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Eolo, i Lestrigoni, Circe

L'Odissea · Homer · tradotto da Claude Opus

In his gleaming golden hall King Aeolus hands Ulysses the great leather bag that holds the imprisoned winds, his ship waiting beyond the arch.

«Di là proseguimmo verso l’isola Eolia, dove vive Eolo figlio di Ippota, caro agli dèi immortali. È un’isola che galleggia, per così dire, sul mare, cinta di ferro da un muro che la circonda. Ora, Eolo ha sei figlie e sei figli robusti, e fece sposare i figli con le figlie, ed essi vivono tutti con il caro padre e la cara madre, banchettando e godendo ogni immaginabile sorta di lusso. Tutto il giorno l’aria della casa è carica del profumo di carni arrostite, tanto che geme sotto di esso, cortile compreso; ma di notte dormono sui loro letti ben costruiti, ciascuno con la propria moglie tra le coperte. Questa era la gente tra cui eravamo ora giunti.

«Eolo mi ospitò per un mese intero, facendomi di continuo domande su Troia, sulla flotta argiva e sul ritorno degli Achei. Gli raccontai esattamente come era andato ogni cosa, e quando dissi che dovevo partire e lo pregai di aiutarmi nel cammino, non fece alcuna difficoltà, ma si mise subito all’opera. Inoltre mi scuoiò un’ottima pelle di bue per racchiudere le vie dei venti ruggenti, che chiuse nella pelle come in un sacco, perché Giove lo aveva fatto signore dei venti, ed egli poteva agitare o quietare ciascuno di essi a suo piacimento. Pose il sacco nella nave e ne legò la bocca così strettamente con un filo d’argento che neppure un soffio di vento laterale poteva spirare da alcuna parte. Lo Zefiro, che ci era favorevole, egli solo lo lasciò soffiare a suo piacere; ma tutto fu vano, perché andammo perduti per la nostra stessa follia.

«Nove giorni e nove notti navigammo, e il decimo giorno la nostra terra natale apparve all’orizzonte. Ci avvicinammo tanto da vedere i fuochi di stoppia che ardevano, e io, allora stremato, caddi in un sonno leggero, perché non avevo mai lasciato il timone dalle mie mani, per arrivare a casa più in fretta. A ciò gli uomini si misero a parlare fra loro, e dissero che io riportavo oro e argento nel sacco che Eolo mi aveva dato. “Per il mio cuore”, diceva uno rivolgendosi al vicino, “come quest’uomo è onorato e si fa amici in qualunque città o paese vada. Guarda che bei premi si porta a casa da Troia, mentre noi, che abbiamo viaggiato lontano quanto lui, torniamo con le mani vuote come quando siamo partiti; e ora Eolo gli ha dato ancora molto di più. Presto, vediamo che cosa c’è e quanto oro e argento c’è nel sacco che gli ha dato.”

«Così parlarono, e prevalsero i cattivi consigli. Sciolsero il sacco, e il vento ne uscì ululando e sollevò una tempesta che ci portò piangenti al largo, lontano dalla nostra terra. Allora mi svegliai, e non sapevo se gettarmi in mare o vivere e trarne il meglio; ma sopportai, mi coprii e mi stesi nella nave, mentre gli uomini si lamentavano amaramente e i venti furiosi riportavano la nostra flotta all’isola Eolia.

«Quando la raggiungemmo scendemmo a terra a far acqua, e pranzammo vicino alle navi. Subito dopo il pranzo presi con me un araldo e uno dei miei uomini e andai direttamente alla casa di Eolo, dove lo trovai a banchetto con la moglie e la famiglia; così ci sedemmo da supplici sulla soglia. Rimasero stupefatti nel vederci e dissero: “Ulisse, che cosa ti porta qui? Quale dio ti ha maltrattato? Ci demmo gran pena per aiutarti nel cammino verso Itaca, o dovunque volessi andare.”

