Il progetto era audace, pieno di difficoltà, forse irrealizzabile. Mr. Fogg stava per rischiare la vita, o almeno la libertà, e quindi la riuscita del suo viaggio. Ma non esitò, e trovò in sir Francis Cromarty un alleato entusiasta.
Quanto a Passepartout, era pronto a tutto ciò che gli si fosse proposto. L'idea del padrone lo incantava; scorgeva un cuore, un'anima, sotto quella scorza di ghiaccio. Cominciava ad affezionarsi a Phileas Fogg.
Restava la guida: che partito avrebbe preso? Non si sarebbe schierata con gli indiani? In mancanza del suo aiuto, bisognava almeno assicurarsi della sua neutralità.
Sir Francis gli pose francamente la domanda.
«Signori ufficiali» rispose la guida, «io sono parsi, e questa donna è parsi. Disponete di me come volete.»
«Benissimo!» disse Mr. Fogg.
«Tuttavia» riprese la guida, «è certo che, se saremo presi, rischieremo non soltanto la vita, ma torture orribili.»
«È previsto» rispose Mr. Fogg. «Credo che dovremo aspettare la notte prima di agire.»
«Lo credo anch'io» disse la guida.
Il bravo indiano diede allora qualche notizia sulla vittima, che, disse, era una celebre bellezza di razza parsi, figlia di un ricco mercante di Bombay. Aveva ricevuto in quella città un'educazione del tutto inglese e, per i modi e l'intelligenza, la si sarebbe creduta un'europea. Si chiamava Aouda. Rimasta orfana, era stata data in sposa contro la sua volontà al vecchio rajah del Bundelcund; e, conoscendo la sorte che l'attendeva, era fuggita, era stata ripresa e destinata dai parenti del rajah, che avevano interesse alla sua morte, a quel sacrificio al quale sembrava non potesse sfuggire.
Il racconto del parsi non fece che confermare Mr. Fogg e i suoi compagni nel loro generoso proposito. Si decise che la guida dirigesse l'elefante verso la pagoda di Pillaji, alla quale si avvicinò dunque il più rapidamente possibile. Mezz'ora dopo si fermarono in un boschetto, a circa cinquecento piedi dalla pagoda, dove erano ben nascosti; ma potevano udire distintamente i gemiti e le grida dei fachiri.
Discussero allora il modo di giungere fino alla vittima. La guida conosceva la pagoda di Pillaji, nella quale, come affermava, era rinchiusa la giovane donna. Sarebbero potuti entrare da una delle porte mentre tutta la banda degli indiani era immersa in un sonno d'ebbrezza, o era più sicuro tentare di aprire un varco nei muri? Questo si poteva stabilire soltanto al momento e sul posto; ma era certo che il rapimento doveva compiersi quella notte stessa, e non quando, allo spuntare del giorno, la vittima fosse condotta al rogo. Allora nessun intervento umano avrebbe potuto salvarla.
Appena scesa la notte, verso le sei, decisero di fare una ricognizione intorno alla pagoda. Le grida dei fachiri si andavano spegnendo; gli indiani stavano sprofondando nell'ebbrezza prodotta dall'oppio liquido mescolato alla canapa, e forse sarebbe stato possibile scivolare fra loro fino al tempio stesso.
Il parsi, alla testa degli altri, strisciò senza rumore attraverso il bosco, e in dieci minuti si trovarono sulle rive di un ruscelletto, da dove, alla luce delle torce di resina, scorsero una catasta di legna sulla cui sommità giaceva il corpo imbalsamato del rajah, che doveva essere bruciato insieme alla moglie. La pagoda, i cui minareti si profilavano sopra gli alberi nel crepuscolo sempre più fitto, sorgeva a cento passi di distanza.
«Venite!» sussurrò la guida.
Scivolò con più cautela che mai attraverso la boscaglia, seguito dai compagni; il silenzio intorno era rotto soltanto dal sommesso mormorio del vento fra i rami.
Presto il parsi si fermò al margine della radura, illuminata dalle torce. Il suolo era coperto di gruppi di indiani, immobili nel loro sonno d'ebbrezza; pareva un campo di battaglia cosparso di morti. Uomini, donne e bambini giacevano alla rinfusa.
