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Nel quale Passepartout si convince di aver finalmente trovato il suo ideale

Il giro del mondo in ottanta giorni · Jules Verne · tradotto da Claude Opus

«Perbacco,» borbottò Passepartout, un po' frastornato «ho visto da Madame Tussaud personaggi vivaci quanto il mio nuovo padrone!»

I «personaggi» di Madame Tussaud, sia detto per inciso, sono di cera, e a Londra sono molto visitati; non manca loro che la parola per essere umani.

Durante il suo breve colloquio con Mr. Fogg, Passepartout lo aveva osservato con attenzione. Sembrava un uomo sulla quarantina, dai lineamenti fini e belli, alto e ben fatto; capelli e favoriti biondi, fronte liscia e senza rughe, viso piuttosto pallido, denti magnifici. La sua fisionomia possedeva in sommo grado ciò che i fisionomisti chiamano «il riposo nell'azione», qualità propria di coloro che agiscono più che parlare. Calmo e flemmatico, con l'occhio limpido, Mr. Fogg sembrava il tipo perfetto di quella compostezza inglese che Angelica Kauffmann ha così abilmente ritratto sulla tela. Visto nelle varie fasi della sua vita quotidiana, dava l'idea di un essere perfettamente equilibrato, regolato con la precisione di un cronometro di Leroy. Phileas Fogg era infatti l'esattezza personificata, e lo si capiva perfino dall'espressione delle sue mani e dei suoi piedi; perché nell'uomo, come negli animali, le membra stesse esprimono le passioni.

Era così preciso da non avere mai fretta, da essere sempre pronto, ed era ugualmente parco dei suoi passi e dei suoi movimenti. Non faceva mai un passo di troppo e arrivava sempre a destinazione per la via più breve; non faceva gesti superflui, e nessuno l'aveva mai visto commosso o agitato. Era l'uomo meno frettoloso del mondo, eppure arrivava sempre a destinazione nel momento esatto.

Viveva solo e, per così dire, al di fuori di ogni rapporto sociale; e poiché sapeva che a questo mondo bisogna tener conto degli attriti, e che gli attriti rallentano, non si strofinava mai a nessuno.

Quanto a Passepartout, era un vero parigino di Parigi. Da quando aveva abbandonato il suo paese per l'Inghilterra, mettendosi a servizio come cameriere, aveva cercato invano un padrone secondo il suo cuore. Passepartout non era affatto uno di quegli sfrontati sciocchi dipinti da Molière, dallo sguardo ardito e dal naso all'aria; era un bravo ragazzo, dal viso simpatico, le labbra un po' sporgenti, gentile e servizievole, con una bella testa rotonda, di quelle che piace vedere sulle spalle di un amico. Aveva gli occhi azzurri, il colorito rubicondo, la figura quasi corpulenta e ben piantata, il corpo muscoloso, e una forza fisica pienamente sviluppata dagli esercizi della giovinezza. I suoi capelli castani erano un po' arruffati; perché, se gli scultori antichi conoscevano, a quanto si dice, diciotto modi di acconciare la chioma di Minerva, Passepartout ne conosceva uno solo per pettinare la propria: tre colpi di pettine a denti larghi, e la toeletta era fatta.

Sarebbe stato avventato prevedere come l'indole vivace di Passepartout si sarebbe accordata con quella di Mr. Fogg. Era impossibile dire se il nuovo domestico si sarebbe rivelato metodico quanto il padrone esigeva; solo l'esperienza poteva risolvere la questione. Passepartout era stato una specie di vagabondo negli anni giovanili, e ora aspirava al riposo; ma fino ad allora non era riuscito a trovarlo, benché avesse già servito in dieci case inglesi. Non aveva però potuto mettere radici in nessuna di esse; con rammarico, aveva trovato i suoi padroni invariabilmente stravaganti e disordinati, sempre in giro per il paese o in cerca di avventure. Il suo ultimo padrone, il giovane Lord Longferry, membro del Parlamento, dopo aver passato le notti nelle taverne di Haymarket, rientrava troppo spesso al mattino sulle spalle dei poliziotti. Passepartout, desideroso di rispettare il gentiluomo che serviva, si arrischiò a fare una mite rimostranza su una simile condotta; la quale, essendo stata mal accolta, lo indusse a congedarsi. Saputo che Mr. Phileas Fogg cercava un domestico, e che la sua vita era di una regolarità ininterrotta, che non viaggiava né passava mai la notte fuori casa, si sentì sicuro che quello sarebbe stato il posto che cercava. Si presentò, e fu accettato, come si è visto.

Alle undici e mezzo, dunque, Passepartout si trovò solo nella casa di Saville Row. Ne cominciò subito l'ispezione, perlustrandola dalla cantina alla soffitta. Una casa così pulita, ordinata, solenne, gli piacque; gli sembrò un guscio di lumaca, illuminato e riscaldato a gas, che bastava a entrambi gli scopi. Quando Passepartout giunse al secondo piano, riconobbe subito la camera che avrebbe abitato, e ne fu molto soddisfatto. Campanelli elettrici e tubi acustici la mettevano in comunicazione con i piani inferiori; e sul caminetto c'era un orologio elettrico, identico a quello della camera da letto di Mr. Fogg, ed entrambi battevano lo stesso secondo nello stesso istante. «Bene, questo mi va» si disse Passepartout.

A un tratto notò, appeso sopra l'orologio, un cartoncino che, esaminato, si rivelò il programma del servizio quotidiano della casa. Comprendeva tutto ciò che si richiedeva al domestico, dalle otto del mattino, ora esatta in cui Phileas Fogg si alzava, fino alle undici e mezzo, quando usciva di casa per recarsi al Reform Club: tutti i particolari del servizio, il tè e i crostini alle otto e ventitré, l'acqua per la barba alle nove e trentasette, la toeletta alle dieci meno venti. Tutto ciò che si doveva fare dalle undici e mezzo del mattino fino a mezzanotte, ora in cui il metodico gentiluomo si ritirava, era regolato e previsto.

Il guardaroba di Mr. Fogg era ampiamente fornito e del miglior gusto. Ogni paio di calzoni, ogni giacca e ogni panciotto portava un numero, che indicava il periodo dell'anno e la stagione in cui dovevano essere preparati a turno per essere indossati; e lo stesso sistema si applicava alle scarpe del padrone. Insomma, la casa di Saville Row, che doveva essere stata un vero tempio del disordine e dell'agitazione al tempo dell'illustre ma dissipato Sheridan, era l'ideale dell'intimità, del comfort e del metodo. Non c'erano né studio né libri, che a Mr. Fogg sarebbero stati del tutto inutili, dato che al Reform erano a sua disposizione due biblioteche, l'una di letteratura generale, l'altra di diritto e di politica. Nella camera da letto c'era una cassaforte di medie dimensioni, costruita in modo da sfidare il fuoco come i ladri; ma Passepartout non trovò da nessuna parte né armi né fucili da caccia; tutto rivelava le abitudini più tranquille e pacifiche.

Dopo aver esaminato la casa da cima a fondo, si fregò le mani, un ampio sorriso gli illuminò il volto, e disse allegramente: «È proprio quello che volevo! Ah, andremo d'accordo, Mr. Fogg e io! Che gentiluomo casalingo e regolato! Una vera macchina; ebbene, servire una macchina non mi dispiace affatto.»