«Così parlarono, ma io risposi afflitto: “I miei uomini mi hanno rovinato; loro e il crudele sonno mi hanno perduto. Amici miei, rimediate a questo malanno, perché lo potete se volete.”

«Parlai nel modo più commovente che potei, ma essi non dissero nulla, finché il loro padre rispose: “Il più vile degli uomini, vattene subito dall’isola; colui che il cielo odia non lo aiuterò in alcun modo. Va’ via, perché giungi qui come uno aborrito dal cielo.” E con queste parole mi scacciò afflitto dalla sua porta.

«Di là navigammo tristemente finché gli uomini furono sfiniti da lungo e vano remare, perché non c’era più vento ad aiutarli. Sei giorni, notte e giorno, faticammo, e il settimo giorno raggiungemmo la rocca scoscesa di Lamo, Telepilo, la città dei Lestrigoni, dove il pastore che riconduce dentro le sue pecore e capre [per mungerle] saluta colui che porta fuori il suo gregge [al pascolo] e questi ricambia il saluto. In quel paese un uomo che potesse fare a meno del sonno guadagnerebbe doppia paga, una come mandriano di buoi e un’altra come pastore, perché di notte lavorano pressappoco come di giorno.

«Quando giungemmo al porto lo trovammo chiuso da ogni parte sotto ripide rupi, con una stretta entrata fra due promontori. I miei capitani portarono dentro tutte le loro navi e le ormeggiarono vicine l’una all’altra, perché dentro non c’era mai nemmeno un soffio di vento, ma era sempre calma piatta. Io tenni la mia nave fuori e la ormeggiai a una roccia proprio all’estremità della punta; poi salii su un’alta roccia a esplorare, ma non riuscii a scorgere traccia né di uomini né di bestiame, soltanto del fumo che si levava dal suolo. Così mandai due dei miei compagni con un attendente a scoprire che razza di gente fossero gli abitanti.

«Gli uomini, sbarcati, seguirono una strada piana per la quale la gente trae la legna dai monti fino alla città, finché incontrarono una giovane donna che era uscita a prendere acqua, e che era figlia di un Lestrigone di nome Antifate. Andava alla fonte Artacia, da cui la gente porta l’acqua, e quando i miei uomini le furono vicini, le chiesero chi fosse il re di quel paese e su che razza di gente regnasse; ella allora li indirizzò alla casa del padre, ma quando vi giunsero trovarono che la moglie era una gigantessa grande come un monte, e furono atterriti alla sua vista.

«Chiamò subito dal luogo dell’assemblea il marito Antifate, ed egli si mise subito a uccidere i miei uomini. Ne afferrò uno e cominciò a farne il suo pasto lì per lì, al che gli altri due corsero indietro alle navi più in fretta che poterono. Ma Antifate levò un grido d’allarme dietro di loro, e a migliaia robusti Lestrigoni balzarono su da ogni parte, orchi, non uomini. Ci scagliarono dalle rupi enormi macigni come se fossero semplici sassi, e udii l’orrido suono delle navi che si sfracellavano l’una contro l’altra, e le grida di morte dei miei uomini, mentre i Lestrigoni li infilzavano come pesci e se li portavano a casa per mangiarli. Mentre uccidevano così i miei uomini dentro il porto, sguainai la spada, tagliai la gomena della mia nave e dissi ai miei uomini di remare con tutte le forze, se non volevano fare la fine degli altri; così remarono per salvare la vita, e fummo più che riconoscenti quando giungemmo in mare aperto, fuori portata dalle rocce che ci scagliavano. Quanto agli altri, non ne restò nemmeno uno.

Giant Laestrygonians on the cliffs hurl huge boulders down onto the Greek ships in the harbour as one vessel rows desperately to escape.

