamentarmi in casa d'altri, né è bene affliggersi continuamente così. Avrò uno dei servi, o magari te stessa, a lagnarsi di me, e a dire che i miei occhi nuotano nelle lacrime perché sono appesantito dal vino.»

Allora Penelope rispose: «Straniero, il cielo mi tolse ogni bellezza, di volto e di figura, quando gli Argivi salparono per Troia e con loro il mio caro marito. Se tornasse e badasse ai miei affari, sarei più rispettata e farei miglior figura al cospetto del mondo. Così com'è, sono oppressa dalle cure e dalle afflizioni che il cielo ha creduto bene di accumularmi addosso. I capi di tutte le nostre isole—Dulichio, Same e Zacinto, come pure di Itaca stessa, mi corteggiano contro la mia volontà e dissipano il mio patrimonio. Non posso perciò dedicare alcuna attenzione agli stranieri, né ai supplici, né a coloro che dicono di essere abili artigiani, ma sono tutto il tempo col cuore spezzato per Ulisse. Vogliono che mi risposi subito, e io devo escogitare stratagemmi per ingannarli. In primo luogo il cielo mi mise in mente di montare un grande telaio nella mia stanza e di cominciare a lavorare a un'enorme opera di finissimo ricamo. Allora dissi loro: “Cari miei, Ulisse è davvero morto, tuttavia non mi sollecitate a risposarmi subito; aspettate—perché non vorrei che la mia abilità nel ricamo andasse perduta senza memoria—finché non abbia finito di tessere un sudario per l'eroe Laerte, che sia pronto per quando la morte lo prenderà. È molto ricco, e le donne del luogo parleranno se sarà composto senza un sudario.” Questo dissi, ed essi acconsentirono; così io continuavo a lavorare alla mia grande tela tutto il giorno, ma di notte disfacevo di nuovo i punti al lume di torcia. Li ingannai in questo modo per tre anni senza che se ne accorgessero, ma col passare del tempo, essendo ormai nel quarto anno, al declinare delle lune, e molti giorni essendosi compiuti, quelle sfacciate buone a nulla delle mie ancelle mi tradirono ai pretendenti, che irruppero su di me e mi sorpresero; furono assai in collera con me, e così fui costretta a finire il mio lavoro, che lo volessi o no. E ora non vedo come possa trovare un altro espediente per sottrarmi a queste nozze. I miei genitori mi fanno grande pressione, e mio figlio si irrita per le devastazioni che i pretendenti compiono nel suo patrimonio, perché ormai è abbastanza grande da intendere ogni cosa ed è perfettamente in grado di badare ai propri affari, avendolo il cielo benedetto di un ottimo carattere. Eppure, nonostante tutto questo, dimmi chi sei e di dove vieni—perché devi aver avuto un padre e una madre di qualche sorta; non puoi essere figlio di una quercia o di una roccia.»