Sullo sfondo, fra gli alberi, si profilava distintamente la pagoda di Pillaji. Con gran disappunto della guida, le guardie del rajah, illuminate dalle torce, vegliavano alle porte e andavano avanti e indietro con le sciabole sguainate; probabilmente anche i sacerdoti vegliavano all'interno.
Il parsi, ormai convinto che fosse impossibile forzare l'ingresso del tempio, non avanzò oltre e ricondusse indietro i compagni. Anche Phileas Fogg e sir Francis Cromarty videro che da quella parte non si poteva tentare nulla. Si fermarono e tennero consiglio sottovoce.
«Sono soltanto le otto» disse il generale, «e anche queste guardie potrebbero addormentarsi.»
«Non è impossibile» rispose il parsi.
Si sdraiarono ai piedi di un albero e attesero.
Il tempo sembrava lungo; la guida li lasciava di tanto in tanto per andare in osservazione al margine del bosco, ma le guardie vegliavano senza tregua al bagliore delle torce, e una luce fioca filtrava dalle finestre della pagoda.
Attesero fino a mezzanotte; ma nessun cambiamento si produsse fra le guardie, e divenne evidente che non si poteva contare sul fatto che cedessero al sonno. Bisognava mettere in atto l'altro piano: aprire un varco nei muri della pagoda. Restava da accertare se i sacerdoti vegliassero accanto alla loro vittima con la stessa assiduità dei soldati alla porta.
Dopo un'ultima consultazione, la guida annunciò di essere pronta al tentativo, e avanzò seguita dagli altri. Fecero un giro largo, in modo da raggiungere la pagoda dal retro. Arrivarono ai muri verso mezzanotte e mezzo, senza aver incontrato nessuno; qui non c'erano guardie, né vi erano finestre o porte.
La notte era buia. La luna, al suo ultimo quarto, si alzava appena sull'orizzonte ed era coperta da grosse nubi; l'altezza degli alberi rendeva l'oscurità ancora più fitta.
Non bastava raggiungere i muri; bisognava aprirvi un varco, e per riuscirci la comitiva non aveva che i propri temperini. Per fortuna i muri del tempio erano fatti di mattoni e di legno, che si potevano forare senza molta fatica; tolto un mattone, gli altri avrebbero ceduto facilmente.
Si misero al lavoro senza far rumore, e il parsi da una parte e Passepartout dall'altra cominciarono a smuovere i mattoni in modo da aprire un'apertura larga due piedi. Procedevano rapidamente, quando d'un tratto si udì un grido all'interno del tempio, seguito quasi subito da altre grida che rispondevano dall'esterno. Passepartout e la guida si fermarono. Erano stati sentiti? Si stava dando l'allarme? La più elementare prudenza imponeva loro di ritirarsi, e così fecero, seguiti da Phileas Fogg e da sir Francis. Si nascosero di nuovo nel bosco e attesero che il trambusto, qualunque cosa fosse, cessasse, tenendosi pronti a riprendere senza indugio il loro tentativo. Ma, per colmo di sfortuna, le guardie comparvero ora sul retro del tempio e vi si installarono, pronte a sventare una sorpresa.
Sarebbe difficile descrivere la delusione della comitiva, così interrotta nel suo lavoro. Ora non potevano raggiungere la vittima; come avrebbero potuto salvarla? Sir Francis agitava i pugni, Passepartout era fuori di sé, e la guida digrignava i denti dalla rabbia. L'impassibile Fogg attendeva, senza tradire alcuna emozione.
«Non ci resta che andarcene» sussurrò sir Francis.
«Non ci resta che andarcene» ripeté la guida.
«Aspettate» disse Fogg. «Devo essere ad Allahabad soltanto domani prima di mezzogiorno.»
«Ma che cosa spera di fare?» domandò sir Francis. «Fra poche ore farà giorno, e...»
«L'occasione che ora sembra perduta potrebbe presentarsi all'ultimo momento.»
Sir Francis avrebbe voluto leggere negli occhi di Phileas Fogg. A che cosa pensava quel freddo inglese? Progettava forse di lanciarsi sulla giovane donna nel momento stesso del sacrificio, e di strapparla audacemente ai suoi carnefici?