«Di là proseguimmo tristemente, lieti di essere scampati alla morte, benché avessimo perso i compagni, e giungemmo all’isola di Eea, dove abita Circe, grande e astuta dea, sorella carnale del mago Eeta, perché sono entrambi figli del sole e di Perse, che è figlia di Oceano. Portammo la nostra nave in un porto sicuro senza dire una parola, perché qualche dio ci guidava là, e sbarcati restammo due giorni e due notti, sfiniti nel corpo e nell’animo. Quando venne il mattino del terzo giorno presi la lancia e la spada e mi allontanai dalla nave per esplorare e vedere se potevo scoprire segni di opera umana o udire suono di voci. Salito in cima a un alto osservatorio scorsi il fumo della casa di Circe che si levava in mezzo a una fitta foresta di alberi, e vedendolo dubitai se, avendo visto il fumo, non dovessi proseguire subito a scoprire di più; ma alla fine ritenni meglio tornare alla nave, dare agli uomini il pranzo e mandarne alcuni invece di andare io stesso.

«Quando ero quasi tornato alla nave qualche dio ebbe pietà della mia solitudine e mandò un bel cervo dalle grandi corna proprio in mezzo al mio cammino. Scendeva dal suo pascolo nella foresta per bere al fiume, perché il calore del sole lo spingeva, e mentre passava lo colpii in mezzo alla schiena; la punta di bronzo della lancia lo trapassò da parte a parte, ed egli giacque gemendo nella polvere finché la vita non lo lasciò. Allora gli posi un piede addosso, trassi la lancia dalla ferita e la posai; raccolsi anche erba ruvida e giunchi e li intrecciai in una buona e robusta corda lunga circa un paio di braccia, con cui legai insieme le quattro zampe del nobile animale; fatto ciò, me lo appesi al collo e tornai alla nave appoggiandomi alla lancia, perché il cervo era troppo grosso perché potessi portarlo sulla spalla, reggendolo con una mano. Quando lo gettai davanti alla nave, chiamai gli uomini e parlai con parole di conforto a ciascuno di loro, uno per uno. “Guardate, amici miei”, dissi, “dopotutto non moriremo così prima del tempo, e in ogni caso non patiremo la fame finché avremo a bordo qualcosa da mangiare e da bere.” A ciò si scoprirono il capo sulla riva del mare e ammirarono il cervo, che era davvero un magnifico esemplare. Poi, quando si furono saziati gli occhi della sua vista, si lavarono le mani e cominciarono a cucinarlo per il pranzo.

«Così per tutto il lungo giorno fino al tramonto del sole restammo là a mangiare e a bere a sazietà, ma quando il sole tramontò e si fece buio, ci accampammo sulla riva del mare. Quando apparve la figlia del mattino, l’Aurora dalle dita rosate, convocai un consiglio e dissi: “Amici miei, siamo in grandissime difficoltà; ascoltatemi dunque. Non abbiamo idea di dove il sole tramonti o sorga, sicché non sappiamo neppure distinguere l’Oriente dall’Occidente. Non vedo via d’uscita; tuttavia dobbiamo provare a trovarne una. Siamo certamente su un’isola, perché stamattina sono salito il più in alto che ho potuto, e ho visto il mare stendersi tutt’intorno fino all’orizzonte; giace bassa, ma verso il mezzo ho visto levarsi del fumo da una fitta foresta di alberi.”

«Il loro cuore si abbatté nell’udirmi, perché ricordarono come erano stati trattati dal Lestrigone Antifate e dal selvaggio orco Polifemo. Piansero amaramente nel loro sgomento, ma non c’era nulla da guadagnare con le lacrime, così li divisi in due compagnie e misi un capo su ciascuna; una compagnia diedi a Euriloco, mentre l’altra la comandai io stesso. Poi tirammo a sorte in un elmo, e la sorte cadde su Euriloco; così partì con i suoi ventidue uomini, ed essi piangevano, come piangevamo anche noi che restavamo indietro.

