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Whittington e il suo gatto

Fiabe inglesi · Joseph Jacobs · tradotto da Claude Opus

A poor ragged little boy standing by a wooden signpost as a great waggon with eight bell-decked horses passes through an English village.

Al tempo del famoso re Edoardo III c'era un ragazzino di nome Dick Whittington, che aveva perso il padre e la madre quand'era piccolissimo. Siccome il povero Dick non era abbastanza grande per lavorare, se la passava proprio male: per pranzo rimediava ben poco, e a colazione a volte niente del tutto; perché la gente del villaggio era poverissima e non poteva dargli molto più delle bucce di patate e, ogni tanto, una crosta di pane duro.

Ora, Dick aveva sentito raccontare un mucchio di cose stranissime sulla grande città chiamata Londra; perché a quei tempi la gente di campagna credeva che a Londra fossero tutti gran signori e belle dame, che lì si cantasse e si suonasse dalla mattina alla sera, e che le strade fossero tutte lastricate d'oro.

Un giorno un grosso carro tirato da otto cavalli, tutti con i sonagli in testa, attraversò il villaggio mentre Dick se ne stava vicino al cartello stradale. Pensò che quel carro doveva essere diretto alla bella città di Londra; così si fece coraggio e chiese al carrettiere di lasciarlo camminare con lui accanto al carro. Appena il carrettiere sentì che il povero Dick non aveva né padre né madre, e vide dai suoi vestiti stracciati che peggio di così non poteva stare, gli disse che, se voleva, poteva venire; e così partirono insieme.

Così Dick arrivò sano e salvo a Londra, e aveva tanta fretta di vedere le belle strade tutte lastricate d'oro che non si fermò nemmeno a ringraziare il buon carrettiere; corse via più svelto che le gambe lo portavano, per tante e tante strade, credendo a ogni momento di arrivare a quelle lastricate d'oro; perché Dick nel suo villaggetto aveva visto una ghinea tre volte, e si ricordava quanti soldi si avevano di resto; così pensava che non gli restasse altro da fare che staccare qualche pezzetto del selciato, e avrebbe avuto tutti i soldi che desiderava.

Il povero Dick corse finché non fu stanco morto, e si era del tutto scordato del suo amico carrettiere; ma alla fine, vedendo che si faceva buio e che, da qualunque parte si voltasse, non vedeva altro che sudiciume invece d'oro, si sedette in un angolo buio e pianse finché non si addormentò.

Il piccolo Dick passò tutta la notte per strada; e la mattina dopo, affamatissimo, si alzò e si mise a girare, chiedendo a tutti quelli che incontrava un mezzo penny per non morire di fame; ma nessuno si fermava a rispondergli, e solo due o tre gli diedero un mezzo penny; così il poveretto fu presto debole e sfinito per mancanza di cibo.

In quella miseria chiese la carità a parecchie persone, e una di loro gli disse sgarbata: «Va' a lavorare, fannullone che non sei altro». «Ci vado sì,» dice Dick, «vengo a lavorare per voi, se mi prendete». Ma l'uomo gli lanciò soltanto una maledizione e tirò dritto.

Alla fine un signore dall'aria bonaria vide quanto sembrava affamato. «Perché non vai a lavorare, ragazzo mio?» disse a Dick. «Lo farei, ma non so come trovare lavoro» rispose Dick. «Se ne hai voglia, vieni con me» disse il signore, e lo portò in un prato da fieno, dove Dick lavorò di buona lena e visse allegro finché il fieno non fu fatto.

Dopo di che si ritrovò messo male come prima; e, di nuovo quasi morto di fame, si sdraiò davanti alla porta del signor Fitzwarren, un ricco mercante. Lì lo vide subito la cuoca, che era una creatura dal pessimo carattere, e che proprio in quel momento era indaffaratissima a preparare il pranzo per il padrone e la padrona; così gridò al povero Dick: «Che ci fai lì, fannullone? Qui non ci sono altro che mendicanti; se non te ne vai, vediamo se ti piace una bella secchiata d'acqua dei piatti; ne ho qui di così calda che ti farà saltare».

Proprio in quel momento il signor Fitzwarren in persona tornò a casa per il pranzo; e quando vide un ragazzo sudicio e stracciato sdraiato davanti alla porta, gli disse: «Perché te ne stai lì sdraiato, ragazzo mio? Mi sembri abbastanza grande per lavorare; temo che tu abbia poca voglia di fare».

A hungry ragged boy lying on the doorstep of a rich merchant's grand London house, a kindly merchant looking down at him.

«No davvero, signore,» gli disse Dick, «non è così, perché lavorerei con tutto il cuore, ma non conosco nessuno, e credo di essere molto malato per la mancanza di cibo».

