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I cinque semi d'arancio

Le avventure di Sherlock Holmes · Arthur Conan Doyle · tradotto da Claude Opus

A young man tips five orange pips from an envelope into Holmes's hand while rain lashes the dark window behind Watson.

Quando scorro i miei appunti e i miei resoconti dei casi di Sherlock Holmes fra gli anni ’82 e ’90, mi trovo davanti a così tanti che presentano aspetti strani e interessanti che non è facile sapere quali scegliere e quali tralasciare. Alcuni, tuttavia, hanno già avuto pubblicità attraverso i giornali, e altri non hanno offerto un campo alle qualità particolari che il mio amico possedeva in così alto grado, e che questi scritti si propongono di illustrare. Alcuni, inoltre, hanno messo in scacco la sua capacità analitica, e sarebbero, come racconti, inizi senza una fine, mentre altri sono stati chiariti solo in parte, e le loro spiegazioni si fondano più su congetture e supposizioni che su quella prova logica assoluta che gli era tanto cara. Ce n'è tuttavia uno fra questi ultimi che fu così notevole nei particolari e così sorprendente negli esiti che sono tentato di darne qualche resoconto, nonostante vi siano punti a esso connessi che non sono mai stati, e probabilmente non saranno mai, del tutto chiariti.

L'anno ’87 ci fornì una lunga serie di casi di maggiore o minore interesse, dei quali conservo i resoconti. Fra le voci registrate sotto quei dodici mesi trovo un resoconto dell'avventura della Camera Paradol, della Società dei Mendicanti Dilettanti, che teneva un lussuoso circolo nella cantina più bassa di un magazzino di mobili, dei fatti connessi alla perdita del brigantino a palo britannico Sophy Anderson, delle singolari avventure dei Grice Paterson nell'isola di Uffa, e infine del caso di avvelenamento di Camberwell. In quest'ultimo, come forse si ricorderà, Sherlock Holmes riuscì, caricando l'orologio del morto, a dimostrare che era stato caricato due ore prima, e che quindi il defunto era andato a letto entro quel lasso di tempo: una deduzione che fu della massima importanza per chiarire il caso. Tutti questi potrò abbozzarli in futuro, ma nessuno di essi presenta aspetti tanto singolari quanto la strana concatenazione di circostanze che ho ora preso la penna per descrivere.

Erano gli ultimi giorni di settembre, e le burrasche equinoziali si erano scatenate con violenza eccezionale. Per tutto il giorno il vento aveva urlato e la pioggia aveva battuto contro le finestre, tanto che perfino qui, nel cuore della grande Londra fatta dalla mano dell'uomo, eravamo costretti a sollevare per un istante la mente dalla consuetudine della vita e a riconoscere la presenza di quelle grandi forze elementari che urlano contro il genere umano attraverso le sbarre della sua civiltà, come belve indomite in una gabbia. Col calare della sera la tempesta si fece più forte e più rumorosa, e il vento piangeva e singhiozzava nel camino come un bambino. Sherlock Holmes sedeva cupo da un lato del caminetto, compilando gli indici incrociati dei suoi archivi criminali, mentre io, dall'altro, ero immerso in uno dei bei racconti di mare di Clark Russell, finché l'ululato della bufera là fuori parve fondersi con il testo, e lo scroscio della pioggia allungarsi nel lungo sciabordio delle onde del mare. Mia moglie era in visita da sua madre, e per qualche giorno ero tornato ad abitare nel mio vecchio alloggio di Baker Street.

«Ma» dissi, alzando lo sguardo sul mio compagno, «quello era di certo il campanello. Chi può venire stanotte? Qualche suo amico, forse?»

«A parte lei, non ne ho» rispose. «Non incoraggio le visite.»

«Un cliente, allora?»

«Se è così, si tratta di un caso serio. Niente di meno spingerebbe un uomo a uscire con un tempo simile e a un'ora simile. Ma credo sia più probabile che si tratti di qualche comare della padrona di casa.»

Sherlock Holmes si sbagliava nella sua congettura, tuttavia, perché si udì un passo nel corridoio e un bussare alla porta. Allungò il suo lungo braccio per distogliere la lampada da sé e volgerla verso la sedia vuota sulla quale il nuovo venuto avrebbe dovuto sedere.

«Avanti!» disse.

L'uomo che entrò era giovane, sui ventidue anni al massimo, ben curato e vestito con garbo, con qualcosa di raffinato e delicato nel portamento. L'ombrello grondante che teneva in mano e il lungo impermeabile lucido parlavano del tempo feroce che aveva attraversato. Si guardò intorno con ansia nel riverbero della lampada, e potei vedere che aveva il viso pallido e gli occhi pesanti, come quelli di un uomo oppresso da una grande angoscia.

«Le devo delle scuse» disse, portandosi agli occhi il pince-nez d'oro. «Spero di non disturbare. Temo di aver portato qualche traccia della tempesta e della pioggia nella vostra accogliente stanza.»

«Mi dia il cappotto e l'ombrello» disse Holmes. «Possono stare qui sul gancio e saranno asciutti fra poco. Lei viene da sud-ovest, vedo.»

«Sì, da Horsham.»

«Quel miscuglio di argilla e gesso che vedo sulle punte delle sue scarpe è piuttosto caratteristico.»

«Sono venuto per un consiglio.»

«Questo si ottiene facilmente.»

«E per un aiuto.»

«Questo non è sempre così facile.»

«Ho sentito parlare di lei, signor Holmes. Ho saputo dal maggiore Prendergast come lei lo abbia salvato nello scandalo del Tankerville Club.»

