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Le nove situazioni

L'arte della guerra · Sun Tzu · tradotto da Claude Opus

1. Sun Tzu disse: L'arte della guerra riconosce nove varietà di terreno: (1) il terreno dispersivo; (2) il terreno facile; (3) il terreno conteso; (4) il terreno aperto; (5) il terreno delle strade che si incrociano; (6) il terreno grave; (7) il terreno difficile; (8) il terreno accerchiato; (9) il terreno disperato.

2. Quando un capo combatte nel proprio territorio, si tratta di terreno dispersivo.

[Così chiamato perché i soldati, essendo vicini alle loro case e ansiosi di vedere mogli e figli, probabilmente coglieranno l'occasione offerta da una battaglia per disperdersi in ogni direzione. «Nell'avanzata», osserva Tu Mu, «mancheranno del valore della disperazione, e quando si ritireranno troveranno porti di rifugio».]

3. Quando è penetrato in territorio ostile, ma non molto in profondità, si tratta di terreno facile.

[Li Ch’uan e Ho Shih dicono «per la facilità di ritirarsi», e gli altri commentatori danno spiegazioni simili. Tu Mu osserva: «Quando il tuo esercito ha varcato il confine, devi bruciare le barche e i ponti, per rendere chiaro a tutti che non hai alcuna nostalgia di casa».]

4. Il terreno il cui possesso comporta un grande vantaggio per l'una o l'altra parte è terreno conteso.

[Tu Mu definisce questo terreno come terreno «da contendersi». Ts’ao Kung dice: «terreno sul quale i pochi e i deboli possono sconfiggere i molti e i forti», come «il collo di un passo», esempio addotto da Li Ch’uan. Così le Termopili rientravano in questa categoria, perché il possederle, anche solo per pochi giorni, significava tenere in scacco l'intero esercito invasore e guadagnare così un tempo inestimabile. Cfr. Wu Tzŭ, cap. V, ad init.: «Per coloro che devono combattere nel rapporto di uno contro dieci, non c'è nulla di meglio di un passo stretto». Quando Lu Kuang tornava dalla sua trionfale spedizione nel Turkestan nel 385 d.C. ed era giunto fino a I-ho, carico di bottino, Liang Hsi, amministratore di Liang-chou, approfittando della morte di Fu Chien, re di Ch’in, tramò contro di lui e si proponeva di sbarrargli la via d'accesso alla provincia. Yang Han, governatore di Kao-ch’ang, gli diede consiglio dicendo: «Lu Kuang è fresco delle sue vittorie in occidente, e i suoi soldati sono vigorosi e pieni di ardore. Se lo affrontiamo nelle sabbie mobili del deserto, non saremo alla sua altezza, e dobbiamo perciò tentare un piano diverso. Affrettiamoci a occupare la gola all'imbocco del passo di Kao-wu, tagliandogli così l'accesso all'acqua, e quando le sue truppe saranno prostrate dalla sete potremo dettare le nostre condizioni senza muoverci. Oppure, se ritieni che il passo che indico sia troppo lontano, potremmo resistergli al passo di I-wu, che è più vicino. L'astuzia e l'ingegno dello stesso Tzŭ-fang si esaurirebbero invano contro l'enorme forza di queste due posizioni». Liang Hsi, rifiutandosi di seguire questo consiglio, fu sopraffatto e travolto dall'invasore.]

5. Il terreno sul quale ciascuna parte ha libertà di movimento è terreno aperto.

[Vi sono varie interpretazioni dell'aggettivo cinese che designa questo tipo di terreno. Ts’ao Kung dice che significa «terreno coperto da una rete di strade», come una scacchiera. Ho Shih suggerì: «terreno sul quale le comunicazioni reciproche sono agevoli».]

6. Il terreno che costituisce la chiave di tre Stati contigui,

[Ts’au Kung lo definisce così: «Il nostro paese confinante con quello del nemico e un terzo paese confinante con entrambi». Meng Shih cita come esempio il piccolo principato di Cheng, che confinava a nord-est con Ch’i, a ovest con Chin e a sud con Ch’u.]

sicché chi lo occupa per primo ha ai suoi ordini la maggior parte dell'Impero,

[Il belligerante che tiene questa posizione dominante può costringere la maggior parte di essi a diventare suoi alleati.]

è terreno di strade che si incrociano.

7. Quando un esercito è penetrato nel cuore di un paese ostile, lasciandosi alle spalle un certo numero di città fortificate, si trova su terreno grave.

[Wang Hsi spiega il nome dicendo che «quando un esercito è giunto a un tale punto, la sua situazione è grave».]

8. Foreste di montagna,

[O semplicemente «foreste».]

dirupi scoscesi, paludi e acquitrini, ogni regione difficile da attraversare: questo è terreno difficile.

9. Il terreno a cui si giunge attraverso gole strette, e dal quale possiamo ritirarci solo per sentieri tortuosi, sicché un piccolo numero di nemici basterebbe a schiacciare un grosso corpo dei nostri uomini: questo è terreno chiuso.

10. Il terreno sul quale possiamo salvarci dalla distruzione soltanto combattendo senza indugio è terreno disperato.

[La situazione, quale la descrive Ts’ao Kung, è molto simile al «terreno chiuso», salvo che qui la fuga non è più possibile: «Un'alta montagna davanti, un grande fiume alle spalle, l'avanzata impossibile, la ritirata sbarrata». Ch’en Hao dice: «trovarsi su “terreno disperato” è come sedere in una barca che fa acqua o stare rannicchiati in una casa in fiamme». Tu Mu cita da Li Ching una vivida descrizione della sorte di un esercito così intrappolato: «Supponiamo che un esercito invada un territorio ostile senza l'aiuto di guide locali: cade in una trappola fatale ed è alla mercé del nemico. Un burrone a sinistra, una montagna a destra, un sentiero così pericoloso che i cavalli devono essere legati insieme con funi e i carri trasportati sospesi a imbracature, nessun passaggio aperto davanti, la ritirata tagliata alle spalle, nessuna scelta se non procedere in fila indiana. Poi, prima che vi sia il tempo di schierare i nostri soldati in ordine di battaglia, il nemico compare all'improvviso sulla scena con forze soverchianti. Avanzando, non possiamo trovare in nessun luogo un momento di respiro; ritirandoci, non abbiamo alcun rifugio. Cerchiamo una battaglia campale, ma invano; eppure, stando sulla difensiva, nessuno di noi ha un attimo di tregua. Se ci limitiamo a mantenere la posizione, giorni e mesi interi si trascineranno lenti; non appena facciamo una mossa, dobbiamo sostenere gli attacchi del nemico di fronte e alle spalle. Il paese è selvaggio, privo d'acqua e di vegetazione; all'esercito mancano le cose necessarie alla vita, i cavalli sono sfiniti e gli uomini stremati, tutte le risorse di forza e di abilità risultano inutili, il passo è così stretto che un solo uomo che lo difenda può arrestare l'impeto di diecimila; tutti i mezzi d'offesa sono nelle mani del nemico, tutti i punti di vantaggio sono già stati perduti da noi: in questa terribile condizione, anche se avessimo i soldati più valorosi e le armi più affilate, come potremmo impiegarli con il minimo effetto?» Gli studiosi di storia greca potranno ricordare la terribile conclusione della spedizione in Sicilia e l'agonia degli Ateniesi guidati da Nicia e Demostene. [Si veda Tucidide, VII, 78 sgg.].]

11. Sul terreno dispersivo, dunque, non combattere. Sul terreno agevole, non fermarti. Sul terreno conteso, non attaccare.