«Poveretto, alzati; fammi vedere che cos'hai». Dick allora provò ad alzarsi, ma dovette sdraiarsi di nuovo, perché era troppo debole per stare in piedi: non mangiava da tre giorni e non era più capace di correre in giro a mendicare un mezzo penny dalla gente per strada. Così il buon mercante ordinò che lo portassero in casa, che gli dessero un buon pranzo e che lo tenessero a fare per la cuoca i lavori che era in grado di fare.

Il piccolo Dick sarebbe vissuto felicissimo in quella buona famiglia, se non fosse stato per la cuoca malvagia. Lei gli diceva sempre: «Tu stai sotto di me, perciò sta' all'erta; pulisci lo spiedo e la leccarda, accendi i fuochi, carica il girarrosto e fa' tutti i lavori di sguattero alla svelta, se no...» e gli agitava il mestolo sotto il naso. E per giunta le piaceva tanto ungere e battere l'arrosto che, quando non aveva carne da battere, batteva la testa e le spalle del povero Dick con la scopa o con qualunque altra cosa le capitasse sottomano. Alla fine i maltrattamenti che gli faceva vennero raccontati ad Alice, la figlia del signor Fitzwarren, che disse alla cuoca che l'avrebbero mandata via se non l'avesse trattato meglio.

Da allora la cuoca si comportò un po' meglio; ma oltre a questo Dick aveva un'altra pena da superare. Il suo letto stava in una soffitta dove c'erano tanti di quei buchi nel pavimento e nei muri che ogni notte era tormentato da topi e ratti. Siccome un signore gli aveva dato un penny per avergli pulito le scarpe, Dick pensò di comprarci un gatto. Il giorno dopo vide una ragazzina con una gatta e le chiese: «Me la dai quella gatta per un penny?» La ragazzina disse: «Sì che te la do, padroncino, anche se è una cacciatrice di topi coi fiocchi».

Dick nascose la gatta in soffitta e badava sempre a portarle un po' del suo pranzo; e in poco tempo non ebbe più fastidi da topi e ratti, ma dormiva sodo ogni notte.

A boy in a dim attic garret happily holding his tabby cat as it chases rats away.

Poco tempo dopo, il suo padrone aveva una nave pronta a salpare; e siccome era usanza che tutti i suoi servitori avessero anche loro una possibilità di fare fortuna come lui, li chiamò tutti in salotto e chiese loro che cosa volessero mandare per mare.

Tutti avevano qualcosa da arrischiare, tranne il povero Dick, che non aveva né soldi né roba, e perciò non poteva mandare niente. Per questo non era venuto in salotto con gli altri; ma la signorina Alice indovinò che cosa c'era e lo fece chiamare. Poi disse: «Metterò io qualche soldo per lui, dalla mia borsa»; ma suo padre le disse: «Così non va, deve essere qualcosa di suo».

Quando il povero Dick sentì questo, disse: «Non ho altro che una gatta che ho comprato un po' di tempo fa da una ragazzina per un penny».

«Allora va' a prendere la tua gatta, ragazzo mio,» disse il signor Fitzwarren, «e lasciala partire».

Dick salì di sopra e portò giù la povera micia, con le lacrime agli occhi, e la diede al capitano; «Perché,» disse, «adesso i topi e i ratti mi terranno sveglio tutta la notte». Tutti risero della strana impresa di Dick; e la signorina Alice, che provava pietà per lui, gli diede un po' di soldi per comprare un'altra gatta.

Questo, e tanti altri segni di gentilezza che la signorina Alice gli mostrava, resero la cuoca bisbetica gelosa del povero Dick, e lei cominciò a trattarlo più crudelmente che mai, e lo prendeva sempre in giro per aver mandato la gatta per mare.

Gli chiedeva: «Credi che la tua gatta si venderà per tanti soldi quanti ne bastano per comprare un bastone per suonartele?»

Alla fine il povero Dick non poté più sopportare quel trattamento e pensò di scappare dal suo posto; così fece fagotto delle sue poche cose e partì di buonissima ora, il giorno di Ognissanti, il primo di novembre. Camminò fino a Holloway; e lì si sedette su una pietra, che ancora oggi si chiama «la Pietra di Whittington», e cominciò a pensare fra sé quale strada prendere.

Mentre pensava a che cosa fare, le campane della chiesa di Bow, che a quel tempo erano soltanto sei, cominciarono a suonare, e il loro suono pareva dirgli:

«Torna indietro, Whittington, tre volte sindaco di Londra».

«Sindaco di Londra!» disse fra sé. «Ma certo, sopporterei quasi qualunque cosa, adesso, pur di diventare sindaco di Londra e andare in giro in una bella carrozza, quando sarò grande! Ebbene, tornerò indietro, e non darò più peso agli scapaccioni e alle sgridate della vecchia cuoca, se alla fine devo diventare sindaco di Londra».

