
«Dopo che fummo usciti dal fiume Oceano, ed ebbimo raggiunto il mare aperto, proseguimmo finché giungemmo all’isola Eea, dove vi sono l’alba e il sorgere del sole come altrove. Allora tirammo la nave sulla sabbia e scendemmo a riva, dove ci addormentammo e aspettammo che spuntasse il giorno.
«Poi, quando apparve la figlia del mattino, l’Aurora dalle dita rosate, mandai alcuni uomini alla casa di Circe a prendere il corpo di Elpenore. Tagliammo legna da un bosco dove il promontorio si protendeva nel mare, e dopo averlo pianto e compianto, celebrammo i suoi funerali. Quando il suo corpo e le sue armi furono ridotti in cenere, innalzammo un tumulo, vi ponemmo sopra una pietra, e in cima al tumulo piantammo il remo con cui era solito vogare.
«Mentre facevamo tutto ciò, Circe, che sapeva che eravamo tornati dalla casa di Ade, si vestì e venne da noi più in fretta che poté; e le sue ancelle vennero con lei portandoci pane, carne e vino. Poi ella si fermò in mezzo a noi e disse: “Avete compiuto un’impresa audace scendendo vivi alla casa di Ade, e sarete morti due volte, mentre gli altri muoiono una sola; ora dunque restate qui per il resto del giorno, banchettate a sazietà, e proseguite il vostro viaggio allo spuntar del giorno domattina. Nel frattempo io dirò a Ulisse del vostro cammino, e gli spiegherò ogni cosa, per evitarvi di subire sventure per terra o per mare.”
«Acconsentimmo a fare come aveva detto, e banchettammo per tutto il lungo giorno fino al tramonto del sole, ma quando il sole fu tramontato e venne il buio, gli uomini si coricarono a dormire presso le gomene di poppa della nave. Allora Circe mi prese per mano e mi disse di sedermi in disparte dagli altri, mentre ella si adagiava al mio fianco e mi chiedeva tutto delle nostre avventure.
«“Fin qui va bene,” disse, quando ebbi finito il mio racconto, “e ora fa’ attenzione a quel che sto per dirti: il cielo stesso, anzi, te lo richiamerà alla memoria. Per prima cosa giungerai dalle Sirene, che incantano tutti coloro che si avvicinano a loro. Se qualcuno si accosta incautamente troppo e ode il canto delle Sirene, sua moglie e i suoi figli non lo accoglieranno mai più a casa, perché esse siedono in un verde prato e lo ammaliano a morte con la dolcezza del loro canto. Tutt’attorno giace un gran mucchio di ossa di morti, con la carne che ancora si putrefa su di esse. Perciò oltrepassa queste Sirene, e tura con la cera le orecchie dei tuoi uomini perché nessuno di loro oda; ma se vuoi puoi ascoltare tu stesso, perché puoi far legare te dai tuoi uomini mentre stai ritto su una traversa a metà dell’albero, ed essi devono fissare i capi della corda all’albero stesso, in modo che tu abbia il piacere di ascoltare. Se pregherai e supplicherai gli uomini di scioglierti, essi dovranno legarti ancora più stretto.”
«“Quando la tua ciurma ti avrà portato oltre queste Sirene, non posso darti indicazioni coerenti su quale di due rotte tu debba seguire; ti esporrò le due alternative, e le dovrai considerare da te. Da una parte vi sono alcune rocce sporgenti contro le quali i flutti azzurri di Anfitrite si infrangono con terribile furia; gli dei beati chiamano queste rocce le Erranti. Qui non può passare nemmeno un uccello, no, nemmeno le timide colombe che portano l’ambrosia al padre Giove, ma la nuda roccia ne porta sempre via una, e il padre Giove deve mandarne un’altra a completarne il numero; nessuna nave che sia mai giunta a queste rocce ne è mai scampata, ma le onde e i turbini di fuoco sono carichi di rottami e di corpi di morti. L’unica nave che mai navigò e ne uscì fu la famosa Argo, sulla via del ritorno dalla casa di Eeta, e anch’essa si sarebbe infranta contro queste grandi rocce, se Giunone non l’avesse guidata oltre per l’amore che portava a Giasone.”
