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Ulisse lascia Scheria e torna a Itaca

L'Odissea · Homer · tradotto da Claude Opus

Ulysses sleeps on the shore of Ithaca beside his heaped Phaeacian treasure as the ship that brought him sails away at sunset.

Così parlò, e tutti tacquero per tutto il portico coperto, incantati dal fascino del suo racconto, finché infine Alcinoo prese a parlare.

«Ulisse,» disse, «ora che sei giunto nella mia casa non dubito che tornerai in patria senza ulteriori sventure, per quanto tu abbia sofferto in passato. A voi altri, però, che venite qui notte dopo notte a bere il mio vino migliore e ad ascoltare il mio aedo, vorrei raccomandare quanto segue. Il nostro ospite ha già riposto le vesti, l’oro lavorato e gli altri oggetti preziosi che avete portato perché li accetti; offriamogli dunque ora ancora, ciascuno di noi, un grande tripode e un calderone. Ci rifaremo con una tassa generale; perché non si può pretendere che i privati sopportino il peso di un dono così splendido.»

Tutti approvarono, e poi se ne andarono a dormire ciascuno nella propria dimora. Quando apparve la figlia del mattino, l’Aurora dalle dita rosate, si affrettarono alla nave e portarono con sé i loro calderoni. Alcinoo salì a bordo e vide che tutto era così saldamente riposto sotto i banchi della nave che nulla poteva sciogliersi e ferire i rematori. Poi andarono alla casa di Alcinoo per il pranzo, ed egli sacrificò un toro per loro in onore di Giove, signore di tutte le cose. Misero le bistecche sulla griglia e fecero un ottimo pranzo, dopo il quale l’ispirato aedo Demodoco, che era caro a tutti, cantò per loro; ma Ulisse continuava a volgere gli occhi al sole, come per affrettarne il tramonto, perché bramava mettersi in cammino. Come chi ha arato tutto il giorno un campo a maggese con un paio di buoi continua a pensare alla sua cena ed è lieto quando giunge la notte per andare a prenderla, perché le gambe lo reggono a stento, così Ulisse si rallegrò quando il sole tramontò, e subito disse ai Feaci, rivolgendosi più in particolare al re Alcinoo:

«Signore, e voi tutti, addio. Fate le vostre libagioni e congedatemi lietamente, perché avete adempiuto il desiderio del mio cuore dandomi una scorta e facendomi doni, che il cielo mi conceda di usare bene; possa io trovare la mia ammirevole sposa che vive in pace tra gli amici, e possiate voi che lascio dietro di me dar contentezza alle vostre mogli e ai vostri figli; il cielo vi conceda ogni grazia, e nessun male venga tra il vostro popolo.»

Così parlò. I suoi ascoltatori approvarono tutti le sue parole e convennero che egli avesse la sua scorta, avendo parlato con ragionevolezza. Alcinoo disse dunque al suo servo: «Pontonoo, mesci del vino e distribuiscilo a tutti, affinché rivolgiamo una preghiera al padre Giove e accompagniamo il nostro ospite nel suo cammino.»

Pontonoo mescé il vino e lo porse a ciascuno a turno; gli altri, ognuno dal proprio seggio, fecero una libagione ai beati dèi che abitano in cielo, ma Ulisse si alzò e pose la coppa doppia nelle mani della regina Arete.

«Addio, regina,» disse, «d’ora innanzi e per sempre, finché la vecchiaia e la morte, comune sorte degli uomini, non pongano su di te le loro mani. Ora prendo congedo; sii felice in questa casa con i tuoi figli, con il tuo popolo e col re Alcinoo.»

