La distanza fra Suez e Aden è esattamente di milletrecentodieci miglia, e i regolamenti della compagnia concedono ai piroscafi centotrentotto ore per percorrerla. Il «Mongolia», grazie ai vigorosi sforzi del macchinista, sembrava destinato, tanta era la sua velocità, a raggiungere la meta con un notevole anticipo. La maggior parte dei passeggeri imbarcati a Brindisi era diretta in India, alcuni a Bombay, altri a Calcutta via Bombay, la via più breve per arrivarci ora che una ferrovia attraversa la penisola indiana. Tra i passeggeri c'erano parecchi funzionari e ufficiali di vario grado, questi ultimi addetti alle forze regolari britanniche o al comando delle truppe sepoy, e lautamente pagati da quando il governo centrale ha assunto i poteri della Compagnia delle Indie Orientali: i sottotenenti ricevono infatti 280 sterline, i brigadieri 2.400 e i generali di divisione 4.000. Tra i militari, parecchi giovani inglesi ricchi in viaggio di piacere e le premure ospitali del commissario di bordo, il tempo passava in fretta sul «Mongolia». A colazione, a pranzo, a cena e allo spuntino delle otto le tavole del salone erano imbandite dei cibi migliori, e le signore cambiavano scrupolosamente toeletta due volte al giorno; e, quando il mare era tranquillo, le ore volavano tra musica, danze e giochi.
Ma il Mar Rosso è pieno di capricci, e spesso burrascoso, come la maggior parte dei golfi lunghi e stretti. Quando il vento soffiava dalla costa africana o da quella asiatica, il «Mongolia», con il suo scafo allungato, rollava spaventosamente. Allora le signore sparivano in fretta sottocoperta; i pianoforti tacevano; canti e danze cessavano d'improvviso. Eppure la brava nave avanzava dritta, senza che vento o onde la rallentassero, verso lo stretto di Bab-el-Mandeb. Che cosa faceva Phileas Fogg durante tutto questo tempo? Si potrebbe credere che, nella sua ansia, stesse continuamente a osservare i mutamenti del vento, il disordinato infuriare dei flutti, ogni circostanza, insomma, che potesse costringere il «Mongolia» a ridurre la velocità e interrompere così il suo viaggio. Ma, se pensava a queste eventualità, non lo lasciava trapelare da alcun segno esteriore.
Sempre lo stesso impassibile socio del Reform Club, che nessun incidente poteva sorprendere, invariabile come i cronometri di bordo, e raramente spinto dalla curiosità anche solo a salire sul ponte, attraversò con fredda indifferenza i memorabili scenari del Mar Rosso; non si curò di riconoscere le città e i villaggi storici che, lungo le sue rive, stagliavano contro il cielo i loro profili pittoreschi; e non mostrò alcun timore per i pericoli del Golfo Arabico, di cui gli antichi storici parlavano sempre con orrore e sul quale gli antichi navigatori non si avventuravano mai senza essersi propiziati gli dèi con abbondanti sacrifici. Come passava il tempo questo eccentrico personaggio sul «Mongolia»? Faceva ogni giorno i suoi quattro abbondanti pasti, incurante del rollio e del beccheggio più ostinati del piroscafo; e giocava instancabilmente a whist, perché aveva trovato compagni appassionati del gioco quanto lui. Un esattore delle imposte diretto al suo posto a Goa, il reverendo Decimus Smith, che tornava alla sua parrocchia di Bombay, e un generale di brigata dell'esercito inglese, che stava per raggiungere la sua brigata a Benares, formavano la compagnia, e con Mr. Fogg giocavano a whist per ore intere in un silenzio assorto.
Quanto a Passepartout, anche lui era sfuggito al mal di mare, e consumava coscienziosamente i suoi pasti nella cabina di prua. Il viaggio gli piaceva piuttosto, perché era ben nutrito e ben alloggiato, si interessava molto ai luoghi che attraversavano e si consolava con l'illusione che il capriccio del padrone sarebbe finito a Bombay. Il giorno dopo la partenza da Suez fu contento di ritrovare sul ponte la persona cortese con cui aveva passeggiato e chiacchierato sulle banchine.
«Se non sbaglio,» disse, avvicinandosi a lui con il suo sorriso più amabile «Lei è il signore che si è offerto così gentilmente di farmi da guida a Suez?»
«Ah! La riconosco benissimo. Lei è il domestico di quello strano inglese...»
«Proprio così, signor...»
«Fix.»
«Monsieur Fix,» riprese Passepartout «sono felice di trovarla a bordo. Dove è diretto?»
«Come Lei, a Bombay.»
«Magnifico! Ha già fatto questo viaggio?»
«Parecchie volte. Sono uno degli agenti della Compagnia Peninsulare.»
«Allora conosce l'India?»
«Be', sì» rispose Fix, che parlava con cautela.
«Un paese curioso, quest'India?»
«Oh, curiosissimo. Moschee, minareti, templi, fachiri, pagode, tigri, serpenti, elefanti! Spero che avrà tutto il tempo di visitarla.»