«Ah, certo. Era stato ingiustamente accusato di barare alle carte.»

«Mi disse che lei è in grado di risolvere qualsiasi cosa.»

«Disse troppo.»

«Che lei non è mai stato sconfitto.»

«Sono stato sconfitto quattro volte: tre volte da uomini, e una da una donna.»

«Ma che cos'è questo in confronto al numero dei suoi successi?»

«È vero che in genere ho avuto successo.»

«Allora potrà averlo anche con me.»

«La prego di accostare la sedia al fuoco e di favorirmi qualche particolare del suo caso.»

«Non è un caso comune.»

«Nessuno di quelli che giungono a me lo è. Io sono l'ultima corte d'appello.»

«Eppure dubito, signore, che in tutta la sua esperienza lei abbia mai ascoltato una catena di eventi più misteriosa e inesplicabile di quelli accaduti nella mia famiglia.»

«Lei mi riempie di interesse» disse Holmes. «La prego, ci esponga i fatti essenziali dal principio, e in seguito potrò interrogarla sui particolari che mi sembreranno più importanti.»

Il giovane accostò la sedia e allungò i piedi bagnati verso la fiamma.

«Il mio nome» disse «è John Openshaw, ma le mie vicende personali, per quanto posso capire, hanno poco a che fare con questa terribile faccenda. Si tratta di una questione ereditaria; perciò, per darle un'idea dei fatti, devo risalire al principio della vicenda.

«Deve sapere che mio nonno aveva due figli: mio zio Elias e mio padre Joseph. Mio padre aveva una piccola fabbrica a Coventry, che ingrandì all'epoca dell'invenzione della bicicletta. Era titolare del brevetto della gomma indistruttibile Openshaw, e i suoi affari ebbero tanto successo che poté vendere l'azienda e ritirarsi con una bella rendita.

«Mio zio Elias emigrò in America da giovane e divenne piantatore in Florida, dove, a quanto si diceva, se l'era cavata molto bene. Al tempo della guerra combatté nell'esercito di Jackson, e poi agli ordini di Hood, dove salì al grado di colonnello. Quando Lee depose le armi, mio zio tornò alla sua piantagione, dove rimase per tre o quattro anni. Verso il 1869 o il 1870 tornò in Europa e prese una piccola tenuta nel Sussex, vicino a Horsham. Aveva messo insieme un patrimonio assai considerevole negli Stati Uniti, e il motivo per cui li aveva lasciati era la sua avversione per i negri e la sua antipatia per la politica repubblicana che estendeva loro il diritto di voto. Era un uomo singolare, fiero e irascibile, molto sboccato quando era in collera, e di indole oltremodo schiva. In tutti gli anni in cui visse a Horsham, dubito che abbia mai messo piede in città. Aveva un giardino e due o tre campi intorno alla casa, e lì faceva il suo moto, anche se molto spesso per settimane intere non lasciava mai la sua stanza. Beveva moltissimo brandy e fumava in modo smodato, ma non voleva vedere nessuno e non desiderava amici, nemmeno il suo stesso fratello.

«Con me, però, non era così; anzi, mi prese in simpatia, perché la prima volta che mi vide ero un ragazzino di dodici anni o giù di lì. Doveva essere l'anno 1878, quando era già in Inghilterra da otto o nove anni. Pregò mio padre di lasciarmi vivere con lui, e a modo suo fu molto buono con me. Quando era sobrio gli piaceva giocare con me a tric-trac e a dama, e mi faceva suo rappresentante sia presso la servitù sia presso i fornitori, tanto che a sedici anni ero ormai il padrone di casa. Tenevo tutte le chiavi e potevo andare dove volevo e fare ciò che volevo, purché non lo disturbassi nella sua solitudine. C'era tuttavia una singolare eccezione, perché aveva una stanza, un ripostiglio lassù fra le soffitte, che era invariabilmente chiusa a chiave, e nella quale non permetteva mai né a me né ad altri di entrare. Con la curiosità di un ragazzo ho sbirciato dal buco della serratura, ma non sono mai riuscito a vedere altro che un'accozzaglia di vecchi bauli e fagotti, quale ci si aspetterebbe in una stanza del genere.

«Un giorno, era il marzo del 1883, una lettera con un francobollo straniero giaceva sul tavolo davanti al piatto del colonnello. Non era cosa comune che ricevesse lettere, perché pagava tutti i conti in contanti e non aveva amici di alcun genere. “Dall'India!” disse, prendendola in mano, “timbro di Pondicherry! Che cosa può essere?” Aprendola in fretta, ne saltarono fuori cinque piccoli semi d'arancio secchi, che ticchettarono cadendo sul suo piatto. Io cominciai a ridere, ma la risata mi morì sulle labbra alla vista del suo volto. Il labbro gli era ricaduto, gli occhi sporgevano, la pelle aveva il colore dello stucco, e fissava la busta che ancora teneva nella mano tremante: “K. K. K.!” strillò, e poi: “Mio Dio, mio Dio, i miei peccati mi hanno raggiunto!”

«“Che cos'è, zio?” gridai.

«“La morte” disse, e alzatosi da tavola si ritirò nella sua stanza, lasciandomi col cuore in gola per l'orrore. Presi la busta e vidi, scarabocchiata con inchiostro rosso sul risvolto interno, proprio sopra la gomma, la lettera K ripetuta tre volte. Non c'era nient'altro, salvo i cinque semi secchi. Quale poteva essere la ragione del suo terrore travolgente? Lasciai la tavola della colazione, e mentre salivo le scale lo incontrai che scendeva con una vecchia chiave arrugginita, che doveva appartenere alla soffitta, in una mano, e una piccola cassetta d'ottone, simile a una cassa per il denaro, nell'altra.

