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Il Leone e l'Unicorno

Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò · Lewis Carroll · tradotto da Claude Opus

Alice sbircia da dietro un albero mentre folle di soldati bianchi degli scacchi e i loro cavalli attraversano il bosco ruzzolando.

Un istante dopo, dei soldati arrivarono di corsa attraverso il bosco, prima a due o tre per volta, poi a dieci o venti insieme, e alla fine in tali folle che parevano riempire l'intera foresta. Alice si mise dietro un albero, per paura di essere travolta, e li guardò passare.

Pensò di non aver mai visto in vita sua dei soldati così malfermi sulle gambe: inciampavano sempre in qualcosa, e ogni volta che uno cadeva, parecchi altri gli cadevano addosso, sicché presto il terreno fu coperto di mucchietti di uomini.

Poi vennero i cavalli. Avendo quattro zampe, se la cavavano un po' meglio dei fanti: ma anche loro ogni tanto incespicavano; e pareva una regola fissa che, ogni volta che un cavallo incespicava, il cavaliere cadesse giù all'istante. La confusione peggiorava di momento in momento, e Alice fu ben contenta di uscire dal bosco in uno spiazzo aperto, dove trovò il Re Bianco seduto per terra, tutto intento a scrivere nel suo taccuino.

«Li ho mandati tutti!», esclamò il Re con tono deliziato, vedendo Alice. «Per caso hai incontrato dei soldati, mia cara, venendo attraverso il bosco?»

«Sì», disse Alice, «parecchie migliaia, direi.»

«Quattromiladuecentosette, questo è il numero esatto», disse il Re, consultando il suo libro. «Non ho potuto mandare tutti i cavalli, sai, perché due servono nella partita. E non ho mandato nemmeno i due Messaggeri. Sono andati tutti e due in città. Guarda un po' lungo la strada, e dimmi se ne vedi qualcuno.»

«Non vedo nessuno sulla strada», disse Alice.

«Vorrei proprio avere occhi come i tuoi», osservò il Re in tono stizzito. «Riuscire a vedere Nessuno! E a quella distanza, per giunta! Ma come, io con questa luce faccio già fatica a vedere le persone vere!»

Tutto questo andò perso per Alice, che guardava ancora attentamente lungo la strada, riparandosi gli occhi con una mano. «Adesso vedo qualcuno!», esclamò alla fine. «Ma viene avanti molto lentamente... e che pose curiose assume!» (Perché il messaggero, mentre veniva avanti, continuava a saltellare su e giù e a contorcersi come un'anguilla, con le sue grandi mani aperte a ventaglio ai due lati.)

Alice si ripara gli occhi con la mano su una strada di campagna accanto al Re Bianco, mentre in lontananza la lepre Lhepre arriva saltellando e contorcendosi.

«Niente affatto», disse il Re. «È un Messaggero anglosassone, e quelli sono atteggiamenti anglosassoni. Li fa solo quando è contento. Si chiama Lhepre.» (Lo pronunciava in modo che facesse rima con «lepre».)

«Amo il mio amore con la L», non poté fare a meno di cominciare Alice, «perché è Lieto. Lo detesto con la L, perché è Laido. Lo nutro di... di... di panini al Lardo e di Lattuga. Si chiama Lhepre, e abita...»

«Abita sul Lago», osservò semplicemente il Re, senza la minima idea di partecipare al gioco, mentre Alice esitava ancora cercando il nome di una città che cominciasse con la L. «L'altro Messaggero si chiama Kappell. Devo averne due, sai, per andare e venire. Uno per andare, e uno per venire.»

«Chiedo scusa?», disse Alice.

«Non è rispettabile andare in giro a chiedere», disse il Re.

«Volevo solo dire che non avevo capito», disse Alice. «Perché uno per andare e uno per venire?»

«Non te l'ho detto?», ripeté il Re con impazienza. «Devo averne due, per prendere e portare. Uno per prendere, e uno per portare.»

In quel momento arrivò il Messaggero: era troppo senza fiato per dire una parola, e riusciva solo ad agitare le mani e a fare le smorfie più spaventose al povero Re.

«Questa signorina ti ama con la L», disse il Re, presentandogli Alice nella speranza di distogliere da sé l'attenzione del Messaggero; ma fu inutile: gli atteggiamenti anglosassoni diventavano sempre più straordinari, e i grandi occhi roteavano furiosamente da una parte all'altra.

«Mi spaventi!», disse il Re. «Mi sento svenire... Dammi un panino al lardo!»

Al che il Messaggero, con gran divertimento di Alice, aprì una borsa che gli pendeva dal collo e porse un panino al Re, che lo divorò avidamente.

