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Telemaco e sua madre si incontrano—Ulisse ed Eumeo scendono in città, e Ulisse è insultato da Melanzio—È riconosciuto dal cane Argo—È insultato e poi colpito da Antinoo con uno sgabello—Penelope desidera che gli sia mandato

L'Odissea · Homer · tradotto da Claude Opus

Ulysses, disguised as a ragged old beggar leaning on a staff, walks with the swineherd Eumaeus down a dusty road toward the coastal town of Ithaca at sunset.

Quando apparve la figlia del mattino, l’Aurora dalle dita di rosa, Telemaco si legò i sandali e prese una robusta lancia adatta alle sue mani, perché voleva andare in città. «Vecchio amico,» disse al porcaro, «ora andrò in città a mostrarmi a mia madre, perché non cesserà mai di affliggersi finché non mi avrà veduto. Quanto a questo sventurato straniero, portalo in città e lascia che vi mendichi presso chiunque gli voglia dare da bere e un pezzo di pane. Ho già abbastanza guai miei, e non posso caricarmi di altra gente. Se ciò lo irrita, tanto peggio per lui, ma mi piace dire ciò che penso.»

Allora Ulisse disse: «Signore, non desidero restare qui; un mendicante può sempre far meglio in città che in campagna, perché chiunque voglia può dargli qualcosa. Sono troppo vecchio per aver voglia di restare qui agli ordini di un padrone. Faccia dunque quest’uomo come gli hai appena detto, e mi porti in città appena mi sarò scaldato al fuoco e il giorno avrà preso un po’ di calore. I miei vestiti sono miseramente sottili, e in questa mattina gelata morirò di freddo, perché dici che la città è piuttosto lontana.»

A queste parole Telemaco si allontanò a grandi passi attraverso i recinti, meditando la sua vendetta sui Proci. Giunto a casa, appoggiò la lancia a un pilastro del portico, attraversò il pavimento di pietra del portico stesso ed entrò.

La nutrice Euriclea lo vide molto prima di chiunque altro. Stava stendendo i velli sui sedili, e scoppiò a piangere correndogli incontro; accorsero anche tutte le altre ancelle, e gli coprirono di baci il capo e le spalle. Penelope uscì dalla sua stanza simile a Diana o a Venere, e pianse gettando le braccia al collo del figlio. Gli baciò la fronte e i due begli occhi. «Luce dei miei occhi,» gridò parlandogli con tenerezza, «dunque sei tornato a casa; ero certa che non ti avrei rivisto mai più. Pensare che sei andato a Pilo senza dirmene nulla né ottenere il mio consenso. Ma via, dimmi che cosa hai veduto.»

«Non rimproverarmi, madre,» rispose Telemaco, «né affliggermi, visto che l’ho scampata per un soffio, ma lavati il viso, cambia veste, sali di sopra con le tue ancelle, e prometti ecatombi piene e sufficienti a tutti gli dèi, se solo Giove ci concederà la vendetta sui Proci. Devo andare ora al luogo dell’assemblea a invitare uno straniero che è tornato con me da Pilo. Lo mandai innanzi con la mia ciurma, e dissi a Pireo di portarlo a casa sua e di averne cura finché non fossi venuto a prenderlo io stesso.»

Ella diede ascolto alle parole del figlio, si lavò il viso, cambiò veste, e votò ecatombi piene e sufficienti a tutti gli dèi se solo si degnassero di concederle la vendetta sui Proci.

Telemaco attraversò i portici e ne uscì, lancia in mano, e non solo, perché lo seguivano i suoi due cani veloci. Minerva lo dotò di un aspetto di così divina bellezza che tutti lo ammiravano al suo passare, e i Proci si strinsero attorno a lui con belle parole sulle labbra e malizia nel cuore; ma egli li evitò, e andò a sedersi con Mentore, Antifo e Alitherse, vecchi amici della casa di suo padre, che si fecero raccontare tutto ciò che gli era accaduto. Poi giunse Pireo con Teoclimeno, che aveva scortato attraverso la città fino al luogo dell’assemblea, e Telemaco si unì subito a loro. Pireo parlò per primo: «Telemaco,» disse, «vorrei che mandassi alcune delle tue donne a casa mia a ritirare i doni che ti diede Menelao.»