Mentre parlava varcò la soglia, e Alcinoo mandò un uomo a condurlo alla sua nave e alla riva del mare. Anche Arete mandò con lui alcune ancelle: una con una camicia e un mantello puliti, un’altra a portare il suo forziere, e una terza con grano e vino. Quando giunsero alla riva, la ciurma prese quelle cose e le pose a bordo, con tutta la carne e la bevanda; ma per Ulisse stesero un tappeto e un lenzuolo di lino sul ponte, perché potesse dormire saldamente a poppa della nave. Poi anch’egli salì a bordo e si coricò senza una parola, ma la ciurma prese ciascuno il suo posto e sciolse l’ormeggio dalla pietra forata a cui era legato. Allora, quando cominciarono a remare verso il largo, Ulisse cadde in un sonno profondo, dolce e quasi simile alla morte.

La nave balzò avanti nel suo cammino come un cocchio a quattro cavalli vola sulla pista quando i cavalli sentono la frusta. La sua prua si impennava come il collo di uno stallone, e una grande onda d’acqua azzurro scuro ribolliva dietro di lei. Teneva saldamente la rotta, e nemmeno un falco, il più rapido di tutti gli uccelli, avrebbe potuto starle al passo. Così dunque fendeva l’acqua, portando uno che era astuto come gli dèi, ma che ora dormiva in pace, dimentico di tutto ciò che aveva sofferto sia sul campo di battaglia sia tra i flutti del mare faticoso.

Quando la luminosa stella che annuncia l’approssimarsi dell’alba cominciò a mostrarsi, la nave si avvicinò alla terra. Vi è ora a Itaca un porto del vecchio dio marino Forco, che giace fra due promontori che spezzano la linea del mare e racchiudono il porto. Questi lo riparano dalle tempeste di vento e di mare che infuriano fuori, sicché, una volta dentro, una nave può restare senza nemmeno essere ormeggiata. In fondo a questo porto vi è un grande ulivo, e non molto lontano una bella caverna a volta sacra alle ninfe che si chiamano Naiadi. Dentro ci sono crateri e giare di pietra per il vino, e vi fanno l’alveare le api. Vi sono inoltre grandi telai di pietra su cui le ninfe tessono le loro vesti di porpora marina, assai curiose a vedersi, e vi è acqua dentro in ogni tempo. Ha due ingressi, uno rivolto a settentrione, per il quale i mortali possono scendere nella caverna, mentre l’altro viene da mezzogiorno ed è più misterioso; i mortali non possono in alcun modo entrarvi, è la via percorsa dagli dèi.

In questo porto dunque condussero la nave, perché conoscevano il luogo. Aveva tanto abbrivio che corse sulla riva per metà della sua lunghezza; quando però furono sbarcati, la prima cosa che fecero fu sollevare Ulisse con il suo tappeto e il lenzuolo di lino fuori dalla nave e deporlo sulla sabbia, ancora profondamente addormentato. Poi tolsero i doni che Minerva aveva persuaso i Feaci a fargli quando partiva per il viaggio verso la patria. Li posero tutti insieme alle radici dell’ulivo, lontano dalla strada, per timore che qualche passante venisse a rubarli prima che Ulisse si svegliasse; e poi fecero del loro meglio per tornare a casa.

Ma Nettuno non dimenticava le minacce con cui aveva già minacciato Ulisse, e così tenne consiglio con Giove. «Padre Giove,» disse, «non sarò più tenuto in alcun conto fra voi dèi, se dei mortali come i Feaci, che sono mia stessa carne e sangue, mostrano così poco riguardo per me. Dissi che avrei lasciato Ulisse tornare in patria quando avesse sofferto abbastanza. Non dissi che non sarebbe mai tornato affatto, perché sapevo che avevi già chinato il capo in proposito e promesso che sarebbe tornato; ma ora lo hanno portato in una nave profondamente addormentato e lo hanno sbarcato a Itaca dopo averlo colmato di doni di bronzo, d’oro e di vesti più magnifici di quanti ne avrebbe mai riportati da Troia, se avesse avuto la sua parte del bottino e fosse tornato senza sventure.»