Lhepre porge al Re Bianco un panino preso dalla sua borsa, il Re lo divora e Alice ride con la mano davanti alla bocca.

«Un altro panino!», disse il Re.

«Non è rimasta che lattuga», disse il Messaggero, sbirciando nella borsa.

«Lattuga, allora», mormorò il Re in un debole sussurro.

Alice fu contenta di vedere che questo lo rianimava parecchio. «Non c'è niente come mangiare lattuga quando ci si sente svenire», le disse lui, masticando di gusto.

«Io penserei che vi farebbe meglio una secchiata d'acqua fredda», suggerì Alice, «o un po' di sali.»

«Non ho detto che non ci fosse niente di meglio», rispose il Re. «Ho detto che non c'era niente come quella.» E Alice non osò contraddirlo.

«Chi hai incontrato per strada?», proseguì il Re, tendendo la mano al Messaggero per avere un altro po' di lattuga.

«Nessuno», disse il Messaggero.

«Giustissimo», disse il Re, «l'ha visto anche questa signorina. Quindi è chiaro che Nessuno cammina più piano di te.»

«Faccio del mio meglio», disse il Messaggero in tono imbronciato. «Sono sicuro che nessuno cammina molto più svelto di me!»

«Non può essere», disse il Re, «altrimenti sarebbe arrivato qui per primo. Comunque, adesso che hai ripreso fiato, puoi raccontarci che cosa è successo in città.»

«Ve lo dirò sottovoce», disse il Messaggero, portandosi le mani alla bocca a forma di tromba e chinandosi per arrivare vicino all'orecchio del Re. Alice ne fu dispiaciuta, perché voleva sentire anche lei le notizie. Invece di sussurrare, però, lui si mise semplicemente a urlare a squarciagola: «Hanno ricominciato!»

Lhepre grida nell'orecchio del Re Bianco con le zampe a coppa, e il Re, spaventato, fa un salto e lascia cadere il libro mentre Alice guarda.

«E questo lo chiami sussurrare?», gridò il povero Re, balzando in piedi e scrollandosi tutto. «Se rifai una cosa simile, ti faccio imburrare! Mi ha attraversato la testa da parte a parte come un terremoto!»

«Dovrebbe essere un terremoto piccolissimo!», pensò Alice. «Chi è che ha ricominciato?», si azzardò a chiedere.

«Ma il Leone e l'Unicorno, naturalmente», disse il Re.

«Che si battono per la corona?»

«Sì, certo», disse il Re, «e il bello dello scherzo è che la corona è sempre stata mia! Corriamo a vederli.» E partirono al trotto, mentre Alice, correndo, ripeteva fra sé le parole della vecchia canzone:

«Il Leone e l'Unicorno lottavano per la corona: per tutta la città il Leone l'Unicorno bastona. Chi diede loro pan bianco, e chi diede pan scuro; chi torta di prugne, e poi fuori dalle mura a suon di tamburo.»

«Chi... vince... prende... la corona?», domandò come meglio poteva, perché la corsa le stava togliendo tutto il fiato.

«Santo cielo, no!», disse il Re. «Che idea!»

«Sareste... così buono», ansimò Alice, dopo aver corso ancora un poco, «da fermarvi un minuto... solo per riprendere... un po' di fiato?»

«Buono lo sono abbastanza», disse il Re, «solo che non sono abbastanza forte. Vedi, un minuto passa così terribilmente in fretta. Tanto varrebbe cercare di fermare un Bandagrinfio!»

Alice non aveva più fiato per parlare, così continuarono a trottare in silenzio, finché non arrivarono in vista di una gran folla, in mezzo alla quale il Leone e l'Unicorno si stavano battendo. Erano avvolti in una tale nuvola di polvere che sulle prime Alice non riuscì a capire chi fosse l'uno e chi l'altro: ma presto riuscì a distinguere l'Unicorno dal corno.

Alice e il Re Bianco arrivano di corsa tra una folla festante, dove il Leone e l'Unicorno si azzuffano in una grande nuvola di polvere.

Si misero vicino al punto dove stava Kappell, l'altro messaggero, a guardare il combattimento, con una tazza di tè in una mano e una fetta di pane e burro nell'altra.

«È appena uscito di prigione, e quando ce l'hanno mandato non aveva finito il suo tè», sussurrò Lhepre ad Alice, «e là dentro danno soltanto gusci d'ostrica: così, vedi, ha una gran fame e una gran sete. Come stai, caro figliolo?», proseguì, passando affettuosamente un braccio intorno al collo di Kappell.

Kappell si voltò, fece di sì con la testa e continuò a mangiare il suo pane e burro.

«Eri contento in prigione, caro figliolo?», disse Lhepre.