«“Di queste due rocce, l’una giunge fino al cielo e la sua vetta si perde in una nube scura. Questa non la abbandona mai, sicché la cima non è mai libera, nemmeno d’estate e all’inizio dell’autunno. Nessun uomo, anche con venti mani e venti piedi, potrebbe trovarvi un appiglio e scalarla, perché sale a picco, liscia come se fosse stata levigata. A metà di essa si apre una vasta caverna, rivolta a ponente e volta verso l’Erebo; è da quella parte che devi dirigere la tua nave, ma la grotta è così in alto che nemmeno l’arciere più robusto potrebbe scagliarvi dentro una freccia. Là dentro siede Scilla, e guaisce con una voce che si direbbe quella di un giovane cane, ma in verità è un mostro orrendo, e nessuno, nemmeno un dio, potrebbe affrontarla senza essere colto dal terrore. Ha dodici piedi deformi e sei colli di una lunghezza prodigiosa; e all’estremità di ciascun collo ha una testa spaventosa con tre file di denti, fitti fitti, che stritolerebbero chiunque in un istante; ed ella siede nel fondo della sua ombrosa dimora, protendendo le teste e scrutando tutt’intorno alla rupe, a pescare delfini o cani di mare o qualche mostro più grande che riesca ad afferrare, fra le migliaia di cui Anfitrite è ricolma. Nessuna nave è mai passata oltre senza perdere qualche uomo, perché ella getta fuori tutte le teste in una volta e porta via un uomo in ciascuna bocca.
«“L’altra rupe la troverai più bassa, ma sono così vicine che tra l’una e l’altra non c’è più di un tiro d’arco. [Vi cresce un grande fico dalle foglie fitte], e sotto di esso giace il gorgo risucchiante di Cariddi. Tre volte al giorno ella vomita le sue acque, e tre volte le riassorbe; fa’ in modo di non trovarti là mentre risucchia, perché se ci sei, nemmeno Nettuno in persona potrebbe salvarti; devi costeggiare il lato di Scilla e spingere la nave oltre il più in fretta possibile, perché è meglio perdere sei uomini che tutta la ciurma.”
«“Non c’è modo,” dissi io, “di sfuggire a Cariddi e nello stesso tempo di tenere lontana Scilla quando cerca di far male ai miei uomini?”
«“Temerario,” rispose la dea, “tu vuoi sempre combattere con qualcuno o con qualcosa; non vuoi lasciarti vincere nemmeno dagli immortali. Perché Scilla non è mortale; è anzi selvaggia, terribile, brutale, crudele e invincibile. Non c’è rimedio; la tua migliore probabilità sarà di passarle accanto il più in fretta che puoi, perché se indugi presso la sua rupe mentre indossi l’armatura, ella può coglierti con un secondo assalto delle sue sei teste e ghermire altri sei dei tuoi uomini; spingi dunque la nave oltre a tutta velocità, e grida con forza a Cratei, che è la madre di Scilla, sia maledetta; ella allora le impedirà di fare una seconda incursione contro di te.”
«“Giungerai ora all’isola Trinacia, e qui vedrai molte mandrie di bovini e greggi di pecore appartenenti al dio Sole: sette mandrie di bovini e sette greggi di pecore, con cinquanta capi in ciascuna. Non si riproducono, né diminuiscono di numero, e sono custodite dalle dee Faetusa e Lampezia, figlie del dio Sole Iperione e di Neera. La loro madre, dopo averle partorite e allattate, le mandò all’isola Trinacia, che era molto lontana, a vivervi e a badare alle greggi e alle mandrie del padre. Se lascerai illese queste greggi e non penserai ad altro che a tornare in patria, potrai ancora, dopo molte fatiche, giungere a Itaca; ma se le danneggerai, allora ti preannuncio la rovina sia della tua nave sia dei tuoi compagni; e anche se tu stesso scampassi, tornerai tardi, in misero stato, dopo aver perduto tutti i tuoi uomini.”
«Qui ella terminò, e l’aurora dal trono d’oro cominciò a mostrarsi in cielo, ond’ella si ritrasse nell’interno dell’isola. Io allora salii a bordo e dissi ai miei uomini di sciogliere la nave dagli ormeggi; ed essi subito vi salirono, presero posto e cominciarono a percuotere il mare grigio coi remi. Ben presto la grande e astuta dea Circe ci fu amica con un buon vento che soffiava dritto da poppa e ci restò fedele, tenendo piene le nostre vele; così noi facemmo quanto c’era da fare agli attrezzi della nave e la lasciammo andare dove la spingevano il vento e il timoniere.
