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Banchetto nella casa di Alcinoo—I giochi

L'Odissea · Homer · tradotto da Claude Opus

A blind bard plays a lyre and sings at a palace banquet while a seated man draws his purple mantle over his head to hide his weeping face.

Quando apparve la figlia del mattino, l’Aurora dalle dita di rosa, Alcinoo e Ulisse si levarono entrambi, e Alcinoo li condusse al luogo d’adunanza dei Feaci, che era vicino alle navi. Giunti là, sedettero l’uno accanto all’altro su un sedile di pietra levigata, mentre Minerva prese l’aspetto di uno dei servi di Alcinoo e andò per la città allo scopo di aiutare Ulisse a tornare a casa. Si accostò ai cittadini, uno a uno, e disse: «Anziani e consiglieri dei Feaci, venite tutti all’assemblea e ascoltate lo straniero che è giunto or ora, dopo un lungo viaggio, alla casa del re Alcinoo; sembra un dio immortale.»

Con queste parole destò in tutti il desiderio di venire, ed essi accorsero all’assemblea finché i seggi e lo spazio in piedi furono ugualmente gremiti. Tutti furono colpiti dall’aspetto di Ulisse, perché Minerva l’aveva abbellito sul capo e sulle spalle, facendolo apparire più alto e robusto di quanto fosse realmente, affinché impressionasse favorevolmente i Feaci come uomo davvero straordinario e riuscisse bene nelle molte prove d’abilità a cui lo avrebbero sfidato. Poi, quando si furono radunati, Alcinoo parlò:

«Ascoltatemi», disse, «anziani e consiglieri dei Feaci, perché io parli secondo il mio pensiero. Questo straniero, chiunque egli sia, è giunto alla mia casa da qualche parte, d’Oriente o d’Occidente. Desidera una scorta e vuole che la cosa sia sbrigata. Prepariamogliela dunque, come abbiamo fatto per altri prima di lui; anzi nessuno che sia mai venuto alla mia casa ha potuto lagnarsi di me per non averlo congedato abbastanza presto. Tiriamo in mare una nave, una che non abbia mai ancora compiuto un viaggio, e armiamola con cinquantadue dei nostri più valenti giovani marinai. Poi, quando avrete assicurato i remi ciascuno al proprio banco, lasciate la nave e venite alla mia casa a preparare un banchetto. Provvederò io a tutto. Do queste istruzioni ai giovani che formeranno l’equipaggio, perché quanto a voi, anziani e consiglieri, vi unirete a me nell’intrattenere il nostro ospite nel chiostro. Non accetterò scuse, e avremo Demodoco che canti per noi; perché non c’è aedo come lui, qualunque cosa scelga di cantare.»

Alcinoo allora aprì la via e gli altri lo seguirono, mentre un servo andava a cercare Demodoco. I cinquantadue rematori scelti andarono alla riva del mare come era stato detto loro, e giunti là tirarono la nave in acqua, vi misero l’albero e le vele, legarono i remi agli scalmi con attorte strisce di cuoio, tutto a suo tempo, e spiegarono in alto le bianche vele. Ormeggiarono il vascello un poco al largo, poi vennero a terra e andarono alla casa del re Alcinoo. Le dipendenze, i cortili e tutto il recinto erano gremiti di uomini in grandi moltitudini, vecchi e giovani; e Alcinoo ne uccise per loro una dozzina di pecore, otto maiali adulti e due buoi. Questi li scuoiarono e li prepararono così da offrire un magnifico banchetto.

Poco dopo un servo introdusse il celebre aedo Demodoco, che la musa aveva molto amato, ma al quale aveva dato il bene e il male, perché se gli aveva concesso un divino dono del canto, gli aveva tolto la vista. Pontonoo gli pose un seggio fra gli ospiti, appoggiandolo a una colonna portante. Gli appese la lira a un piolo sopra il capo, e gli mostrò dove doveva cercarla con le mani. Gli mise accanto anche una bella tavola con un canestro di cibi e una coppa di vino da cui bere ogni volta che gli piacesse.