«“Facciano pure ciò che vogliono, ma io gli darò scacco matto lo stesso” disse con un'imprecazione. “Di' a Mary che oggi vorrò il fuoco acceso nella mia stanza, e manda a chiamare Fordham, l'avvocato di Horsham.”

«Feci come mi aveva ordinato, e quando l'avvocato arrivò fui pregato di salire nella stanza. Il fuoco ardeva vivace, e nella grata c'era un mucchio di ceneri nere e soffici, come di carta bruciata, mentre la cassetta d'ottone stava lì accanto, aperta e vuota. Guardando la cassetta, notai con un sussulto che sul coperchio era stampata la tripla K che avevo letto al mattino sulla busta.

«“Desidero, John” disse mio zio, “che tu faccia da testimone al mio testamento. Lascio la mia tenuta, con tutti i suoi vantaggi e tutti i suoi svantaggi, a mio fratello, tuo padre, dal quale senza dubbio passerà a te. Se potrai goderne in pace, tanto meglio! Se ti accorgerai di non poterlo fare, segui il mio consiglio, ragazzo mio, e lasciala al tuo nemico più mortale. Mi dispiace darti una cosa così a doppio taglio, ma non so dire quale piega prenderanno le cose. Abbi la bontà di firmare il foglio dove ti indica il signor Fordham.”

«Firmai il foglio come mi era stato indicato, e l'avvocato lo portò via con sé. Il singolare episodio mi fece, come può immaginare, la più profonda impressione, e vi rimuginai sopra e lo rigirai in ogni senso nella mente senza riuscire a cavarne nulla. Eppure non riuscivo a scrollarmi di dosso il vago senso di terrore che mi aveva lasciato, anche se la sensazione si fece meno acuta col passare delle settimane, poiché nulla accadde a turbare il consueto andamento delle nostre vite. Notavo però un cambiamento in mio zio. Beveva più che mai, ed era ancor meno incline a qualsiasi genere di compagnia. Passava la maggior parte del tempo nella sua stanza, con la porta chiusa a chiave dall'interno, ma talvolta ne usciva in una sorta di frenesia da ubriaco, si precipitava fuori di casa e correva all'impazzata per il giardino con una rivoltella in pugno, gridando che non aveva paura di nessuno, e che non si sarebbe lasciato rinchiudere, come una pecora in un recinto, né da uomo né da diavolo. Quando però questi accessi febbrili erano passati, rientrava di corsa dalla porta in gran tumulto, e la chiudeva a chiave e la sbarrava dietro di sé, come un uomo che non riesce più a tener testa al terrore che gli sta alle radici dell'anima. In quei momenti ho visto il suo viso, anche in una giornata fredda, luccicare di sudore, come se fosse appena stato sollevato da un catino.

«Ebbene, per venire alla fine della faccenda, signor Holmes, e non abusare della sua pazienza, venne una notte in cui fece una di quelle sortite da ubriaco dalla quale non tornò più. Quando andammo a cercarlo, lo trovammo a faccia in giù in un piccolo stagno coperto di verde melma, che si trovava in fondo al giardino. Non c'era alcun segno di violenza, e l'acqua era profonda appena due piedi, sicché la giuria, tenuto conto della sua nota eccentricità, emise un verdetto di “suicidio”. Ma io, che sapevo come rabbrividisse al solo pensiero della morte, feci molta fatica a convincermi che fosse andato apposta a cercarla. La faccenda passò, tuttavia, e mio padre entrò in possesso della tenuta e di circa 14.000 sterline, che aveva a credito presso la banca.»

«Un momento» intervenne Holmes, «la sua esposizione è, lo prevedo, una delle più notevoli che io abbia mai ascoltato. Mi dica la data in cui suo zio ricevette la lettera, e la data del suo presunto suicidio.»

«La lettera arrivò il 10 marzo 1883. La sua morte avvenne sette settimane dopo, nella notte del 2 maggio.»

«Grazie. Prosegua, la prego.»

«Quando mio padre prese possesso della proprietà di Horsham, su mia richiesta esaminò con cura la soffitta, che era sempre stata chiusa a chiave. Vi trovammo la cassetta d'ottone, anche se il suo contenuto era stato distrutto. All'interno del coperchio c'era un'etichetta di carta, con le iniziali K. K. K. ripetute sopra, e sotto la scritta “Lettere, promemoria, ricevute e un registro”. Queste parole, presumiamo, indicavano la natura delle carte che erano state distrutte dal colonnello Openshaw. Per il resto, non c'era nulla di molto importante nella soffitta, salvo una gran quantità di carte sparse e di taccuini riguardanti la vita di mio zio in America. Alcuni risalivano al tempo della guerra e mostravano che aveva fatto bene il suo dovere e aveva goduto fama di soldato valoroso. Altri erano del periodo della ricostruzione degli Stati del Sud, e riguardavano soprattutto la politica, perché evidentemente aveva preso parte attiva all'opposizione contro i politicanti “carpet-bag” che erano stati mandati giù dal Nord.