E Giove rispose: «Che dici, o Signore del Terremoto? Gli dèi non mancano affatto di rispetto verso di te. Sarebbe mostruoso se insultassero uno così antico e onorato come sei tu. Quanto ai mortali, tuttavia, se qualcuno di loro si abbandona all’insolenza e ti tratta senza rispetto, sarà sempre in tuo potere trattarlo come credi opportuno; fa’ dunque come ti piace.»

«Lo avrei fatto subito,» rispose Nettuno, «se non fossi ansioso di evitare tutto ciò che potrebbe dispiacerti; ora dunque vorrei far naufragare la nave dei Feaci mentre torna dalla scorta. Ciò impedirà loro di scortare la gente in futuro; e vorrei anche seppellire la loro città sotto un enorme monte.»

«Mio buon amico,» rispose Giove, «ti consiglierei, proprio nel momento in cui la gente della città guarda la nave nel suo cammino, di mutarla in una roccia presso la terra, che abbia l’aspetto di una nave. Ciò stupirà tutti, e potrai allora seppellire la loro città sotto il monte.»

Quando Nettuno che cinge la terra udì ciò, andò a Scheria dove abitano i Feaci, e vi rimase finché la nave, che avanzava rapida, non fu giunta vicino. Allora le si avvicinò, la mutò in pietra e la spinse in basso col palmo della mano in modo da radicarla al suolo. Dopo ciò se ne andò.

I Feaci cominciarono allora a parlare fra loro, e l’uno si volgeva al vicino dicendo: «Santo cielo, chi può aver radicato la nave nel mare proprio mentre entrava in porto? Un attimo fa la vedevamo tutta intera.»

Così parlavano, ma non ne sapevano nulla; e Alcinoo disse: «Ora ricordo l’antica profezia di mio padre. Diceva che Nettuno si sarebbe adirato con noi per aver condotto tutti così sicuri sul mare, e che un giorno avrebbe fatto naufragare una nave dei Feaci mentre tornava da una scorta, e avrebbe seppellito la nostra città sotto un alto monte. Questo era ciò che diceva il mio vecchio padre, e ora tutto si avvera. Ora dunque facciamo tutti come dico io: in primo luogo dobbiamo smettere di scortare le persone quando vengono qui, e poi sacrifichiamo dodici tori scelti a Nettuno, affinché abbia pietà di noi e non seppellisca la nostra città sotto l’alto monte.» Quando il popolo udì ciò ebbe timore e preparò i tori.

Così i capi e i governanti dei Feaci pregavano il re Nettuno, stando intorno al suo altare; e nello stesso tempo Ulisse si destò ancora una volta sul proprio suolo. Era stato così a lungo lontano che non lo riconobbe; inoltre Minerva, figlia di Giove, aveva fatto un giorno nebbioso, perché nessuno sapesse del suo arrivo, e perché ella potesse dirgli ogni cosa senza che né la moglie né i suoi concittadini e amici lo riconoscessero finché non avesse compiuto la sua vendetta sui malvagi pretendenti. Ogni cosa dunque gli sembrava del tutto diversa: i lunghi sentieri dritti, i porti, i dirupi e i begli alberi parevano tutti mutati mentre si levava e guardava la sua terra nativa. Così si percosse le cosce con il palmo delle mani e gridò disperato.

«Ahimè,» esclamò, «in mezzo a quale razza di gente sono capitato? Sono selvaggi e incivili, o ospitali e umani? Dove metterò tutto questo tesoro, e da che parte andrò? Vorrei essere rimasto laggiù con i Feaci; o avrei potuto andare da qualche altro gran capo che sarebbe stato buono con me e mi avrebbe dato una scorta. Così com’è non so dove mettere il mio tesoro, e non posso lasciarlo qui per timore che qualcun altro se ne impadronisca. In verità i capi e i governanti dei Feaci non si sono comportati lealmente con me, e mi hanno lasciato nel paese sbagliato; dissero che mi avrebbero riportato a Itaca e non l’hanno fatto: Giove protettore dei supplici li castighi, perché veglia su tutti e punisce coloro che fanno il male. Tuttavia, suppongo che debba contare i miei beni e vedere se la ciurma se n’è portata via qualcosa.»