Allora Ulisse rispose: «Signora, moglie di Ulisse, poiché persisti nel chiedermi della mia famiglia, risponderò, qualunque cosa mi costi: la gente deve aspettarsi di soffrire quando è stata esule a lungo quanto me, e ha patito tanto fra tanti popoli. Nondimeno, quanto alla tua domanda ti dirò tutto ciò che chiedi. C'è un'isola bella e feconda in mezzo all'oceano chiamata Creta; è fittamente popolata e vi sono novanta città: la gente parla molte lingue diverse che si sovrappongono l'una all'altra, perché vi sono Achei, i valorosi Eteocretesi, Dori di triplice stirpe, e i nobili Pelasgi. C'è là una grande città, Cnosso, dove regnò Minosse, che ogni nove anni conferiva con Giove stesso. Minosse fu padre di Deucalione, di cui io sono figlio, perché Deucalione ebbe due figli, Idomeneo e me. Idomeneo salpò per Troia, e io, che sono il più giovane, mi chiamo Etone; mio fratello tuttavia era insieme il maggiore e il più valoroso dei due; fu perciò a Creta che vidi Ulisse e gli offersi ospitalità, perché i venti lo portarono là mentre era in viaggio verso Troia, sviandolo dal capo Malea e lasciandolo ad Amniso presso la grotta di Ilitia, dove i porti sono difficili da raggiungere e dove a stento trovò riparo dai venti che infuriavano allora. Appena giunto andò in città e chiese di Idomeneo, dicendosi suo vecchio e caro amico, ma Idomeneo era già salpato per Troia circa dieci o dodici giorni prima, così lo condussi nella mia casa e gli prestai ogni sorta di ospitalità, perché avevo abbondanza di ogni cosa. Inoltre sfamai gli uomini che erano con lui con farina d'orzo tratta dalla riserva pubblica, e raccolsi contributi di vino e di buoi perché li sacrificassero a loro piacimento. Rimasero con me dodici giorni, perché soffiava da settentrione una tempesta così forte che a stento ci si reggeva in piedi sulla terra. Suppongo che qualche dio ostile l'avesse sollevata per loro, ma il tredicesimo giorno il vento cadde, ed essi partirono.»

Molte storie verosimili ancora raccontò Ulisse, e Penelope piangeva ascoltando, perché il suo cuore si struggeva. Come la neve si scioglie sulle cime dei monti quando i venti da sud-est e da ovest hanno soffiato su di essa e l'hanno fusa finché i fiumi corrono colmi fino alle rive, così le sue guance traboccavano di lacrime per il marito che sedeva intanto al suo fianco. Ulisse sentiva per lei compassione e dolore, ma teneva gli occhi duri come corno o ferro senza lasciarli neppure tremare, tanto astutamente frenava le lacrime. Poi, quando si fu sollevata col pianto, si volse di nuovo a lui e disse: «Ora, straniero, ti metterò alla prova per vedere se davvero ospitasti mio marito e i suoi uomini, come dici. Dimmi dunque com'era vestito, che uomo era a vedersi, e così pure i suoi compagni.»

«Signora,» rispose Ulisse, «è passato tanto tempo che a stento posso dirlo. Venti anni sono venuti e passati da quando lasciò la mia casa e andò altrove; ma ti dirò come meglio ricordo. Ulisse portava un mantello di lana purpurea, a doppia fodera, fermato da una fibbia d'oro con due scatti per l'ago. Sulla sua faccia c'era un disegno che mostrava un cane che teneva fra le zampe anteriori un cerbiatto screziato, e lo guardava mentre giaceva ansimando a terra. Tutti si meravigliavano del modo in cui queste cose erano state fatte in oro, il cane che guardava il cerbiatto e lo strangolava, mentre il cerbiatto si dibatteva convulsamente per fuggire. Quanto alla tunica che portava a contatto della pelle, era così morbida che gli stava addosso come la pellicola di una cipolla, e luccicava al sole per l'ammirazione di tutte le donne che la vedevano. Dico inoltre, e riponilo nel cuore, che non so se Ulisse indossasse queste vesti quando lasciò la casa, o se uno dei suoi compagni gliele avesse date durante il viaggio; o forse qualcuno in casa del quale era ospite gliene fece dono, perché era uomo di molti amici e aveva pochi pari fra gli Achei. Io stesso gli diedi una spada di bronzo e un bel mantello purpureo, a doppia fodera, con una tunica che scendeva fino ai piedi, e lo mandai a bordo della sua nave con ogni segno d'onore. Aveva con sé un servo, un po' più anziano di lui, e posso dirti com'era; aveva le spalle curve, era scuro di pelle, e aveva capelli folti e ricciuti. Il suo nome era Euribate, e Ulisse lo trattava con maggiore familiarità di tutti gli altri, perché era il più affine a lui nell'animo.»