I convitati allungarono allora le mani sulle buone cose che stavano loro dinanzi, ma non appena ebbero mangiato e bevuto abbastanza, la musa ispirò Demodoco a cantare le imprese degli eroi, e più specialmente una vicenda che allora era sulla bocca di tutti, ossia la contesa fra Ulisse e Achille e le parole feroci che si erano scagliati l’un l’altro sedendo insieme a un banchetto. Ma Agamennone si rallegrò quando udì i suoi capi litigare fra loro, perché Apollo glielo aveva predetto a Pito, quando aveva varcato la soglia di pietra per consultare l’oracolo. Qui fu l’inizio del male che per volere di Giove cadde su Danai e Troiani.

Così cantava l’aedo, ma Ulisse si tirò il suo mantello di porpora sul capo e si coprì il volto, perché si vergognava di lasciar vedere ai Feaci che piangeva. Quando l’aedo cessò di cantare, si asciugò le lacrime dagli occhi, si scoprì il volto e, preso il suo calice, fece una libagione agli dèi; ma quando i Feaci spinsero Demodoco a cantare ancora, perché si dilettavano dei suoi canti, Ulisse si tirò di nuovo il mantello sul capo e pianse amaramente. Nessuno notò la sua pena eccetto Alcinoo, che gli sedeva vicino e udì i pesanti sospiri che emetteva. Perciò subito disse: «Anziani e consiglieri dei Feaci, ne abbiamo avuto abbastanza ormai, e del banchetto e del canto che ne è il giusto accompagnamento; passiamo dunque ai giochi atletici, così che il nostro ospite, tornando a casa, possa dire ai suoi amici quanto superiamo tutte le altre nazioni nel pugilato, nella lotta, nel salto e nella corsa.»

Con queste parole aprì la via e gli altri lo seguirono. Un servo appese la lira di Demodoco al suo piolo, lo condusse fuori dal chiostro e lo pose sulla stessa strada per cui andavano tutti i capi dei Feaci a vedere i giochi; una folla di parecchie migliaia di persone li seguì, e vi erano molti eccellenti concorrenti per tutti i premi. Acroneo, Ocialo, Elatreo, Nauteo, Primneo, Anchialo, Eretmeo, Ponteo, Proreo, Toone, Anabesineo e Anfialo figlio di Polineo figlio di Tettone. C’era anche Eurialo figlio di Naubolo, che era simile a Marte stesso ed era l’uomo di più bell’aspetto fra i Feaci, eccetto Laodamante. Gareggiarono anche tre figli di Alcinoo, Laodamante, Alio e Clitoneo.

Le corse a piedi vennero per prime. Il percorso fu tracciato per loro dal punto di partenza, ed essi sollevarono la polvere sulla pianura volando avanti tutti nello stesso istante. Clitoneo giunse primo con largo distacco; lasciò tutti gli altri indietro della lunghezza del solco che una coppia di muli può arare in un campo a maggese. Si volsero poi alla dolorosa arte della lotta, e qui Eurialo si dimostrò il migliore. Anfialo superò tutti gli altri nel salto, mentre nel lancio del disco nessuno poteva avvicinarsi a Elatreo. Il figlio di Alcinoo, Laodamante, fu il miglior pugile, ed egli fu quello che disse subito dopo, quando tutti si furono divertiti coi giochi: «Chiediamo allo straniero se eccelle in qualcuno di questi giochi; sembra di corporatura potentissima; le sue cosce, i polpacci, le mani e il collo hanno una forza prodigiosa, né è affatto vecchio, ma ha sofferto molto di recente, e non c’è nulla come il mare per fare scempio d’un uomo, per forte che sia.»

«Hai perfettamente ragione, Laodamante», rispose Eurialo, «va’ dal tuo ospite e parlagliene tu stesso.»