«Ebbene, era l'inizio dell’84 quando mio padre venne a vivere a Horsham, e tutto andò nel migliore dei modi fino al gennaio dell’85. Il quarto giorno dopo il capodanno sentii mio padre lanciare un acuto grido di sorpresa mentre sedevamo insieme alla tavola della colazione. Eccolo lì, seduto con una busta appena aperta in una mano e cinque semi d'arancio secchi sul palmo teso dell'altra. Aveva sempre riso di quella che chiamava la mia storia campata in aria sul colonnello, ma ora che la stessa cosa era capitata a lui aveva l'aria molto spaventata e perplessa.

«“Ma che cosa diavolo significa questo, John?” balbettò.

«Il mio cuore era diventato di piombo. “È K. K. K.” dissi.

«Guardò dentro la busta. “È proprio così” gridò. “Ecco le lettere, identiche. Ma che cos'è questo scritto sopra?”

«“Metti le carte sulla meridiana” lessi, sbirciando da sopra la sua spalla.

«“Quali carte? Quale meridiana?” chiese.

«“La meridiana del giardino. Non ce n'è un'altra” dissi; “ma le carte devono essere quelle che sono state distrutte.”

«“Bah!” disse, facendosi coraggio a denti stretti. “Siamo in un paese civile, qui, e non possiamo tollerare buffonate di questo genere. Da dove viene questa roba?”

«“Da Dundee” risposi, dando un'occhiata al timbro postale.

«“Qualche assurdo scherzo di cattivo gusto” disse. “Che cosa c'entro io con meridiane e carte? Non darò alcun peso a simili sciocchezze.”

«“Io ne parlerei senz'altro alla polizia” dissi.

«“Per farmi deridere, per giunta. Niente affatto.”

«“Allora lascia che lo faccia io?”

«“No, te lo proibisco. Non voglio che si faccia tanto chiasso per simili sciocchezze.”

«Era inutile discutere con lui, perché era un uomo molto ostinato. Io, però, andavo in giro con il cuore pieno di presentimenti.

«Il terzo giorno dopo l'arrivo della lettera mio padre partì da casa per andare a trovare un suo vecchio amico, il maggiore Freebody, che comanda uno dei forti sul Portsdown Hill. Fui contento che andasse, perché mi pareva che fosse più lontano dal pericolo quando era lontano da casa. In questo, però, mi sbagliavo. Il secondo giorno della sua assenza ricevetti un telegramma dal maggiore, che mi implorava di venire subito. Mio padre era caduto in una delle profonde cave di gesso di cui abbondano i dintorni, e giaceva privo di sensi, con il cranio fracassato. Accorsi da lui, ma morì senza aver mai ripreso conoscenza. A quanto pare stava tornando da Fareham al crepuscolo, e poiché non conosceva la zona e la cava non era recintata, la giuria non ebbe esitazioni nell'emettere un verdetto di “morte per cause accidentali”. Per quanto esaminassi con cura ogni fatto connesso alla sua morte, non riuscii a trovare nulla che potesse suggerire l'idea di un omicidio. Non c'erano segni di violenza, né impronte, né furto, né notizia di estranei visti sulle strade. Eppure non ho bisogno di dirle che il mio animo era tutt'altro che tranquillo, e che ero quasi certo che gli fosse stata tessuta intorno qualche turpe trama.

«In questo modo sinistro entrai in possesso della mia eredità. Lei mi chiederà perché non me ne sia disfatto? Rispondo: perché ero ben convinto che le nostre sventure dipendessero in qualche modo da un episodio della vita di mio zio, e che il pericolo sarebbe stato altrettanto incombente in una casa come in un'altra.

«Fu nel gennaio dell’85 che il mio povero padre trovò la morte, e da allora sono trascorsi due anni e otto mesi. In questo tempo ho vissuto felice a Horsham, e avevo cominciato a sperare che questa maledizione si fosse allontanata dalla famiglia, e che si fosse estinta con l'ultima generazione. Avevo cominciato a consolarmi troppo presto, però; ieri mattina il colpo è caduto nella stessa identica forma in cui era caduto su mio padre.»

Il giovane tirò fuori dal panciotto una busta spiegazzata e, voltandosi verso il tavolo, vi fece cadere sopra cinque piccoli semi d'arancio secchi.

«Questa è la busta» proseguì. «Il timbro postale è di Londra, distretto orientale. Dentro ci sono le stesse identiche parole che c'erano nell'ultimo messaggio a mio padre: “K. K. K.”; e poi “Metti le carte sulla meridiana”.»

«Che cosa ha fatto?» chiese Holmes.

«Nulla.»

«Nulla?»

«A dire il vero» e affondò il viso nelle mani sottili e bianche «mi sono sentito impotente. Mi sono sentito come uno di quei poveri conigli quando il serpente striscia contorcendosi verso di loro. Mi sembra di essere nella morsa di un male irresistibile e inesorabile, contro il quale nessuna previdenza e nessuna precauzione possono proteggere.»

«Via! Via!» esclamò Sherlock Holmes. «Deve agire, amico mio, o è perduto. Nient'altro che l'energia può salvarla. Non è il momento di disperare.»

«Sono stato dalla polizia.»

«Ah!»

«Ma hanno ascoltato la mia storia con un sorriso. Sono convinto che l'ispettore si sia fatto l'opinione che le lettere siano tutte scherzi di cattivo gusto, e che la morte dei miei parenti sia stata davvero un incidente, come ha stabilito la giuria, e non vada collegata agli avvertimenti.»

Holmes agitò in aria i pugni serrati. «Incredibile imbecillità!» esclamò.

«Mi hanno concesso, però, un agente, che potrà restare in casa con me.»

«È venuto con lei stasera?»

«No. Aveva l'ordine di restare in casa.»