«Allora, molto turbato nell’animo, dissi ai miei uomini: “Amici miei, non è giusto che uno o due soli di noi conoscano le profezie che Circe mi ha fatto; ve ne parlerò dunque, affinché, vivi o morti che siamo, lo siamo a occhi aperti. Dapprima mi disse che dovevamo tenerci lontani dalle Sirene, che siedono e cantano bellissimamente in un prato fiorito; ma disse che io potevo ascoltarle, purché nessun altro lo facesse. Perciò prendetemi e legatemi alla traversa a metà dell’albero; legatemi in piedi, con un legame così saldo che io non possa in alcun modo liberarmi, e fissate i capi della fune all’albero stesso. Se vi supplico e vi prego di sciogliermi, allora legatemi ancora più strettamente.”
«Avevo appena finito di raccontare tutto agli uomini che giungemmo all’isola delle due Sirene, perché il vento era stato favorevolissimo. Poi a un tratto cadde una calma piatta; non c’era un soffio di vento né un’increspatura sull’acqua, sicché gli uomini ammainarono le vele e le riposero; poi, datisi ai remi, imbiancarono l’acqua con la schiuma che sollevavano remando. Intanto io presi un grande disco di cera e lo tagliai a piccoli pezzi con la spada. Poi impastai la cera con le mie forti mani finché divenne molle, il che avvenne presto, fra l’impastare e i raggi del dio Sole figlio di Iperione. Poi turai le orecchie a tutti i miei uomini, ed essi mi legarono mani e piedi all’albero, mentre stavo ritto sulla traversa; ma continuarono a remare. Quando fummo giunti a portata d’udito dalla terra, e la nave andava di buon passo, le Sirene si accorsero che ci avvicinavamo alla riva e cominciarono il loro canto.
«“Vieni qui,” cantavano, “celebre Ulisse, onore del nome acheo, e ascolta le nostre due voci. Nessuno è mai passato oltre di noi senza fermarsi ad ascoltare l’incantevole dolcezza del nostro canto, e chi ascolta proseguirà il suo cammino non solo allietato, ma più saggio, perché noi sappiamo tutti i mali che gli dèi inflissero agli Argivi e ai Troiani davanti a Troia, e possiamo dirti tutto ciò che accadrà in tutto il mondo.”
«Cantarono queste parole con grande melodia, ed io, bramoso di udirle ancora, feci cenno aggrottando le ciglia ai miei uomini che mi sciogliessero; ma essi raddoppiarono la voga, ed Euriloco e Perimede mi legarono con legami ancora più forti finché non fummo fuori dalla portata delle voci delle Sirene. Allora i miei uomini tolsero la cera dalle orecchie e mi sciolsero.
«Subito dopo aver superato l’isola vidi una grande onda da cui si levava la spuma, e udii un forte fragore. Gli uomini erano così spaventati che lasciarono andare i remi, perché tutto il mare risuonava del precipitare delle acque, ma la nave restò dov’era, perché gli uomini avevano smesso di remare. Io allora andai in giro ed esortai ciascuno a non perdersi d’animo.
«“Amici miei,” dissi, “non è la prima volta che ci troviamo in pericolo, e non siamo in condizioni nemmeno lontanamente così gravi come quando il Ciclope ci rinchiuse nella sua caverna; eppure il mio coraggio e il mio saggio consiglio ci salvarono allora, e vivremo per ricordare anche tutto questo. Ora dunque facciamo tutti come dico io, confidiamo in Giove e remiamo con tutte le forze. Quanto a te, timoniere, ecco i tuoi ordini; attenti, perché la nave è nelle tue mani: volgi la prua lontano da questi gorghi fumanti e costeggia la rupe, o ella ti sfuggirà e sarà laggiù prima che tu sappia dove sei, e sarai la nostra morte.”
«Così fecero come avevo detto loro; ma io non dissi nulla del terribile mostro Scilla, perché sapevo che gli uomini non avrebbero continuato a remare, ma si sarebbero rannicchiati nella stiva. In una sola cosa disobbedii alle severe istruzioni di Circe: indossai l’armatura. Poi, afferrate due robuste lance, mi posi sulla prua della nave, perché era là che mi aspettavo di vedere per primo il mostro della rupe, che doveva fare tanto male ai miei uomini; ma non riuscivo a scorgerla da nessuna parte, benché mi sforzassi gli occhi a scrutare più e più volte la cupa roccia.