Quando Laodamante udì ciò si aprì la via in mezzo alla folla e disse a Ulisse: «Spero, signore, che vorrai iscriverti a qualcuna delle nostre gare, se sei abile in qualcuna; e certo ne avrai fatte molte prima d’ora. Non c’è nulla che dia tanto onore a un uomo per tutta la vita quanto mostrarsi valente con le mani e coi piedi. Prova dunque qualcosa e bandisci ogni dolore dalla tua mente. Il tuo ritorno a casa non sarà lungamente differito, perché la nave è già tirata in acqua e l’equipaggio è pronto.»

Ulisse rispose: «Laodamante, perché mi provochi così? La mia mente è volta piuttosto agli affanni che alle gare; ho passato infinite pene, e sono venuto fra voi ora da supplice, pregando il vostro re e il vostro popolo di agevolarmi il ritorno a casa.»

Allora Eurialo lo insultò apertamente e disse: «Ne deduco dunque che non sei esperto in nessuno dei molti giochi di cui gli uomini si dilettano di solito. Suppongo che tu sia uno di quei trafficanti avidi che vanno attorno sulle navi come capitani o mercanti, e non pensano ad altro che ai carichi d’andata e alle merci di ritorno. Non hai molto dell’atleta.»

«Vergogna, signore», rispose Ulisse con fierezza, «sei un insolente; tanto è vero che gli dèi non adornano tutti gli uomini ugualmente di parola, di persona e d’intelletto. Un uomo può essere di debole presenza, ma il cielo l’ha adornato d’una conversazione così buona che incanta chiunque lo veda; la sua dolce moderazione trascina gli ascoltatori, tanto che egli è il capo in tutte le assemblee dei suoi pari, e dovunque va è guardato con rispetto. Un altro può essere bello come un dio, ma la sua bellezza non è coronata dal giudizio. Questo è il tuo caso. Nessun dio potrebbe fare un uomo di più bell’aspetto di te, ma sei uno sciocco. Le tue sconsiderate parole mi hanno adirato oltremodo, e ti sbagli di grosso, perché io eccello in moltissimi esercizi atletici; anzi, finché ebbi gioventù e forza, fui fra i primi atleti dell’età mia. Ora però sono sfinito dalla fatica e dal dolore, perché ho passato molto, sia sul campo di battaglia, sia fra le onde del mare stancante; eppure, nonostante tutto, gareggerò, perché le tue provocazioni mi hanno punto sul vivo.»

Così si fece avanti in fretta senza nemmeno togliersi il mantello, e afferrò un disco più grande, più massiccio e assai più pesante di quelli che i Feaci usavano lanciando il disco fra loro. Poi, brandendolo all’indietro, lo scagliò dalla mano robusta, e quello fece nell’aria un suono ronzante. I Feaci si acquattarono sotto il fragore del suo volo, mentre esso filava con grazia dalla mano di lui e volava oltre ogni segno fatto fino allora. Minerva, in forma d’uomo, venne a segnare il punto dove era caduto. «Un cieco, signore», disse, «potrebbe riconoscere il tuo segno tastando a terra, tanto è più avanti di ogni altro. Puoi stare tranquillo quanto a questa gara, perché nessun Feace può avvicinarsi a un lancio come il tuo.»

A powerful bearded man hurls a great stone discus far through the air as a crowd of astonished young athletes and spectators watch by the sea.