[Ma piuttosto rivolgi tutte le tue energie a occupare per primo la posizione vantaggiosa. Così Ts’ao Kung. Li Ch’uan e altri, tuttavia, ritengono che il senso sia che il nemico ci ha già prevenuti, sicché attaccare sarebbe pura follia. Nel Sun Tzu Hsu Lu, quando il re di Wu chiede che cosa si debba fare in questo caso, Sun Tzu risponde: «La regola riguardo al terreno conteso è che chi ne è in possesso ha il vantaggio sull'altra parte. Se una posizione di questo genere è assicurata per primo dal nemico, guardati dall'attaccarlo. Attiralo altrove fingendo di fuggire: mostra i tuoi stendardi e fa' rullare i tamburi; lanciati verso altri luoghi che egli non può permettersi di perdere; trascina fascine e solleva polvere; confondigli orecchie e occhi; distacca un corpo delle tue truppe migliori e collocalo segretamente in agguato. Allora il tuo avversario uscirà in soccorso».]

12. Sul terreno aperto, non cercare di sbarrare la strada al nemico.

[Perché il tentativo sarebbe vano ed esporrebbe a gravi rischi la stessa forza di sbarramento. Qui sono possibili due interpretazioni. Io seguo quella di Chang Yu. L'altra è indicata dalla breve nota di Ts’ao Kung: «Serrare le file», cioè: bada che una parte del tuo stesso esercito non venga tagliata fuori.]

Sul terreno di strade che si incrociano, stringi la mano ai tuoi alleati.

[O forse: «stringi alleanze con gli Stati vicini».]

13. Sul terreno grave, raccogli bottino.

[Su questo punto Li Ch’uan ha la seguente deliziosa nota: «Quando un esercito penetra in profondità nel paese nemico, bisogna badare a non alienarsi la popolazione con un trattamento ingiusto. Segui l'esempio dell'imperatore Han Kao Tsu, la cui marcia nel territorio di Ch’in non fu segnata da alcuna violenza sulle donne né da alcun saccheggio di oggetti di valore. [Nota bene: ciò avvenne nel 207 a.C., e può ben farci arrossire per gli eserciti cristiani che entrarono a Pechino nel 1900 d.C.] Così conquistò i cuori di tutti. Nel presente passo, dunque, penso che la vera lezione debba essere non “saccheggia”, ma “non saccheggiare”». Ahimè, temo che in questo caso i sentimenti del degno commentatore abbiano preso il sopravvento sul suo giudizio. Tu Mu, almeno, non si fa simili illusioni. Egli dice: «Quando si è accampati su “terreno grave”, non essendovi ancora alcun incentivo ad avanzare oltre né alcuna possibilità di ritirata, si devono prendere misure per una resistenza prolungata facendo affluire provviste da ogni parte, e tenere il nemico sotto stretta sorveglianza».]

Sul terreno difficile, prosegui senza sosta la marcia.

[O, con le parole di VIII, § 2, «non accamparti».]

14. Sul terreno chiuso, ricorri allo stratagemma.

[Ts’au Kung dice: «Prova l'effetto di qualche artificio insolito»; e Tu Yu amplia questo concetto dicendo: «In una tale posizione si deve escogitare qualche piano che si adatti alle circostanze, e se riusciamo a ingannare il nemico, il pericolo può essere scampato». Questo è esattamente ciò che accadde nella famosa occasione in cui Annibale si trovò rinchiuso tra le montagne sulla strada per Casilinum e, a quanto pareva, intrappolato dal dittatore Fabio. Lo stratagemma che Annibale escogitò per eludere i nemici era straordinariamente simile a quello che anche T’ien Tan aveva impiegato con successo esattamente 62 anni prima. [Si veda IX, § 24, nota.] Al calar della notte, fasci di ramoscelli furono legati alle corna di circa 2000 buoi e dati alle fiamme, e gli animali atterriti furono poi spinti rapidamente lungo il fianco della montagna verso i passi presidiati dal nemico. Lo strano spettacolo di queste luci in rapido movimento allarmò e sconcertò a tal punto i Romani che essi abbandonarono la loro posizione, e l'esercito di Annibale attraversò sano e salvo la gola. [Si vedano Polibio, III, 93, 94; Livio, XXII, 16, 17.]

Sul terreno disperato, combatti.

[Perché, come osserva Chia Lin: «se combatti con tutte le tue forze, c'è una possibilità di vita, mentre la morte è certa se ti aggrappi al tuo cantuccio».]

15. Coloro che anticamente erano chiamati abili condottieri sapevano come incuneare una divisione tra l'avanguardia e la retroguardia del nemico;

[Più letteralmente: «far perdere il contatto fra l'avanguardia e la retroguardia».]

impedire la cooperazione fra i suoi reparti grandi e piccoli; impedire alle truppe buone di soccorrere le cattive, e agli ufficiali di raccogliere i loro uomini.

16. Quando gli uomini del nemico erano sparsi, impedivano loro di concentrarsi; anche quando le loro forze erano unite, riuscivano a mantenerle nel disordine.

17. Quando era a loro vantaggio, facevano una mossa in avanti; altrimenti, restavano fermi.

[Mei Yao-ch’en collega questo passo a quanto precede: «Riusciti così a scompaginare il nemico, spingevano avanti per assicurarsi ogni vantaggio da ottenere; se non c'era alcun vantaggio da ottenere, restavano dov'erano».]

18. Se mi si chiedesse come far fronte a una grande schiera nemica in ordine serrato e sul punto di muovere all'attacco, risponderei: «Comincia con l'impadronirti di qualcosa che il tuo avversario ha caro; allora si piegherà alla tua volontà».

[Le opinioni divergono su che cosa Sun Tzu avesse in mente. Ts’ao Kung pensa che si tratti di «qualche vantaggio strategico sul quale il nemico fa affidamento». Tu Mu dice: «Le tre cose che un nemico è ansioso di fare, e dal cui compimento dipende il suo successo, sono: (1) impadronirsi delle nostre posizioni favorevoli; (2) devastare le nostre terre coltivate; (3) proteggere le proprie comunicazioni». Il nostro scopo dev'essere allora di sventare i suoi piani in queste tre direzioni e renderlo così impotente. [Cfr. III, § 3.] Afferrando audacemente l'iniziativa in questo modo, si costringe subito l'altra parte sulla difensiva.]