Di nuovo Holmes inveì al vento.

«Perché è venuto da me?» disse, «e soprattutto, perché non è venuto subito?»

«Non sapevo. Solo oggi ho parlato delle mie sventure al maggiore Prendergast, e lui mi ha consigliato di venire da lei.»

«Sono ormai due giorni che ha ricevuto la lettera. Avremmo dovuto agire prima. Immagino che non abbia altre prove oltre a quelle che ci ha esposto, nessun particolare suggestivo che potrebbe aiutarci?»

«C'è una cosa» disse John Openshaw. Frugò nella tasca della giacca e, tirando fuori un pezzo di carta scolorita, di una tinta azzurrina, lo stese sul tavolo. «Ho qualche ricordo» disse «che il giorno in cui mio zio bruciò le carte notai che i piccoli margini non bruciati che giacevano fra le ceneri erano proprio di questo colore. Ho trovato questo unico foglio sul pavimento della sua stanza, e sono propenso a credere che possa essere una delle carte, che forse è volata via di mezzo alle altre e in questo modo è sfuggita alla distruzione. A parte il cenno ai semi, non vedo come possa aiutarci molto. Io credo che sia una pagina di qualche diario privato. La scrittura è senza dubbio quella di mio zio.»

Holmes spostò la lampada, e ci chinammo entrambi sul foglio di carta, che dal margine sfrangiato mostrava di essere stato davvero strappato da un libro. In testa portava la data «Marzo 1869», e sotto c'erano le seguenti annotazioni enigmatiche:

«4. Venuto Hudson. Solita vecchia piattaforma.

«7. Mandati i semi a McCauley, Paramore e John Swain di St. Augustine.

«9. McCauley sgomberato.

«10. John Swain sgomberato.

«12. Visitato Paramore. Tutto a posto.»

«Grazie!» disse Holmes, ripiegando il foglio e restituendolo al nostro visitatore. «E ora non deve per nessuna ragione perdere un altro istante. Non possiamo concederci il tempo nemmeno di discutere ciò che ci ha detto. Deve tornare a casa immediatamente e agire.»

«Che cosa devo fare?»

«C'è una sola cosa da fare. Va fatta subito. Deve mettere questo pezzo di carta che ci ha mostrato nella cassetta d'ottone che ci ha descritto. Deve anche mettervi un biglietto per dire che tutte le altre carte sono state bruciate da suo zio, e che questa è la sola rimasta. Deve affermarlo con parole tali da risultare convincenti. Fatto questo, deve subito mettere la cassetta sulla meridiana, come le è stato ordinato. Ha capito?»

«Perfettamente.»

«Per il momento non pensi alla vendetta, né a nulla del genere. Credo che potremo ottenerla per mezzo della legge; ma noi dobbiamo ancora tessere la nostra tela, mentre la loro è già tessuta. La prima cosa da fare è allontanare il pericolo incombente che la minaccia. La seconda è chiarire il mistero e punire i colpevoli.»

«La ringrazio» disse il giovane, alzandosi e infilandosi il soprabito. «Mi ha ridato vita e speranza. Farò senz'altro come mi consiglia.»

«Non perda un istante. E soprattutto, nel frattempo abbia cura di sé, perché non credo possa esservi dubbio che lei sia minacciato da un pericolo quanto mai reale e imminente. Come torna indietro?»

«In treno da Waterloo.»

«Non sono ancora le nove. Le strade saranno affollate, perciò confido che sarà al sicuro. Eppure non potrà mai stare abbastanza in guardia.»

«Sono armato.»

«Bene. Domani mi metterò al lavoro sul suo caso.»

«Allora la vedrò a Horsham?»

«No, il suo segreto si trova a Londra. È qui che lo cercherò.»

«Allora passerò da lei fra un giorno, o fra due, con notizie sulla cassetta e sulle carte. Seguirò il suo consiglio in ogni particolare.» Ci strinse la mano e prese congedo. Fuori il vento urlava ancora e la pioggia scrosciava e picchiettava contro le finestre. Quella storia strana e selvaggia pareva esserci giunta di mezzo agli elementi scatenati, gettata fin da noi come un'alga marina in una burrasca, e ora esserne stata di nuovo riassorbita.

Sherlock Holmes rimase seduto per qualche tempo in silenzio, con la testa china in avanti e gli occhi fissi sul rosso bagliore del fuoco. Poi accese la pipa e, appoggiandosi allo schienale, osservò gli anelli di fumo azzurro che si rincorrevano fino al soffitto.

«Credo, Watson» osservò infine, «che fra tutti i nostri casi non ne abbiamo avuto nessuno più fantastico di questo.»

«Salvo, forse, Il segno dei quattro.»

«Ebbene, sì. Salvo, forse, quello. Eppure questo John Openshaw mi sembra camminare in mezzo a pericoli ancora maggiori di quelli corsi dagli Sholto.»

«Ma lei» chiesi «si è fatto un'idea precisa di quali siano questi pericoli?»

«Non ci possono essere dubbi sulla loro natura» rispose.

«E allora quali sono? Chi è questo K. K. K., e perché perseguita questa sventurata famiglia?»