Ulisse si rallegrò di trovare un amico fra gli spettatori, e cominciò a parlare con più amabilità. «Giovani», disse, «raggiungete quel lancio se potete, e io ne farò un altro con un disco altrettanto pesante o anche più pesante. Se qualcuno vuole battersi con me si faccia avanti, perché sono estremamente in collera; mi cimenterò nel pugilato, nella lotta o nella corsa, non importa quale, con chiunque di voi, eccetto Laodamante, ma non con lui perché sono suo ospite, e non si può gareggiare col proprio amico personale. Almeno non credo che sia cosa prudente né sensata per un ospite sfidare la famiglia del suo ospite a qualsiasi gioco, specialmente quando si trova in terra straniera. Egli si taglierebbe il terreno sotto i piedi; ma non faccio eccezioni per nessun altro, perché voglio chiarire la faccenda e sapere chi è il migliore. Sono abile in ogni sorta di sport atletico noto fra gli uomini. Sono un eccellente arciere. In battaglia sono sempre il primo ad abbattere un uomo con la mia freccia, per quanti altri gli stiano prendendo la mira al mio fianco. Filottete era l’unico che sapesse tirare meglio di me quando noi Achei eravamo davanti a Troia ed esercitavamo. Sono di gran lunga superiore a tutti gli altri nel mondo intero, fra quelli che ancora mangiano pane sulla faccia della terra, ma non vorrei gareggiare al tiro con i possenti morti, come Ercole o Eurito d’Ecalia, uomini che gareggiavano al tiro con gli dèi stessi. Questo fu infatti il modo in cui Eurito trovò prematuramente la fine, perché Apollo si adirò con lui e lo uccise perché l’aveva sfidato come arciere. Posso scagliare un dardo più lontano di quanto altri possa tirare una freccia. La corsa è l’unico punto per cui temo che qualcuno dei Feaci possa battermi, perché sono stato ridotto assai in basso in mare; le provviste mi sono mancate, e perciò sono ancora debole.»

Tutti tacquero eccetto il re Alcinoo, che cominciò: «Signore, abbiamo udito con molto piacere tutto ciò che ci hai detto, e ne comprendo che sei disposto a mostrare il tuo valore, essendoti spiaciute alcune insolenti parole che ti ha rivolto uno dei nostri atleti, e che non avrebbe mai potuto pronunciare chi sa parlare con decoro. Spero che coglierai il mio senso e spiegherai a qualcuno dei tuoi uomini principali che cenasse con te e la tua famiglia, quando sarai a casa, che abbiamo un’attitudine ereditaria a ogni sorta di arti. Non siamo particolarmente notevoli nel pugilato, né come lottatori, ma siamo singolarmente veloci di piede ed eccellenti marinai. Amiamo moltissimo i buoni pranzi, la musica e la danza; ci piacciono anche i frequenti cambi di biancheria, i bagni caldi e i buoni letti; perciò ora, vi prego, alcuni di voi che siete i migliori danzatori mettetevi a danzare, perché il nostro ospite, tornando a casa, possa dire ai suoi amici quanto superiamo tutte le altre nazioni come marinai, corridori, danzatori e menestrelli. Demodoco ha lasciato la sua lira in casa mia, perciò corra qualcuno di voi a prenderla per lui.»

A queste parole un servo corse a prendere la lira dalla casa del re, e i nove uomini che erano stati scelti come sovrintendenti si fecero avanti. Era loro compito disporre tutto ciò che riguardava i giochi, perciò spianarono il terreno e segnarono un ampio spazio per i danzatori. Poco dopo il servo tornò con la lira di Demodoco, ed egli prese posto in mezzo a loro; allora i migliori giovani danzatori della città cominciarono a muovere i piedi e a battere il passo con tale agilità che Ulisse si deliziava al lieto scintillare dei loro piedi.

Intanto l’aedo cominciò a cantare gli amori di Marte e Venere, e come avessero dato inizio per la prima volta alla loro tresca nella casa di Vulcano. Marte fece a Venere molti doni e contaminò il letto nuziale del re Vulcano; perciò il sole, che vedeva ciò che facevano, lo riferì a Vulcano. Vulcano si adirò molto all’udire una notizia così terribile; andò dunque alla sua fucina, covando la vendetta, collocò al suo posto la grande incudine e si mise a forgiare alcune catene che nessuno poteva né sciogliere né spezzare, affinché restassero là in quel luogo. Quando ebbe finito il suo laccio, entrò nella camera da letto e drappeggiò tutte le colonne del letto di catene simili a ragnatele; ne fece pendere molte anche dalla grande trave del soffitto. Nemmeno un dio avrebbe potuto vederle, tanto erano fini e sottili. Appena ebbe steso le catene su tutto il letto, finse di mettersi in viaggio verso la bella isola di Lemno, che di tutti i luoghi del mondo era quello che più amava. Ma Marte non faceva la guardia a occhi chiusi, e appena lo vide partire corse a casa sua, ardendo d’amore per Venere.