Penelope fu commossa ancora più profondamente nell'udire le prove inconfutabili che Ulisse le porgeva; e quando ebbe trovato di nuovo sollievo nelle lacrime gli disse: «Straniero, ero già incline ad averti pietà, ma d'ora innanzi sarai onorato e accolto con favore in casa mia. Fui io a dare a Ulisse le vesti di cui parli. Le tolsi io stessa dalla dispensa e le piegai, e gli diedi anche la fibbia d'oro da portare come ornamento. Ahimè! Non lo accoglierò mai più in casa di ritorno. Fu per un destino crudele che partì alla volta di quella città detestata, il cui nome stesso non riesco nemmeno a pronunciare.»

Allora Ulisse rispose: «Signora, sposa di Ulisse, non sfigurarti ancora piangendo così amaramente la tua perdita, benché io non possa certo biasimarti di farlo. Una donna che ha amato il marito e gli ha dato dei figli è naturale che si addolori di perderlo, anche se fosse un uomo peggiore di Ulisse, che dicono simile a un dio. Tuttavia, trattieni le lacrime e ascolta ciò che posso dirti. Non ti nasconderò nulla, e posso dire con assoluta verità di aver udito da poco che Ulisse è vivo e sulla via del ritorno; egli è presso i Tesproti e riporta molti preziosi tesori che ha mendicato a questo e a quello di loro; ma la sua nave e tutti i suoi compagni andarono perduti mentre lasciavano l'isola di Trinacria, perché Giove e il dio Sole erano irati con lui, poiché i suoi uomini avevano macellato le vacche del dio Sole, e furono tutti annegati fino all'ultimo. Ma Ulisse rimase aggrappato alla chiglia della nave e fu spinto dalla corrente alla terra dei Feaci, che sono prossimi parenti degli immortali e che lo trattarono come se fosse stato un dio, dandogli molti doni e desiderando scortarlo a casa sano e salvo. In verità Ulisse sarebbe stato qui da gran tempo, se non avesse ritenuto meglio andare di terra in terra raccogliendo ricchezze; poiché non vive uomo tanto scaltro quanto lui, e nessuno può starle a paragone. Fidone, re dei Tesproti, mi disse tutto questo, e mi giurò, facendo libagioni nella sua casa mentre lo faceva, che la nave era sulla riva del mare e che erano pronti i compagni che avrebbero condotto Ulisse nella sua patria. Mandò via me per primo, perché per caso una nave tesprota salpava per l'isola di Dulichio, ricca di grano, ma mi mostrò tutti i tesori che Ulisse aveva ammassato, e ve n'era nella casa del re Fidone abbastanza da mantenere la sua famiglia per dieci generazioni; ma il re disse che Ulisse era andato a Dodona per apprendere dall'alta quercia il pensiero di Giove e sapere se, dopo un'assenza così lunga, dovesse tornare a Itaca apertamente o in segreto. Sappi dunque che è salvo e sarà qui tra breve; è vicinissimo e non può restare lontano da casa ancora a lungo; tuttavia confermerò le mie parole con un giuramento, e chiamo a testimone Giove, il primo e il più potente di tutti gli dèi, come pure quel focolare di Ulisse al quale sono ora giunto, che tutto ciò che ho detto si compirà di certo. Ulisse tornerà in questo stesso anno; con la fine di questa luna e l'inizio della prossima sarà qui.»