«Non sappiamo, Pireo,» rispose Telemaco, «che cosa possa accadere. Se i Proci mi uccidono in casa mia e si spartiscono i miei beni, preferisco che li abbia tu piuttosto che qualcuno di quella gente se ne impadronisca. Se invece riuscirò a ucciderli, ti sarò molto obbligato se vorrai portarmi i miei doni.»

Con queste parole condusse Teoclimeno a casa sua. Quando vi giunsero, deposero i mantelli sulle panche e sui seggi, entrarono nei bagni e si lavarono. Quando le ancelle li ebbero lavati e unti, e dato loro mantelli e tuniche, essi sedettero a tavola. Una serva portò allora l’acqua in un bel boccale d’oro e la versò in un bacile d’argento perché si lavassero le mani, e distese accanto a loro una tavola pulita. Una dispensiera portò loro il pane e offrì molte buone cose di quelle che erano in casa. Di fronte sedeva Penelope, reclinata su un divano presso uno dei pilastri del portico, e filava. Allora essi stesero le mani sulle buone cose che stavano loro dinanzi, e quando ebbero mangiato e bevuto a sazietà Penelope disse:

«Telemaco, salirò di sopra a stendermi su quel triste letto, che non ho cessato di bagnare di lacrime dal giorno in cui Ulisse partì per Troia con i figli di Atreo. Tu però non hai saputo dirmi chiaramente, prima che i Proci tornassero in casa, se avevi o no potuto udire qualcosa del ritorno di tuo padre.»

«Ti dirò dunque la verità,» rispose il figlio. «Andammo a Pilo e vedemmo Nestore, che mi condusse a casa sua e mi trattò con ospitalità come fossi un suo figlio appena tornato dopo lunga assenza; così fecero anche i suoi figli; ma egli disse di non aver udito una parola da alcun essere umano su Ulisse, se fosse vivo o morto. Mi mandò dunque con un cocchio e dei cavalli da Menelao. Là vidi Elena, per causa della quale tanti, Argivi e Troiani, furono per saggezza del cielo condannati a soffrire. Menelao mi chiese che cosa mi avesse portato a Lacedemone, e io gli dissi tutta la verità, al che egli disse: ‘Dunque questi vigliacchi vorrebbero usurpare il letto di un uomo valoroso? Tanto varrebbe che una cerva deponesse i suoi cerbiatti appena nati nella tana di un leone, e poi se ne andasse a pascolare nella foresta o in qualche valletta erbosa. Il leone, tornando alla sua tana, farà presto giustizia di entrambi, e così farà Ulisse di questi Proci. Per padre Giove, Minerva e Apollo, se Ulisse è ancora l’uomo che era quando lottò con Filomelide a Lesbo, e lo gettò a terra così pesantemente che tutti i Greci lo acclamarono, se è ancora tale, e si avvicinasse a questi Proci, avrebbero breve scampo e nozze funeste. Quanto alla tua domanda, però, non girerò attorno né ti ingannerò, ma ciò che il vecchio del mare mi disse, tutto te lo riferirò. Disse di poter vedere Ulisse in un’isola, che si affliggeva amaramente nella casa della ninfa Calipso, la quale lo teneva prigioniero, ed egli non poteva raggiungere la patria, perché non aveva navi né marinai che lo portassero sul mare.’ Questo mi disse Menelao, e quando ebbi udito il suo racconto me ne venni via; gli dèi mi dettero allora un vento favorevole e presto mi riportarono sano e salvo a casa.»

Con queste parole commosse il cuore di Penelope. Allora Teoclimeno le disse:

«Signora, sposa di Ulisse, Telemaco non intende queste cose; ascolta dunque me, perché io posso divinarle con certezza e nulla ti nasconderò. Mi sia testimone Giove, re del cielo, e i diritti dell’ospitalità, e quel focolare di Ulisse al quale ora giungo, che Ulisse stesso è proprio ora a Itaca e, o andando per il paese o fermandosi in un luogo, indaga su tutte queste male azioni e prepara ai Proci il giorno del castigo. Vidi un presagio quando ero sulla nave che significava ciò, e ne parlai a Telemaco.»