Ora Venere era appena tornata da una visita al padre Giove ed era sul punto di sedersi, quando Marte entrò in casa e disse, prendendole la mano nella sua: «Andiamo al letto di Vulcano: non è in casa, ma è partito per Lemno fra i Sinti, il cui parlare è barbaro.»

Ella non si fece pregare, e andarono al letto per riposare; ma furono presi nelle reti che l’astuto Vulcano aveva tese per loro, e non poterono né alzarsi né muovere mano o piede, ma troppo tardi s’accorsero d’essere in una trappola. Allora Vulcano si fece loro vicino, perché era tornato indietro prima di giungere a Lemno, quando la sua vedetta, il sole, gli aveva riferito ciò che accadeva. Era in preda a una furiosa collera, e stando nel vestibolo faceva un rumore spaventoso gridando a tutti gli dèi.

«Padre Giove», gridò, «e voi tutti altri dèi beati che vivete in eterno, venite qui a vedere lo spettacolo ridicolo e vergognoso che sto per mostrarvi. Venere, figlia di Giove, mi disonora sempre perché sono zoppo. È innamorata di Marte, che è bello e ben fatto, mentre io sono uno storpio; ma di ciò sono colpevoli i miei genitori, non io; non avrebbero mai dovuto generarmi. Venite a vedere i due insieme addormentati sul mio letto. Mi fa andare in furia guardarli. Si amano molto l’un l’altro, ma non credo che giaceranno là più a lungo di quanto non possano evitare, né credo che dormiranno molto; là tuttavia resteranno finché suo padre non mi avrà restituito la somma che gli diedi per quella sua pettegola di figlia, che è bella ma non onesta.»

A queste parole gli dèi si radunarono alla casa di Vulcano. Venne Nettuno che circonda la terra, e Mercurio apportatore di fortuna, e il re Apollo, ma le dee restarono tutte a casa per vergogna. Allora i datori di ogni bene si fermarono sulla soglia, e gli dèi beati scoppiarono in una risata inestinguibile, vedendo quanto fosse stato astuto Vulcano, e l’uno si volgeva al vicino dicendo:

«Le male azioni non prosperano, e i deboli confondono i forti. Vedete come Vulcano zoppicante, per zoppo che sia, ha preso Marte che è il più veloce degli dèi del cielo; e ora Marte sarà condannato a gravi danni.»

Così conversavano, ma il re Apollo disse a Mercurio: «Messaggero Mercurio, datore di beni, non ti cureresti di quanto siano forti le catene, vero, se potessi dormire con Venere?»

«Re Apollo», rispose Mercurio, «vorrei soltanto averne l’occasione, anche se le catene fossero tre volte tante, e voi poteste guardare, tutti, dèi e dee, ma io dormirei con lei se potessi.»

Gli dèi immortali scoppiarono a ridere udendolo, ma Nettuno prese tutto sul serio e continuò a implorare Vulcano di rimettere in libertà Marte. «Lascialo andare», gridò, «e io mi impegnerò, come richiedi, a farti pagare tutti i danni che sono giudicati ragionevoli fra gli dèi immortali.»

«Non chiedermi», rispose Vulcano, «di farlo; la garanzia d’un malvagio è una garanzia cattiva; quale rimedio potrei far valere contro di te se Marte se ne andasse e lasciasse i suoi debiti dietro di sé insieme con le sue catene?»

«Vulcano», disse Nettuno, «se Marte se ne va senza pagare i danni, pagherò io stesso.» Allora Vulcano rispose: «In questo caso non posso né devo rifiutarti.»

Allora sciolse i legami che li tenevano, e appena furono liberi fuggirono a precipizio, Marte in Tracia e Venere amante del riso a Cipro e a Pafo, dove ha il suo bosco e il suo altare fragrante di sacrifici bruciati. Qui le Grazie la lavarono e la unsero d’olio d’ambrosia quale usano gli dèi immortali, e la rivestirono d’una veste di bellezza incantevole.