19. La rapidità è l'essenza della guerra:

[Secondo Tu Mu, «questo è un compendio dei principi fondamentali della guerra», e aggiunge: «Queste sono le verità più profonde della scienza militare e il compito principale del generale». I seguenti aneddoti, narrati da Ho Shih, mostrano l'importanza attribuita alla rapidità da due dei più grandi generali della Cina. Nel 227 d.C. Meng Ta, governatore di Hsin-ch’eng sotto l'imperatore Wei Wen Ti, meditava di passare dalla parte della Casa di Shu ed era entrato in corrispondenza con Chu-ko Liang, primo ministro di quello Stato. Il generale Wei Ssu-ma I era allora governatore militare di Wan e, avuto sentore del tradimento di Meng Ta, partì subito con un esercito per prevenire la sua rivolta, dopo averlo prima blandito con un messaggio ingannevole di tono amichevole. Gli ufficiali di Ssu-ma vennero da lui e dissero: «Se Meng Ta si è alleato con Wu e Shu, la questione dovrebbe essere esaminata a fondo prima di fare una mossa». Ssu-ma I rispose: «Meng Ta è un uomo senza principi, e dobbiamo andare a punirlo subito, mentre è ancora esitante e prima che si sia tolto la maschera». Poi, con una serie di marce forzate, condusse il suo esercito sotto le mura di Hsin-ch’eng nello spazio di otto giorni. Ora, Meng Ta aveva in precedenza scritto in una lettera a Chu-ko Liang: «Wan dista di qui 1200 li. Quando la notizia della mia rivolta giungerà a Ssu-ma I, egli informerà subito il suo signore imperiale, ma passerà un mese intero prima che si possa prendere qualsiasi provvedimento, e per allora la mia città sarà ben fortificata. Inoltre, Ssu-ma I non verrà certo di persona, e i generali che saranno mandati contro di noi non meritano che ci si preoccupi di loro». La lettera successiva, tuttavia, era piena di costernazione: «Benché siano passati solo otto giorni da quando ho rinnegato la mia fedeltà, un esercito è già alle porte della città. Che rapidità miracolosa è mai questa!» Due settimane dopo Hsin-ch’eng era caduta e Meng Ta aveva perso la testa. [Si veda Chin Shu, cap. 1, f. 3.] Nel 621 d.C. Li Ching fu inviato da K’uei-chou nel Ssu-ch’uan a sottomettere il fortunato ribelle Hsiao Hsien, che si era proclamato imperatore nell'odierna Ching-chou Fu, nello Hupeh. Era autunno, e poiché lo Yangtsze era allora in piena, Hsiao Hsien non si sognò mai che il suo avversario avrebbe osato scendere attraverso le gole, e di conseguenza non fece alcun preparativo. Ma Li Ching imbarcò il suo esercito senza perdere tempo, e stava proprio per partire quando gli altri generali lo implorarono di rinviare la partenza finché il fiume non fosse in condizioni meno pericolose per la navigazione. Li Ching rispose: «Per il soldato, una rapidità travolgente è di importanza capitale, ed egli non deve mai lasciarsi sfuggire le occasioni. Ora è il momento di colpire, prima che Hsiao Hsien sappia persino che abbiamo radunato un esercito. Se cogliamo il momento presente, mentre il fiume è in piena, compariremo davanti alla sua capitale con sorprendente subitaneità, come il tuono che si ode prima che si abbia il tempo di turarsi le orecchie. [Si veda VII, § 19, nota.] Questo è il grande principio della guerra. Anche se viene a sapere del nostro avvicinarsi, dovrà arruolare i suoi soldati con tale fretta che non saranno in grado di opporsi a noi. Così i pieni frutti della vittoria saranno nostri». Tutto avvenne come aveva predetto, e Hsiao Hsien fu costretto ad arrendersi, stipulando nobilmente che il suo popolo fosse risparmiato e che lui solo subisse la pena di morte.]

approfitta dell'impreparazione del nemico, apriti la via per strade inattese e attacca i punti non sorvegliati.

20. I seguenti sono i principi che una forza d'invasione deve osservare: quanto più si penetra in un paese, tanto maggiore sarà la solidarietà delle tue truppe, e così i difensori non prevarranno contro di te.

21. Compi scorrerie nelle regioni fertili per rifornire di viveri il tuo esercito.

[Cfr. supra, § 13. Li Ch’uan non si azzarda a commentare questo passo.]

22. Abbi cura attenta del benessere dei tuoi uomini,

[Per «benessere» Wang Hsi intende: «Vezzeggiali, assecondali, da' loro cibo e bevande in abbondanza e, in generale, prenditi cura di loro».]

e non sovraccaricarli. Concentra la tua energia e risparmia le tue forze.

[Ch’en ricorda la linea di condotta adottata nel 224 a.C. dal celebre generale Wang Chien, il cui genio militare contribuì in larga misura al successo del Primo Imperatore. Egli aveva invaso lo Stato di Ch’u, dove fu indetta una leva generale per opporglisi. Ma, dubitando dello stato d'animo delle sue truppe, declinò ogni invito a combattere e rimase rigorosamente sulla difensiva. Invano il generale di Ch’u cercò di forzare una battaglia: giorno dopo giorno Wang Chien rimase dentro le sue mura e non volle uscire, ma dedicò tutto il suo tempo e tutte le sue energie a conquistare l'affetto e la fiducia dei suoi uomini. Badò che fossero ben nutriti, dividendo con loro i propri pasti, procurò loro la possibilità di bagnarsi e impiegò ogni mezzo di accorta indulgenza per saldarli in un corpo leale e omogeneo. Trascorso qualche tempo, incaricò alcune persone di scoprire come gli uomini si divertissero. La risposta fu che gareggiavano fra loro nel lancio del peso e nel salto in lungo. Quando Wang Chien seppe che erano impegnati in questi esercizi atletici, comprese che il loro morale era stato portato al grado necessario e che erano ormai pronti a combattere. Nel frattempo l'esercito di Ch’u, dopo aver ripetuto più e più volte la sua sfida, si era allontanato verso oriente, disgustato. Il generale di Ch’in levò subito il campo e lo inseguì, e nella battaglia che seguì i nemici furono messi in rotta con grande strage. Poco dopo l'intero Ch’u fu conquistato da Ch’in, e il re Fu-ch’u fu condotto in cattività.]

Tieni il tuo esercito continuamente in movimento,

[Affinché il nemico non sappia mai con esattezza dove ti trovi. Mi è venuto in mente, tuttavia, che la vera lezione potrebbe essere «tieni unito il tuo esercito».]

ed escogita piani imperscrutabili.

23. Getta i tuoi soldati in posizioni da cui non c'è scampo, ed essi preferiranno la morte alla fuga. Se affronteranno la morte, non c'è nulla che non possano compiere.

[Chang Yu cita il suo prediletto Wei Liao Tzŭ (cap. 3): «Se un uomo si lanciasse in una furia omicida con una spada sulla piazza del mercato, e tutti gli altri cercassero di togliersi dalla sua strada, non ammetterei che quest'uomo soltanto avesse coraggio e che tutti gli altri fossero spregevoli codardi. La verità è che un disperato e un uomo che attribuisce un certo valore alla propria vita non si affrontano ad armi pari».]

Ufficiali e soldati, senza distinzione, metteranno in campo le loro forze estreme.

[Chang Yu dice: «Se si trovano insieme in una situazione critica, eserciteranno di certo le loro forze unite per uscirne».]

24. I soldati, quando sono in condizioni disperate, perdono il senso della paura. Se non c'è alcun luogo di rifugio, terranno saldo. Se si trovano nel cuore di un paese ostile, opporranno una resistenza ostinata. Se non c'è altro rimedio, combatteranno duramente.

25. Così, senza attendere di essere schierati, i soldati saranno costantemente sul qui vive; senza attendere che lo si chieda loro, faranno la tua volontà;

[Letteralmente: «senza chiedere, otterrai».]

senza costrizioni, saranno fedeli; senza dare ordini, si potrà contare su di loro.

26. Proibisci di trarre presagi e sopprimi i dubbi superstiziosi. Allora, finché non giunga la morte stessa, non si dovrà temere alcuna calamità.

[I superstiziosi, «stretti da insolenti dubbi e paure», degenerano in codardi e «muoiono molte volte prima della loro morte». Tu Mu cita Huang Shih-kung: «“Sortilegi e incantesimi devono essere severamente proibiti, e a nessun ufficiale si deve permettere di indagare con la divinazione sulle sorti di un esercito, per timore che l'animo dei soldati ne sia gravemente turbato”. Il significato è», prosegue, «che se tutti i dubbi e gli scrupoli vengono messi da parte, i tuoi uomini non vacilleranno mai nella loro risolutezza fino alla morte».]

27. Se i nostri soldati non sono sovraccarichi di denaro, non è perché abbiano avversione per le ricchezze; se le loro vite non sono troppo lunghe, non è perché siano mal disposti verso la longevità.

[Chang Yu ha la nota migliore su questo passo: «La ricchezza e la lunga vita sono cose verso le quali tutti gli uomini hanno un'inclinazione naturale. Perciò, se bruciano o gettano via gli oggetti di valore e sacrificano la propria vita, non è che li disprezzino, ma semplicemente che non hanno scelta». Sun Tzu insinua maliziosamente che, poiché i soldati non sono che uomini, spetta al generale badare che non vengano messe sulla loro strada tentazioni di sottrarsi al combattimento e di arricchirsi.]