«Così sia,» rispose Penelope; «se le tue parole si avverano, avrai da me doni e benevolenza tali che tutti quelli che ti vedranno si congratuleranno con te.»

Così conversavano. Intanto i Proci lanciavano dischi, o mirando con le lance a un segno sul terreno spianato davanti alla casa, e si comportavano con tutta la loro antica tracotanza. Ma quando fu ora di pranzo, e le greggi di pecore e di capre furono giunte in città da tutta la campagna intorno, con i loro pastori come al solito, allora Medonte, che era il loro servo favorito e li serviva a tavola, disse: «Ora dunque, giovani signori, vi siete divertiti abbastanza, entrate dunque perché possiamo preparare il pranzo. Il pranzo non è affatto male, all’ora del pranzo.»

Essi lasciarono i giochi come egli aveva detto, e quando furono dentro la casa deposero i mantelli sulle panche e sui seggi all’interno, e poi sacrificarono alcune pecore, capre, porci e una giovenca, tutti grassi e ben cresciuti. Così si prepararono al pasto. Nel frattempo Ulisse e il porcaro stavano per avviarsi alla città, e il porcaro disse: «Straniero, suppongo che tu voglia ancora andare in città oggi, come il mio padrone ha detto che dovevi fare; per parte mia avrei preferito che restassi qui come garzone del podere, ma devo fare come mi dice il mio padrone, o poi mi sgriderà, e una sgridata dal proprio padrone è cosa molto seria. Andiamo dunque, perché è ormai giorno pieno; presto sarà notte di nuovo e allora troverai più freddo.»

«Lo so, e ti capisco,» rispose Ulisse; «non occorre che tu dica altro. Andiamo, ma se hai un bastone già tagliato, dammelo per appoggiarmi, perché dici che la strada è molto aspra.»

Mentre parlava si gettò sulle spalle il suo logoro vecchio tascapane sdrucito, per la cordicella da cui pendeva, ed Eumeo gli diede un bastone di suo gradimento. I due si misero poi in cammino, lasciando il podere in custodia ai cani e ai pastori rimasti; il porcaro faceva strada e il suo padrone lo seguiva, simile a un vecchio vagabondo sfinito mentre si appoggiava al bastone, con le vesti tutte a brandelli. Quando ebbero superato il terreno aspro e ripido e si avvicinavano alla città, giunsero alla fonte dalla quale i cittadini attingevano l’acqua. L’avevano fatta Itaco, Nerito e Polictore. Un boschetto di pioppi amanti dell’acqua era piantato in cerchio tutt’intorno, e l’acqua limpida e fredda vi scendeva da una roccia in alto, mentre sopra la fonte c’era un altare alle ninfe, dove tutti i viandanti solevano offrire sacrifici. Qui Melanzio figlio di Dolio li raggiunse mentre conduceva giù alcune capre, le migliori del suo gregge, per il pranzo dei Proci, e con lui c’erano due pastori. Quando vide Eumeo e Ulisse, li coprì di ingiurie oltraggiose e sconvenienti, che irritarono molto Ulisse.

«Eccoli qua,» gridò, «e bella coppia siete. Vedete come il cielo accosta gli uccelli della stessa piuma. Dove, di grazia, signor porcaro, porti questo povero miserabile rottame? Verrebbe la nausea a chiunque a vedere una simile creatura a tavola. Un tipo come questo non vinse mai un premio in vita sua, ma se ne andrà strofinando le spalle agli stipiti di ogni uomo, e mendicando, non spade e calderoni come un uomo, ma solo qualche avanzo che non vale la pena di mendicare. Se tu me lo dessi come garzone del mio podere, potrebbe servire a ripulire i recinti, o a portare un po’ di foraggio tenero ai capretti, e potrebbe ingrassarsi le cosce quanto gli piace col siero; ma ha preso cattive abitudini e non vuol dedicarsi a lavoro di sorta; non farà altro che mendicare cibo per tutta la città, per nutrire il suo ventre insaziabile. Dico dunque, e certo sarà così, che se si avvicina alla casa di Ulisse si farà spaccare la testa dagli sgabelli che gli lanceranno, finché non lo avranno cacciato.»