Così cantò l’aedo, e sia Ulisse sia i Feaci navigatori ne furono incantati nell’udirlo.

Poi Alcinoo disse a Laodamante e ad Alio di danzare soli, perché non c’era nessuno che potesse gareggiare con loro. Presero dunque una palla rossa che Polibo aveva fatto per loro, e uno di essi si piegò all’indietro e la lanciò verso le nuvole, mentre l’altro balzò dal suolo e la prese con facilità prima che ricadesse. Quando ebbero finito di lanciare la palla dritta in aria, cominciarono a danzare, e intanto continuavano a lanciarsela l’un l’altro avanti e indietro, mentre tutti i giovani nel cerchio applaudivano e battevano forte i piedi. Allora Ulisse disse:

«Re Alcinoo, dicesti che il tuo popolo era il più agile danzatore del mondo, e davvero si sono mostrati tali. Rimasi stupito vedendoli.»

Il re fu lietissimo di ciò ed esclamò rivolto ai Feaci: «Anziani e consiglieri, il nostro ospite sembra persona di singolare giudizio; diamogli una prova della nostra ospitalità quale può ragionevolmente aspettarsi. Fra voi vi sono dodici capi, e contando me stesso siamo tredici; contribuite ciascuno con un mantello pulito, una camicia e un talento d’oro fino; diamogli tutto ciò in un colpo solo, adesso, perché quando cenerà possa farlo con cuore leggero. Quanto a Eurialo, dovrà fare una scusa formale e anche un dono, perché è stato scortese.»

Così parlò. Gli altri approvarono tutti il suo dire e mandarono i loro servi a prendere i doni. Allora Eurialo disse: «Re Alcinoo, darò allo straniero tutta la soddisfazione che richiedi. Avrà la mia spada, che è di bronzo, tranne l’elsa che è d’argento. Gli darò anche il fodero d’avorio appena segato in cui essa entra. Per lui varrà moltissimo.»

Mentre parlava pose la spada nelle mani di Ulisse e disse: «Buona fortuna, padre straniero; se è stato detto qualcosa di sbagliato, lo portino via i venti, e il cielo ti conceda un ritorno sicuro, perché comprendo che sei stato a lungo lontano da casa e hai sofferto molte pene.»

Al che Ulisse rispose: «Buona fortuna anche a te, amico mio, e gli dèi ti concedano ogni felicità. Spero che non rimpiangerai la spada che mi hai dato insieme con le tue scuse.»

Con queste parole si cinse la spada attorno alle spalle e verso il tramonto i doni cominciarono ad apparire, poiché i servi dei donatori continuavano a portarli alla casa del re Alcinoo; qui i suoi figli li ricevevano e li ponevano in custodia della madre. Poi Alcinoo aprì la via verso la casa e invitò gli ospiti a prendere posto.

«Moglie», disse rivolgendosi alla regina Arete, «va’ a prendere il migliore dei nostri forzieri e mettici dentro un mantello e una tunica puliti. Metti anche un calderone sul fuoco e scalda dell’acqua; il nostro ospite farà un bagno caldo; abbi cura inoltre di sistemare con attenzione i doni che i nobili Feaci gli hanno fatto; così godrà meglio sia della cena sia del canto che seguirà. Io stesso gli darò questa coppa d’oro, che è di squisita fattura, perché si ricordi di me per tutto il resto della vita ogni volta che farà una libagione a Giove o a qualcuno degli altri dèi.»

Allora Arete ordinò alle ancelle di mettere sul fuoco un grande tripode il più in fretta possibile, e quelle vi posero un tripode pieno d’acqua per il bagno su un fuoco vivo; vi gettarono sotto della legna per farlo divampare, e l’acqua si riscaldò mentre la fiamma lambiva il ventre del tripode. Intanto Arete portò dalla sua stanza un magnifico forziere, e dentro vi ripose tutti i bei doni d’oro e di vesti che i Feaci avevano portato. Infine aggiunse un mantello e una buona tunica da parte di Alcinoo, e disse a Ulisse:

«Pensa tu stesso al coperchio, e fa’ legare subito tutto intorno, per timore che qualcuno ti derubi lungo il cammino mentre dormi sulla tua nave.»