Kappell si voltò ancora una volta, e questa volta una lacrima o due gli scesero lungo la guancia: ma non volle dire una parola.

Kappell mastica pane e burro con una tazza di tè in mano e una lacrima sulla guancia, mentre Lhepre sussurra qualcosa ad Alice e il Re Bianco osserva.

«Parla, no?», gridò Lhepre con impazienza. Ma Kappell continuò soltanto a masticare, e bevve ancora un po' di tè.

«Parla, vuoi?», gridò il Re. «Come procede il combattimento?»

Kappell fece uno sforzo disperato e inghiottì un grosso pezzo di pane e burro. «Procede benissimo», disse con voce strozzata, «sono andati giù tutti e due un'ottantasettina di volte.»

«Allora suppongo che presto porteranno il pan bianco e il pan scuro?», si azzardò a osservare Alice.

«È già lì che li aspetta», disse Kappell, «questo che mi mangio è un pezzo di quello.»

In quel momento ci fu una pausa nel combattimento, e il Leone e l'Unicorno si sedettero, ansimando, mentre il Re gridava: «Dieci minuti per i rinfreschi!» Lhepre e Kappell si misero subito al lavoro, portando in giro rozzi vassoi di pane bianco e scuro. Alice ne prese un pezzo per assaggiarlo, ma era molto secco.

Il Leone e l'Unicorno riposano sull'erba mentre Lhepre e Kappell portano vassoi di pane bianco e nero, e Alice sbocconcella un pezzo secco.

«Non credo che oggi combatteranno ancora», disse il Re a Kappell, «va' a ordinare ai tamburi di cominciare.» E Kappell se ne andò balzellando come una cavalletta.

Per un paio di minuti Alice rimase in silenzio a guardarlo. All'improvviso si illuminò. «Guardate, guardate!», gridò, indicando tutta eccitata. «C'è la Regina Bianca che corre per la campagna! È uscita volando da quel bosco laggiù... Come corrono veloci, queste Regine!»

«Avrà qualche nemico alle calcagna, senza dubbio», disse il Re, senza nemmeno voltarsi. «Quel bosco ne è pieno.»

«Ma non correte ad aiutarla?», domandò Alice, molto sorpresa che lui la prendesse con tanta calma.

«Inutile, inutile!», disse il Re. «Corre così terribilmente in fretta. Tanto varrebbe cercare di acchiappare un Bandagrinfio! Ma, se vuoi, prenderò un appunto su di lei... È una cara, buona creatura», ripeté piano fra sé, aprendo il taccuino. «“Creatura” si scrive con due “r”?»

In quel momento l'Unicorno passò accanto a loro a passo tranquillo, con le mani in tasca. «Stavolta ho avuto la meglio io, no?», disse al Re, lanciandogli appena un'occhiata mentre passava.

«Un poco... un poco», rispose il Re, piuttosto nervoso. «Non avresti dovuto infilzarlo con il corno, sai.»

«Non gli ha fatto male», disse l'Unicorno con noncuranza, e stava per proseguire quando per caso il suo sguardo cadde su Alice: si voltò di scatto, e rimase un bel po' a guardarla con un'aria del più profondo disgusto.

L'Unicorno, con le mani in tasca, fissa Alice dall'alto con stupore altezzoso, mentre lei lo guarda incuriosita.

«Che... cos'è... questo?», disse alla fine.

«Questo è un bambino!», rispose premuroso Lhepre, mettendosi davanti ad Alice per presentarla, e allargando tutte e due le mani verso di lei in un atteggiamento anglosassone. «L'abbiamo trovato proprio oggi. È grande al naturale, e naturale il doppio!»

«Ho sempre pensato che fossero mostri favolosi!», disse l'Unicorno. «È vivo?»

«Sa parlare», disse Lhepre solennemente.

L'Unicorno guardò Alice con aria sognante e disse: «Parla, bambino.»

Alice non poté impedire alle sue labbra di incurvarsi in un sorriso mentre cominciava: «Sapete, anch'io ho sempre pensato che gli Unicorni fossero mostri favolosi! Non ne avevo mai visto uno vivo!»

«Be', ora che ci siamo visti a vicenda», disse l'Unicorno, «se tu crederai in me, io crederò in te. Affare fatto?»

«Sì, se vi fa piacere», disse Alice.

«Su, tira fuori la torta di prugne, vecchio mio!», proseguì l'Unicorno, voltandosi da lei verso il Re. «Niente pane scuro per me!»

«Certo... certo!», borbottò il Re, e fece segno a Lhepre. «Apri la borsa!», sussurrò. «Presto! Non quella... quella è piena di lattuga!»