Dopo ciò, passando, diede a Ulisse un calcio all’anca per pura insolenza, ma Ulisse stette saldo e non si smosse dal sentiero. Per un momento dubitò se scagliarsi su Melanzio e ucciderlo col bastone, o gettarlo a terra e fargli schizzare il cervello; decise tuttavia di sopportare e di dominarsi, ma il porcaro guardò Melanzio in faccia e lo rimproverò, levando le mani e pregando il cielo.

«Ninfe della fonte,» gridò, «figlie di Giove, se mai Ulisse bruciò per voi cosce coperte di grasso, di agnelli o di capretti, esaudite la mia preghiera e il cielo lo mandi a casa. Presto metterebbe fine alle minacce spavalde con cui uomini come te vanno insultando la gente, scorrazzando per tutta la città mentre i tuoi greggi vanno in rovina per la cattiva custodia.»

Allora Melanzio il capraio rispose: «Cane malnato, di che cosa vai parlando? Un giorno o l’altro ti metterò a bordo di una nave e ti porterò in un paese straniero, dove potrò venderti e intascare il denaro che ne ricaverò. Vorrei esser così sicuro che Apollo stenda morto Telemaco proprio oggi, o che i Proci lo uccidano, come sono sicuro che Ulisse non tornerà mai più a casa.»

Con ciò li lasciò venire con comodo, mentre egli andò avanti in fretta e giunse presto alla casa del suo padrone. Giunto là, entrò e prese posto tra i Proci di fronte a Eurimaco, che lo preferiva a tutti gli altri. I servi gli portarono una porzione di carne, e una dispensiera mise innanzi a lui del pane perché mangiasse. Poco dopo Ulisse e il porcaro arrivarono alla casa e vi si fermarono accanto, tra un suono di musica, perché Femio stava appunto cominciando a cantare per i Proci. Allora Ulisse prese la mano del porcaro e disse:

«Eumeo, questa casa di Ulisse è un luogo davvero magnifico. Per quanto lontano tu vada, ne troverai pochi simili. Un edificio segue all’altro. La corte esterna ha un muro con merli tutt’intorno; le porte sono a due battenti, di buona fattura; sarebbe ardua impresa prenderla con la forza delle armi. Vedo anche che dentro vi banchettano molte persone, perché c’è odore di arrosto e sento un suono di musica, che gli dèi hanno fatto andare di pari passo coi banchetti.»

Allora Eumeo disse: «Hai visto bene, come del resto fai di solito; ma pensiamo a quale sarà la via migliore. Vuoi entrare tu per primo e unirti ai Proci, lasciando me qui dietro di te, o vuoi aspettare qui e lasciar entrare me per primo? Ma non aspettare a lungo, o qualcuno potrebbe vederti bighellonare fuori e lanciarti qualcosa. Considera la cosa, ti prego.»

E Ulisse rispose: «Capisco e ascolto. Entra tu per primo e lasciami qui dove sono. Sono assuefatto a essere battuto e a ricevere oggetti scagliati addosso. Sono stato tanto malmenato in guerra e sul mare che mi sono incallito, e anche questo andrà insieme al resto. Ma un uomo non può nascondere i morsi di un ventre affamato; è un nemico che dà molti fastidi a tutti gli uomini; per causa sua si allestiscono navi per solcare i mari e far guerra ad altri popoli.»

Mentre parlavano così, un cane che giaceva addormentato levò il capo e drizzò le orecchie. Era Argo, che Ulisse aveva allevato prima di partire per Troia, ma di cui non aveva mai avuto servizio. Ai vecchi tempi i giovani lo portavano con sé quando andavano a caccia di capre selvatiche, di cervi o di lepri, ma ora che il suo padrone era partito giaceva trascurato sui mucchi di sterco di mulo e di bue che stavano davanti alle porte della stalla finché gli uomini venissero a portarlo via per concimare il grande campo; ed era pieno di pulci. Appena vide Ulisse fermo là, abbassò le orecchie e scodinzolò, ma non poté avvicinarsi al suo padrone. Quando Ulisse vide il cane dall’altra parte del cortile, si asciugò una lacrima dagli occhi senza che Eumeo lo vedesse, e disse:

The old, neglected dog Argos lifts his head from a heap and recognises his master as the ragged beggar Ulysses passes by, secretly wiping away a tear.