«Quando giunsero alla casa di Circe la trovarono costruita di pietre squadrate, in un luogo che si poteva vedere da lontano, in mezzo alla foresta. Tutt’intorno si aggiravano lupi e leoni selvaggi dei monti, poveri esseri stregati che ella aveva ammansito con i suoi incantesimi e sottomesso con droghe. Non assalirono i miei uomini, ma scodinzolarono con le loro grandi code, li lusingarono e strofinarono affettuosamente il naso contro di loro. Come i cani si affollano intorno al padrone quando lo vedono tornare dal pranzo, perché sanno che porterà loro qualcosa, così questi lupi e leoni dai grandi artigli lusingavano i miei uomini, ma i miei uomini erano terribilmente spaventati nel vedere creature così strane. Presto giunsero alle porte della casa della dea, e mentre stavano là potevano udire Circe dentro, che cantava bellissimamente mentre lavorava al telaio, tessendo una tela così fine, così morbida e di colori così abbaglianti che nessuno se non una dea poteva tesserla. A ciò Polite, che stimavo e di cui mi fidavo più che di ogni altro dei miei uomini, disse: “C’è qualcuno dentro che lavora al telaio e canta bellissimamente; tutto il luogo ne risuona, chiamiamola e vediamo se è donna o dea.”

«La chiamarono ed ella scese, aprì la porta e li invitò a entrare. Essi, non pensando a male, la seguirono, tutti tranne Euriloco, che sospettava un inganno e restò fuori. Quando li ebbe fatti entrare in casa, li fece sedere su panche e seggi e mescolò loro un intruglio di formaggio, miele, farina e vino di Pramno, ma lo drogò con malvagi veleni per far loro dimenticare la patria, e quando ebbero bevuto li mutò in porci con un colpo della sua verga e li chiuse nei suoi porcili. Erano come porci, testa, setole e tutto, e grugnivano proprio come i porci; ma la loro mente era la stessa di prima, e ricordavano ogni cosa.

«Così dunque furono chiusi a strillare, e Circe gettò loro ghiande e faggiole come quelle che mangiano i porci, ma Euriloco si affrettò a tornare per raccontarmi la triste sorte dei nostri compagni. Era così sopraffatto dallo sgomento che, per quanto tentasse di parlare, non riusciva a trovare le parole; gli occhi gli si riempirono di lacrime e non poteva che singhiozzare e sospirare, finché alla fine gli strappammo il suo racconto, ed egli ci disse che cosa era accaduto agli altri.

The sorceress Circe points her wand and Ulysses's men are transformed into swine beside her moonlit palace.

«“Andammo,” disse, “come ci avevi detto, attraverso la foresta, e nel mezzo di essa c’era una bella casa costruita con pietre squadrate, in un luogo che si poteva vedere da lontano. Là trovammo una donna, o forse una dea, che lavorava al telaio e cantava dolcemente; i compagni le gridarono e la chiamarono, ed ella subito scese, aprì la porta e ci invitò a entrare. Gli altri non sospettarono alcun male e la seguirono in casa, ma io rimasi dove ero, perché pensavo che ci potesse essere qualche tradimento. Da quel momento non li vidi più, perché nessuno di loro uscì mai, benché io sedessi a lungo a spiarli.”

«Allora presi la mia spada di bronzo e me la gettai a tracolla; presi anche l’arco, e dissi a Euriloco di tornare con me e di mostrarmi la strada. Ma egli mi afferrò con entrambe le mani e disse, supplichevole: “Signore, non costringermi a venire con te, ma lasciami restare qui, perché so che non ne riporterai indietro nemmeno uno, e che neppure tu tornerai vivo; piuttosto vediamo se non possiamo fuggire, almeno con i pochi che ci restano, perché possiamo ancora salvarci la vita.”

«“Resta dove sei, dunque,” risposi, “a mangiare e a bere presso la nave, ma io devo andare, perché vi sono costretto da un bisogno urgentissimo.”