Sarebbe stata una pura follia, ed era difficile ammettere che Fogg fosse così pazzo. Sir Francis acconsentì tuttavia a restare fino alla fine di quel terribile dramma. La guida li condusse sul fondo della radura, da dove potevano osservare i gruppi addormentati.
Intanto Passepartout, che si era appollaiato sui rami bassi di un albero, stava rimuginando un'idea che dapprima gli era balenata come un lampo e che ora gli si era fissata saldamente nel cervello.
Aveva cominciato col dirsi: «Che follia!», e poi si era ripetuto: «Perché no, dopo tutto? È un'occasione, forse l'unica; e con simili ubriaconi!» Così pensando, scivolò con la flessuosità di un serpente fino ai rami più bassi, le cui estremità si piegavano quasi fino a terra.
Le ore passavano, e le ombre più chiare annunciavano ormai l'avvicinarsi del giorno, benché non facesse ancora luce. Era il momento. La moltitudine addormentata si rianimò, i tamburelli risuonarono, si levarono canti e grida; l'ora del sacrificio era giunta. Le porte della pagoda si spalancarono, e ne uscì una viva luce, in mezzo alla quale Mr. Fogg e sir Francis scorsero la vittima. Sembrava che, scossosi di dosso il torpore dell'ebbrezza, cercasse di sfuggire al suo carnefice. Il cuore di sir Francis batteva forte; e, afferrando convulsamente la mano di Mr. Fogg, vi trovò un coltello aperto. Proprio in quel momento la folla si mise in moto. La giovane donna era ricaduta nel torpore provocato dai fumi della canapa, e passò in mezzo ai fachiri, che la scortavano con le loro selvagge grida religiose.
Phileas Fogg e i suoi compagni, mescolandosi alle ultime file della folla, la seguirono; e in due minuti raggiunsero le rive del ruscello e si fermarono a cinquanta passi dal rogo, sul quale giaceva ancora il cadavere del rajah. Nella penombra videro la vittima, del tutto priva di sensi, distesa accanto al corpo del marito. Poi fu portata una torcia, e la legna, abbondantemente impregnata d'olio, prese fuoco all'istante.

In quel momento sir Francis e la guida trattennero Phileas Fogg, che, in un impeto di folle generosità, stava per slanciarsi verso il rogo. Ma egli li aveva già respinti con forza, quando l'intera scena cambiò d'improvviso. Si levò un grido di terrore. Tutta la moltitudine si prosternò a terra, atterrita.
Il vecchio rajah non era dunque morto, poiché si alzò d'un tratto come uno spettro, prese fra le braccia la moglie e discese dal rogo in mezzo ai vortici di fumo, che rendevano ancora più spettrale il suo aspetto.
Fachiri, soldati e sacerdoti, presi da un improvviso terrore, giacevano là, con la faccia a terra, senza osare alzare gli occhi a contemplare un simile prodigio.
La vittima inanimata era portata dalle braccia vigorose che la sorreggevano, e per le quali non sembrava pesare minimamente. Mr. Fogg e sir Francis erano rimasti in piedi, il parsi aveva chinato il capo, e Passepartout era senza dubbio non meno stupefatto.
Il rajah resuscitato si avvicinò a sir Francis e a Mr. Fogg e disse con tono brusco: «Filiamo!»
Era Passepartout in persona, che si era insinuato sul rogo in mezzo al fumo e, approfittando dell'oscurità ancora incombente, aveva strappato la giovane donna alla morte! Era Passepartout che, recitando la sua parte con felice audacia, era passato in mezzo alla folla fra il terrore generale.
Un attimo dopo tutti e quattro erano scomparsi nel bosco, e l'elefante li portava via a passo rapido. Ma le grida e il clamore, e una palla che forò fischiando il cappello di Phileas Fogg, li avvertirono che l'inganno era stato scoperto.
Il corpo del vecchio rajah, infatti, era ora ricomparso sul rogo in fiamme; e i sacerdoti, riavutisi dal terrore, si erano accorti che era avvenuto un rapimento. Si precipitarono nella foresta, seguiti dai soldati, che spararono una scarica dietro ai fuggiaschi; ma questi aumentarono rapidamente la distanza e ben presto si trovarono fuori dalla portata delle pallottole e delle frecce.