Sherlock Holmes chiuse gli occhi e appoggiò i gomiti sui braccioli della poltrona, con le punte delle dita congiunte. «Il ragionatore ideale» osservò «una volta che gli fosse stato mostrato un singolo fatto in tutti i suoi aspetti, ne dedurrebbe non solo l'intera catena di eventi che vi hanno condotto, ma anche tutte le conseguenze che ne deriverebbero. Come Cuvier poteva descrivere correttamente un intero animale dall'esame di un solo osso, così l'osservatore che abbia compreso a fondo un anello di una serie di avvenimenti dovrebbe essere in grado di indicare con esattezza tutti gli altri, sia precedenti sia successivi. Non abbiamo ancora afferrato i risultati che la sola ragione può raggiungere. Nello studio si possono risolvere problemi che hanno sconfitto tutti coloro che ne hanno cercato la soluzione con l'aiuto dei sensi. Per portare quest'arte al suo più alto grado, tuttavia, è necessario che il ragionatore sia in grado di utilizzare tutti i fatti venuti a sua conoscenza; e questo di per sé implica, come lei vedrà subito, il possesso di ogni sapere, il che, anche in questi tempi di istruzione gratuita e di enciclopedie, è una dote piuttosto rara. Non è però così impossibile che un uomo possieda tutto il sapere che può essergli utile nel suo lavoro, ed è ciò che io, nel mio caso, ho cercato di fare. Se ricordo bene, lei una volta, nei primi tempi della nostra amicizia, definì i miei limiti in maniera molto precisa.»

«Sì» risposi ridendo. «Era un documento singolare. Filosofia, astronomia e politica erano segnate a zero, ricordo. Botanica variabile, geologia profonda per quanto riguarda le macchie di fango di qualsiasi zona entro cinquanta miglia dalla città, chimica eccentrica, anatomia non sistematica, letteratura sensazionale e cronaca criminale senza pari, violinista, pugile, schermidore, avvocato, e autoavvelenatore con cocaina e tabacco. Questi, credo, erano i punti principali della mia analisi.»

Holmes sorrise all'ultima voce. «Ebbene» disse, «dico ora, come dissi allora, che un uomo dovrebbe tenere la sua piccola soffitta cerebrale fornita di tutta la mobilia che gli potrà servire, e il resto può riporlo nel ripostiglio della sua biblioteca, dove potrà prenderlo se ne avrà bisogno. Ora, per un caso come quello che ci è stato sottoposto stasera, dobbiamo senz'altro fare appello a tutte le nostre risorse. Abbia la cortesia di passarmi il volume della lettera K dell'Enciclopedia americana che sta sullo scaffale accanto a lei. Grazie. Ora consideriamo la situazione e vediamo che cosa se ne può dedurre. In primo luogo, possiamo partire dalla forte presunzione che il colonnello Openshaw avesse un motivo molto serio per lasciare l'America. Gli uomini della sua età non cambiano tutte le loro abitudini né scambiano volentieri il delizioso clima della Florida con la vita solitaria di una cittadina di provincia inglese. Il suo estremo amore per la solitudine in Inghilterra fa pensare che avesse paura di qualcuno o di qualcosa, sicché possiamo assumere come ipotesi di lavoro che sia stata la paura di qualcuno o di qualcosa a cacciarlo dall'America. Quanto a ciò che temesse, possiamo dedurlo solo considerando le terribili lettere che furono ricevute da lui e dai suoi successori. Ha notato i timbri postali di quelle lettere?»

«La prima veniva da Pondicherry, la seconda da Dundee e la terza da Londra.»

«Dalla zona est di Londra. Che cosa ne deduce?»

«Sono tutti porti di mare. Che chi scriveva si trovava a bordo di una nave.»

«Eccellente. Abbiamo già un indizio. Non c'è dubbio che la probabilità, la forte probabilità, è che chi scriveva si trovasse a bordo di una nave. E ora consideriamo un altro punto. Nel caso di Pondicherry trascorsero sette settimane fra la minaccia e la sua attuazione, a Dundee furono soltanto tre o quattro giorni. Questo le suggerisce qualcosa?»

«Una maggiore distanza da percorrere.»

«Ma anche la lettera aveva una distanza maggiore da percorrere.»

«Allora non capisco dove voglia arrivare.»

«C'è per lo meno una presunzione che la nave su cui si trovano l'uomo o gli uomini sia un veliero. Pare che mandino sempre davanti a sé il loro singolare avvertimento o segno quando partono per la loro missione. Vede con quanta rapidità il fatto seguì il segnale quando questo venne da Dundee. Se fossero venuti da Pondicherry su un piroscafo, sarebbero arrivati quasi insieme alla loro lettera. Invece, di fatto, trascorsero sette settimane. Credo che quelle sette settimane rappresentino la differenza fra il battello postale che portò la lettera e il veliero che portò chi l'aveva scritta.»

«È possibile.»

«Più che possibile. È probabile. E ora vede l'urgenza mortale di questo nuovo caso, e perché ho esortato il giovane Openshaw alla prudenza. Il colpo è sempre caduto al termine del tempo che sarebbe occorso ai mittenti per coprire la distanza. Ma questa viene da Londra, e perciò non possiamo contare su alcun ritardo.»

«Buon Dio!» esclamai. «Che cosa può significare questa persecuzione implacabile?»

«Le carte che Openshaw portò con sé sono evidentemente di vitale importanza per la persona o le persone che si trovano sul veliero. Credo sia del tutto chiaro che devono essere più di una. Un uomo solo non avrebbe potuto compiere due delitti in modo da ingannare una giuria del coroner. Dovevano essere in parecchi, e dovevano essere uomini pieni di risorse e di determinazione. Le loro carte intendono riaverle, chiunque ne sia il detentore. In questo modo, vede, K. K. K. cessa di essere le iniziali di un individuo e diventa l'emblema di una società.»

«Ma di quale società?»

