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La Casa dello Specchio

Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò · Lewis Carroll · tradotto da Claude Opus

Accanto al camino una gatta tigrata lava il muso a un gattino bianco, mentre un gattino nero si rotola in un groviglio di lana grigia.

Una cosa era certa: la gattina bianca non c'entrava per niente — la colpa era tutta della gattina nera. Perché da un quarto d'ora la gattina bianca si faceva lavare il muso dalla vecchia gatta (e lo sopportava piuttosto bene, tutto considerato); quindi, vedete, non poteva aver avuto parte nel misfatto.

Ecco come Dina lavava il muso ai suoi piccoli: prima teneva ferma la povera bestiola per un orecchio con una zampa, e poi con l'altra zampa le strofinava tutto il muso, contropelo, cominciando dal naso: e proprio in quel momento, come ho detto, era tutta presa dalla gattina bianca, che se ne stava distesa immobile e cercava di fare le fusa — senza dubbio convinta che fosse tutto per il suo bene.

Ma con la gattina nera Dina aveva finito già nel primo pomeriggio, e così, mentre Alice stava raggomitolata in un angolo della grande poltrona, mezzo parlando da sola e mezzo addormentata, la gattina si era fatta una gran bella partita a rincorrere il gomitolo di lana che Alice aveva cercato di avvolgere, e l'aveva fatto rotolare su e giù finché non si era disfatto tutto di nuovo; ed eccolo lì, sparso sul tappeto davanti al camino, tutto nodi e grovigli, con la gattina che si rincorreva la coda nel bel mezzo.

«Oh, cattiva, cattivissima!», esclamò Alice, acchiappando la gattina e dandole un bacetto per farle capire che era in disgrazia. «Davvero, Dina avrebbe dovuto insegnarti un po' di educazione! Avresti dovuto, Dina, lo sai che avresti dovuto!», aggiunse, guardando con rimprovero la vecchia gatta e parlando con la voce più arrabbiata che le riuscisse — e poi si arrampicò di nuovo sulla poltrona, portandosi dietro la gattina e la lana, e ricominciò ad avvolgere il gomitolo. Ma non andava molto svelta, perché parlava tutto il tempo, a volte con la gattina e a volte con se stessa. Kitty se ne stava seduta tutta compita sulle sue ginocchia, facendo finta di seguire i progressi del gomitolo, e ogni tanto allungava una zampa e toccava piano piano la lana, come se fosse ben contenta di aiutare, se solo le fosse permesso.

Alice, seduta in una grande poltrona, avvolge un gomitolo di lana con Kitty in grembo, mentre Dina la guarda dal tappeto.

«Lo sai che giorno è domani, Kitty?», cominciò Alice. «Lo avresti indovinato se fossi stata su alla finestra con me — solo che Dina ti stava facendo la toletta, e così non potevi. Guardavo i ragazzi che raccoglievano la legna per il falò — e ce ne vuole un mucchio, di legna, Kitty! Solo che si è fatto così freddo, e nevicava tanto, che hanno dovuto smettere. Non importa, Kitty, domani andremo a vedere il falò.» A questo punto Alice avvolse due o tre giri di lana intorno al collo della gattina, giusto per vedere che effetto faceva: ne nacque un parapiglia, durante il quale il gomitolo rotolò sul pavimento e se ne svolsero di nuovo iarde e iarde.

«Sai, ero così arrabbiata, Kitty», proseguì Alice appena si furono di nuovo sistemate per bene, «quando ho visto tutti i guai che avevi combinato, che per poco non aprivo la finestra e ti mettevo fuori nella neve! E te lo saresti meritato, piccola peste adorata! Che cos'hai da dire a tua discolpa? E adesso non interrompermi!», continuò, alzando un dito. «Ti elencherò tutte le tue colpe. Numero uno: stamattina, mentre Dina ti lavava il muso, hai squittito due volte. E non puoi negarlo, Kitty: ti ho sentita! Come dici?» (facendo finta che la gattina parlasse). «Ti è finita la zampa nell'occhio? Be', è colpa tua, perché tenevi gli occhi aperti — se li avessi chiusi ben stretti, non sarebbe successo. E adesso basta con le scuse, e ascolta! Numero due: hai tirato via Bucaneve per la coda proprio mentre le avevo messo davanti il piattino del latte! Come, avevi sete, eh? E come fai a sapere che non avesse sete anche lei? E adesso il numero tre: mi hai disfatto tutto il gomitolo mentre non guardavo!