«Eumeo, che nobile cane laggiù sul letamaio: ha una struttura splendida; è davvero un bravo animale come sembra, o è soltanto uno di quei cani che vengono a mendicare attorno a una tavola e sono tenuti solo per mostra?»

«Questo cane,» rispose Eumeo, «apparteneva a colui che è morto in terra lontana. Se fosse quel che era quando Ulisse partì per Troia, ti mostrerebbe presto di che cosa è capace. Non c’era belva nella foresta che potesse sfuggirgli una volta che fosse sulle sue tracce. Ma ora è caduto in tempi tristi, perché il suo padrone è morto e scomparso, e le donne non si curano di lui. I servi non fanno mai il loro lavoro quando la mano del padrone non è più su di loro, perché Giove toglie metà del valore a un uomo quando ne fa uno schiavo.»

Mentre parlava entrò negli edifici, nel portico dove stavano i Proci, ma Argo morì appena ebbe riconosciuto il suo padrone.

Telemaco vide Eumeo molto prima di chiunque altro, e gli fece cenno di venire a sedere accanto a lui; egli si guardò dunque attorno e vide un seggio che giaceva vicino a dove il trinciatore sedeva distribuendo le porzioni ai Proci; lo prese, lo portò alla tavola di Telemaco e si sedette di fronte a lui. Poi il servo gli portò la sua porzione e gli diede del pane dal canestro.

Subito dopo Ulisse entrò, simile a un povero miserabile vecchio mendicante, appoggiato al bastone e con le vesti tutte a brandelli. Sedette sulla soglia di frassino appena dentro le porte che portavano dalla corte esterna a quella interna, contro un pilastro di cipresso che il carpentiere aveva piallato con arte e fatto combaciare esattamente con regolo e filo. Telemaco prese dal canestro un pane intero, con tanta carne quanta ne poteva tenere nelle due mani, e disse a Eumeo: «Porta questo allo straniero, e digli di fare il giro dei Proci e di mendicare da loro; un mendicante non deve esser vergognoso.»

Eumeo dunque gli si avvicinò e disse: «Straniero, Telemaco ti manda questo, e dice che devi fare il giro dei Proci mendicando, perché i mendicanti non devono esser vergognosi.»

Ulisse rispose: «Il re Giove conceda ogni felicità a Telemaco, e adempia il desiderio del suo cuore.»

Poi con entrambe le mani prese ciò che Telemaco gli aveva mandato, e lo posò sul vecchio sudicio tascapane ai suoi piedi. Continuò a mangiarlo mentre l’aedo cantava, e aveva appena finito il pranzo quando quegli smise. I Proci applaudirono l’aedo, al che Minerva si avvicinò a Ulisse e lo spinse a chiedere pezzi di pane a ciascuno dei Proci, perché vedesse che razza di gente fossero e distinguesse i buoni dai cattivi; ma, accadesse che poteva, ella non avrebbe salvato neppure uno di loro. Ulisse dunque fece il suo giro, procedendo da sinistra a destra, e tendeva le mani per mendicare come fosse un vero mendicante. Alcuni ebbero pietà di lui, e furono curiosi, domandandosi l’un l’altro chi fosse e di dove venisse; al che il capraio Melanzio disse: «Proci della mia nobile signora, posso dirvi qualcosa di lui, perché l’ho già visto. Il porcaro lo ha portato qui, ma io nulla so dell’uomo stesso, né di dove venga.»

A ciò Antinoo cominciò a coprire d’ingiurie il porcaro. «Prezioso idiota,» gridò, «perché hai portato quest’uomo in città? Non abbiamo già vagabondi e mendicanti a sufficienza che ci importunano mentre sediamo a mensa? Pensi sia poco che simile gente si raduni qui a dilapidare i beni del tuo padrone, e devi per forza portare anche costui?»