«Poi entrammo nello stretto con grande timore nell’animo, perché da una parte c’era Scilla, e dall’altra la terribile Cariddi continuava a risucchiare l’acqua salata. Quando la rigettava, era come l’acqua di un calderone che trabocca bollendo su un gran fuoco, e la spuma giungeva alla cima delle rupi da entrambi i lati. Quando ricominciava a risucchiare, potevamo vedere l’acqua dentro tutta quanta che vorticava in tondo, e faceva un fragore assordante infrangendosi contro le rocce. Potevamo vedere il fondo del gorgo tutto nero di sabbia e di fango, e gli uomini erano fuori di sé dalla paura. Mentre eravamo presi da questo, aspettandoci a ogni istante l’ultimo, Scilla piombò d’improvviso su di noi e ghermì i miei sei uomini migliori. Io guardavo insieme la nave e gli uomini, e in un attimo vidi le loro mani e i loro piedi altissimi sopra di me, che si dibattevano nell’aria mentre Scilla li portava via, e li udii gridare il mio nome in un ultimo grido disperato. Come un pescatore, seduto con la lancia in mano su qualche roccia sporgente, getta l’esca nell’acqua per ingannare i poveri pesciolini, e li trafigge con il corno di bue di cui è munita la sua lancia, gettandoli boccheggianti a terra man mano che li prende, uno per uno, così Scilla depose quelle creature ansimanti sulla sua rupe e le sbranò all’ingresso del suo antro, mentre gridavano e mi tendevano le mani nella loro agonia mortale. Fu la vista più straziante che io vedessi in tutti i miei viaggi.

«Quando avemmo oltrepassato le rocce [Erranti], con Scilla e la terribile Cariddi, giungemmo alla nobile isola del dio Sole, dove stavano i bei bovini e le pecore appartenenti al Sole Iperione. Mentre ero ancora in mare sulla mia nave, potevo udire i bovini muggire mentre tornavano ai recinti, e le pecore belare. Allora ricordai ciò che mi aveva detto il cieco profeta tebano Tiresia, e con quanta cura Circe d’Eea mi aveva avvertito di evitare l’isola del beato dio Sole. Così, assai turbato, dissi agli uomini: “Uomini miei, so che siete sfiniti, ma ascoltate mentre vi riferisco la profezia che Tiresia mi fece, e con quanta cura Circe d’Eea mi avvertì di evitare l’isola del beato dio Sole, perché là, diceva, ci sarebbe stato il nostro pericolo più grande. Volgete dunque la nave lontano dall’isola.”
«Gli uomini a ciò si disperarono, ed Euriloco subito mi diede una risposta insolente. “Ulisse,” disse, “sei crudele; sei molto forte tu stesso e non ti stanchi mai; sembri fatto di ferro, e ora, benché i tuoi uomini siano esausti per la fatica e la mancanza di sonno, non li lasci sbarcare e cucinarsi una buona cena su quest’isola, ma ordini loro di prendere il largo e di errare inutilmente per le veglie della notte fuggente. È di notte che i venti soffiano più forti e fanno tanto danno; come potremmo scampare se si levasse una di quelle improvvise raffiche da sud-ovest o da ponente, che tanto spesso spezzano una nave quando i nostri signori gli dèi sono sfavorevoli? Ora dunque obbediamo ai voleri della notte e prepariamo la cena qui presso la nave; domani mattina saliremo di nuovo a bordo e prenderemo il largo.”
«Così parlò Euriloco, e gli uomini approvarono le sue parole. Io vidi che il cielo ci voleva male e dissi: “Mi costringete a cedere, perché siete molti contro uno, ma almeno ciascuno di voi deve prestare solenne giuramento che, se incontrerà una mandria di bovini o un grande gregge di pecore, non sarà così folle da uccidere un solo capo né dell’una né dell’altro, ma si accontenterà del cibo che Circe ci ha dato.”
«Giurarono tutti come io comandavo, e quando ebbero compiuto il giuramento ormeggiammo la nave in un porto vicino a un corso d’acqua dolce, e gli uomini scesero a terra e prepararono la cena. Non appena ebbero mangiato e bevuto a sazietà, cominciarono a parlare dei loro poveri compagni che Scilla aveva ghermito e divorato; ciò li fece piangere, e continuarono a piangere finché caddero in un sonno profondo.