«Non ha mai…» disse Sherlock Holmes, chinandosi in avanti e abbassando la voce, «non ha mai sentito parlare del Ku Klux Klan?»

«Mai.»

Holmes sfogliò le pagine del libro che teneva sulle ginocchia. «Eccolo» disse di lì a poco:

«“Ku Klux Klan. Nome derivato dalla fantasiosa somiglianza con il suono prodotto dall'armare un fucile. Questa terribile società segreta fu costituita da alcuni ex soldati confederati negli Stati del Sud dopo la guerra civile, e formò rapidamente sezioni locali in diverse parti del paese, in particolare nel Tennessee, in Louisiana, nelle Caroline, in Georgia e in Florida. Il suo potere fu impiegato per scopi politici, soprattutto per terrorizzare gli elettori negri e per assassinare o cacciare dal paese coloro che si opponevano alle sue idee. I suoi crimini erano di solito preceduti da un avvertimento inviato all'uomo designato in una forma bizzarra ma generalmente riconosciuta: un rametto di foglie di quercia in alcune zone, semi di melone o semi d'arancio in altre. Ricevutolo, la vittima poteva abiurare apertamente la sua condotta passata oppure fuggire dal paese. Se sfidava la minaccia, la morte lo coglieva immancabilmente, e di solito in qualche modo strano e imprevisto. Così perfetta era l'organizzazione della società, e così sistematici i suoi metodi, che non si registra quasi alcun caso di un uomo che sia riuscito a sfidarla impunemente, o in cui uno dei suoi crimini sia stato ricondotto ai colpevoli. Per alcuni anni l'organizzazione prosperò nonostante gli sforzi del governo degli Stati Uniti e delle classi migliori della comunità del Sud. Infine, nell'anno 1869, il movimento crollò piuttosto all'improvviso, benché da allora vi siano stati sporadici episodi dello stesso genere.”»

«Noterà» disse Holmes, posando il volume, «che l'improvviso scioglimento della società coincise con la scomparsa di Openshaw dall'America con le loro carte. Può ben darsi che siano state causa ed effetto. Non c'è da stupirsi che lui e la sua famiglia abbiano alle calcagna alcuni degli spiriti più implacabili. Capirà che quel registro e quel diario possono compromettere alcuni degli uomini più in vista del Sud, e che molti potrebbero non dormire sonni tranquilli finché non saranno recuperati.»

«Allora la pagina che abbiamo visto…»

«È proprio ciò che potevamo aspettarci. Diceva, se ricordo bene, “mandati i semi ad A, B e C”, cioè mandato loro l'avvertimento della società. Poi ci sono annotazioni successive secondo cui A e B sgomberarono, ossia lasciarono il paese, e infine che C ricevette una visita, con un esito, temo, sinistro per C. Ebbene, dottore, credo che potremo far luce in questo luogo oscuro, e ritengo che l'unica possibilità che il giovane Openshaw ha nel frattempo sia fare ciò che gli ho detto. Non c'è altro da dire o da fare stasera, perciò mi passi il violino e cerchiamo di dimenticare per mezz'ora questo tempo miserabile e i modi ancor più miserabili dei nostri simili.»

Al mattino il tempo si era schiarito, e il sole splendeva di un chiarore attenuato attraverso il velo fosco che grava sulla grande città. Sherlock Holmes era già a colazione quando scesi.

«Mi scuserà se non l'ho aspettata» disse; «ho davanti a me, lo prevedo, una giornata molto piena, a indagare su questo caso del giovane Openshaw.»

«Che passi intende fare?» chiesi.

«Dipenderà molto dai risultati delle mie prime indagini. Dopotutto potrei dover andare a Horsham.»

«Non ci andrà per prima cosa?»

«No, comincerò dalla City. Suoni pure il campanello, e la cameriera le porterà su il caffè.»

Mentre aspettavo, presi dal tavolo il giornale ancora chiuso e vi feci scorrere lo sguardo. Si fermò su un titolo che mi gelò il cuore.

«Holmes» esclamai, «è troppo tardi.»

«Ah!» disse, posando la tazza, «lo temevo. Come è stato fatto?» Parlava con calma, ma potevo vedere che era profondamente turbato.

«Mi è caduto l'occhio sul nome di Openshaw e sul titolo “Tragedia presso il ponte di Waterloo”. Ecco il resoconto:

«“Ieri sera, fra le nove e le dieci, l'agente Cook, della divisione H, in servizio nei pressi del ponte di Waterloo, udì un grido d'aiuto e un tonfo nell'acqua. La notte, tuttavia, era estremamente buia e tempestosa, sicché, nonostante l'aiuto di parecchi passanti, fu del tutto impossibile effettuare un salvataggio. L'allarme, comunque, fu dato, e con l'aiuto della polizia fluviale il corpo fu infine recuperato. Risultò essere quello di un giovane gentiluomo il cui nome, come appare da una busta trovata nella sua tasca, era John Openshaw, e la cui residenza si trova nei pressi di Horsham. Si suppone che stesse affrettandosi per prendere l'ultimo treno dalla stazione di Waterloo, e che nella fretta e nell'oscurità profonda abbia smarrito la strada e sia finito oltre il bordo di uno dei piccoli pontili d'attracco per i battelli a vapore fluviali. Il corpo non presentava tracce di violenza, e non vi può essere dubbio che il defunto sia stato vittima di un disgraziato incidente, che dovrebbe avere l'effetto di richiamare l'attenzione delle autorità sulle condizioni dei pontili lungo il fiume.”»