Udendo ciò, Ulisse mise il coperchio sul forziere e lo assicurò con un nodo che gli aveva insegnato Circe. Aveva appena finito quando una governante gli disse di venire al bagno a lavarsi. Fu molto lieto di un bagno caldo, perché non aveva avuto nessuno che lo servisse da quando aveva lasciato la casa di Calipso, la quale, finché era rimasto con lei, si era presa cura di lui come se fosse stato un dio. Quando i servi ebbero finito di lavarlo e di ungerlo d’olio, e gli ebbero dato un mantello e una tunica puliti, uscì dalla stanza da bagno e raggiunse gli ospiti che sedevano a bere il vino. La bella Nausicaa stava accanto a uno dei pilastri che reggevano il tetto del portico, e lo ammirò mentre lo vedeva passare. «Addio, straniero», disse, «non ti dimenticare di me quando sarai di nuovo sano e salvo in patria, perché è a me per prima che devi un compenso per aver salvato la tua vita.»

E Ulisse disse: «Nausicaa, figlia del grande Alcinoo, voglia Giove possente, sposo di Giunone, concedermi di raggiungere la mia casa; così ti benedirò come mio angelo custode per tutti i miei giorni, perché sei stata tu a salvarmi.»

Detto questo, si sedette accanto ad Alcinoo. Fu allora servita la cena, e si mescolò il vino per bere. Un servo condusse dentro l’amato aedo Demodoco e lo pose in mezzo alla compagnia, accanto a uno dei pilastri che sostenevano il portico, perché potesse appoggiarvisi. Allora Ulisse tagliò un pezzo di arrosto di maiale con molto grasso (ne era rimasta in abbondanza sulla coscia) e disse a un servo: «Porta questo pezzo di maiale a Demodoco e digli di mangiarlo; per tutto il dolore che i suoi canti possono procurarmi, non mancherò di salutarlo; gli aedi sono onorati e rispettati in tutto il mondo, perché la Musa insegna loro i canti e li ama.»

Il servo portò il maiale con le dita a Demodoco, che lo prese e ne fu molto contento. Allora tesero le mani verso le buone cose che avevano dinanzi, e appena ebbero mangiato e bevuto, Ulisse disse a Demodoco: «Demodoco, non c’è al mondo nessuno che io ammiri più di te. Devi aver studiato alla scuola della Musa, figlia di Giove, e di Apollo, tanto fedelmente canti il ritorno degli Achei con tutte le loro sofferenze e avventure. Se non c’eri tu stesso, devi aver udito tutto da qualcuno che c’era. Ora, però, cambia canto e narraci del cavallo di legno che Epeo costruì con l’aiuto di Minerva, e che Ulisse portò con l’astuzia nella rocca di Troia dopo averlo carico degli uomini che poi saccheggiarono la città. Se canterai questa storia come si deve, dirò a tutto il mondo con quanta magnificenza il cielo ti ha dotato.»

L’aedo, ispirato dal cielo, riprese il racconto dal punto in cui alcuni degli Argivi diedero fuoco alle loro tende e salparono, mentre altri, nascosti dentro il cavallo, attendevano con Ulisse nella piazza dell’assemblea dei Troiani. Infatti i Troiani stessi avevano tirato il cavallo dentro la loro rocca, ed esso stava lì mentre sedevano in consiglio attorno ad esso, incerti su tre partiti da prendere. Alcuni volevano farlo a pezzi lì per lì; altri volevano che fosse trascinato in cima alla rupe su cui sorgeva la rocca e poi gettato giù dal precipizio; altri ancora volevano lasciarlo dov’era come offerta e propiziazione per gli dèi. E così alla fine decisero, perché la città era condannata nel momento in cui accolse quel cavallo, dentro il quale stavano tutti i più valorosi degli Argivi, in attesa di portare morte e distruzione ai Troiani. Poi cantò come i figli degli Achei uscirono dal cavallo e saccheggiarono la città, sbucando dall’agguato. Cantò come si sparsero per la città di qua e di là devastandola, e come Ulisse, infuriato come Marte, andò con Menelao alla casa di Deifobo. Fu là che la lotta infuriò più violenta, eppure con l’aiuto di Minerva egli ne uscì vittorioso.