28. Il giorno in cui ricevono l'ordine di uscire a battaglia, i tuoi soldati possono piangere,

[La parola cinese è «piagnucolare». Lo si intende come indizio di un dolore più sincero delle sole lacrime.]

quelli seduti bagnandosi le vesti, e quelli sdraiati lasciando che le lacrime scorrano loro sulle guance.

[Non perché abbiano paura, ma perché, come dice Ts’ao Kung, «tutti hanno abbracciato la ferma risoluzione di vincere o morire». Possiamo ricordare che gli eroi dell'Iliade erano altrettanto infantili nel mostrare le loro emozioni. Chang Yu allude al mesto commiato presso il fiume I tra Ching K’o e i suoi amici, quando il primo fu inviato ad attentare alla vita del re di Ch’in (poi Primo Imperatore) nel 227 a.C. Le lacrime di tutti scorrevano come pioggia mentre egli diceva loro addio e pronunciava i versi seguenti: «Stride il vento acuto, gelido il torrente; il vostro campione parte, e non farà ritorno». [1] ]

Ma lasciate che siano una volta messi alle strette, ed essi mostreranno il coraggio di un Chu o di un Kuei.

[Chu era il nome personale di Chuan Chu, nativo dello Stato di Wu e contemporaneo dello stesso Sun Tzu, che fu impiegato da Kung-tzu Kuang, meglio noto come Ho Lu Wang, per assassinare il suo sovrano Wang Liao con un pugnale che egli aveva nascosto nel ventre di un pesce servito a un banchetto. Riuscì nel suo tentativo, ma fu subito fatto a pezzi dalla guardia del corpo del re. Ciò avvenne nel 515 a.C. L'altro eroe menzionato, Ts’ao Kuei (o Ts’ao Mo), compì l'impresa che ha reso famoso il suo nome 166 anni prima, nel 681 a.C. Lu era stato sconfitto tre volte da Ch’i, e stava proprio per concludere un trattato che cedeva un'ampia fetta di territorio, quando Ts’ao Kuei afferrò all'improvviso Huan Kung, il duca di Ch’i, mentre stava sui gradini dell'altare, e gli puntò un pugnale contro il petto. Nessuno del seguito del duca osò muovere un muscolo, e Ts’ao Kuei procedette a esigere la piena restituzione, dichiarando che Lu era trattato ingiustamente perché era uno Stato più piccolo e più debole. Huan Kung, con la vita in pericolo, fu costretto ad acconsentire, al che Ts’ao Kuei gettò via il pugnale e riprese tranquillamente il suo posto in mezzo all'assemblea atterrita, senza nemmeno aver cambiato colore. Com'era da aspettarsi, il duca volle in seguito ripudiare l'accordo, ma il suo saggio e anziano consigliere Kuan Chung gli fece notare quanto fosse impolitico mancare alla parola data, e il risultato fu che questo colpo audace restituì a Lu tutto ciò che aveva perduto in tre battaglie campali.]

29. L'abile tattico può essere paragonato allo shuai-jan. Ora, lo shuai-jan è un serpente che si trova sui monti Ch‘ang.

[«Shuai-jan» significa «improvvisamente» o «rapidamente», e il serpente in questione era senza dubbio così chiamato per la rapidità dei suoi movimenti. Grazie a questo passo, il termine cinese ha finito per essere usato nel senso di «manovre militari».]

Colpiscilo alla testa, e sarai attaccato dalla coda; colpiscilo alla coda, e sarai attaccato dalla testa; colpiscilo nel mezzo, e sarai attaccato dalla testa e dalla coda insieme.

30. Se mi si chiedesse se un esercito possa essere indotto a imitare lo shuai-jan,

[Cioè, come dice Mei Yao-ch’en: «È possibile rendere l'avanguardia e la retroguardia di un esercito ciascuna prontamente reattiva a un attacco contro l'altra, proprio come se fossero parti di un unico corpo vivente?»]

risponderei di sì. Infatti gli uomini di Wu e gli uomini di Yüeh sono nemici;

[Cfr. VI, § 21.]

eppure, se attraversano un fiume sulla stessa barca e sono colti da una tempesta, si verranno in aiuto l'un l'altro proprio come la mano sinistra aiuta la destra.

[Il significato è: se due nemici si aiutano a vicenda in un momento di comune pericolo, quanto più dovrebbero farlo due parti dello stesso esercito, legate come sono da ogni vincolo di interesse e di solidarietà. Eppure è notorio che molte campagne sono state rovinate dalla mancanza di cooperazione, specialmente nel caso di eserciti alleati.]

31. Perciò non basta riporre la propria fiducia nel legare i cavalli e nel seppellire nel terreno le ruote dei carri.

[Questi bizzarri espedienti per impedire al proprio esercito di darsi alla fuga ricordano l'eroe ateniese Sofane, che alla battaglia di Platea portava con sé l'ancora, per mezzo della quale si fissava saldamente a un punto. [Si veda Erodoto, IX, 74.] Non basta, dice Sun Tzu, rendere impossibile la fuga con tali mezzi meccanici. Non riuscirai se i tuoi uomini non hanno tenacia e unità di intenti e, soprattutto, uno spirito di partecipe cooperazione. Questa è la lezione che si può apprendere dallo shuai-jan.]

32. Il principio secondo cui governare un esercito è stabilire un unico livello di coraggio che tutti devono raggiungere.

[Letteralmente: «livellare il coraggio [di tutti] come se [fosse quello di] uno solo». Se l'esercito ideale deve formare un unico tutto organico, ne segue che la risolutezza e lo spirito delle sue parti componenti devono essere della stessa qualità, o almeno non devono scendere al di sotto di un certo livello. La descrizione apparentemente ingrata che Wellington diede del suo esercito a Waterloo come «il peggiore che avesse mai comandato» non significava altro se non che esso era carente proprio in questo importante aspetto: l'unità di spirito e di coraggio. Se non avesse previsto le defezioni belghe e tenuto con cura quelle truppe nelle retrovie, avrebbe quasi certamente perso la giornata.]

33. Come trarre il miglior partito sia dai forti sia dai deboli: è una questione che implica il giusto impiego del terreno.

[La parafrasi di Mei Yao-ch’en è: «Il modo di eliminare le differenze tra forti e deboli e di rendere utili entrambi è sfruttare le particolarità accidentali del terreno». Truppe meno affidabili, se collocate in posizioni forti, resisteranno quanto truppe migliori su un terreno più esposto. Il vantaggio della posizione neutralizza l'inferiorità in resistenza e coraggio. Il colonnello Henderson dice: «Con tutto il rispetto per i manuali e per l'insegnamento tattico comune, sono incline a pensare che lo studio del terreno sia spesso trascurato, e che non si attribuisca affatto un'importanza sufficiente alla scelta delle posizioni… e agli immensi vantaggi che si possono trarre, sia che si difenda sia che si attacchi, dal giusto impiego delle caratteristiche naturali». [2] ]

34. Così l'abile generale conduce il suo esercito proprio come se guidasse per mano un solo uomo, che lo voglia o no.

[Tu Mu dice: «La similitudine si riferisce alla facilità con cui egli lo fa».]

35. È compito del generale essere calmo, e assicurare così la segretezza; retto e giusto, e mantenere così l'ordine.

36. Egli deve saper disorientare i suoi ufficiali e soldati con false notizie e false apparenze,

[Letteralmente: «ingannare i loro occhi e le loro orecchie».]

e tenerli così in totale ignoranza.