Ed Eumeo rispose: «Antinoo, la tua nascita è buona ma le tue parole cattive. Non fu per opera mia che egli venne qui. Chi mai è probabile che inviti uno straniero da un paese lontano, a meno che sia uno di quelli che possono rendere un pubblico servizio come indovino, guaritore di ferite, carpentiere, o aedo che può incantarci col suo canto? Tali uomini sono benvenuti in tutto il mondo, ma nessuno è probabile che inviti un mendicante che non farà che infastidirlo. Sei sempre più duro coi servi di Ulisse di quanto lo siano gli altri Proci, e soprattutto con me, ma non me ne curo finché Telemaco e Penelope sono vivi e qui.»

Ma Telemaco disse: «Zitto, non rispondergli; Antinoo ha la lingua più amara di tutti i Proci, e rende peggiori gli altri.»

Poi, volgendosi ad Antinoo, disse: «Antinoo, ti prendi cura dei miei interessi come se fossi tuo figlio. Perché vuoi vedere questo straniero cacciato di casa? Il cielo non voglia; prendi qualcosa e dagliela tu stesso; non lo rimpiango; ti prego di prenderla. Non badare a mia madre, né a nessun altro dei servi della casa; ma so che non farai ciò che dico, perché sei più incline a mangiare tu stesso le cose che a darle ad altri.»

«Che intendi dire, Telemaco,» replicò Antinoo, «con questo discorso sfacciato? Se tutti i pretendenti gli dessero quanto gli darò io, non rimetterebbe piede qui per altri tre mesi.»

Mentre parlava trasse da sotto la tavola lo sgabello su cui poggiava i suoi piedi delicati, e fece come per scagliarlo contro Ulisse; ma gli altri pretendenti gli diedero tutti qualcosa e gli riempirono la bisaccia di pane e di carne; egli stava dunque per tornare alla soglia a mangiare ciò che i pretendenti gli avevano dato, ma prima si avvicinò ad Antinoo e disse:

«Signore, dammi qualcosa; non sei certo il più povero tra quanti sono qui; sembri un capo, il primo fra tutti; perciò dovresti essere il più generoso nel dare, e io racconterò in lungo e in largo la tua munificenza. Anch'io fui un tempo un uomo ricco, e avevo una bella casa mia; in quei giorni davo a molti vagabondi come sono io adesso, senza badare chi fossero né che cosa volessero. Avevo servi in gran numero, e tutte le altre cose che hanno coloro che vivono bene e sono tenuti per ricchi, ma a Giove piacque togliermi tutto. Mi mandò con una banda di predoni vagabondi in Egitto; fu un lungo viaggio e ne rimasi rovinato. Misi le mie navi alla fonda nel fiume Egitto, e ordinai ai miei uomini di restare presso di esse e di montarvi la guardia, mentre io mandavo esploratori a ricognire da ogni punto vantaggioso.

«Ma gli uomini disobbedirono ai miei ordini, si abbandonarono ai propri capricci e devastarono la terra degli Egizi, uccidendo gli uomini e traendo prigioniere le loro mogli e i loro figli. L'allarme giunse presto alla città, e quando udirono il grido di guerra, la gente uscì allo spuntar del giorno, finché la pianura si riempì di soldati, fanti e cavalieri, e del bagliore delle armi. Allora Giove diffuse il panico tra i miei uomini, ed essi non vollero più affrontare il nemico, perché si videro circondati. Gli Egizi ne uccisero molti, e presero gli altri vivi per farli lavorare a forza per loro; quanto a me, mi diedero a un amico che li incontrò, perché mi portasse a Cipro; si chiamava Dmetore, figlio di Iaso, ed era un grand'uomo a Cipro. Di là sono venuto qui, in uno stato di grande miseria.»

Allora Antinoo disse: «Quale dio può aver mandato questa peste a tormentarci durante il pranzo? Fuori, nella parte aperta del cortile, o ti darò daccapo l'Egitto e Cipro per la tua insolenza e la tua importunità; hai chiesto a tutti gli altri, ed essi ti hanno dato con larghezza, perché hanno abbondanza intorno a sé, ed è facile essere generosi con la roba altrui quando ce n'è tanta.»

A queste parole Ulisse cominciò ad allontanarsi, e disse: «Il tuo aspetto, mio bel signore, vale più della tua educazione; se fossi in casa tua non daresti a un povero neppure un pizzico di sale, perché pur essendo in casa d'altri e circondato dall'abbondanza, non trovi in te il cuore di dargli nemmeno un pezzo di pane.»