Sono tre colpe, Kitty, e non sei ancora stata punita per nessuna. Sai che metto da parte tutte le tue punizioni per mercoledì a otto — e se mettessero da parte tutte le mie punizioni?», continuò, parlando più a se stessa che alla gattina. «Che cosa farebbero alla fine dell'anno? Mi manderebbero in prigione, immagino, quando arrivasse il giorno. Oppure — vediamo — supponiamo che ogni punizione fosse restare senza pranzo: allora, quando arrivasse quel giorno disgraziato, dovrei restare senza cinquanta pranzi in una volta sola! Be', non me ne importerebbe poi tanto! Preferirei di gran lunga farne a meno che mangiarmeli tutti!

Senti la neve contro i vetri, Kitty? Che suono bello e morbido! Proprio come se qualcuno, fuori, baciasse la finestra dappertutto. Chissà se la neve vuole bene agli alberi e ai campi, che li bacia con tanta dolcezza? E poi li copre ben bene, sai, con una trapunta bianca; e forse dice: “Dormite, tesori, finché non torna l'estate”. E quando si svegliano d'estate, Kitty, si vestono tutti di verde, e ballano — ogni volta che soffia il vento — oh, è proprio bello!», esclamò Alice, lasciando cadere il gomitolo per battere le mani. «E vorrei tanto che fosse vero! Di sicuro in autunno i boschi hanno l'aria assonnata, quando le foglie diventano marroni.

Kitty, sai giocare a scacchi? Su, non sorridere, cara, te lo chiedo sul serio. Perché, quando stavamo giocando poco fa, guardavi proprio come se ci capissi qualcosa: e quando ho detto “Scacco!” hai fatto le fusa! Be', era proprio un bello scacco, Kitty, e avrei anche potuto vincere, se non fosse stato per quel brutto Cavaliere che è venuto a zigzagare in mezzo ai miei pezzi. Kitty, cara, facciamo finta che...» E qui vorrei potervi raccontare almeno la metà delle cose che Alice diceva cominciando con la sua frase preferita: «Facciamo finta che». Proprio il giorno prima aveva avuto una lunga discussione con sua sorella — tutto perché Alice aveva cominciato con «Facciamo finta di essere re e regine»; e sua sorella, a cui piaceva essere molto precisa, aveva obiettato che non si poteva, perché erano soltanto in due, e alla fine Alice si era ridotta a dire: «Be', allora tu puoi essere una di loro, e io sarò tutti gli altri». E una volta aveva spaventato sul serio la sua vecchia balia gridandole all'improvviso in un orecchio: «Balia! Facciamo finta che io sia una iena affamata, e tu un osso!»

Ma questo ci allontana dal discorso di Alice alla gattina. «Facciamo finta che tu sia la Regina Rossa, Kitty! Sai, credo che se ti mettessi seduta dritta e incrociassi le braccia saresti tale e quale a lei. Su, prova, da brava!» E Alice prese la Regina Rossa dal tavolo e la mise ritta davanti alla gattina, come modello da imitare: però la cosa non riuscì, soprattutto, disse Alice, perché la gattina non voleva incrociare le braccia come si deve. Così, per punirla, la sollevò davanti allo specchio, perché vedesse com'era imbronciata — «e se non fai la brava subito», aggiunse, «ti faccio passare dall'altra parte, nella Casa dello Specchio. Ti piacerebbe?»

«Allora, se solo stai attenta, Kitty, e non chiacchieri tanto, ti racconterò tutto quello che penso della Casa dello Specchio. Prima di tutto c'è la stanza che si vede attraverso il vetro — è tale e quale al nostro salotto, solo che le cose vanno al contrario. Quando salgo su una sedia la vedo tutta — tutta tranne il pezzetto dietro il camino. Oh! Come vorrei vedere quel pezzetto! Mi piacerebbe tanto sapere se d'inverno accendono il fuoco: non si può mai sapere, capisci, a meno che il nostro camino non faccia fumo, e allora il fumo sale anche in quella stanza — ma potrebbe essere soltanto una finta, giusto per far credere che abbiano il fuoco acceso. Be', e poi i libri somigliano ai nostri libri, solo che le parole vanno nel verso sbagliato; lo so perché ho tenuto uno dei nostri libri davanti al vetro, e allora loro ne tengono uno nell'altra stanza.