A young man pausing on a London road at dawn, listening hopefully to church bells ringing over the rooftops.

Dick tornò indietro, ed ebbe la fortuna di rientrare in casa e mettersi al lavoro prima che la vecchia cuoca scendesse le scale.

Ora dobbiamo seguire madama Micia fino alle coste dell'Africa. La nave con la gatta a bordo restò in mare a lungo; e alla fine i venti la spinsero su un tratto della costa di Barberia, dove abitavano soltanto i Mori, che gli inglesi non conoscevano. La gente accorse in gran numero a vedere i marinai, perché avevano un colore diverso dal loro, e li trattò con cortesia; e quando ebbero fatto più conoscenza, erano ansiosissimi di comprare le belle cose di cui la nave era carica.

Quando il capitano vide questo, mandò dei campioni delle cose migliori che aveva al re del paese; il quale ne fu tanto contento che fece chiamare il capitano a palazzo. Lì li fecero sedere, com'è usanza del paese, su ricchi tappeti ricamati a fiori d'oro e d'argento. Il re e la regina sedevano in cima alla sala; e fu portata una quantità di piatti per il pranzo. Non erano seduti da molto, quando un'enorme quantità di topi e ratti si precipitò dentro e divorò tutta la carne in un attimo. Il capitano se ne meravigliò e chiese se quelle bestiacce non fossero una seccatura.

«Oh sì,» dissero, «sono davvero ripugnanti, e il re darebbe metà del suo tesoro per liberarsene, perché non solo gli distruggono il pranzo, come vedete, ma lo assaltano nella sua camera, e perfino a letto, tanto che deve farsi sorvegliare mentre dorme, per paura di loro».

Il capitano fece un salto di gioia; si ricordò del povero Whittington e della sua gatta, e disse al re che aveva a bordo della nave una creatura che avrebbe fatto piazza pulita di tutte quelle bestiacce in quattro e quattr'otto. Il re saltò così in alto per la gioia che quella notizia gli diede, che il turbante gli cadde dalla testa. «Portatemi questa creatura,» dice lui, «le bestiacce sono una cosa tremenda in una corte, e se lei farà quello che dite, vi caricherò la nave d'oro e di gioielli in cambio di lei».

Il capitano, che sapeva fare il suo mestiere, colse l'occasione per decantare i meriti di madama Micia. Disse a sua maestà: «Non mi conviene molto separarmi da lei, perché, quando se ne sarà andata, i topi e i ratti potrebbero rovinare le merci sulla nave... ma per compiacere vostra maestà, andrò a prenderla».

«Correte, correte!» disse la regina; «non vedo l'ora di vedere quella cara creatura».

Via andò il capitano alla nave, mentre si preparava un altro pranzo. Si mise la Micia sotto il braccio e arrivò giusto in tempo per vedere la tavola piena di topi. Quando la gatta li vide, non aspettò che glielo dicessero, ma saltò giù dalle braccia del capitano e in pochi minuti stese morti ai suoi piedi quasi tutti i topi e i ratti. Gli altri, spaventati, se la diedero a gambe nei loro buchi.

A tabby cat pouncing on rats before an astonished African king and queen at a royal banquet table.

Il re fu proprio incantato di essersi liberato così facilmente di quelle pesti, e la regina volle che la creatura che aveva fatto loro un così gran favore le fosse portata, per poterla guardare. Al che il capitano chiamò: «Micia, micia, micia!» e lei venne da lui. Poi la presentò alla regina, che si tirò indietro di scatto e aveva paura di toccare una creatura che aveva fatto una tale strage di topi e ratti. Però, quando il capitano accarezzò la gatta e chiamò: «Micia, micia», anche la regina la toccò e gridò: «Mizia, mizia», perché non aveva imparato l'inglese. Poi il capitano gliela mise in grembo, dove la gatta fece le fusa e giocò con la mano di sua maestà, e poi a furia di fusa si addormentò.

Il re, dopo aver visto le prodezze di madama Micia, e saputo che i suoi gattini avrebbero popolato tutto il paese e l'avrebbero tenuto libero dai topi, contrattò con il capitano l'intero carico della nave, e poi gli diede per la gatta dieci volte tanto quanto valeva tutto il resto.

Allora il capitano si congedò dalla famiglia reale e salpò con vento favorevole verso l'Inghilterra, e dopo un felice viaggio arrivò sano e salvo a Londra.

Una mattina, di buon'ora, il signor Fitzwarren era appena arrivato nel suo ufficio e si era seduto alla scrivania per contare il denaro e sbrigare gli affari del giorno, quando qualcuno bussò, toc, toc, alla porta. «Chi è?» disse il signor Fitzwarren. «Un amico,» rispose l'altro; «vengo a portarvi buone notizie della vostra nave, l'Unicorno». Il mercante, alzandosi di corsa con tanta fretta che si scordò della gotta, aprì la porta, e chi ti vede lì ad aspettare? Il capitano e l'agente, con uno scrigno di gioielli e una polizza di carico; quando la guardò, il mercante alzò gli occhi al cielo e ringraziò il Signore di avergli mandato un viaggio così fortunato.