«Con ciò lasciai la nave e salii verso l’interno. Quando ebbi attraversato il bosco incantato, ed ero vicino alla grande casa della maga Circe, incontrai Mercurio dalla verga d’oro, travestito da giovane nel pieno fiore della giovinezza e della bellezza, con la prima peluria che gli spuntava sul volto. Mi venne incontro e mi prese la mano nella sua, dicendo: “Povero uomo sventurato, dove vai su questa vetta montana, solo e senza conoscere la strada? I tuoi uomini sono rinchiusi nei porcili di Circe, come tanti cinghiali nelle loro tane. Non t’immagini certo di poterli liberare? Ti dico che non tornerai mai indietro e dovrai restare là con gli altri. Ma non importa, ti proteggerò io e ti trarrò d’impaccio. Prendi quest’erba, che è di grande virtù, e tienila con te quando andrai alla casa di Circe: ti sarà un talismano contro ogni sorta di male.”

«“E ti dirò tutte le malvagie stregonerie che Circe tenterà di praticare su di te. Ti preparerà una mistura da bere, e drogherà la farina con cui la fa, ma non potrà incantarti, perché la virtù dell’erba che ti darò impedirà ai suoi incantesimi di agire. Ti dirò tutto. Quando Circe ti colpirà con la sua verga, sguaina la spada e avventati su di lei come se volessi ucciderla. Ella allora si spaventerà e vorrà che tu vada a letto con lei; a ciò non devi opporre un netto rifiuto, perché vuoi che ella liberi i tuoi compagni e abbia buona cura anche di te, ma devi farle giurare solennemente per tutti gli dei beati che non ordirà più alcun male contro di te, altrimenti, quando ti avrà spogliato nudo, ti toglierà la virilità e ti renderà buono a nulla.”

«Mentre parlava, strappò l’erba dal suolo e mi mostrò com’era fatta. La radice era nera, mentre il fiore era bianco come il latte; gli dei la chiamano Moly, e i mortali non possono sradicarla, ma gli dei possono fare tutto ciò che vogliono.

«Poi Mercurio tornò all’alto Olimpo, passando sopra l’isola boscosa; io invece proseguii verso la casa di Circe, e il mio cuore era offuscato dall’ansia mentre camminavo. Giunto alle porte, mi fermai e chiamai la dea, e appena mi udì ella scese, aprì la porta e mi invitò a entrare; così la seguii, molto turbato nell’animo. Mi fece sedere su un seggio riccamente ornato, intarsiato d’argento, con uno sgabello anche sotto i piedi, e mi mescolò una bevanda in una coppa d’oro; ma vi mise la droga, perché mi voleva male. Quando me l’ebbe data, e io l’ebbi bevuta senza che mi incantasse, mi percosse con la verga. “Ecco fatto,” gridò, “va’ al porcile e fatti la tana con gli altri.”

«Ma io mi lanciai contro di lei con la spada sguainata, come se volessi ucciderla, ed ella cadde con un grido acuto, mi abbracciò le ginocchia e disse, supplichevole: “Chi sei e di dove vieni? Da quale luogo e da quale popolo sei venuto? Come può essere che le mie droghe non abbiano il potere d’incantarti? Mai nessun uomo fu capace di resistere nemmeno a un assaggio dell’erba che ti ho dato; devi essere a prova d’incantesimo; certo non puoi essere altri che l’audace eroe Ulisse, che Mercurio mi diceva sempre sarebbe giunto qui un giorno con la sua nave, mentre tornava a casa da Troia; sia dunque così; rimetti nel fodero la spada e andiamo a letto, per farci amici e imparare a fidarci l’uno dell’altro.”

Ulysses rushes with drawn sword upon Circe, who kneels and holds up a flower to plead, the moly herb protecting him from her magic.

«E io risposi: “Circe, come puoi aspettarti che io sia amico tuo, quando hai appena mutato in porci tutti i miei uomini? E ora che hai qui me stesso, mi vuoi male quando mi chiedi di andare a letto con te, e mi toglierai la virilità rendendomi buono a nulla. Certo non acconsentirò a venire a letto con te, se prima non presti il tuo solenne giuramento di non ordire più alcun male contro di me.”

«Ella giurò subito come le avevo detto, e quando ebbe terminato il giuramento, allora andai a letto con lei.