«Lo spero anch'io, Monsieur Fix. Vede, un uomo di buon senso non dovrebbe passare la vita a saltare da un piroscafo su un treno e da un treno di nuovo su un piroscafo, con la pretesa di fare il giro del mondo in ottanta giorni! No; tutta questa ginnastica, stia certo, finirà a Bombay.»
«E Mr. Fogg sta bene?» domandò Fix, col tono più naturale del mondo.
«Benissimo, e anch'io. Mangio come un orco affamato; è l'aria di mare.»
«Ma non vedo mai il suo padrone sul ponte.»
«Mai; non ha la minima curiosità.»
«Sa, Mr. Passepartout, che questo preteso viaggio in ottanta giorni potrebbe nascondere qualche incarico segreto... forse una missione diplomatica?»
«In fede mia, monsieur Fix, le assicuro che non ne so nulla, e non darei mezza corona per saperlo.»
Dopo questo incontro, Passepartout e Fix presero l'abitudine di chiacchierare insieme, e quest'ultimo si fece un punto d'onore di guadagnarsi la fiducia del brav'uomo. Gli offriva spesso un bicchiere di whisky o di pale ale al bar del piroscafo, che Passepartout non mancava mai di accettare con garbata prontezza, giudicando tra sé Fix il migliore dei buoni compagni.
Intanto il «Mongolia» avanzava rapidamente; il 13 si avvistò Moka, cinta dalle sue mura in rovina su cui crescevano palme da dattero, e sulle montagne retrostanti si scorsero vaste piantagioni di caffè. Passepartout fu rapito alla vista di quel luogo celebre, e pensò che, con le sue mura circolari e il forte smantellato, somigliasse a un'immensa tazza da caffè col suo piattino. La notte seguente passarono lo stretto di Bab-el-Mandeb, che in arabo significa «la Porta delle Lacrime», e il giorno dopo fecero scalo a Steamer Point, a nord-ovest del porto di Aden, per imbarcare carbone. Questa faccenda del rifornimento dei piroscafi è cosa seria, a tali distanze dalle miniere di carbone; costa alla Compagnia Peninsulare circa ottocentomila sterline all'anno. In quei mari lontani il carbone vale tre o quattro sterline la tonnellata.

Il «Mongolia» aveva ancora milleseicentocinquanta miglia da percorrere prima di raggiungere Bombay, e fu costretto a restare quattro ore a Steamer Point per rifornirsi di carbone. Ma questo ritardo, essendo previsto, non intaccava il programma di Phileas Fogg; del resto il «Mongolia», invece di arrivare ad Aden la mattina del 15, come era previsto, vi era giunto la sera del 14, con un guadagno di quindici ore.
Mr. Fogg e il suo domestico scesero a terra ad Aden per far vistare di nuovo il passaporto; Fix, senza farsi notare, li seguì. Ottenuto il visto, Mr. Fogg tornò a bordo per riprendere le sue abitudini di sempre, mentre Passepartout, secondo il solito, se ne andava a zonzo fra la popolazione mista di somali, banian, parsi, ebrei, arabi ed europei che formano i venticinquemila abitanti di Aden. Contemplò con meraviglia le fortificazioni che fanno di quel luogo la Gibilterra dell'Oceano Indiano, e le vaste cisterne alle quali gli ingegneri inglesi lavoravano ancora, duemila anni dopo gli ingegneri di Salomone.
«Curioso, molto curioso!» si disse Passepartout, tornando al piroscafo. «Vedo che viaggiare non è affatto inutile, se si vuol vedere qualcosa di nuovo.» Alle sei di sera il «Mongolia» uscì lentamente dalla rada, e fu presto di nuovo sull'Oceano Indiano. Aveva centosessantotto ore per raggiungere Bombay, e il mare era favorevole, con il vento da nord-ovest e tutte le vele in aiuto alla macchina. Il piroscafo rollava pochissimo; le signore, in toilette fresche, ricomparvero sul ponte, e ripresero i canti e le danze. Il viaggio procedeva nel migliore dei modi, e Passepartout era incantato del simpatico compagno che il caso gli aveva procurato nella persona dell'amabile Fix. Domenica 20 ottobre, verso mezzogiorno, avvistarono la costa indiana: due ore dopo il pilota salì a bordo. Una catena di colline si stagliava contro il cielo all'orizzonte, e presto apparvero distintamente i filari di palme che adornano Bombay. Il piroscafo entrò nella rada formata dalle isole della baia, e alle quattro e mezzo si accostò alle banchine di Bombay.
Phileas Fogg stava terminando il trentatreesimo rubber della traversata, e lui e il suo compagno, con un colpo ardito, avendo fatto tutte e tredici le prese, conclusero questa bella campagna con una brillante vittoria.
Il «Mongolia» era atteso a Bombay il 22; vi arrivò il 20. Era per Phileas Fogg un guadagno di due giorni dalla partenza da Londra, ed egli lo annotò con calma sul suo itinerario, nella colonna dei guadagni.