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I polpi

Ventimila leghe sotto i mari · Jules Verne · tradotto da Claude Opus

Per parecchi giorni il Nautilus si tenne al largo della costa americana. Evidentemente non voleva avventurarsi nelle acque del golfo del Messico o del mare delle Antille. Il 16 aprile avvistammo la Martinica e la Guadalupa a una distanza di circa trenta miglia. Ne scorsi per un istante le alte vette. Il canadese, che contava di mettere in atto i suoi progetti nel golfo, sia approdando a terra, sia accostando una delle numerose barche che fanno cabotaggio da un'isola all'altra, era del tutto scoraggiato. La fuga sarebbe stata assai praticabile, se Ned Land fosse riuscito a impadronirsi della scialuppa all'insaputa del capitano. Ma in pieno oceano non era nemmeno da pensarci. Il canadese, Conseil e io avemmo un lungo colloquio su questo argomento. Da sei mesi eravamo prigionieri a bordo del Nautilus. Avevamo percorso 17.000 leghe e, come diceva Ned Land, non c'era ragione perché la cosa avesse fine. Non potevamo sperare nulla dal capitano del Nautilus, ma soltanto da noi stessi. D'altronde, da qualche tempo egli era diventato più grave, più chiuso, meno socievole. Pareva che mi evitasse. Lo incontravo di rado. Un tempo si compiaceva di spiegarmi le meraviglie sottomarine; ora mi abbandonava ai miei studi e non veniva più nel salone. Quale cambiamento era avvenuto in lui? Per quale causa? Da parte mia, non volevo seppellire con me i miei studi così curiosi e nuovi. Ero ormai in grado di scrivere il vero libro del mare; e questo libro, presto o tardi, volevo che vedesse la luce. La terra più vicina a noi era l'arcipelago delle Bahama. Là si innalzavano alte scogliere sottomarine coperte di grandi alghe. Erano circa le undici quando Ned Land richiamò la mia attenzione su un formidabile brulichio, simile a un formicolio, che si produceva in mezzo alle grandi alghe.

«Ebbene» dissi «queste sono caverne proprio adatte ai polpi, e non mi stupirei di vedere qualcuno di quei mostri.»

«Come!» disse Conseil. «Seppie, vere seppie della classe dei cefalopodi?»

«No» risposi «polpi di dimensioni enormi.»

«Non crederò mai che simili animali esistano» disse Ned.

«Ebbene» disse Conseil con l'aria più seria del mondo «io ricordo perfettamente di aver visto una grande nave trascinata sotto le onde dal braccio di un polpo.»

«Tu l'hai visto?» disse il canadese.

«Sì, Ned.»

«Con i tuoi occhi?»

«Con i miei occhi.»

«E dove, di grazia?»

«A Saint-Malo» rispose Conseil.

«Nel porto?» domandò Ned, ironico.

«No, in una chiesa» replicò Conseil.

«In una chiesa!» esclamò il canadese.

«Sì, amico Ned. In un quadro che rappresenta il polpo in questione.»

«Bene!» disse Ned Land, scoppiando a ridere.

«Ha perfettamente ragione» dissi io. «Ho sentito parlare di quel quadro; ma il soggetto che vi è rappresentato è tratto da una leggenda, e voi sapete che cosa pensare delle leggende in materia di storia naturale. D'altronde, quando si tratta di mostri, l'immaginazione tende facilmente a sbrigliarsi. Non soltanto si è preteso che questi polpi potessero trascinare a fondo le navi, ma un certo Olaus Magnus parla di un polpo lungo un miglio, che somigliava più a un'isola che a un animale. Si racconta anche che il vescovo di Nidros stesse innalzando un altare sopra una roccia immensa. Terminata la messa, la roccia si mise a camminare e se ne tornò in mare. La roccia era un polpo. Un altro vescovo, Pontoppidan, parla anch'egli di un polpo sul quale avrebbe potuto manovrare un reggimento di cavalleria. Infine, gli antichi naturalisti parlano di mostri le cui bocche somigliavano a golfi, e che erano troppo grandi per passare lo stretto di Gibilterra.»