«Alla terza veglia della notte, quando le stelle avevano mutato posto, Giove sollevò una gran bufera di vento che infuriò come un uragano, sicché terra e mare furono coperti di dense nubi, e la notte sgorgò dal cielo. Quando apparve la figlia del mattino, l’Aurora dalle dita rosate, portammo la nave a terra e la tirammo in una grotta dove le ninfe del mare hanno le loro corti e le loro danze, e io radunai gli uomini a consiglio.
«“Amici miei,” dissi, “abbiamo cibo e bevanda nella nave; badiamo dunque a non toccare i bovini, o ne soffriremo; perché questi bovini e queste pecore appartengono al possente Sole, che tutto vede e tutto ascolta.” E di nuovo promisero che avrebbero obbedito.
«Per un intero mese il vento soffiò costante da mezzogiorno, e non vi fu altro vento che quello di mezzogiorno e di levante. Finché durarono il grano e il vino, gli uomini non toccarono i bovini, nemmeno quando avevano fame; ma quando ebbero mangiato tutto ciò che c’era nella nave, furono costretti ad andare più lontano, con amo e lenza, catturando uccelli e prendendo quel che potevano mettere le mani, perché morivano di fame. Un giorno, dunque, salii nell’interno dell’isola per pregare il cielo che mi mostrasse qualche mezzo di partire. Quando fui andato abbastanza lontano da essere lontano da tutti i miei uomini, e trovato un luogo ben riparato dal vento, mi lavai le mani e pregai tutti gli dèi dell’Olimpo, finché a poco a poco mi mandarono in un dolce sonno.
«Intanto Euriloco aveva dato un cattivo consiglio agli uomini: “Ascoltatemi,” disse, “miei poveri compagni. Tutte le morti sono abbastanza brutte, ma nessuna è brutta come la fame. Perché non portiamo qui le migliori di queste mucche e non le offriamo in sacrificio agli dèi immortali? Se mai torneremo a Itaca, potremo costruire un bel tempio al dio Sole e arricchirlo d’ogni sorta di ornamenti; se invece egli è deciso ad affondare la nostra nave per vendetta di questi bovini dalle corna, e gli altri dèi sono dello stesso avviso, io per me preferirei bere una volta per tutte l’acqua salata e farla finita, piuttosto che morire di fame a poco a poco in un’isola deserta come questa.”
«Così parlò Euriloco, e gli uomini approvarono le sue parole. Ora i bovini, così belli e magnifici, pascolavano non lontano dalla nave; gli uomini dunque portarono dentro i migliori, e tutti stettero loro intorno recitando le preghiere e usando teneri germogli di quercia invece della farina d’orzo, perché non era rimasto orzo. Quando ebbero finito di pregare, uccisero le vacche e ne prepararono le carcasse; tagliarono i femori, li avvolsero in due strati di grasso e vi posero sopra alcuni pezzi di carne cruda. Non avevano vino per fare libagioni sul sacrificio mentre cuoceva, perciò continuavano a versare un po’ d’acqua di quando in quando mentre le interiora si arrostivano; poi, quando i femori furono bruciati e ebbero assaggiato le interiora, tagliarono il resto a pezzetti e infilarono i pezzi negli spiedi.

«A questo punto il mio profondo sonno mi aveva lasciato, e tornai verso la nave e la riva del mare. Mentre mi avvicinavo cominciai a sentire odore di carne arrosto calda, così levai un gemito di preghiera agli dèi immortali. “Padre Giove,” esclamai, “e voi tutti, altri dèi che vivete in eterna beatitudine, mi avete fatto un crudele danno col sonno in cui mi avete mandato; guardate che bel lavoro hanno fatto questi miei uomini in mia assenza.”
«Intanto Lampezia andò diritta dal Sole e gli disse che avevamo ucciso le sue vacche, onde egli montò in una grande collera e disse agli immortali: “Padre Giove, e voi tutti, altri dèi che vivete in eterna beatitudine, devo avere vendetta sulla ciurma della nave di Ulisse: hanno avuto l’insolenza di uccidere le mie vacche, che erano l’unica cosa che amavo guardare, sia che salissi in cielo, sia che ne ridiscendessi. Se non mi daranno soddisfazione per le mie vacche, scenderò nell’Ade e risplenderò là fra i morti.”