«Così sia,» rispose Penelope; «se le tue parole si avvereranno avrai da me doni e tale benevolenza che quanti ti vedranno si congratuleranno con te; ma so molto bene come andrà. Ulisse non tornerà, né tu avrai la tua scorta per partire di qui, poiché, com'è certo che Ulisse sia mai esistito, non vi sono più in questa casa padroni come lui, che accolgano gli ospiti degni di onore o li aiutino a tornare in patria. E ora, ancelle, lavategli i piedi e preparategli un letto su un divano con tappeti e coperte, perché stia caldo e tranquillo fino al mattino. Poi, allo spuntar del giorno, lavatelo e ungetelo di nuovo, perché possa sedere nel portico e prendere i pasti con Telemaco. Sarà tanto peggio per chiunque di questa gente odiosa gli usi villania; che gli piaccia o no, non avrà più nulla da fare in questa casa. Come potresti infatti, signore, venire a sapere se io superi o no le altre donne per bontà di cuore e per intelletto, se ti lascio cenare nei miei portici sudicio e mal vestito? Gli uomini vivono solo per breve stagione; se sono duri e trattano duramente gli altri, la gente augura loro il male finché sono vivi e ne parla con disprezzo quando sono morti, ma di colui che è giusto e opera con giustizia il popolo narra le lodi in tutte le terre, e molti lo diranno beato.»

Ulisse rispose: «Signora, ho rinunciato ai tappeti e alle coperte dal giorno in cui lasciai le nevose montagne di Creta per salire a bordo di una nave. Giacerò come ho giaciuto in molte notti insonni finora. Notte dopo notte ho passato in qualunque rozzo giaciglio, attendendo il mattino. Né mi piace, d'altronde, farmi lavare i piedi; non permetterò a nessuna delle giovani sfacciate della tua casa di toccarmi i piedi; ma se hai qualche vecchia donna rispettabile che ha sofferto quanto me, le permetterò di lavarmeli.»

A ciò Penelope disse: «Mio caro signore, fra tutti gli ospiti che siano mai venuti in casa mia, non ve ne fu uno che parlasse in ogni cosa con tanto ammirevole decoro come te. Vi è per l'appunto in casa una vecchia donna rispettabilissima, la stessa che accolse fra le braccia il mio povero caro marito la notte in cui nacque e lo allevò nell'infanzia. Ora è molto debole, ma ti laverà i piedi.» «Vieni qui,» disse, «Euriclea, e lava i piedi a uno che ha l'età del tuo padrone; suppongo che le mani e i piedi di Ulisse siano ormai molto simili ai suoi, perché le pene invecchiano tutti noi con spaventosa rapidità.»

A queste parole la vecchia si coprì il viso con le mani; cominciò a piangere e a lamentarsi dicendo: «Caro figliolo, non so davvero che cosa fare di te. Sono certa che nessuno fu mai più timorato di dio di te, eppure Giove ti odia. Nessuno al mondo gli bruciò mai più cosce di vittime, né gli offrì ecatombe più belle, quando pregavi di giungere tu stesso a verde vecchiaia e di vedere tuo figlio crescere per somigliarti: eppure vedi come ti ha impedito, te solo, di tornare mai alla tua casa. Non ho dubbio che le donne di qualche palazzo straniero cui Ulisse è giunto lo scherniscano, come tutte queste sgualdrine qui hanno schernito te. Non mi stupisco che tu non voglia lasciarti lavare da loro, dopo il modo in cui ti hanno insultato; ti laverò i piedi io stessa assai volentieri, poiché Penelope ha detto che così faccia; li laverò sia per amore di Penelope sia per il tuo, perché hai destato nel mio animo la più viva compassione; e lascia che ti dica ancora questo, al quale ti prego di badare: abbiamo avuto qui prima d'ora ogni sorta di stranieri in pena, ma oso dire che nessuno mai venne che somigliasse tanto a Ulisse nella figura, nella voce e nei piedi come fai tu.»

«Quanti ci hanno visti entrambi,» rispose Ulisse, «hanno sempre detto che ci assomigliavamo in modo meraviglioso, e ora te ne sei accorta anche tu.»