«Intanto le sue quattro serve, che sono le sue ancelle, si misero al lavoro. Sono figlie dei boschi e delle fonti e dei sacri fiumi che scendono al mare. Una di esse stese un bel drappo purpureo su un seggio e vi pose sotto un tappeto. Un’altra portò presso i seggi tavole d’argento e vi collocò canestri d’oro. Una terza mescolò dolce vino con acqua in un cratere d’argento e pose coppe d’oro sulle tavole, mentre la quarta portò acqua e la mise a bollire in un grande calderone sopra un bel fuoco che aveva acceso. Quando l’acqua nel calderone bolliva, vi versò acqua fredda finché fu come piaceva a me, e poi mi pose in un bagno e cominciò a lavarmi con l’acqua del calderone sul capo e sulle spalle, per togliermi dalle membra la fatica e la rigidità. Appena ebbe finito di lavarmi e di ungermi d’olio, mi rivestì di un bel mantello e di una tunica e mi condusse a un seggio riccamente ornato, intarsiato d’argento; c’era anche uno sgabello sotto i miei piedi. Poi un’ancella mi portò acqua in una bella brocca d’oro e la versò in un bacile d’argento perché mi lavassi le mani, e trasse presso di me una tavola ben pulita; una governante mi portò il pane e mi offrì molte cose di quelle che c’erano in casa, e allora Circe m’invitò a mangiare, ma io non volli, e sedetti senza badare a quel che avevo davanti, ancora cupo e sospettoso.

«Quando Circe mi vide seduto senza mangiare, in grande dolore, mi si avvicinò e disse: “Ulisse, perché siedi così come se fossi muto, rodendoti il cuore e rifiutando cibo e bevanda? È forse che sei ancora sospettoso? Non dovresti esserlo, perché ho già giurato solennemente che non ti farò alcun male.”

«E io dissi: “Circe, nessun uomo che abbia il senso di ciò che è giusto può pensare di mangiare o di bere in casa tua finché tu non abbia liberato i suoi amici e non gli abbia permesso di vederli. Se vuoi che io mangi e beva, devi liberare i miei uomini e portarmeli, perché io li veda con i miei occhi.”

«Detto questo, ella attraversò direttamente il cortile con la verga in mano e aprì le porte del porcile. I miei uomini uscirono come tanti maiali ben pasciuti e rimasero a guardarla, ma ella andò in mezzo a loro e unse ciascuno con un’altra droga, e allora le setole che la cattiva droga aveva fatto crescere caddero, ed essi tornarono uomini, più giovani di prima, e molto più alti e più belli. Mi riconobbero subito, mi presero ciascuno per mano e piansero di gioia finché tutta la casa fu piena del frastuono dei loro schiamazzi, e la stessa Circe ebbe tanta pietà di loro che si avvicinò a me e disse: “Ulisse, nobile figlio di Laerte, torna subito al mare dove hai lasciato la tua nave, e per prima cosa tirala a terra. Poi nascondi in qualche grotta tutto l’attrezzo e i beni della nave, e torna qui coi tuoi uomini.”

«Acconsentii, e tornai alla riva del mare, e trovai gli uomini presso la nave che piangevano e si lamentavano miseramente. Quando mi videro, quegli sciocchi piagnoni cominciarono a saltellarmi attorno come i vitelli escono di corsa e gambettano attorno alle madri, quando le vedono tornare a casa per essere munte dopo aver pascolato tutto il giorno, e la fattoria risuona dei loro muggiti. Parevano lieti di rivedermi quanto se fossero tornati alla loro aspra Itaca, dove erano nati e cresciuti. “Signore,” dissero quelle affettuose creature, “siamo lieti di rivederti come se fossimo tornati sani e salvi a Itaca; ma raccontaci tutto della sorte dei nostri compagni.”

«Parlai loro con parole di conforto e dissi: “Dobbiamo tirare la nave a terra, e nascondere l’attrezzo della nave con tutti i nostri beni in qualche grotta; poi venite con me tutti quanto più in fretta potete alla casa di Circe, dove troverete i vostri compagni che mangiano e bevono in mezzo a grande abbondanza.”