Lhepre tirò fuori dalla borsa una grossa torta e la diede da tenere ad Alice, mentre lui tirava fuori un piatto e un coltello da trinciare. Come potessero uscire tutte quelle cose dalla borsa, Alice non riusciva a immaginarlo. Era proprio come un gioco di prestigio, pensò.

Nel frattempo il Leone li aveva raggiunti: aveva l'aria molto stanca e assonnata, e gli occhi socchiusi. «Che cos'è questo!», disse, sbattendo pigramente le palpebre verso Alice, e parlando con una voce profonda e cavernosa che sembrava il rintocco di una grande campana.

Alice tiene una grande torta di prugne mentre Lhepre tira fuori dalla borsa un piatto e un coltello, e il Leone assonnato e l'Unicorno guardano.

«Ah, che cos'è, eh?», esclamò l'Unicorno tutto eccitato. «Non indovinerai mai! Io non ci sono riuscito.»

Il Leone guardò Alice con aria stanca. «Sei animale... vegetale... o minerale?», disse, sbadigliando una parola sì e una no.

«È un mostro favoloso!», gridò l'Unicorno, prima che Alice potesse rispondere.

«Allora fa' girare la torta di prugne, Mostro», disse il Leone, sdraiandosi e appoggiando il mento sulle zampe. «E sedetevi, voi due» (al Re e all'Unicorno), «e con la torta si fa a parti giuste, intesi!»

Il Re era evidentemente molto a disagio a doversi sedere fra quelle due grandi creature; ma non c'era altro posto per lui.

«Che bel combattimento potremmo fare adesso per la corona!», disse l'Unicorno, alzando un'occhiata furba verso la corona, che il povero Re stava quasi per scrollarsi via dalla testa, tanto tremava.

«Vincerei io, facile», disse il Leone.

«Non ne sarei così sicuro», disse l'Unicorno.

«Ma come, ti ho bastonato per tutta la città, fifone!», rispose il Leone con rabbia, sollevandosi a metà mentre parlava.

A questo punto il Re intervenne, per impedire che il litigio continuasse: era molto nervoso, e la voce gli tremava tutta. «Per tutta la città?», disse. «È un bel pezzo di strada. Siete passati dal ponte vecchio o dalla piazza del mercato? La vista più bella si ha dal ponte vecchio.»

«Non ne ho la più pallida idea», brontolò il Leone, sdraiandosi di nuovo. «C'era troppa polvere per vedere qualcosa. Quanto ci mette il Mostro a tagliare quella torta!»

Alice si era seduta sulla riva di un ruscelletto, con il grande piatto sulle ginocchia, e segava diligentemente con il coltello. «È proprio irritante!», disse, in risposta al Leone (si stava ormai abituando a farsi chiamare «il Mostro»). «Ho già tagliato parecchie fette, ma si riattaccano sempre!»

Alice, seduta accanto a un ruscello, taglia una torta di prugne sul piatto che tiene in grembo, mentre il Leone, il Re Bianco tutto nervoso e l'Unicorno aspettano lì vicino.

«Non sai come si trattano le torte dello Specchio», osservò l'Unicorno. «Prima falla girare, e poi tagliala.»

Sembrava un'assurdità, ma Alice, molto obbediente, si alzò e fece fare il giro al piatto, e intanto la torta si divise da sola in tre pezzi. «Adesso tagliala», disse il Leone, mentre lei tornava al suo posto con il piatto vuoto.

«Ehi, così non è giusto!», gridò l'Unicorno, mentre Alice se ne stava seduta con il coltello in mano, tutta perplessa su come cominciare. «Il Mostro ha dato al Leone il doppio che a me!»

«Comunque per sé non ne ha tenuta niente», disse il Leone. «Ti piace la torta di prugne, Mostro?»

Ma prima che Alice potesse rispondergli, i tamburi cominciarono.

Da dove venisse il rumore, non riusciva a capirlo: l'aria pareva piena di quel frastuono, che le rimbombava nella testa da parte a parte finché si sentì del tutto assordata. Balzò in piedi e, terrorizzata, saltò al di là del ruscelletto,


e fece appena in tempo a vedere il Leone e l'Unicorno alzarsi in piedi, con l'aria furiosa per essere stati interrotti nel loro banchetto, prima di cadere in ginocchio e di tapparsi le orecchie con le mani, cercando invano di non sentire quello spaventoso baccano.

Il rullo dei tamburi riempie l'aria: Alice è inginocchiata oltre il ruscello con le mani sulle orecchie, e il Leone e l'Unicorno, imbronciati, si alzano accanto a un piatto vuoto.

«Se questo non li caccia “fuori dalle mura a suon di tamburo”», pensò fra sé, «non ci riuscirà mai niente!»