Allora la vecchia prese il calderone in cui doveva lavargli i piedi, vi versò molta acqua fredda e aggiunse l'acqua calda finché il bagno fu abbastanza tiepido. Ulisse sedeva presso il fuoco, ma poco dopo si volse via dalla luce, perché gli era venuto in mente che, quando la vecchia gli avesse preso la gamba, avrebbe riconosciuto una certa cicatrice che essa portava, e così tutta la verità sarebbe venuta a galla. E infatti, non appena cominciò a lavare il suo signore, riconobbe subito la cicatrice come quella che gli aveva fatto un cinghiale selvatico mentre cacciava sul monte Parnaso con il suo eccellente nonno Autolico, che era il più abile ladro e spergiuro del mondo intero, e con i figli di Autolico. Mercurio stesso gli aveva concesso quel dono, perché Autolico gli bruciava le cosce di capre e di capretti, e perciò il dio si compiaceva della sua compagnia. Accadde una volta che Autolico andasse a Itaca e trovasse appena nato il figlio di sua figlia. Non appena ebbe finito di cenare, Euriclea pose il bambino sulle sue ginocchia e disse: «Autolico, devi trovare un nome per tuo nipote; hai tanto desiderato di averne uno.»

«Genero e figlia,» rispose Autolico, «chiamate il bambino così: sono molto sdegnato con un gran numero di persone, qua e là, uomini e donne; datelo dunque il nome di “Ulisse”, cioè il figlio dell'ira. Quando sarà cresciuto e verrà a visitare la famiglia di sua madre sul monte Parnaso, dove si trovano i miei possedimenti, gli farò un dono e lo manderò per la sua strada con gioia.»

Ulisse dunque andò al Parnaso per ricevere i doni da Autolico, il quale con i suoi figli gli strinse la mano e gli diede il benvenuto. Sua nonna Anfitea gli gettò le braccia al collo e gli baciò il capo e i begli occhi, mentre Autolico ordinava ai figli di preparare il pranzo, ed essi fecero come aveva detto. Portarono un toro di cinque anni, lo scuoiarono, lo prepararono e lo divisero in pezzi; questi poi li tagliarono con cura in porzioni più piccole e li infilzarono negli spiedi; li arrostirono a dovere e distribuirono le porzioni. Così per tutto il lungo giorno fino al tramonto del sole banchettarono, e ciascuno ebbe la sua parte intera, sicché tutti furono sazi; ma quando il sole tramontò e venne l'oscurità, andarono a letto e godettero il dono del sonno.

Quando apparve la figlia del mattino, l'Aurora dalle dita rosate, i figli di Autolico uscirono a caccia con i loro cani, e con loro Ulisse. Salirono i pendii boscosi del Parnaso e raggiunsero presto le sue ventose valli alte; ma quando il sole cominciava a battere sui campi, appena sorto dalle lente, quiete correnti dell'Oceano, giunsero a una valletta montana. I cani erano davanti a cercare le tracce della bestia che inseguivano, e dopo di loro venivano i figli di Autolico, fra i quali Ulisse, subito dietro ai cani, con una lunga lancia in mano. Qui era la tana di un enorme cinghiale in mezzo a un folto di cespugli, così fitto che né vento né pioggia vi penetravano, né vi poteva trafiggere il raggio del sole, e il terreno sotto giaceva coperto di foglie cadute. Il cinghiale udì il rumore dei piedi degli uomini e l'abbaiare dei cani da ogni parte mentre i cacciatori gli si avvicinavano; così balzò fuori dalla tana, rizzò le setole sul collo e si fermò a fronteggiarli con fuoco che gli lampeggiava dagli occhi. Ulisse fu il primo ad alzare la lancia e a tentare di piantarla nella belva, ma il cinghiale fu troppo svelto per lui e lo assalì di fianco, squarciandolo sopra il ginocchio con una ferita che andò profonda, benché non toccasse l'osso. Quanto al cinghiale, Ulisse lo colpì sulla spalla destra, e la punta della lancia lo trapassò da parte a parte, sicché cadde gemendo nella polvere finché la vita non lo ebbe lasciato. I figli di Autolico si affaccendarono intorno alla carcassa del cinghiale e fasciarono la ferita di Ulisse; poi, dopo aver pronunciato un incantesimo per fermare il sangue, tornarono a casa quanto più in fretta poterono. Ma quando Autolico e i suoi figli ebbero guarito del tutto Ulisse, gli fecero splendidi doni e lo rimandarono a Itaca con molta reciproca benevolenza. Quando fu tornato, suo padre e sua madre si rallegrarono di rivederlo e gli chiesero ogni cosa, e come si fosse procurato la cicatrice; ed egli raccontò loro come il cinghiale l'avesse squarciato mentre cacciava con Autolico e i suoi figli sul monte Parnaso.