Contò i suoi bei bronzi e calderoni, il suo oro e tutte le sue vesti, ma non mancava nulla; tuttavia continuava ad affliggersi di non essere nel suo paese, e andava su e giù lungo la riva del mare risonante lamentando la sua dura sorte. Allora Minerva gli si avvicinò sotto le sembianze di un giovane pastore dall’aspetto delicato e principesco, con un bel mantello piegato in due sulle spalle; aveva sandali ai bei piedi e teneva un giavellotto in mano. Ulisse fu lieto di vederla, e le andò dritto incontro.

«Amico mio,» disse, «sei la prima persona che incontro in questo paese; ti saluto dunque, e ti prego di essermi ben disposto. Proteggi questi miei beni, e anche me, perché abbraccio le tue ginocchia e ti prego come se tu fossi un dio. Dimmi dunque, e dimmi il vero, che terra e che paese è questo? Chi sono i suoi abitanti? Sono su un’isola, o è questa la costa di qualche continente?»

Minerva rispose: «Straniero, devi essere molto ingenuo, o venire da qualche luogo assai lontano, per non sapere che paese è questo. È un luogo molto celebre, e tutti lo conoscono da levante a ponente. È aspro e non adatto ai carri, ma non è affatto una cattiva isola per quel che offre. Produce grano in quantità e anche vino, perché è irrigata sia dalla pioggia sia dalla rugiada; alleva anche bovini e capre; vi crescono legni d’ogni specie, e vi sono abbeveratoi dove l’acqua non viene mai meno; così, signore, il nome di Itaca è noto fin a Troia, che a quanto intendo è molto lontana da questo paese acheo.»

Ulisse fu lieto di trovarsi, come Minerva gli diceva, nel proprio paese, e cominciò a rispondere, ma non disse la verità, e inventò una storia bugiarda nell’istintiva astuzia del suo cuore.

«Ho sentito parlare di Itaca,» disse, «quando ero a Creta, oltre i mari, e ora pare che io vi sia giunto con tutti questi tesori. Ne ho lasciato altrettanti per i miei figli, ma sono in fuga perché ho ucciso Orsiloco figlio di Idomeneo, il più veloce corridore di Creta. Lo uccisi perché voleva derubarmi del bottino che avevo ottenuto da Troia con tanta fatica e pericolo, sia sul campo di battaglia sia tra i flutti del mare faticoso; egli diceva che non avevo servito lealmente suo padre a Troia come vassallo, ma mi ero eretto a sovrano indipendente; così gli tesi un agguato con uno dei miei seguaci lungo la strada, e lo trafissi con la lancia mentre rientrava in città dalla campagna. Era una notte molto buia e nessuno ci vide; non si seppe dunque che l’avevo ucciso, ma non appena l’ebbi fatto andai da una nave e pregai i proprietari, che erano Fenici, di prendermi a bordo e di sbarcarmi a Pilo o in Elide dove regnano gli Epei, dando loro tanto bottino quanto bastò a soddisfarli. Non avevano alcuna malizia, ma il vento li trasse fuori rotta, e navigammo finché non giungemmo qui di notte. Fu già molto riuscire a entrare nel porto, e nessuno di noi disse una parola sulla cena benché ne avessimo gran bisogno, ma sbarcammo tutti e ci coricammo così com’eravamo. Ero molto stanco e mi addormentai subito, così essi tolsero i miei beni dalla nave e li posero accanto a me dove giacevo sulla sabbia. Poi salparono per Sidone, e io fui lasciato qui in grande afflizione d’animo.»