[Ts’ao Kung ci offre uno dei suoi eccellenti apoftegmi: «Alle truppe non si deve permettere di partecipare ai tuoi piani all'inizio; esse possono soltanto rallegrarsi con te del loro felice esito». «Disorientare, ingannare e sorprendere il nemico» è uno dei primi principi della guerra, come è stato spesso sottolineato. Ma che dire dell'altro procedimento, il disorientamento dei propri uomini? Coloro che pensassero che Sun Tzu insista troppo su questo punto farebbero bene a leggere le osservazioni del colonnello Henderson sulla campagna della Valle condotta da Stonewall Jackson: «La cura infinita», egli dice, «con cui Jackson cercava di nascondere, persino agli ufficiali del suo stato maggiore di cui più si fidava, i suoi movimenti, le sue intenzioni e i suoi pensieri, un comandante meno scrupoloso l'avrebbe giudicata inutile», ecc. ecc. [3] Nell'anno 88 d.C., come leggiamo nel cap. 47 dello Hou Han Shu, «Pan Ch’ao scese in campo con 25.000 uomini di Khotan e di altri Stati dell'Asia centrale con l'obiettivo di schiacciare Yarkand. Il re di Kutcha rispose inviando il suo comandante supremo a soccorrere la città con un esercito tratto dai regni di Wen-su, Ku-mo e Wei-t’ou, per un totale di 50.000 uomini. Pan Ch’ao convocò i suoi ufficiali e anche il re di Khotan a un consiglio di guerra, e disse: “Le nostre forze sono ora inferiori di numero e incapaci di tener testa al nemico. Il piano migliore, dunque, è che ci separiamo e ci disperdiamo, ciascuno in una direzione diversa. Il re di Khotan si allontanerà per la via orientale, e io allora tornerò verso occidente. Aspettiamo che sia suonato il tamburo della sera e poi partiamo”. Pan Ch’ao allora liberò segretamente i prigionieri che aveva catturato vivi, e il re di Kutcha fu così informato dei suoi piani. Molto esaltato dalla notizia, costui partì subito alla testa di 10.000 cavalieri per sbarrare la ritirata di Pan Ch’ao a occidente, mentre il re di Wen-su cavalcava verso oriente con 8000 cavalli per intercettare il re di Khotan. Non appena Pan Ch’ao seppe che i due capi erano partiti, radunò le sue divisioni, le tenne ben in pugno e al canto del gallo le scagliò contro l'esercito di Yarkand, così com'era accampato. I barbari, presi dal panico, fuggirono in disordine e furono incalzati da vicino da Pan Ch’ao. Furono riportate come trofei oltre 5000 teste, oltre a un immenso bottino di cavalli, bestiame e oggetti di valore di ogni genere. Arresasi allora Yarkand, Kutcha e gli altri regni ritirarono le rispettive forze. Da quel momento in poi il prestigio di Pan Ch’ao intimorì completamente i paesi d'occidente». In questo caso vediamo che il generale cinese non solo tenne i propri ufficiali all'oscuro dei suoi veri piani, ma compì addirittura il passo audace di dividere il suo esercito per ingannare il nemico.]

37. Modificando le sue disposizioni e cambiando i suoi piani,

[Wang Hsi pensa che ciò significhi non usare due volte lo stesso stratagemma.]

egli lascia il nemico privo di una conoscenza precisa.

[Chang Yu, in una citazione da un'altra opera, dice: «L'assioma secondo cui la guerra si fonda sull'inganno non si applica soltanto all'inganno del nemico. Devi ingannare persino i tuoi stessi soldati. Fa' che ti seguano, ma senza lasciar loro sapere perché».]

Spostando il suo campo e prendendo vie tortuose, impedisce al nemico di prevedere le sue intenzioni.

38. Nel momento critico, il capo di un esercito agisce come chi è salito su un'altura e poi si toglie con un calcio la scala alle spalle. Conduce i suoi uomini in profondità nel territorio ostile prima di scoprire le sue carte.

[Letteralmente: «fa scattare la molla» (si veda V, § 15), cioè compie un passo decisivo che rende impossibile all'esercito il ritorno, come Hsiang Yu, che affondò le sue navi dopo aver attraversato un fiume. Ch’en Hao, seguito da Chia Lin, intende meno felicemente le parole come «mette in opera ogni artificio di cui dispone».]

39. Brucia le sue navi e spezza le sue pentole; come un pastore che guida un gregge di pecore, spinge i suoi uomini di qua e di là, e nessuno sa dove sia diretto.

[Tu Mu dice: «L'esercito conosce soltanto gli ordini di avanzare o di ritirarsi; ignora i fini ultimi dell'attaccare e del conquistare».]

40. Radunare la sua schiera e condurla nel pericolo: questo si può chiamare il compito del generale.

[Sun Tzu intende che dopo la mobilitazione non ci deve essere alcun indugio nel vibrare un colpo al cuore del nemico. Si noti come egli ritorni più e più volte su questo punto. Fra gli Stati combattenti dell'antica Cina la diserzione era senza dubbio un timore molto più presente e un male più grave di quanto non sia negli eserciti di oggi.]

41. Le diverse misure adatte alle nove varietà di terreno;

[Chang Yu dice: «Non si deve essere rigidi nell'interpretare le regole per le nove varietà di terreno».]

l'opportunità di una tattica offensiva o difensiva; e le leggi fondamentali della natura umana: queste sono cose che devono assolutamente essere studiate.

42. Quando si invade un territorio ostile, il principio generale è che penetrare in profondità produce coesione, mentre penetrare solo per breve tratto significa dispersione.

[Cfr. supra, § 20.]

43. Quando ti lasci alle spalle il tuo paese e conduci il tuo esercito attraverso un territorio vicino, ti trovi su terreno critico.

[Questo «terreno» è curiosamente menzionato in VIII, § 2, ma non figura fra le Nove Situazioni né fra le Sei Calamità del cap. X. Il primo impulso sarebbe di tradurlo «terreno lontano», ma questo, se possiamo fidarci dei commentatori, è proprio ciò che qui non si intende. Mei Yao-ch’en dice che è «una posizione non abbastanza avanzata da essere chiamata “agevole”, e non abbastanza vicina a casa da essere “dispersiva”, ma qualcosa fra le due». Wang Hsi dice: «È un terreno separato dalla patria da uno Stato interposto, il cui territorio abbiamo dovuto attraversare per raggiungerlo. Perciò ci incombe di sbrigare lì i nostri affari rapidamente». Aggiunge che questa posizione si presenta di rado, ed è questa la ragione per cui non è inclusa fra le Nove Situazioni.]

Quando vi sono vie di comunicazione su tutti e quattro i lati, il terreno è di strade che si incrociano.

44. Quando penetri in profondità in un paese, è terreno grave. Quando penetri solo per breve tratto, è terreno agevole.

45. Quando hai alle spalle le roccaforti del nemico e passi stretti davanti, è terreno chiuso. Quando non c'è alcun luogo di rifugio, è terreno disperato.

46. Perciò, sul terreno dispersivo, infonderei nei miei uomini unità di intenti.

[Questo fine, secondo Tu Mu, si ottiene meglio restando sulla difensiva ed evitando la battaglia. Cfr. supra, § 11.]

Sul terreno agevole, baderei che vi fosse stretto collegamento fra tutte le parti del mio esercito.

[Come dice Tu Mu, lo scopo è premunirsi contro due possibili eventualità: «(1) la diserzione delle nostre stesse truppe; (2) un attacco improvviso da parte del nemico». Cfr. VII, § 17. Mei Yao-ch’en dice: «In marcia, i reggimenti devono essere a stretto contatto; in un accampamento, deve esservi continuità fra le fortificazioni».]