Poi gli raccontarono la storia della gatta e gli mostrarono il ricco dono che il re e la regina avevano mandato per lei al povero Dick. Appena il mercante sentì questo, chiamò i suoi servitori:

«Andate a chiamarlo, e ditegli della sua fortuna; signor Whittington chiamatelo, senza lacuna».

Il signor Fitzwarren si mostrò allora un uomo buono; perché, quando alcuni dei suoi servitori dissero che un tesoro così grande era troppo per lui, rispose: «Dio me ne guardi dal privarlo del valore di un solo penny: è suo, e lo avrà fino all'ultimo quattrino». Poi mandò a chiamare Dick, che in quel momento stava strofinando le pentole per la cuoca ed era tutto sporco. Avrebbe voluto scusarsi e non entrare nell'ufficio, dicendo: «La stanza è spazzata, e le mie scarpe sono sporche e piene di chiodi». Ma il mercante gli ordinò di entrare.

Il signor Fitzwarren fece mettere una sedia per lui, e allora Dick cominciò a pensare che lo stessero prendendo in giro, e intanto disse loro: «Non fate scherzi a un povero ragazzo semplice, ma lasciatemi tornare giù al mio lavoro, per piacere».

«Davvero, signor Whittington,» disse il mercante, «facciamo tutti sul serio con voi, e mi rallegro di cuore per la notizia che questi signori vi hanno portato; perché il capitano ha venduto la vostra gatta al re di Barberia, e vi ha portato in cambio più ricchezze di quante ne possieda io in tutto il mondo; e vi auguro di goderle a lungo!»

Poi il signor Fitzwarren disse agli uomini di aprire il grande tesoro che avevano portato con sé; e disse: «Al signor Whittington non resta altro da fare che metterlo in un posto sicuro».

Il povero Dick non sapeva quasi come comportarsi dalla gioia. Pregò il suo padrone di prenderne tutta la parte che voleva, visto che doveva tutto alla sua bontà. «No, no,» rispose il signor Fitzwarren, «è tutto tuo; e non ho dubbi che ne farai buon uso».

Poi Dick pregò la sua padrona, e poi la signorina Alice, di accettare una parte della sua fortuna; ma loro non vollero, e intanto gli dissero che provavano una gran gioia per il suo successo. Ma quel povero ragazzo aveva un cuore troppo buono per tenersi tutto per sé; così fece un regalo al capitano, al secondo e a tutti gli altri servitori del signor Fitzwarren; e perfino alla vecchia cuoca malvagia.

Dopo di che il signor Fitzwarren gli consigliò di chiamare un sarto come si deve e di farsi vestire da gentiluomo; e gli disse che era il benvenuto a vivere in casa sua finché non si fosse procurato una casa migliore.

Quando a Whittington ebbero lavato la faccia, arricciato i capelli, messo il cappello per bene, e lo ebbero vestito con un bell'abito, era bello ed elegante quanto qualunque giovanotto che frequentasse la casa del signor Fitzwarren; tanto che la signorina Alice, che un tempo era stata così buona con lui e lo guardava con pietà, ora lo considerava degno di essere il suo innamorato; e tanto più, senza dubbio, perché Whittington pensava sempre a che cosa poteva fare per farle piacere, e le faceva i regali più belli che si potessero immaginare.

The boy grown into a handsome well-dressed gentleman beside his bride in a fine London merchant's hall.

Il signor Fitzwarren si accorse presto del loro amore e propose di unirli in matrimonio; ed entrambi accettarono volentieri. Il giorno delle nozze fu presto fissato; e li accompagnarono in chiesa il sindaco, il consiglio degli assessori, gli sceriffi e un gran numero dei mercanti più ricchi di Londra, ai quali poi offrirono un ricchissimo banchetto.

La storia ci racconta che il signor Whittington e la sua signora vissero in grande splendore e furono felicissimi. Ebbero parecchi figli. Lui fu sceriffo di Londra, tre volte sindaco, e ricevette l'onore del cavalierato da Enrico V.

Dopo la conquista della Francia, ricevette a pranzo quel re e la sua regina con tanta magnificenza che il re disse: «Mai principe ebbe un tale suddito»; quando Sir Richard sentì questo, disse: «Mai suddito ebbe un tale principe».

La figura di Sir Richard Whittington con la gatta in braccio, scolpita nella pietra, si poté vedere fino all'anno 1780 sopra l'arcata della vecchia prigione di Newgate, che lui aveva fatto costruire per i criminali.