Tale fu il suo racconto, ma Minerva sorrise e lo accarezzò con la mano. Poi prese la forma di una donna, bella, maestosa e saggia, e disse: «Dev’essere davvero un furfante bugiardo colui che potrebbe superarti in ogni sorta di astuzia, anche se avessi un dio per avversario. Temerario che sei, pieno di raggiri, instancabile nell’inganno, non puoi smettere i tuoi trucchi e le tue istintive menzogne, ora che sei di nuovo nel tuo paese? Non diciamo più nulla di ciò, tuttavia, perché entrambi sappiamo ingannare all’occorrenza: tu sei il più abile consigliere e oratore fra tutti gli uomini, mentre io per diplomazia e finezza non ho eguali fra gli dèi. Non riconoscesti dunque Minerva, figlia di Giove, me, che sono sempre stata con te, che ho vegliato su di te in tutte le tue pene, e che ho fatto sì che i Feaci ti prendessero in così grande simpatia? E ora, di nuovo, sono venuta qui per discutere con te e aiutarti a nascondere il tesoro che ho fatto dare dai Feaci; voglio parlarti delle pene che ti attendono nella tua casa; devi affrontarle, ma non dire a nessuno, né uomo né donna, che sei tornato a casa. Sopporta ogni cosa, e tollera l’insolenza di chiunque, senza una parola.»

E Ulisse rispose: «Un uomo, o dea, può sapere moltissimo, ma tu cambi così di continuo aspetto che, quando ti incontra, gli è difficile sapere se sei tu o no. Questo però lo so benissimo: fosti molto buona con me finché noi Achei combattemmo davanti a Troia, ma dal giorno in cui salimmo sulle navi dopo aver saccheggiato la città di Priamo, e il cielo ci disperse, da quel giorno, Minerva, non ti vidi più, e non ricordo che tu sia mai venuta alla mia nave ad aiutarmi in una difficoltà; dovetti errare malato e afflitto finché gli dèi mi liberarono dal male e giunsi alla città dei Feaci, dove tu mi incoraggiasti e mi conducesti in città. E ora ti scongiuro nel nome di tuo padre, dimmi la verità, perché non credo di essere davvero tornato a Itaca. Sono in qualche altro paese, e tu mi schernisci e m’inganni in tutto ciò che hai detto. Dimmi dunque il vero: sono davvero tornato nel mio paese?»

«Hai sempre in testa qualcosa di simile,» rispose Minerva, «ed è per questo che non posso abbandonarti nelle tue afflizioni; sei così persuasivo, scaltro e ingegnoso. Chiunque altro, tornando da un viaggio così lungo, sarebbe subito andato a casa a vedere la moglie e i figli, ma tu non sembri curarti di chiedere di loro o di udirne notizie, finché non abbia messo alla prova tua moglie, che resta a casa a piangerti invano e non ha pace né di notte né di giorno per le lacrime che versa per te. Quanto al fatto che non mi sono fatta vedere da te, non fui mai in pena per te, perché ero certa che saresti tornato sano e salvo benché avresti perduto tutti i tuoi uomini, e non volevo litigare con mio zio Nettuno, che non ti ha mai perdonato di aver accecato suo figlio. Ora però ti mostrerò la conformazione del luogo, e allora forse mi crederai. Questo è il porto del vecchio dio marino Forco, e qui è l’ulivo che cresce in fondo ad esso; [presso di esso è la caverna sacra alle Naiadi; qui è anche la caverna a volta nella quale hai offerto tante ecatombe gradite alle ninfe, e questo è il monte boscoso Neritone.»

Mentre parlava la dea disperse la nebbia e la terra apparve. Allora Ulisse gioì di ritrovarsi nella propria terra e baciò il suolo generoso; levò le mani e pregò le ninfe, dicendo: «Ninfe Naiadi, figlie di Giove, ero certo che non vi avrei mai più riviste, ora dunque vi saluto con ogni affettuoso saluto, e vi porterò offerte come nei tempi antichi, se la temibile figlia di Giove mi concederà la vita e condurrà mio figlio all’età virile.»

«Fatti animo, e non ti preoccupare di ciò,» replicò Minerva, «mettiamoci piuttosto subito a riporre le tue cose nella caverna, dove saranno al sicuro. Vediamo come possiamo organizzare meglio il tutto.»