47. Sul terreno conteso, affretterei la mia retroguardia.

[Questa è l'interpretazione di Ts’ao Kung. Chang Yu la adotta, dicendo: «Dobbiamo far avanzare rapidamente la nostra retroguardia, affinché testa e coda raggiungano entrambe la meta». Cioè, non si deve permettere che procedano sparpagliate a grande distanza l'una dall'altra. Mei Yao-ch’en offre un'altra spiegazione ugualmente plausibile: «Supponendo che il nemico non abbia ancora raggiunto l'ambita posizione e che noi siamo dietro di lui, dovremmo avanzare a tutta velocità per contendergliene il possesso». Ch’en Hao, d'altra parte, supponendo che il nemico abbia avuto il tempo di scegliersi il terreno, cita VI, § 1, dove Sun Tzu ci mette in guardia dal giungere all'attacco sfiniti. La sua idea della situazione è espressa in modo piuttosto vago: «Se davanti a te si trova una posizione favorevole, distacca un corpo scelto di truppe per occuparla; allora, se il nemico, confidando nel proprio numero, avanza per contendertela, puoi piombare rapidamente sulla sua retroguardia con il grosso delle tue forze, e la vittoria sarà assicurata». Fu così, aggiunge, che Chao She sconfisse l'esercito di Ch’in. (Si veda p. 57.)]

48. Sul terreno aperto, vigilerei attentamente sulle mie difese. Sul terreno di strade che si incrociano, consoliderei le mie alleanze.

49. Sul terreno grave, cercherei di assicurare un flusso continuo di rifornimenti.

[I commentatori intendono ciò come riferito al foraggio e al bottino, e non, come ci si potrebbe aspettare, a una comunicazione ininterrotta con una base in patria.]

Sul terreno difficile, continuerei ad avanzare lungo la strada.

50. Sul terreno chiuso, sbarrerei ogni via di ritirata.

[Meng Shih dice: «Per far sembrare che intendessi difendere la posizione, mentre la mia vera intenzione è di sfondare all'improvviso le linee nemiche». Mei Yao-ch’en dice: «per far combattere i miei soldati con disperazione». Wang Hsi dice: «temendo che i miei uomini siano tentati di fuggire». Tu Mu fa notare che questo è il rovescio di VII, § 36, dove è il nemico a essere circondato. Nel 532 d.C. Kao Huan, in seguito imperatore e canonizzato come Shen-wu, fu circondato da un grande esercito comandato da Erh-chu Chao e da altri. Le sue forze erano relativamente esigue, composte soltanto da 2000 cavalieri e da poco meno di 30.000 fanti. Le linee d'assedio non erano state strette molto, e in certi punti erano rimasti dei varchi. Ma Kao Huan, invece di tentare la fuga, si adoperò addirittura per bloccare egli stesso tutti gli sbocchi rimasti, spingendovi dentro un certo numero di buoi e di asini legati insieme con funi. Non appena i suoi ufficiali e soldati videro che non restava altro che vincere o morire, il loro spirito salì a un grado straordinario di esaltazione, ed essi caricarono con una ferocia così disperata che le file avversarie cedettero e si sgretolarono sotto il loro assalto.]

Sul terreno disperato, proclamerei ai miei soldati che non c'è speranza di salvare la vita.

Tu Yu dice: «Brucia i bagagli e le salmerie, getta via le scorte e le provviste, ostruisci i pozzi, distruggi le cucine da campo, e fa' capire chiaramente ai tuoi uomini che non possono sopravvivere, ma devono combattere fino alla morte». Mei Yao-ch’en dice: «L'unica possibilità di vita sta nel rinunciare a ogni speranza di essa». Con ciò si conclude quanto Sun Tzu ha da dire sui «terreni» e sulle «variazioni» a essi corrispondenti. Passando in rassegna i passi che riguardano questo importante argomento, non possiamo non essere colpiti dal modo disordinato e privo di metodo in cui è trattato. Sun Tzu comincia bruscamente in VIII, § 2 a enumerare le «variazioni» prima di toccare affatto i «terreni», ma ne menziona soltanto cinque, cioè i nn. 7, 5, 8 e 9 dell'elenco successivo, e una che non vi è inclusa. Alcune varietà di terreno sono trattate nella prima parte del cap. IX, e poi il cap. X espone sei nuovi terreni, con sei variazioni di piano corrispondenti. Nessuno di questi è più menzionato, benché il primo si distingua appena dal terreno n. 4 del capitolo successivo. Infine, nel cap. XI, giungiamo alle Nove Situazioni par excellence, seguite immediatamente dalle variazioni. Questo ci porta fino al § 14. Nei §§ 43-45 vengono date nuove definizioni dei nn. 5, 6, 2, 8 e 9 (nell'ordine indicato), nonché del decimo terreno ricordato nel cap. VIII; e infine le nove variazioni sono enumerate ancora una volta dal principio alla fine, tutte, eccetto la 5, la 6 e la 7, diverse da quelle date in precedenza. Benché sia impossibile spiegare lo stato attuale del testo di Sun Tzu, si possono mettere in rilievo alcuni fatti significativi: (1) il cap. VIII, secondo il titolo, dovrebbe trattare di nove variazioni, mentre ne compaiono soltanto cinque. (2) È un capitolo anormalmente breve. (3) Il cap. XI si intitola Le Nove Situazioni. Molte di queste sono definite due volte, e inoltre vi sono due elenchi distinti delle variazioni corrispondenti. (4) La lunghezza del capitolo è sproporzionata, essendo doppia di quella di qualsiasi altro tranne il IX. Non mi propongo di trarre da questi fatti alcuna deduzione, al di là della conclusione generale che l'opera di Sun Tzu non può esserci giunta nella forma in cui uscì dalle sue mani: il cap. VIII è evidentemente lacunoso e probabilmente fuori posto, mentre l'XI sembra contenere materiale che o è stato aggiunto da una mano posteriore o dovrebbe trovarsi altrove.]

51. Infatti è nell'indole del soldato opporre una resistenza ostinata quando è circondato, combattere duramente quando non ha altra via d'uscita e obbedire prontamente quando è caduto nel pericolo.

[Chang Yu allude alla condotta dei devoti seguaci di Pan Ch’ao nel 73 d.C. La storia è narrata così nello Hou Han Shu, cap. 47: «Quando Pan Ch’ao giunse a Shan-shan, Kuang, il re del paese, lo ricevette dapprima con grande cortesia e rispetto; ma poco dopo il suo comportamento subì un improvviso mutamento, ed egli divenne trascurato e negligente. Pan Ch’ao ne parlò agli ufficiali del suo seguito: “Avete notato”, disse, “che le cortesi intenzioni di Kuang vanno scemando? Ciò deve significare che sono giunti inviati dai barbari del Nord, e che di conseguenza egli è in uno stato di indecisione, non sapendo con quale parte schierarsi. Questa è di certo la ragione. Il vero saggio, ci è detto, sa percepire le cose prima che accadano; quanto più, dunque, quelle che sono già manifeste!” Allora chiamò uno degli indigeni che erano stati assegnati al suo servizio e gli tese una trappola, dicendo: “Dove sono quegli inviati degli Hsiung-nu che sono arrivati qualche giorno fa?” L'uomo fu così colto alla sprovvista che, tra sorpresa e paura, spifferò subito tutta la verità. Pan Ch’ao, tenendo il suo informatore accuratamente sotto chiave, convocò poi un'adunanza generale dei suoi ufficiali, trentasei in tutto, e cominciò a bere con loro. Quando il vino ebbe dato loro un poco alla testa, cercò di accenderne ancor più lo spirito rivolgendosi a loro così: “Signori, eccoci nel cuore di una regione isolata, desiderosi di conquistare ricchezze e onori con qualche grande impresa. Ora accade che un ambasciatore degli Hsiung-no sia giunto in questo regno solo pochi giorni fa, e il risultato è che la rispettosa cortesia mostrataci dal nostro regale ospite è svanita. Se questo inviato lo inducesse a catturare la nostra compagnia e a consegnarci agli Hsiung-no, le nostre ossa diverranno cibo per i lupi del deserto. Che cosa dobbiamo fare?” Di comune accordo, gli ufficiali risposero: “Trovandoci come siamo in pericolo di vita, seguiremo il nostro comandante nella vita e nella morte”». Per il seguito di questa avventura, si veda il cap. XII, § 1, nota.]