Tutto questo egli narrò, ma Ulisse, udendolo, fu sopraffatto, e le sue guance si bagnarono di lacrime. Pianse come piange una donna quando si getta sul corpo del marito caduto dinanzi alla propria città e al proprio popolo, combattendo con valore in difesa della sua casa e dei suoi figli. Ella urla forte e gli getta le braccia al collo mentre egli giace ansimando e morente, ma i nemici la percuotono da dietro sul dorso e sulle spalle e la portano via in schiavitù, a una vita di fatica e di dolore, e la bellezza svanisce dalle sue guance: così pietosamente piangeva Ulisse, ma nessuno dei presenti si accorse delle sue lacrime, tranne Alcinoo, che sedeva vicino a lui e poteva udire i singhiozzi e i sospiri che egli traeva. Il re dunque si alzò subito e disse:

«Magistrati e consiglieri della città dei Feaci, Demodoco smetta il suo canto, poiché tra i presenti c’è chi non pare gradirlo. Dal momento in cui abbiamo finito di cenare e Demodoco ha cominciato a cantare, il nostro ospite non ha fatto che gemere e lamentarsi. È evidente che soffre molto; lasci dunque l’aedo, così che tutti possiamo divertirci, ospitanti e ospite alla pari. Sarà molto più come si conviene, poiché tutte queste feste, con la scorta e i doni che gli offriamo di così buon grado, sono interamente in suo onore, e chiunque abbia anche solo una discreta dose di sentimento sa che deve trattare un ospite e un supplice come se fosse suo fratello.»

«Perciò, signore, non usare tu da parte tua più alcuna finzione né riserbo riguardo a ciò che ti chiederò; sarà più cortese da parte tua darmi una risposta chiara; dimmi il nome con cui ti chiamavano laggiù tuo padre e tua madre, e con cui eri conosciuto tra i tuoi vicini e concittadini. Non c’è nessuno, né ricco né povero, che sia assolutamente privo di un nome, perché i padri e le madri danno il nome ai figli appena nati. Dimmi anche la tua terra, il tuo popolo e la tua città, affinché le nostre navi regolino di conseguenza il loro corso e ti ci portino. Perché i Feaci non hanno piloti; le loro navi non hanno timoni come quelle delle altre nazioni, ma le navi stesse comprendono ciò che pensiamo e vogliamo; conoscono tutte le città e le terre del mondo intero, e possono attraversare il mare altrettanto bene anche quando è coperto di nebbia e di nuvole, sicché non c’è pericolo di naufragare o di patire alcun male. Ricordo tuttavia di aver sentito dire a mio padre che Nettuno era in collera con noi perché siamo troppo facili nel concedere scorte alla gente. Diceva che un giorno o l’altro avrebbe fatto naufragare una nostra nave mentre tornava dall’aver scortato qualcuno, e avrebbe sepolto la nostra città sotto un alto monte. Questo diceva mio padre, ma se il dio manderà a effetto la sua minaccia oppure no, è cosa che deciderà lui stesso.»

«E ora dimmi, e dimmi il vero. Dove sei andato errando, e in quali paesi hai viaggiato? Parlaci dei popoli stessi e delle loro città: quali erano ostili, selvaggi e incivili, e quali invece ospitali e umani. Dicci anche perché ti affligge tanto udire del ritorno dei Danai argivi da Troia. Gli dèi hanno disposto tutto questo, e mandato loro le sventure, perché le generazioni future avessero qualcosa da cantare. Hai perso forse sotto Troia qualche valoroso parente di tua moglie? Un genero o un suocero, che sono i parenti più stretti che un uomo abbia fuori dal proprio sangue? O era qualche compagno valoroso e di buon cuore, perché un buon amico è caro a un uomo quanto il proprio fratello?»