«Ma che cosa c'è di vero in queste storie?» domandò Conseil.

«Nulla, amici miei; almeno di ciò che oltrepassa il limite del vero per giungere alla favola o alla leggenda. Tuttavia, deve pur esserci qualche fondamento all'immaginazione dei narratori. Non si può negare che esistano polpi e seppie di grande specie, inferiori tuttavia ai cetacei. Aristotele ha indicato le dimensioni di una seppia in cinque cubiti, ossia nove piedi e due pollici. I nostri pescatori ne vedono spesso di lunghe più di quattro piedi. Nei musei di Trieste e di Montpellier si conservano alcuni scheletri di polpi che misurano due iarde di lunghezza. Inoltre, secondo i calcoli di alcuni naturalisti, uno di questi animali lungo soltanto sei piedi avrebbe tentacoli lunghi ventisette piedi. Il che basterebbe a farne un mostro formidabile.»

«E al giorno d'oggi se ne pescano?» domandò Ned.

«Se non li pescano, i marinai almeno li vedono. Un mio amico, il capitano Paul Bos, dell'Havre, mi ha spesso affermato di aver incontrato uno di questi mostri di dimensioni colossali nei mari delle Indie. Ma il fatto più sorprendente, e che non permette di negare l'esistenza di questi animali giganteschi, accadde alcuni anni or sono, nel 1861.»

«E qual è questo fatto?» domandò Ned Land.

«Eccolo. Nel 1861, a nord-est di Tenerife, quasi alla stessa latitudine in cui ci troviamo ora, l'equipaggio dell'avviso Alector scorse una seppia mostruosa che nuotava in quelle acque. Il comandante Bouguer si avvicinò all'animale e lo assalì con arpioni e fucili, senza grande successo, perché palle e arpioni scivolavano su quelle carni molli. Dopo parecchi tentativi infruttuosi, l'equipaggio cercò di passare un nodo scorsoio intorno al corpo del mollusco. Il cappio scivolò fino alle pinne caudali e lì si fermò. Tentarono allora di issarlo a bordo, ma il suo peso era così considerevole che la tensione della corda staccò la coda dal corpo, e l'animale, privato di quell'ornamento, scomparve sott'acqua.»

«Davvero! È un fatto?»

«Un fatto indiscutibile, mio buon Ned. Si propose di chiamare quel polpo “seppia di Bouguer”.»

«Quanto era lungo?» domandò il canadese.

«Non misurava circa sei iarde?» disse Conseil, che, appostato al vetro, esaminava di nuovo le irregolari sinuosità della scogliera.

«Precisamente» risposi.

«La sua testa» riprese Conseil «non era coronata da otto tentacoli, che si agitavano nell'acqua come un nido di serpenti?»

«Precisamente.»

«I suoi occhi, posti nella parte posteriore della testa, non avevano uno sviluppo considerevole?»

«Sì, Conseil.»

«E la sua bocca non era simile al becco di un pappagallo?»

«Esattamente, Conseil.»

«Ebbene, non se ne abbia a male il signore» replicò tranquillamente Conseil, «se questa non è la seppia di Bouguer, è per lo meno una delle sue sorelle.»

Guardai Conseil. Ned Land si precipitò al vetro.

«Che bestia orribile!» esclamò.