Non appena Euriclea ebbe in mano la gamba segnata dalla cicatrice e la tenne ben stretta, la riconobbe e lasciò subito cadere il piede. La gamba cadde nel bagno, che risuonò e si rovesciò, sicché tutta l'acqua si versò per terra; gli occhi di Euriclea, tra la gioia e il dolore, si riempirono di lacrime, ed ella non poteva parlare, ma afferrò Ulisse per la barba e disse: «Caro figliolo, sono certa che tu devi essere Ulisse in persona, solo che non ti ho riconosciuto finché non ti ho toccato e palpato davvero.»

Mentre parlava guardò verso Penelope, come per volerle dire che il suo caro marito era in casa, ma Penelope non poteva guardare in quella direzione e accorgersi di ciò che avveniva, perché Minerva aveva distolto la sua attenzione; così Ulisse afferrò Euriclea alla gola con la destra e con la sinistra se la trasse vicina, e disse: «Nutrice, vuoi forse essere la mia rovina, tu che mi hai allattato al tuo seno, ora che dopo vent'anni di peregrinazioni sono finalmente tornato a casa mia? Poiché il cielo ti ha concesso di riconoscermi, tieni la lingua e non dirne parola a nessun altro in casa, perché se lo fai ti dico, e così sarà di certo, che se il cielo mi concede di togliere la vita a questi pretendenti, non risparmierò neppure te, benché tu sia la mia nutrice, quando ucciderò le altre donne.»

«Figlio mio,» rispose Euriclea, «di che cosa parli? Sai benissimo che nulla può piegarmi né spezzarmi. Terrò la lingua come una pietra o un pezzo di ferro; inoltre lascia che ti dica, e serbalo nel cuore, che quando il cielo ti avrà messo nelle mani i pretendenti, ti darò l'elenco delle donne della casa che si sono comportate male e di quelle che sono innocenti.»

E Ulisse rispose: «Nutrice, non devi parlare così; sono ben capace di formarmi da me un giudizio su ciascuna di loro; tieni la lingua e lascia ogni cosa al cielo.»

Detto questo Euriclea lasciò il portico per andare a prendere altra acqua, perché la prima si era versata tutta; e dopo che l'ebbe lavato e unto d'olio, Ulisse accostò la sedia al fuoco per scaldarsi e nascose la cicatrice sotto i suoi stracci. Allora Penelope cominciò a parlargli e disse:

«Straniero, vorrei parlarti brevemente di un'altra faccenda. È davvero quasi l'ora di coricarsi, almeno per coloro che riescono a dormire malgrado il dolore. Quanto a me, il cielo mi ha dato una vita di così smisurato affanno che anche di giorno, mentre attendo ai miei doveri e bado alle serve, piango e mi lamento per tutto il tempo; poi, quando viene la notte e tutti andiamo a letto, io giaccio sveglia a pensare, e il mio cuore diventa preda dei tormenti più incessanti e crudeli. Come l'usignolo bruno, figlia di Pandareo, canta all'inizio della primavera dal suo posto nascosto nel più ombroso riparo, e con molti lamentosi trilli versa il racconto di come per sventura uccise il proprio figlio Itilo, figlio del re Zeto, così la mia mente si agita e si rivolta nell'incertezza se io debba rimanere qui con mio figlio e salvaguardare i miei beni, i miei servi e la grandezza della mia casa, per riguardo all'opinione pubblica e alla memoria del mio defunto marito, o se non sia ormai tempo che io segua il migliore di questi pretendenti che mi corteggiano e mi fanno così magnifici doni. Finché mio figlio era ancora giovane e incapace di comprendere, non voleva sentir parlare che io lasciassi la casa di mio marito, ma ora che è pienamente adulto mi scongiura e mi prega di farlo, irritato dal modo in cui i pretendenti divorano il suo patrimonio. Ascolta dunque un sogno che ho fatto e interpretalo per me, se puoi. Ho in casa venti oche che mangiano pastone da una mangiatoia, e che amo moltissimo. Sognai che una grande aquila scendeva in picchiata da un monte e affondava il becco ricurvo nel collo di ciascuna di esse finché le ebbe uccise tutte. Poi si librò nel cielo e le lasciò morte sparse per il cortile; per questo piansi nel sogno finché tutte le mie ancelle si raccolsero intorno a me, tanto pietosamente mi dolevo perché l'aquila aveva ucciso le mie oche. Poi essa tornò, e posatasi su una trave sporgente mi parlò con voce umana e mi disse di smettere di piangere. “Fatti animo,” disse, «figlia di Icario; questo non è un sogno, ma una visione di buon augurio che si compirà di certo. Le oche sono i pretendenti, e io non sono più un'aquila, ma il tuo stesso marito, che sono tornato da te e che condurrò questi pretendenti a una fine ignominiosa.” Allora mi svegliai, e guardando fuori vidi le mie oche alla mangiatoia che mangiavano il loro pastone come al solito.»

«Questo sogno, signora,» rispose Ulisse, «non ammette che una sola interpretazione, poiché Ulisse stesso non ti ha forse detto come si compirà? È presagita la morte dei pretendenti, e neppure uno solo di loro scamperà.»

E Penelope rispose: «Straniero, i sogni sono cose assai strane e inspiegabili, e non si avverano affatto sempre. Vi sono due porte da cui escono queste vane fantasie; l'una è di corno, l'altra d'avorio. Quelle che vengono dalla porta d'avorio sono vane, ma quelle dalla porta di corno hanno un significato per chi le vede. Non credo tuttavia che il mio sogno sia venuto dalla porta di corno, benché io e mio figlio dovremmo esserne grati oltre misura se così fosse. Inoltre ti dico, e serbalo nel cuore, che l'alba ormai prossima condurrà il giorno di malaugurio che mi separerà dalla casa di Ulisse, perché sto per indire una gara delle scuri. Mio marito soleva disporre dodici scuri nel cortile, l'una dietro l'altra, come i sostegni sui quali si costruisce una nave; poi si ritirava da esse e scagliava una freccia attraverso tutte e dodici. Io farò provare ai pretendenti la stessa cosa, e quello di loro che più facilmente saprà tendere l'arco e mandare la sua freccia attraverso tutte e dodici le scuri, quello seguirò e lascerò questa casa del mio legittimo marito, così bella e così ricca. Ma anche così, non dubito che la ricorderò nei miei sogni.»

Allora Ulisse rispose: «Signora, sposa di Ulisse, non hai bisogno di rimandare la tua gara, poiché Ulisse tornerà prima che essi riescano a tendere l'arco, comunque lo maneggino, e a mandare le frecce attraverso il ferro.»

A ciò Penelope disse: «Finché, signore, vorrai sederti qui a parlare con me, non potrò avere alcun desiderio di andare a letto. Tuttavia gli uomini non possono fare a lungo senza sonno, e il cielo ha assegnato a noi che abitiamo la terra un tempo per ogni cosa. Salirò dunque di sopra a riposare su quel letto che non ho mai cessato di inondare di lacrime dal giorno in cui Ulisse partì per la città dal nome odioso.»

Salì dunque alla sua stanza, non sola, ma accompagnata dalle sue ancelle, e là pianse il caro marito finché Minerva non versò un dolce sonno sulle sue palpebre.