«A queste parole gli uomini sarebbero venuti con me subito, ma Euriloco cercò di trattenerli e disse: “Ahimè, poveri noi infelici, che sarà di noi? Non gettatevi alla rovina andando alla casa di Circe, che ci muterà tutti in porci o in lupi o in leoni, e dovremo far la guardia alla sua casa. Ricordate come ci trattò il Ciclope, quando i nostri compagni entrarono nella sua grotta, e Ulisse con loro. Fu per la sua sola follia che quegli uomini persero la vita.”

«Quando lo udii, fui incerto se sguainare o no l’acuta lama che pendeva dalla mia robusta coscia e tagliargli la testa, benché fosse un mio stretto parente; ma gli uomini intercedettero per lui e dissero: “Signore, se così può essere, lascia che costui resti qui a badare alla nave, ma porta noi altri con te alla casa di Circe.”

«Con ciò andammo tutti nell’interno, ed Euriloco non fu lasciato indietro dopo tutto, ma venne anch’egli, perché lo spaventava il severo rimprovero che gli avevo rivolto.

«Nel frattempo Circe aveva fatto lavare e ungere d’olio d’oliva gli uomini rimasti indietro; aveva dato loro anche mantelli e tuniche di lana, e quando giungemmo li trovammo tutti a pranzo comodamente nella sua casa. Appena gli uomini si videro faccia a faccia e si riconobbero, piansero di gioia e gridarono forte finché tutto il palazzo ne risuonò. Allora Circe si avvicinò a me e disse: “Ulisse, nobile figlio di Laerte, di’ ai tuoi uomini di smettere di piangere; so quanto tutti voi abbiate sofferto in mare, e quanto male vi sia andata tra i crudeli selvaggi della terraferma, ma ormai è finita, perciò restate qui, e mangiate e bevete finché non siate di nuovo forti e vigorosi come quando lasciaste Itaca; perché ora siete indeboliti nel corpo e nell’animo; pensate di continuo alle fatiche che avete sofferto durante i vostri viaggi, così che non vi resta più alcuna allegria.”

«Così ella parlò, e noi acconsentimmo. Restammo con Circe un anno intero, banchettando con una quantità infinita di carne e di vino. Ma quando l’anno fu trascorso, col calare delle lune, e i lunghi giorni furono tornati, i miei uomini mi chiamarono in disparte e dissero: “Signore, è tempo che tu cominci a pensare di tornare a casa, se ti è dato di rivedere la tua casa e la tua terra natale.”

«Così parlarono ed io acconsentii. Allora per tutto il lungo giorno fino al tramonto del sole banchettammo a sazietà con carne e vino, ma quando il sole tramontò e venne il buio, gli uomini si coricarono per dormire nei portici coperti. Io, invece, dopo essere salito sul letto con Circe, la supplicai abbracciandole le ginocchia, e la dea ascoltò quel che avevo da dirle. “Circe,” dissi, “ti prego di mantenere la promessa che mi facesti di aiutarmi nel viaggio di ritorno. Voglio tornare a casa, e così i miei uomini; mi tormentano sempre con i loro lamenti appena tu volti le spalle.”

«E la dea rispose: “Ulisse, nobile figlio di Laerte, nessuno di voi resterà qui più a lungo se non vuole, ma c’è un altro viaggio che devi compiere prima di poter navigare verso casa. Devi andare alla casa di Ade e della tremenda Proserpina a consultare l’ombra del cieco profeta tebano Tiresia, la cui mente è ancora salda. A lui solo Proserpina ha lasciato l’intelletto anche nella morte, mentre le altre ombre vagano senza scopo.”

«Mi sgomentai a queste parole. Mi misi a sedere sul letto e piansi, e avrei volentieri rinunciato a vivere per vedere la luce del sole, ma poi, quando fui stanco di piangere e di rivoltarmi, dissi: “E chi mi guiderà in questo viaggio? Perché la casa di Ade è un porto che nessuna nave può raggiungere.”