Questo fece infuriare Antinoo, che lo guardò torvo dicendo: «Pagherai per questo prima di uscire dal cortile.» Con queste parole gli scagliò contro uno sgabello, e lo colpì alla scapola destra, vicino alla sommità della schiena. Ulisse restò saldo come una roccia e il colpo non lo fece nemmeno vacillare, ma scosse il capo in silenzio, covando la sua vendetta. Poi tornò alla soglia e vi sedette, deponendo ai suoi piedi la bisaccia ben piena.

«Ascoltatemi,» gridò, «pretendenti della regina Penelope, che io parli come il cuore mi detta. Un uomo non sente né dolore né pena se è colpito mentre combatte per i suoi beni, per le sue pecore o i suoi buoi; e così Antinoo ha colpito me mentre servivo il mio miserabile ventre, che mette sempre la gente nei guai. Tuttavia, se i poveri hanno dèi e divinità vendicatrici, prego che Antinoo faccia una brutta fine prima delle sue nozze.»

«Siedi dove sei, e mangia le tue vivande in silenzio, o vattene altrove,» gridò Antinoo. «Se dici ancora una parola ti farò trascinare per i piedi e per le mani attraverso i cortili, e i servi ti scorticheranno vivo.»

Gli altri pretendenti ne furono molto scontenti, e uno dei giovani disse: «Antinoo, hai fatto male a colpire quel povero vagabondo disgraziato: sarà peggio per te se si rivelasse un qualche dio—e sappiamo che gli dèi vanno attorno travestiti nei modi più diversi da forestieri, e percorrono il mondo per vedere chi agisce male e chi con giustizia.»

Così dissero i pretendenti, ma Antinoo non diede loro retta. Intanto Telemaco era furioso per il colpo inferto a suo padre, e sebbene non gli cadesse una lacrima, scosse il capo in silenzio, covando la sua vendetta.

Quando Penelope seppe che il mendicante era stato colpito nel portico del banchetto, disse davanti alle sue ancelle: «Possa Apollo colpire così te, Antinoo,» e la sua cameriera Eurinome rispose: «Se le nostre preghiere fossero esaudite, nessuno dei pretendenti vedrebbe più sorgere il sole.» Allora Penelope disse: «Nutrice, li odio tutti quanti, perché non vogliono altro che il male, ma Antinoo lo odio come le tenebre della morte stessa. Un povero vagabondo sventurato è venuto a mendicare per la casa per pura miseria. Tutti gli altri gli hanno dato qualcosa da mettere nella bisaccia, ma Antinoo lo ha colpito alla scapola destra con uno sgabello.»

Così parlava con le sue ancelle, seduta nella sua stanza, e intanto Ulisse consumava il suo pranzo. Poi chiamò il porcaro e disse: «Eumeo, va' a dire allo straniero che venga qui, voglio vederlo e rivolgergli alcune domande. Pare che abbia viaggiato molto, e può aver visto o udito qualcosa del mio infelice marito.»

A ciò tu rispondesti, o porcaro Eumeo: «Se questi Achei, signora, se ne stessero solo zitti, resteresti incantata dal racconto delle sue avventure. Lo tenni tre giorni e tre notti con me nella mia capanna, che fu il primo luogo da lui raggiunto dopo essere fuggito dalla sua nave, e non ha ancora finito di narrare le sue sventure. Se fosse stato il più ispirato dagli dèi tra i cantori di tutto il mondo, dalle cui labbra pendono incantati tutti gli ascoltatori, non avrei potuto restare più rapito di quanto lo fui, seduto nella mia capanna ad ascoltarlo. Dice che c'è una vecchia amicizia tra la sua casa e quella di Ulisse, e che viene da Creta, dove vivono i discendenti di Minosse, dopo essere stato gettato qua e là da ogni sorta di sventura; dichiara anche di aver udito che Ulisse è vivo e vicino, tra i Tesproti, e che porta a casa grandi ricchezze.»