In ginocchio sulla poltrona, Alice solleva Kitty davanti all'alto specchio dorato sopra il camino perché vedano il loro riflesso.

Ti piacerebbe vivere nella Casa dello Specchio, Kitty? Chissà se là dentro ti darebbero il latte? Forse il latte dello Specchio non è buono da bere... Ma oh, Kitty! adesso arriviamo al corridoio. Se lasci spalancata la porta del nostro salotto, si riesce appena a dare una sbirciatina al corridoio della Casa dello Specchio: e per quel che si vede somiglia molto al nostro corridoio, solo che, sai, più in là potrebbe essere tutto diverso. Oh, Kitty! come sarebbe bello se solo riuscissimo a passare nella Casa dello Specchio! Sono sicura che ci sono, oh! delle cose bellissime là dentro! Facciamo finta che ci sia un modo per passarci, in qualche maniera, Kitty. Facciamo finta che il vetro sia diventato tutto morbido come un velo, così che possiamo passarci attraverso. Ma guarda, adesso si sta trasformando in una specie di nebbia, parola mia! Sarà facilissimo passare dall'altra parte...» Mentre lo diceva era già in piedi sulla mensola del camino, anche se non sapeva bene come ci fosse arrivata. E il vetro, senza dubbio, cominciava a sciogliersi, proprio come una luminosa nebbia d'argento.

Alice, inginocchiata sulla mensola del camino, allunga le mani nello specchio, che si scioglie come una lucente nebbia d'argento.

Un attimo dopo Alice era passata attraverso il vetro, ed era saltata giù con leggerezza nella stanza dello Specchio. La primissima cosa che fece fu guardare se nel camino c'era il fuoco, e fu molto contenta di scoprire che ce n'era uno vero, che ardeva vivace proprio come quello che si era lasciata alle spalle. «Così qui starò al caldo come nella vecchia stanza», pensò Alice, «anzi, più al caldo, perché qui non ci sarà nessuno a sgridarmi per allontanarmi dal fuoco. Oh, che divertimento quando mi vedranno attraverso il vetro, qui dentro, e non potranno acchiapparmi!»

Poi cominciò a guardarsi intorno, e notò che quel che si poteva vedere dalla vecchia stanza era del tutto comune e senza interesse, ma che tutto il resto era il più diverso possibile. Per esempio, i quadri appesi alla parete vicino al fuoco sembravano tutti vivi, e perfino l'orologio sulla mensola del camino (sapete che nello specchio se ne vede soltanto il retro) aveva la faccia di un vecchietto, e le sorrideva.

Nella stanza dello Specchio Alice guarda deliziata un fuoco scoppiettante, quadri sorridenti e un orologio sul camino con la faccia sogghignante di un vecchietto.

«Questa stanza non la tengono in ordine come l'altra», pensò Alice tra sé, notando parecchi pezzi degli scacchi giù nel focolare, in mezzo alla cenere: ma un attimo dopo, con un piccolo «Oh!» di sorpresa, era carponi a osservarli. I pezzi degli scacchi andavano a spasso, a due a due!

«Ecco il Re Rosso e la Regina Rossa», disse Alice (in un bisbiglio, per paura di spaventarli), «e là ci sono il Re Bianco e la Regina Bianca seduti sull'orlo della paletta — e qui ci sono due torri che passeggiano a braccetto — non credo che mi sentano», continuò, mentre abbassava ancora di più la testa, «e sono quasi sicura che non mi vedono. Mi sento come se fossi diventata invisibile...»

Carponi, Alice osserva minuscoli scacchi vivi nel focolare: il Re Rosso e la Regina Rossa, il Re Bianco e la Regina Bianca sulla paletta e due torri a braccetto.

In quel momento qualcosa cominciò a strillare sul tavolo dietro di lei, e Alice si voltò giusto in tempo per vedere uno dei Pedoni Bianchi rotolare sulla schiena e mettersi a scalciare: lo osservò con grande curiosità per vedere che cosa sarebbe successo poi.

«È la voce della mia bambina!», gridò la Regina Bianca, precipitandosi oltre il Re con tanta furia da rovesciarlo in mezzo alla cenere. «La mia preziosa Lily! La mia gattina imperiale!», e cominciò ad arrampicarsi freneticamente su per il parafuoco.

La minuscola Regina Bianca corre via gridando e fa cadere il Re Bianco nella cenere, mentre un pedoncino bianco strilla e Alice osserva.