«“Non avrai bisogno di guida,” rispose; “alza l’albero, spiega le bianche vele, siedi tranquillo, e il vento del Nord ti porterà laggiù da sé. Quando la tua nave avrà attraversato le acque di Oceano, giungerai alla fertile riva del paese di Proserpina, con i suoi boschetti di alti pioppi e di salici che perdono i frutti prima del tempo; qui tira la nave in secco sulla riva di Oceano, e prosegui diritto verso la buia dimora di Ade. La troverai vicino al luogo dove i fiumi Piriflegetonte e Cocito (che è un ramo del fiume Stige) sboccano nell’Acheronte, e vedrai presso di essa una roccia, proprio dove i due fiumi rombanti si congiungono.”

«“Quando avrai raggiunto questo luogo, come ora ti dico, scava una fossa di un cubito circa in lunghezza, larghezza e profondità, e versavi come libagione a tutti i morti, prima miele mescolato con latte, poi vino, e in terzo luogo acqua, spargendo su tutto bianca farina d’orzo. Inoltre devi rivolgere molte preghiere alle povere deboli ombre, e promettere loro che, quando tornerai a Itaca, sacrificherai per loro una giovenca sterile, la migliore che hai, e colmerai il rogo di cose buone. In particolare devi promettere che Tiresia avrà per sé solo una pecora nera, la più bella di tutte le tue greggi.”

«“Quando avrai così supplicato le ombre con le tue preghiere, offri loro un montone e una pecora nera, volgendo le loro teste verso l’Erebo; ma tu stesso volgiti altrove da esse, come se ti dirigessi verso il fiume. Allora molte ombre di morti verranno a te, e tu dirai ai tuoi uomini di scuoiare le due pecore che hai appena ucciso, e di offrirle come sacrificio bruciato con preghiere ad Ade e a Proserpina. Poi sguaina la spada e siedi là, in modo da impedire a ogni altra povera ombra di avvicinarsi al sangue versato prima che Tiresia abbia risposto alle tue domande. L’indovino verrà presto da te, e ti parlerà del tuo viaggio, di quali tappe dovrai fare e di come dovrai navigare il mare per giungere a casa.”

«Era l’alba quando ebbe finito di parlare, ed ella mi rivestì della tunica e del mantello. Quanto a lei, si gettò sulle spalle una bella veste sottile e leggera come garza, fermandola con una cintura d’oro attorno alla vita, e si coprì il capo con un velo. Allora andai tra gli uomini ovunque per tutta la casa, e parlai con gentilezza a ciascuno uno per uno: “Non dovete restare qui a dormire più a lungo,” dissi loro, “dobbiamo partire, perché Circe mi ha detto ogni cosa.” E allora fecero come avevo ordinato.

«Anche così, tuttavia, non li portai via senza disgrazia. Avevamo con noi un giovane di nome Elpenore, non molto notevole per senno o per coraggio, che si era ubriacato e giaceva sul tetto della casa, lontano dagli altri uomini, per smaltire al fresco il vino. Quando udì il rumore degli uomini che si affaccendavano, balzò su all’improvviso e si scordò di scendere per la scala principale, così cadde giù dal tetto e si ruppe il collo, e la sua anima scese alla casa di Ade.

«Quando ebbi radunato gli uomini dissi loro: “Voi credete di essere sul punto di rimettervi in viaggio verso casa, ma Circe mi ha spiegato che invece dobbiamo andare alla casa di Ade e di Proserpina a consultare l’ombra del profeta tebano Tiresia.”

«Gli uomini si sentirono spezzare il cuore nell’udirmi, e si gettarono a terra gemendo e strappandosi i capelli, ma non rimediarono nulla col piangere. Quando giungemmo alla riva del mare, piangendo e lamentando la nostra sorte, Circe portò il montone e la pecora, e li legammo vicino alla nave. Ella passò in mezzo a noi senza che ce ne accorgessimo, perché chi può vedere le andate e i ritorni di un dio, se il dio non vuol essere visto?