Restammo seduti in silenzio per alcuni minuti, Holmes più abbattuto e scosso di quanto lo avessi mai visto.

«Questo ferisce il mio orgoglio, Watson» disse infine. «È un sentimento meschino, senza dubbio, ma ferisce il mio orgoglio. Ora diventa per me una questione personale e, se Dio mi darà salute, metterò le mani su questa banda. Che sia venuto da me per chiedere aiuto, e che io lo abbia mandato incontro alla morte…!» Balzò dalla sedia e prese a camminare per la stanza in preda a un'agitazione incontenibile, con un rossore sulle guance giallastre e un nervoso stringere e allentare delle lunghe mani sottili.

«Devono essere diavoli astuti» esclamò infine. «Come hanno potuto attirarlo laggiù? L'Embankment non è sulla strada diretta per la stazione. Il ponte, senza dubbio, era troppo affollato, anche in una notte simile, per i loro scopi. Ebbene, Watson, vedremo chi vincerà alla lunga. Adesso esco!»

«Alla polizia?»

«No; sarò io la mia polizia. Quando avrò tessuto la tela, potranno pure prendere le mosche, ma non prima.»

Per tutto il giorno fui occupato nel mio lavoro professionale, ed era sera tardi quando tornai a Baker Street. Sherlock Holmes non era ancora rientrato. Erano quasi le dieci quando entrò, pallido e sfinito. Andò alla credenza e, strappato un pezzo di pagnotta, lo divorò voracemente, mandandolo giù con un lungo sorso d'acqua.

«Lei ha fame» osservai.

«Sto morendo di fame. Me n'ero dimenticato. Non ho toccato cibo dalla colazione.»

«Nulla?»

«Neanche un boccone. Non ho avuto il tempo di pensarci.»

«E com'è andata?»

«Bene.»

«Ha un indizio?»

«Li ho nel palmo della mano. Il giovane Openshaw non resterà a lungo invendicato. Ebbene, Watson, imprimiamo su di loro il loro stesso marchio diabolico. È un'ottima idea!»

«Che cosa intende dire?»

Prese un'arancia dalla credenza e, facendola a pezzi, ne spremette i semi sul tavolo. Ne prese cinque e li infilò in una busta. Sull'interno del risvolto scrisse: «S. H. per J. O.» Poi la sigillò e la indirizzò al «Capitano James Calhoun, brigantino a palo Lone Star, Savannah, Georgia».

«Questa lo aspetterà quando entrerà in porto» disse, ridacchiando. «Potrà procurargli una notte insonne. La troverà un presagio della sua sorte altrettanto sicuro quanto lo fu per Openshaw prima di lui.»

«E chi è questo capitano Calhoun?»

«Il capo della banda. Avrò anche gli altri, ma prima lui.»

«Come ha fatto a rintracciarlo, dunque?»

Si tolse di tasca un grande foglio di carta, tutto coperto di date e di nomi.

«Ho passato l'intera giornata» disse «sui registri del Lloyd's e sulle raccolte dei vecchi giornali, seguendo il percorso successivo di ogni nave che aveva toccato Pondicherry nel gennaio e nel febbraio dell’83. C'erano trentasei navi di discreto tonnellaggio segnalate lì in quei mesi. Fra queste, una, la Lone Star, attirò subito la mia attenzione, perché, sebbene risultasse partita da Londra, il nome è quello che si dà a uno degli Stati dell'Unione.»

«Il Texas, credo.»

«Non ero e non sono sicuro di quale; ma sapevo che la nave doveva essere di origine americana.»

«E poi?»

«Ho consultato i registri di Dundee, e quando ho scoperto che il brigantino a palo Lone Star era lì nel gennaio dell’85, il mio sospetto è divenuto certezza. Mi sono poi informato sulle navi che si trovano attualmente nel porto di Londra.»

«Ebbene?»

«La Lone Star era arrivata qui la settimana scorsa. Sono sceso all'Albert Dock e ho scoperto che era stata portata giù per il fiume con la prima marea di stamattina, diretta verso il suo porto, Savannah. Ho telegrafato a Gravesend e ho saputo che era passata già da un po', e poiché il vento soffia da est non ho dubbi che ormai abbia superato le Goodwin e non sia molto lontana dall'isola di Wight.»

«E allora che cosa farà?»

«Oh, lo tengo in pugno. Lui e i due ufficiali sono, a quanto ho appreso, i soli americani di nascita a bordo. Gli altri sono finlandesi e tedeschi. So inoltre che tutti e tre erano lontani dalla nave la notte scorsa. L'ho saputo dallo scaricatore che ha caricato le loro merci. Quando il loro veliero giungerà a Savannah, il postale avrà già portato questa lettera, e il telegrafo avrà informato la polizia di Savannah che questi tre signori sono ricercati con urgenza qui sotto l'accusa di omicidio.»

C'è sempre una falla, tuttavia, nel migliore dei piani umani, e gli assassini di John Openshaw non avrebbero mai ricevuto i semi d'arancio che dovevano mostrar loro come un altro, astuto e risoluto quanto loro, fosse sulle loro tracce. Lunghe e violentissime furono quell'anno le burrasche dell'equinozio. Aspettammo a lungo notizie della Lone Star di Savannah, ma non ce ne giunse mai alcuna. Venimmo infine a sapere che in qualche punto lontano, in mezzo all'Atlantico, era stato visto un dritto di poppa sfasciato che dondolava nel cavo di un'onda, con le lettere «L. S.» incise sopra, ed è tutto ciò che sapremo mai della sorte della Lone Star.