Guardai a mia volta, e non potei reprimere un gesto di ribrezzo. Davanti ai miei occhi si agitava un mostro orribile, degno di figurare nelle leggende del meraviglioso. Era una seppia immensa, lunga otto iarde. Nuotava di traverso, a grande velocità, nella direzione del Nautilus, fissandoci con i suoi enormi occhi verdi e immobili. Le sue otto braccia, o piuttosto i suoi otto piedi, impiantati sulla testa, che hanno valso a questi animali il nome di cefalopodi, erano lunghi il doppio del corpo e si torcevano come la capigliatura delle Furie. Si distinguevano le duecentocinquanta ventose disposte sulla faccia interna dei tentacoli. La bocca del mostro, un becco corneo simile a quello di un pappagallo, si apriva e si chiudeva verticalmente. La lingua, anch'essa di sostanza cornea, armata di parecchie file di denti aguzzi, usciva fremendo da quella vera e propria cesoia. Quale capriccio della natura, un becco d'uccello in un mollusco! Il corpo, fusiforme, formava una massa carnosa che poteva pesare dalle 4.000 alle 5.000 libbre; il suo colore incostante, mutando con estrema rapidità secondo l'irritazione dell'animale, passava successivamente dal grigio livido al bruno rossastro. Che cosa irritava quel mollusco? Senza dubbio la presenza del Nautilus, più formidabile di lui, e sul quale le sue ventose e le sue mandibole non avevano presa. Eppure, che mostri sono questi polpi! Quale vitalità ha dato loro il Creatore! Quale vigore nei loro movimenti! E possiedono tre cuori! Il caso ci aveva posti in presenza di quella seppia, e io non volevo perdere l'occasione di studiare accuratamente quell'esemplare di cefalopode. Vinsi l'orrore che mi ispirava e, preso un lapis, mi misi a disegnarlo.

«Forse è la stessa che ha visto l'Alector» disse Conseil.

«No» rispose il canadese, «perché questa è intera, e l'altra aveva perduto la coda.»

«Questa non è una ragione» replicai. «Le braccia e la coda di questi animali si riformano rigenerandosi; e in sette anni la coda della seppia di Bouguer ha avuto senza dubbio il tempo di ricrescere.»

Intanto altri polpi erano comparsi al vetro. Ne contai sette. Facevano corteo al Nautilus, e udivo i loro becchi stridere contro lo scafo di ferro. Continuai il mio lavoro. Quei mostri si mantenevano nell'acqua con tale precisione che sembravano immobili. All'improvviso il Nautilus si fermò. Un urto lo fece tremare in tutte le sue lamiere.

«Abbiamo urtato qualcosa?» domandai.

«In ogni caso» rispose il canadese «saremo liberi, perché stiamo galleggiando.»

Il Nautilus galleggiava, senza dubbio, ma non si muoveva. Trascorse un minuto. Il capitano Nemo, seguito dal suo secondo, entrò nel salone. Era da qualche tempo che non lo vedevo. Mi parve cupo. Senza badare a noi né rivolgerci la parola, andò al pannello, guardò i polpi e disse qualche parola al suo secondo. Quest'ultimo uscì. Ben presto i pannelli si chiusero. Il soffitto si illuminò. Mi avvicinai al capitano.

«Una curiosa collezione di polpi?» dissi.

«Sì, davvero, signor naturalista» rispose, «e stiamo per combatterli, corpo a corpo.»

Lo guardai. Credetti di non aver udito bene.

«Corpo a corpo?» ripetei.

«Sì, signore. L'elica è ferma. Credo che le mandibole cornee di una di queste seppie si siano impigliate nelle pale. È questo che ci impedisce di muoverci.»

«E che cosa intende fare?»

«Risalire alla superficie e fare strage di questi parassiti.»

«Un'impresa difficile.»

«Certo. Le pallottole elettriche sono impotenti contro quelle carni molli, dove non trovano resistenza sufficiente per esplodere. Ma li attaccheremo con l'ascia.»

«E con l'arpione, signore» disse il canadese, «se Lei non rifiuta il mio aiuto.»

«Lo accetto, mastro Land.»

«La seguiremo» dissi, e, dietro al capitano Nemo, ci dirigemmo verso la scala centrale.