«“Sole,” disse Giove, “continua a splendere su noi dèi e sui mortali sulla terra feconda. Io farò a pezzi la loro nave con un fulmine di luce bianca non appena saranno in mare aperto.”
«Tutto questo mi fu riferito da Calipso, la quale disse di averlo udito dalla bocca di Mercurio.
«Non appena fui sceso alla mia nave e alla riva del mare, rimproverai ciascuno degli uomini separatamente, ma non vedevamo alcuna via d’uscita, perché le vacche erano già morte. E infatti gli dèi cominciarono subito a mostrare tra noi segni e prodigi, perché le pelli dei bovini strisciavano in giro, e le carni negli spiedi cominciarono a muggire come vacche, e la carne, cotta o cruda, continuava a emettere un rumore proprio come fanno le vacche.
«Per sei giorni i miei uomini continuarono a portar dentro le migliori vacche e a banchettare con esse, ma quando Giove figlio di Saturno ebbe aggiunto un settimo giorno, la furia della bufera si placò; salimmo dunque a bordo, drizzammo gli alberi, spiegammo la vela e prendemmo il largo. Non appena fummo ben lontani dall’isola e non vedemmo altro che cielo e mare, il figlio di Saturno levò una nube nera sopra la nostra nave, e il mare si fece scuro sotto di essa. Non andammo molto oltre, perché un attimo dopo fummo colti da una tremenda raffica da ponente che spezzò gli stragli dell’albero, sicché cadde a poppa, mentre tutti gli attrezzi della nave piombarono in fondo allo scafo. L’albero cadde sulla testa del timoniere a poppa, così che le ossa del suo capo furono frantumate, ed egli precipitò in mare come se si tuffasse, senza più vita in sé.
«Allora Giove scagliò i suoi fulmini, e la nave girò su se stessa e fu piena di fuoco e di zolfo quando la folgore la colpì. Gli uomini caddero tutti in mare; erano trascinati nell’acqua intorno alla nave, simili a tanti gabbiani, ma il dio ben presto tolse loro ogni speranza di tornare in patria.
«Io rimasi aggrappato alla nave finché il mare ne staccò i fianchi dalla chiglia (che andò alla deriva da sola) e ne sbatté via l’albero verso la chiglia; ma c’era un paterazzo di robusta correggia di bue ancora penzolante intorno ad esso, e con questo legai insieme l’albero e la chiglia e, messomi a cavalcioni su di essi, fui portato dovunque i venti vollero condurmi.
«[La bufera da ponente aveva ormai esaurito la sua forza, e il vento si volse di nuovo a mezzogiorno, il che mi spaventò, temendo di essere riportato al terribile gorgo di Cariddi. E questo infatti fu ciò che accadde, perché fui trasportato dalle onde tutta la notte, e allo spuntar del sole ero giunto alla rupe di Scilla e al gorgo. Ella allora stava risucchiando l’acqua salata del mare, ma io fui sollevato in alto verso il fico, a cui mi afferrai e mi tenni attaccato come un pipistrello. Non potevo puntare i piedi da nessuna parte per reggermi saldamente, perché le radici erano lontane e i rami che adombravano tutto il gorgo erano troppo alti, troppo vasti e troppo distanti l’uno dall’altro perché potessi raggiungerli; così restai appeso con pazienza, aspettando che il gorgo rigettasse il mio albero e la mia zattera, e mi parve passasse un tempo lunghissimo. Un giurato non è più lieto di tornare a casa a cena dopo essere stato a lungo trattenuto in tribunale da cause fastidiose, di quanto lo fossi io nel vedere la mia zattera cominciare a riemergere dal gorgo. Alla fine lasciai la presa con le mani e coi piedi e caddi pesantemente in mare, accanto alla mia zattera, su cui salii, e cominciai a remare con le mani. Quanto a Scilla, il padre degli dèi e degli uomini non permise che mi vedesse di nuovo, altrimenti sarei certamente perito.]
«Di là fui trascinato per nove giorni, finché alla decima notte gli dèi mi gettarono sulla spiaggia dell’isola Ogigia, dove abita la grande e potente dea Calipso. Ella mi accolse e fu gentile con me, ma non occorre che dica altro su ciò, perché ieri ho raccontato tutto a te e alla tua nobile sposa, e detesto ripetere sempre la stessa cosa.»