52. Non possiamo stringere alleanza con i principi vicini finché non conosciamo i loro disegni. Non siamo in grado di guidare un esercito in marcia se non conosciamo bene la configurazione del paese: le sue montagne e le sue foreste, le sue insidie e i suoi precipizi, i suoi acquitrini e le sue paludi. Non saremo in grado di volgere a nostro vantaggio i benefici naturali se non ci serviamo di guide locali.

[Queste tre frasi sono ripetute da VII, §§ 12-14, al fine di sottolinearne l'importanza, a quanto sembrano pensare i commentatori. Io preferisco considerarle interpolate qui per fare da antecedente alle parole che seguono. Riguardo alle guide locali, Sun Tzu avrebbe potuto aggiungere che c'è sempre il rischio di sbagliare strada, sia per il loro tradimento sia per qualche malinteso come quello che riferisce Livio (XXII, 13): Annibale, ci è detto, ordinò a una guida di condurlo nei pressi di Casinum, dove c'era un passo importante da occupare; ma il suo accento cartaginese, inadatto alla pronuncia dei nomi latini, fece sì che la guida intendesse Casilinum invece di Casinum, e, deviando dalla strada giusta, essa condusse l'esercito in quella direzione, e l'errore non fu scoperto finché non furono quasi arrivati.]

53. Ignorare anche uno solo dei seguenti quattro o cinque principi non si addice a un principe guerriero.

54. Quando un principe guerriero attacca uno Stato potente, la sua arte di comando si manifesta nell'impedire la concentrazione delle forze nemiche. Egli intimorisce i suoi avversari, e ai loro alleati è impedito di unirsi contro di lui.

[Mei Tao-ch’en costruisce una di quelle catene di ragionamenti che piacciono tanto ai Cinesi: «Nell'attaccare uno Stato potente, se riesci a dividerne le forze, avrai una superiorità di forza; se hai una superiorità di forza, intimorirai il nemico; se intimorisci il nemico, gli Stati vicini saranno spaventati; e se gli Stati vicini sono spaventati, agli alleati del nemico sarà impedito di unirsi a lui». Il passo seguente dà un senso più forte: «Se il grande Stato è stato sconfitto una volta (prima di aver avuto il tempo di chiamare i suoi alleati), allora gli Stati minori se ne staranno in disparte e si asterranno dall'ammassare le loro forze». Ch’en Hao e Chang Yu intendono la frase in tutt'altro modo. Il primo dice: «Per quanto potente sia un principe, se attacca un grande Stato non sarà in grado di levare truppe sufficienti, e dovrà fare affidamento in qualche misura sull'aiuto esterno; se ne fa a meno e, con presuntuosa fiducia nella propria forza, cerca semplicemente di intimidire il nemico, sarà di certo sconfitto». Chang Yu espone così il suo punto di vista: «Se attacchiamo sconsideratamente un grande Stato, il nostro stesso popolo sarà scontento e si tirerà indietro. Ma se (come allora avverrà) il nostro spiegamento di forza militare è inferiore della metà a quello del nemico, gli altri capi si spaventeranno e rifiuteranno di unirsi a noi».]

55. Perciò egli non si sforza di allearsi con chiunque capiti, né alimenta la potenza di altri Stati. Persegue i propri disegni segreti, tenendo i suoi antagonisti nel timore.

[Il filo del pensiero, come dice Li Ch’uan, sembra essere questo: al sicuro da una coalizione dei suoi nemici, «egli può permettersi di respingere le alleanze che lo vincolerebbero e perseguire semplicemente i propri disegni segreti, poiché il suo prestigio gli consente di fare a meno delle amicizie esterne».]

Così egli è in grado di espugnare le loro città e di rovesciare i loro regni.

[Questo paragrafo, benché scritto molti anni prima che lo Stato di Ch’in diventasse una seria minaccia, non è un cattivo compendio della politica con cui i famosi Sei Cancellieri prepararono gradualmente la via al suo trionfo finale sotto Shih Huang Ti. Chang Yu, proseguendo la sua nota precedente, pensa che Sun Tzu condanni questo atteggiamento di egoismo a sangue freddo e di altezzoso isolamento.]

56. Elargisci ricompense senza riguardo alle regole,

[Wu Tzŭ (cap. 3) dice, con minore saggezza: «L'avanzata sia riccamente ricompensata e la ritirata severamente punita».]

emana ordini

[Letteralmente: «appendi» o «affiggi».]

senza riguardo alle disposizioni precedenti;

[«Per prevenire il tradimento», dice Wang Hsi. Il senso generale è chiarito dalla citazione che Ts’ao Kung trae dal Ssu-ma Fa: «Da' istruzioni solo quando avvisti il nemico; da' ricompense quando vedi azioni meritevoli». La parafrasi di Ts’ao Kung: «Le istruzioni finali che dai al tuo esercito non devono corrispondere a quelle che sono state affisse in precedenza». Chang Yu semplifica ciò in «le tue disposizioni non devono essere divulgate in anticipo». E Chia Lin dice: «non deve esservi alcuna fissità nelle tue regole e nelle tue disposizioni». Non solo c'è pericolo nel lasciar conoscere i propri piani, ma la guerra rende spesso necessario capovolgerli interamente all'ultimo momento.]

e potrai maneggiare un intero esercito come se avessi a che fare con un solo uomo.

[Cfr. supra, § 34.]

57. Metti i tuoi soldati di fronte all'azione stessa; non lasciar mai loro conoscere il tuo disegno.

[Letteralmente: «non dir loro parole»; cioè, non dare le ragioni di alcun ordine. Lord Mansfield disse una volta a un giovane collega di «non dare ragioni» delle sue decisioni, e la massima è ancora più applicabile a un generale che a un giudice.]

Quando le prospettive sono liete, ponile davanti ai loro occhi; ma non dir loro nulla quando la situazione è cupa.

58. Poni il tuo esercito in un pericolo mortale, ed esso sopravvivrà; gettalo in condizioni disperate, ed esso ne uscirà salvo.