Là, una decina di uomini armati di asce d'arrembaggio erano pronti all'attacco. Conseil e io prendemmo due asce; Ned Land afferrò un arpione. Il Nautilus era intanto risalito alla superficie. Uno dei marinai, appostato sull'ultimo gradino della scala, svitava i bulloni del portello. Ma le viti erano appena state allentate, quando il portello si sollevò con estrema violenza, evidentemente tirato dalle ventose del braccio di un polpo. Subito uno di quei bracci scivolò come un serpente giù per l'apertura, e venti altri si agitavano al di sopra. Con un colpo d'ascia il capitano Nemo troncò quel formidabile tentacolo, che scivolò contorcendosi lungo la scala. Proprio mentre ci accalcavamo l'uno sull'altro per raggiungere la piattaforma, altre due braccia, sferzando l'aria, si abbatterono sul marinaio che stava davanti al capitano Nemo e lo sollevarono con una forza irresistibile. Il capitano Nemo lanciò un grido e si slanciò fuori. Noi ci precipitammo dietro di lui.

Che scena! L'infelice, afferrato dal tentacolo e incollato alle sue ventose, era sballottato in aria secondo il capriccio di quell'enorme proboscide. Rantolava, soffocava, gridava: «Aiuto! Aiuto!» Quelle parole, pronunciate in francese, mi fecero trasalire! Avevo dunque a bordo un compatriota, forse parecchi! Quel grido straziante! Lo udrò per tutta la vita. L'infelice era perduto. Chi avrebbe potuto strapparlo a quella stretta poderosa? Tuttavia il capitano Nemo si era gettato sul polpo e con un colpo d'ascia gli aveva troncato un braccio. Il suo secondo lottava furiosamente contro altri mostri che strisciavano sui fianchi del Nautilus. L'equipaggio si batteva a colpi d'ascia. Il canadese, Conseil e io affondavamo le nostre armi in quelle masse carnose; un forte odore di muschio impregnava l'aria. Era orribile!

Per un istante credetti che lo sventurato, avvinghiato dal polpo, sarebbe stato strappato alla sua possente ventosa. Sette delle otto braccia erano state troncate. Uno solo si contorceva in aria, brandendo la vittima come una piuma. Ma nel momento stesso in cui il capitano Nemo e il suo secondo si gettavano su di esso, l'animale lanciò un getto di liquido nero. Ne fummo accecati. Quando la nube si dissipò, la seppia era scomparsa, e con essa il mio sventurato compatriota. Dieci o dodici polpi invadevano ora la piattaforma e i fianchi del Nautilus. Rotolavamo alla rinfusa in mezzo a quel nido di serpenti, che si contorcevano sulla piattaforma tra fiotti di sangue e d'inchiostro. Sembrava che quei tentacoli viscidi rinascessero come le teste dell'idra. L'arpione di Ned Land, a ogni colpo, si piantava negli occhi glauchi delle seppie. Ma il mio audace compagno fu d'un tratto rovesciato dai tentacoli di un mostro che non aveva potuto evitare.

Ah, come mi batteva il cuore per l'emozione e l'orrore! Il formidabile becco di una seppia era spalancato sopra Ned Land. L'infelice stava per essere tagliato in due. Corsi in suo soccorso. Ma il capitano Nemo mi aveva preceduto; la sua ascia sparì tra le due enormi mandibole, e il canadese, miracolosamente salvo, rialzatosi, immerse tutto il suo arpione nel triplice cuore del polpo.

Sulla piattaforma spazzata dalla tempesta il capitano Nemo e i suoi uomini brandiscono asce e Ned Land affonda l'arpione mentre enormi tentacoli rossi si levano oltre la ringhiera.

«Dovevo a me stesso questa rivincita!» disse il capitano al canadese.

Ned si inchinò senza rispondere. Il combattimento era durato un quarto d'ora. I mostri, vinti e mutilati, ci lasciarono finalmente e scomparvero sotto le onde. Il capitano Nemo, coperto di sangue, quasi sfinito, contemplava il mare che aveva inghiottito uno dei suoi compagni, e grosse lacrime gli salivano agli occhi.