«Gattina imperiale un corno!», disse il Re, strofinandosi il naso, che si era fatto male nella caduta. Aveva qualche ragione di essere un po' seccato con la Regina, perché era coperto di cenere dalla testa ai piedi.

Alice aveva una gran voglia di rendersi utile e, siccome la povera piccola Lily strillava tanto che per poco non le veniva una convulsione, prese in fretta la Regina e la posò sul tavolo, accanto alla sua chiassosa figlioletta.

Alice solleva delicatamente in aria la piccola Regina Bianca senza fiato e la posa sul tavolo accanto alla sua figlioletta pedone che piange.

La Regina rimase senza fiato, e si sedette: il rapido viaggio per aria le aveva proprio tolto il respiro, e per un paio di minuti non riuscì a far altro che stringersi in silenzio la piccola Lily. Appena ebbe ripreso un po' di fiato, gridò al Re Bianco, che se ne stava imbronciato in mezzo alla cenere: «Attento al vulcano!»

«Quale vulcano?», disse il Re, guardando ansioso su verso il fuoco, come se pensasse che fosse il posto più probabile per trovarne uno.

«Mi — ha — sparata in aria», ansimò la Regina, che aveva ancora un po' il fiato corto. «Bada di salire — nel modo regolare — non farti sparare in aria!»

Alice guardava il Re Bianco che si arrampicava lentamente, a fatica, da una sbarra all'altra, finché alla fine disse: «Ma di questo passo ci metterai ore e ore ad arrivare al tavolo. Farei molto meglio ad aiutarti, non ti pare?» Ma il Re non fece caso alla domanda: era chiarissimo che non poteva né sentirla né vederla.

Così Alice lo prese su con grande delicatezza, e lo sollevò di là più lentamente di quanto avesse sollevato la Regina, per non togliergli il fiato: ma, prima di posarlo sul tavolo, pensò che tanto valeva spolverarlo un po', tanto era coperto di cenere.

Raccontò poi di non aver mai visto in tutta la sua vita una faccia come quella che fece il Re quando si ritrovò sospeso in aria da una mano invisibile, e spolverato per giunta: era troppo sbalordito per gridare, ma i suoi occhi e la sua bocca continuavano a farsi sempre più grandi, e sempre più tondi, finché la mano di Alice prese a tremare tanto dal ridere che per poco non lo lasciò cadere sul pavimento.

Ridendo, Alice tiene sollevato in aria il minuscolo Re Bianco e lo spolvera con un panno, mentre lui sgrana per lo stupore occhi e bocca.

«Oh! ti prego, non fare quelle facce, caro!», esclamò, dimenticando del tutto che il Re non poteva sentirla. «Mi fai ridere tanto che riesco a malapena a tenerti! E non tenere la bocca così spalancata! Ci entrerà tutta la cenere — ecco, adesso mi pare che tu sia abbastanza in ordine!», aggiunse, mentre gli lisciava i capelli e lo posava sul tavolo vicino alla Regina.

Il Re cadde subito lungo disteso sulla schiena, e rimase perfettamente immobile: e Alice si spaventò un poco per quel che aveva fatto, e fece il giro della stanza per vedere se trovava un po' d'acqua da gettargli addosso. Però non trovò altro che una bottiglia d'inchiostro, e quando tornò indietro con quella scoprì che si era ripreso, e che lui e la Regina parlavano fra loro in un bisbiglio spaventato: così basso che Alice riusciva a malapena a sentire quel che dicevano.

Il Re stava dicendo: «Ti assicuro, mia cara, che mi sono sentito gelare fino alla punta dei baffi!»

Al che la Regina rispose: «Ma tu non hai i baffi.»

«L'orrore di quel momento», proseguì il Re, «non lo dimenticherò mai, mai più!»

«E invece sì», disse la Regina, «se non te lo segni sul taccuino dei promemoria.»

Alice osservava con grande interesse il Re che tirava fuori di tasca un enorme taccuino dei promemoria e cominciava a scrivere. Le venne un'idea improvvisa: afferrò l'estremità della matita, che gli sporgeva un bel pezzo oltre la spalla, e cominciò a scrivere al posto suo.

Alice afferra la lunga matita del Re Bianco e scrive al posto suo nell'enorme taccuino, mentre lui è perplesso e la Regina Bianca guarda.