[Queste parole di Sun Tzu furono un giorno citate da Han Hsin per spiegare la tattica da lui adottata in una delle sue battaglie più brillanti, già ricordata a p. 28. Nel 204 a.C. fu mandato contro l'esercito di Chao e si fermò a dieci miglia dall'imbocco del passo di Ching-hsing, dove il nemico si era radunato in forze. Qui, a mezzanotte, distaccò un corpo di 2000 cavalieri leggeri, ognuno dei quali era munito di una bandiera rossa. Avevano l'ordine di farsi strada per gole strette e di sorvegliare in segreto il nemico. «Quando gli uomini di Chao mi vedranno in piena fuga», disse Han Hsin, «abbandoneranno le loro fortificazioni e si lanceranno all'inseguimento. Questo dovrà essere per voi il segnale per irrompere, abbattere gli stendardi di Chao e innalzare al loro posto le bandiere rosse di Han.» Rivolgendosi poi agli altri ufficiali, osservò: «Il nostro avversario occupa una posizione forte, e non è probabile che esca ad attaccarci finché non vedrà lo stendardo e i tamburi del comandante supremo, per timore che io torni indietro e fugga attraverso le montagne.» Detto ciò, mandò anzitutto avanti una divisione di 10.000 uomini e ordinò loro di schierarsi in ordine di battaglia con le spalle al fiume Ti. Vedendo questa manovra, tutto l'esercito di Chao scoppiò in una gran risata. Ormai era giorno fatto, e Han Hsin, spiegata la bandiera del generalissimo, uscì dal passo a suon di tamburi e fu subito impegnato dal nemico. Seguì una grande battaglia, che durò per qualche tempo; finché alla fine Han Hsin e il suo collega Chang Ni, lasciando tamburi e bandiera sul campo, fuggirono verso la divisione sulla riva del fiume, dove infuriava un'altra aspra battaglia. Il nemico si precipitò fuori per inseguirli e impadronirsi dei trofei, sguarnendo così di uomini i propri bastioni; ma i due generali riuscirono a congiungersi con l'altro esercito, che combatteva con la più grande disperazione. Era giunto ora il momento che i 2000 cavalieri facessero la loro parte. Non appena videro gli uomini di Chao sfruttare il loro vantaggio, galopparono dietro le mura deserte, strapparono le bandiere del nemico e le sostituirono con quelle di Han. Quando l'esercito di Chao si voltò indietro dall'inseguimento, la vista di quelle bandiere rosse lo colpì di terrore. Convinti che gli Han fossero entrati e avessero sopraffatto il loro re, si sbandarono in un disordine selvaggio, e ogni sforzo del loro capo per arrestare il panico fu vano. Allora l'esercito Han piombò su di loro da entrambi i lati e completò la rotta, uccidendone parecchi e catturando gli altri, tra i quali lo stesso re Ya…. Dopo la battaglia, alcuni ufficiali di Han Hsin vennero da lui e dissero: «Nell'Arte della guerra ci viene insegnato di avere una collina o un tumulo alle spalle sulla destra, e un fiume o una palude di fronte sulla sinistra. [Sembra una fusione di Sun Tzu e di T’ai Kung. Vedi IX § 9, e nota.] Voi, al contrario, ci avete ordinato di schierare le truppe con il fiume alle spalle. In tali condizioni, come siete riuscito a ottenere la vittoria?» Il generale rispose: «Temo, signori, che non abbiate studiato l'Arte della guerra con sufficiente cura. Non vi è forse scritto: “Getta il tuo esercito in frangenti disperati ed esso ne uscirà salvo; ponilo in pericolo mortale ed esso sopravvivrà”? Se avessi seguito la via consueta, non sarei mai riuscito a convincere il mio collega. Che cosa dice il Classico militare? “Piomba sulla piazza del mercato e spingi gli uomini a combattere.” [Questo passo non si trova nel testo attuale di Sun Tzu.] Se non avessi posto le mie truppe in una posizione in cui erano costrette a combattere per la vita, ma avessi lasciato che ciascuno seguisse il proprio arbitrio, ci sarebbe stato uno sbandamento generale, e sarebbe stato impossibile farne qualcosa.» Gli ufficiali riconobbero la forza del suo argomento e dissero: «Questa è una tattica più alta di quanto saremmo stati capaci di concepire.» [Vedi Ch’ien Han Shu, cap. 34, ff. 4, 5.]]

59. Poiché è proprio quando un esercito è caduto in pericolo che diventa capace di vibrare un colpo decisivo per la vittoria.

[Il pericolo ha un effetto tonificante.]

60. Il successo in guerra si ottiene adattandosi con cura ai disegni del nemico.

[Ts’ao Kung dice: «Fingi stoltezza», cioè con un'apparenza di cedimento e di accondiscendenza ai desideri del nemico. La nota di Chang Yu chiarisce il senso: «Se il nemico mostra inclinazione ad avanzare, invoglialo a farlo; se è ansioso di ritirarsi, indugia di proposito affinché possa attuare la sua intenzione.» Lo scopo è renderlo negligente e sprezzante prima di sferrare il nostro attacco.]

61. Restando ostinatamente attaccati al fianco del nemico,

[Intendo le prime quattro parole nel senso di «accompagnare il nemico in una direzione». Ts’ao Kung dice: «unisci i soldati e muovi contro il nemico». Ma un così violento spostamento di caratteri è del tutto indifendibile.]

riusciremo alla lunga

[Letteralmente, «dopo mille li».]

a uccidere il comandante supremo.

[Sempre un punto di grande importanza per i cinesi.]

62. Questo si chiama capacità di compiere un'impresa con la pura astuzia.

63. Il giorno in cui assumete il comando, sbarrate i passi di frontiera, distruggete le tessere ufficiali,

[Erano tavolette di bambù o di legno, una metà delle quali veniva rilasciata come permesso o passaporto dal funzionario preposto a una porta. Cfr. il «guardiano di confine» del Lun Yu III. 24, che poteva avere compiti simili. Quando questa metà gli veniva restituita entro un periodo stabilito, egli era autorizzato ad aprire la porta e a lasciar passare il viaggiatore.]

e fermate il passaggio di tutti gli emissari.

[Sia verso il paese nemico sia da esso.]

64. Siate severi nella sala del consiglio,

[Non mostrate debolezza, ed esigete che i vostri piani siano ratificati dal sovrano.]

così da poter dominare la situazione.

[Mei Yao-ch'en intende l'intera frase così: Prendete le più rigorose precauzioni per assicurare la segretezza delle vostre deliberazioni.]

65. Se il nemico lascia una porta aperta, dovete irrompere.

66. Prevenite il vostro avversario impadronendovi di ciò che gli è caro,

[Cfr. supra, § 18.]

e regolate con sottigliezza il momento del suo arrivo sul terreno.

[Spiegazione di Ch’en Hao: «Se riesco a impadronirmi di una posizione favorevole, ma il nemico non compare sulla scena, il vantaggio così ottenuto non può essere messo a frutto in alcun modo pratico. Chi intende dunque occupare una posizione importante per il nemico deve cominciare col fissare, per così dire, un astuto appuntamento con il suo antagonista, e indurlo con lusinghe ad andarvi anch'egli.» Mei Yao-ch'en spiega che questo «astuto appuntamento» va fissato per mezzo delle spie stesse del nemico, che riferiranno esattamente quella quantità di informazioni che noi scegliamo di dar loro. Poi, dopo aver rivelato con astuzia le nostre intenzioni, «dobbiamo riuscire, pur partendo dopo il nemico, ad arrivare prima di lui (VII. § 4). Dobbiamo partire dopo di lui per assicurarci che marci verso quel luogo; dobbiamo arrivare prima di lui per conquistare il posto senza fatica.» Così inteso, il presente passo offre un certo sostegno all'interpretazione di Mei Yao-ch'en del § 47.]

67. Percorrete la via tracciata dalla regola,

[Chia Lin dice: «La vittoria è l'unica cosa che conta, e non la si può ottenere attenendosi ai canoni convenzionali.» È un peccato che questa variante poggi su un'autorità assai esigua, perché il senso che ne risulta è senza dubbio molto più soddisfacente. Napoleone, come sappiamo, secondo i veterani della vecchia scuola da lui sconfitti, vinceva le sue battaglie violando ogni canone accettato dell'arte bellica.]

e adattatevi al nemico finché non potrete combattere una battaglia decisiva.

[Tu Mu dice: «Conformati alla tattica del nemico finché non si presenti un'occasione favorevole; allora esci e impegna una battaglia che si riveli decisiva.»]

68. Dapprima, dunque, mostrate la ritrosia di una fanciulla, finché il nemico non vi offra un varco; poi emulate la rapidità di una lepre in corsa, e sarà troppo tardi perché il nemico vi si opponga.

[Poiché la lepre è nota per la sua estrema timidezza, il paragone non appare troppo felice. Ma naturalmente Sun Tzu pensava soltanto alla sua velocità. Le parole sono state intese nel senso di: Dovete fuggire dal nemico rapidi come una lepre che scappa; ma questa interpretazione è giustamente respinta da Tu Mu.]

[1] Giles, Biographical Dictionary, n. 399.

[2] «The Science of War», p. 333.

[3] «Stonewall Jackson», vol. I, p. 421.