«Chiamalo qui, allora,» disse Penelope, «che anch'io ascolti la sua storia. Quanto ai pretendenti, si divertano dentro o fuori come vogliono, perché non hanno nulla di cui affliggersi. Il loro grano e il loro vino restano intatti nelle loro case, che non hanno altri a consumarli se non i servi, mentre essi se ne stanno attorno alla nostra casa giorno dopo giorno, sacrificando i nostri buoi, le nostre pecore e le nostre grasse capre per i loro banchetti, senza dare un pensiero alla quantità di vino che bevono. Nessun patrimonio può reggere a tanta dissipazione, perché ora non abbiamo più un Ulisse che ci protegga. Se tornasse, egli e suo figlio avrebbero presto la loro vendetta.»

Mentre parlava, Telemaco starnutì così forte che tutta la casa ne risuonò. Penelope rise nell'udirlo, e disse a Eumeo: «Va' a chiamare lo straniero; non hai sentito come mio figlio ha starnutito proprio mentre parlavo? Questo non può significare altro se non che tutti i pretendenti saranno uccisi, e che nessuno di loro scamperà. Inoltre dico, e tu riponilo nel cuore: se mi persuaderò che lo straniero dice il vero, gli darò una camicia e un mantello di buona stoffa.»

Udito ciò, Eumeo andò difilato da Ulisse e disse: «Padre straniero, la mia padrona Penelope, madre di Telemaco, ti ha mandato a chiamare; è in gran dolore, ma desidera udire quanto puoi dirle di suo marito, e se si persuaderà che dici il vero, ti darà una camicia e un mantello, che sono proprio le cose di cui hai più bisogno. Quanto al pane, ne puoi avere abbastanza da riempirti il ventre mendicando per la città, e lasciando che diano quelli che vogliono.»

«Dirò a Penelope,» rispose Ulisse, «nient'altro che la pura verità. So tutto di suo marito, e sono stato suo compagno nell'afflizione, ma ho timore di passare in mezzo a questa folla di crudeli pretendenti, perché il loro orgoglio e la loro insolenza giungono fino al cielo. Proprio ora, inoltre, mentre me ne andavo per la casa senza far male a nessuno, un uomo mi ha dato un colpo che mi ha fatto molto male, e né Telemaco né alcun altro mi ha difeso. Di' dunque a Penelope di avere pazienza e di aspettare fino al tramonto. Mi dia un posto vicino al fuoco, perché le mie vesti sono logore fino alla trama—lo sai bene, perché le hai viste fin da quando ti chiesi aiuto la prima volta—e potrà allora interrogarmi sul ritorno di suo marito.»

Il porcaro tornò indietro, udito ciò, e Penelope disse vedendolo varcare la soglia: «Perché non lo porti qui, Eumeo? Ha paura che qualcuno lo maltratti, o è troppo timido per entrare in casa? I mendicanti non dovrebbero essere vergognosi.»

A ciò tu rispondesti, o porcaro Eumeo: «Lo straniero è del tutto ragionevole. Evita i pretendenti, e fa soltanto ciò che farebbe chiunque altro. Ti chiede di aspettare fino al tramonto, e sarà molto meglio, signora, che tu lo abbia tutto per te, quando potrai ascoltarlo e parlargli a tuo piacimento.»

«L'uomo non è uno sciocco,» rispose Penelope, «è assai probabile che sia come dice, perché non vi sono al mondo persone tanto abominevoli quanto questi uomini.»

Finito che ebbe di parlare, Eumeo tornò dai pretendenti, avendo spiegato ogni cosa. Poi si avvicinò a Telemaco e gli disse all'orecchio, in modo che nessuno potesse udirlo: «Mio caro signore, ora tornerò ai porci, a badare ai tuoi beni e ai miei affari. Tu bada a quanto accade qui, ma soprattutto guardati dal pericolo, perché sono molti quelli che ti vogliono male. Giove li porti a una brutta fine prima che ci facciano del male.»

«Molto bene,» rispose Telemaco, «torna a casa dopo aver pranzato, e al mattino vieni qui con le vittime che dobbiamo sacrificare per la giornata. Il resto lascialo al cielo e a me.»

Eumeo sedette di nuovo, e quando ebbe finito di pranzare lasciò i cortili e il portico insieme con gli uomini a tavola, e tornò ai suoi porci. Quanto ai pretendenti, presto cominciarono a divertirsi con il canto e la danza, perché ormai s'avvicinava la sera.