Così dicendo scese nella caverna in cerca dei nascondigli più sicuri, mentre Ulisse portava su tutto il tesoro d’oro, di bronzo e di vesti pregiate che i Feaci gli avevano dato. Riposero ogni cosa con cura, e Minerva pose una pietra contro l’ingresso della caverna. Poi i due si sedettero presso la radice del grande ulivo, e consultarono su come compiere la distruzione dei malvagi pretendenti.

«Ulisse,» disse Minerva, «nobile figlio di Laerte, pensa a come mettere le mani su questa gente disonorevole che spadroneggia in casa tua da tre anni, corteggiando tua moglie e facendole doni nuziali, mentre ella non fa che lamentare la tua assenza, dando speranza e mandando messaggi incoraggianti a ciascuno di loro, ma intendendo il contrario di tutto ciò che dice.»

E Ulisse rispose: «In verità, dea, pare che avrei fatto nella mia stessa casa una fine altrettanto cattiva di quella di Agamennone, se tu non mi avessi dato un’informazione così tempestiva. Consigliami come potrò vendicarmi al meglio. Sta’ al mio fianco e metti il tuo coraggio nel mio cuore come nel giorno in cui sciogliemmo dalla fronte di Troia il suo bel diadema. Aiutami ora come allora, e io combatterò contro trecento uomini, se tu, dea, sarai con me.»

«Fidati di me,» disse ella, «non ti perderò di vista una volta che ci saremo messi all’opera, e immagino che alcuni di quelli che divorano le tue sostanze imbratteranno allora il pavimento di sangue e di cervella. Comincerò col travestirti in modo che nessun essere umano ti riconosca; coprirò il tuo corpo di rughe; perderai tutti i tuoi capelli biondi; ti vestirò con una veste che riempirà di ribrezzo chiunque la veda; ti offuscherò i begli occhi, e farò di te un oggetto disgustoso agli occhi dei pretendenti, di tua moglie e del figlio che hai lasciato dietro di te. Poi va’ subito dal porcaro che ha in custodia i tuoi porci; è sempre stato ben disposto verso di te, ed è devoto a Penelope e a tuo figlio; lo troverai a pascolare i suoi porci presso la rupe chiamata Corvo, vicino alla fonte Aretusa, dove s’ingrassano di ghiande di faggio e di acqua sorgiva, secondo la loro natura. Resta con lui e informati di come vanno le cose, mentre io mi recherò a Sparta a vedere tuo figlio, che è con Menelao a Lacedemone, dove è andato per cercar di sapere se sei ancora vivo.»

«Ma perché,» disse Ulisse, «non glielo dicesti, dato che sapevi tutto? Volevi che anch’egli andasse errando per il mare fra ogni sorta di pene mentre altri divorano il suo patrimonio?»

Minerva rispose: «Non preoccuparti di lui, l’ho mandato perché si parli bene di lui per essere partito. Non è in alcuna difficoltà, ma sta assai comodamente presso Menelao, circondato da abbondanza d’ogni sorta. I pretendenti hanno preso il mare e gli tendono un agguato, perché intendono ucciderlo prima che torni a casa. Non credo molto che vi riusciranno, ma piuttosto che alcuni di quelli che ora divorano il tuo patrimonio troveranno prima essi stessi la tomba.»

Mentre parlava, Minerva lo toccò con la sua verga e lo coprì di rughe, gli tolse tutti i capelli biondi e avvizzì la carne su tutto il suo corpo; gli offuscò gli occhi, che per natura erano bellissimi; gli mutò le vesti e gli gettò addosso uno straccio di mantello e una tunica lacera, sudicia e annerita dal fumo; gli diede anche come veste esterna una pelle di cervo non conciata, e lo fornì di un bastone e di una bisaccia tutta bucata, con un cordone ritorto per portarla a tracolla.

Quando i due ebbero così fissato i loro piani, si separarono, e la dea andò diritta a Lacedemone a prendere Telemaco.