Il povero Re aveva l'aria perplessa e infelice, e lottò con la matita per un po' senza dire niente; ma Alice era troppo forte per lui, e alla fine ansimò: «Mia cara! Devo proprio procurarmi una matita più sottile. Questa non riesco a governarla per niente; scrive ogni sorta di cose che non ho intenzione di scrivere...»

«Che sorta di cose?», disse la Regina, sbirciando nel taccuino (dove Alice aveva scritto «Il Cavaliere Bianco scivola giù per l'attizzatoio. Sta in equilibrio malissimo»). «Questo non è un promemoria dei tuoi sentimenti!»

Sul tavolo, vicino ad Alice, c'era un libro, e mentre lei stava seduta a sorvegliare il Re Bianco (perché era ancora un po' in pensiero per lui, e teneva pronto l'inchiostro da gettargli addosso nel caso svenisse di nuovo), ne sfogliò le pagine per trovare un punto che riuscisse a leggere, «...perché è tutto in una lingua che non conosco», si disse.

Era così.

.EDIEHCCOBALRAIC AL

ivot iligacsiv i e ,aroilgirg arE ;navalleihccus ,navacsorig orteidnava'llen ,ivogorob i ittut nare iresimicarg .navaiggumihcsif isacrouf ilotar i e

Ci rimuginò sopra per un po', ma alla fine le venne un'idea luminosa. «Ma certo, è un libro dello Specchio! E se lo tengo davanti a uno specchio, le parole torneranno tutte per il verso giusto.»

Seduta accanto al fuoco, Alice tiene un libriccino aperto davanti a un alto specchio per leggerne il riflesso.

Ecco la poesia che Alice lesse.

LA CIARLABOCCHEIDE.

Era grigliora, e i viscagili tovi nell'avandietro giroscavan, succhiellavan; gracimiseri eran tutti i borogovi, e i ratoli fuorcasi fischimuggiavan.

«Guàrdati dal Ciarlabocco, figliolo! Zanne che mordono, unghie che artigliano a fondo! Guàrdati dall'uccel Giubgiub, e fuggi a volo il Bandagrinfio fumibondo!»

In mano prese il vorpale brando: cercò a lungo il nemico truculesco — poi sotto l'albero Tuntùn sostando, restò un poco a pensare, al fresco.

E mentre in burbuffo pensier se ne stava, il Ciarlabocco, con occhi di fuoco, zufoffiando pel bosco fitturbo arrivava, e borbogliava venendo in quel loco!

In uno strano bosco contorto al tramonto, un ragazzo con la spada affronta il Ciarlabocco dagli occhi a palla e col panciotto, mentre buffe creaturine sbucano dall'erba.

Un, due! Un, due! E da parte a parte la lama vorpale zicche-zaccò! Lo lasciò morto, e con la testa galoppionfando indietro tornò.

«Hai dunque ucciso il Ciarlabocco? Vieni fra le mie braccia, raggiantino mio! O giorno favolgioso! Evviù! Evvài!» Sghignuffava nel suo giubilio.

Era grigliora, e i viscagili tovi nell'avandietro giroscavan, succhiellavan; gracimiseri eran tutti i borogovi, e i ratoli fuorcasi fischimuggiavan.

«Sembra molto carina», disse quando l'ebbe finita, «ma è piuttosto difficile da capire!» (Vedete, non le andava di confessare, nemmeno a se stessa, che non ci capiva proprio niente.) «Chissà come, mi riempie la testa di idee — solo che non so bene quali siano! Comunque, qualcuno ha ucciso qualcosa: questo almeno è chiaro...»

«Ma oh!», pensò Alice, balzando in piedi all'improvviso, «se non mi sbrigo dovrò tornare indietro attraverso lo specchio prima di aver visto com'è il resto della casa! Diamo prima un'occhiata al giardino!» In un attimo fu fuori dalla stanza, e corse giù per le scale — o almeno, non era proprio correre, ma una sua nuova invenzione per scendere le scale in fretta e senza fatica, come si disse Alice. Teneva soltanto la punta delle dita sul corrimano, e scendeva fluttuando dolcemente senza nemmeno toccare i gradini con i piedi; poi attraversò l'ingresso sempre fluttuando, e sarebbe uscita dritta dalla porta allo stesso modo, se non si fosse aggrappata allo stipite. Le girava un po' la testa a forza di fluttuare per aria, e fu piuttosto contenta di ritrovarsi a camminare di nuovo nel modo naturale.