Mentre alla fumeria d'oppio accadevano questi fatti, Mr. Fogg, ignaro del pericolo che correva di perdere il piroscafo, accompagnava tranquillamente Aouda per le vie del quartiere inglese, facendo gli acquisti necessari per il lungo viaggio che li attendeva. Andava benissimo che un inglese come Mr. Fogg facesse il giro del mondo con una sacca da viaggio; non ci si poteva aspettare che una signora viaggiasse comodamente in simili condizioni. Egli assolse il suo compito con la serenità che gli era propria, e alle rimostranze della sua bella compagna, confusa dalla sua pazienza e dalla sua generosità, rispondeva invariabilmente:
«È nell'interesse del mio viaggio: fa parte del mio programma.»
Fatti gli acquisti, tornarono all'albergo, dove pranzarono a una table d'hôte sontuosamente servita; dopo di che Aouda, stretta la mano al suo protettore all'uso inglese, si ritirò nella sua camera a riposare. Mr. Fogg rimase assorto per tutta la sera nella lettura del «Times» e dell'«Illustrated London News».
Se fosse stato capace di stupirsi di qualcosa, sarebbe stato di non veder tornare il suo servitore all'ora di coricarsi. Ma, sapendo che il piroscafo non sarebbe partito per Yokohama prima della mattina seguente, non se ne diede pensiero. Quando, la mattina dopo, Passepartout non comparve al suono del campanello del padrone, Mr. Fogg, senza tradire il minimo disappunto, si limitò a prendere la sua sacca da viaggio, chiamare Aouda e mandare a cercare un palanchino.
Erano allora le otto; alle nove e mezzo, con l'alta marea, il «Carnatic» avrebbe lasciato il porto. Mr. Fogg e Aouda salirono sul palanchino, mentre i bagagli li seguivano su una carriola, e mezz'ora dopo misero piede sulla banchina da cui dovevano imbarcarsi. Mr. Fogg seppe allora che il «Carnatic» era partito la sera prima. Aveva contato di trovare non soltanto il piroscafo, ma anche il suo domestico, e dovette rinunciare a entrambi; ma sul suo volto non apparve alcun segno di disappunto, e si limitò a osservare rivolto ad Aouda: «È un incidente, signora; niente di più.»
In quel momento si avvicinò un uomo che lo stava osservando attentamente. Era Fix, il quale, inchinandosi, si rivolse a Mr. Fogg: «Non eravate, come me, signore, passeggero del “Rangoon”, arrivato ieri?»
«Sì, signore» rispose freddamente Mr. Fogg. «Ma non ho l'onore...»
«Perdonatemi; credevo di trovare qui il vostro servitore.»
«Sapete dov'è, signore?» domandò Aouda con ansia.
«Come!» rispose Fix, fingendo sorpresa. «Non è con voi?»
«No» disse Aouda. «Non si è fatto vedere da ieri. Che sia salito a bordo del “Carnatic” senza di noi?»
«Senza di voi, signora?» rispose l'ispettore. «Scusate, avevate intenzione di partire col “Carnatic”?»
«Sì, signore.»
«Anch'io, signora, e sono estremamente deluso. Il “Carnatic”, terminate le riparazioni, ha lasciato Hong Kong dodici ore prima dell'ora stabilita, senza che fosse dato alcun avviso; e ora dobbiamo aspettare una settimana un altro piroscafo.»
Nel dire «una settimana» Fix sentì il cuore balzargli di gioia. Fogg trattenuto a Hong Kong per una settimana! Ci sarebbe stato il tempo perché il mandato arrivasse, e la fortuna finalmente favoriva il rappresentante della legge. Si immagini il suo orrore quando udì Mr. Fogg dire, con la sua voce placida: «Ma mi pare che nel porto di Hong Kong ci siano altre navi oltre al “Carnatic”.»
E, offerto il braccio ad Aouda, si diresse verso i bacini in cerca di qualche imbarcazione in procinto di partire. Fix, istupidito, lo seguì; pareva che fosse legato a Mr. Fogg da un filo invisibile. Il caso, tuttavia, sembrava aver davvero abbandonato l'uomo che fino ad allora aveva servito così bene. Per tre ore Phileas Fogg girò per i bacini, deciso, se necessario, a noleggiare una nave che lo portasse a Yokohama; ma trovò soltanto navi che stavano caricando o scaricando, e che quindi non potevano salpare. Fix ricominciò a sperare.
Ma Mr. Fogg, lungi dallo scoraggiarsi, continuava le sue ricerche, deciso a non fermarsi anche a costo di spingersi fino a Macao, quando su uno dei moli fu avvicinato da un marinaio.
«Vostro onore cerca un'imbarcazione?»
«Avete un'imbarcazione pronta a salpare?»
«Sì, vostro onore; una pilotina, la numero 43, la migliore del porto.»
«È veloce?»
«Fra gli otto e i nove nodi all'ora. Volete vederla?»
«Sì.»
«Vostro onore ne sarà soddisfatto. Si tratta di una gita in mare?»
«No; di un viaggio.»
«Un viaggio?»
«Sì: accettate di portarmi a Yokohama?»
Il marinaio si appoggiò alla ringhiera, spalancò gli occhi e disse: «Vostro onore scherza?»
«No. Ho perduto il “Carnatic”, e devo essere a Yokohama il 14 al più tardi, per prendere il piroscafo per San Francisco.»
«Mi dispiace» disse il marinaio; «ma è impossibile.»
«Vi offro cento sterline al giorno, e un premio supplementare di duecento sterline se arrivo a Yokohama in tempo.»
«Dite sul serio?»
«Serissimo.»
Il pilota si allontanò di qualche passo e guardò il mare, evidentemente combattuto fra il desiderio di guadagnare una grossa somma e il timore di avventurarsi così lontano. Fix era in un'ansia mortale.
Mr. Fogg si volse ad Aouda e le domandò: «Non avreste paura, vero, signora?»
«Non con voi, Mr. Fogg» fu la sua risposta.
Il pilota tornò allora, rigirandosi il cappello fra le mani.
«Ebbene, pilota?» disse Mr. Fogg.
«Ebbene, vostro onore» rispose quello, «non potrei rischiare me stesso, i miei uomini e la mia barchetta di appena venti tonnellate in un viaggio così lungo in questa stagione. Del resto, non potremmo arrivare a Yokohama in tempo, perché da Hong Kong sono milleseicentosessanta miglia.»
«Soltanto milleseicento» disse Mr. Fogg.
«È la stessa cosa.»
Fix respirò più liberamente.
«Però» aggiunse il pilota «si potrebbe combinare in un altro modo.»
Fix smise del tutto di respirare.
«Come?» domandò Mr. Fogg.
«Andando a Nagasaki, all'estremità meridionale del Giappone, o anche a Shanghai, che dista da qui soltanto ottocento miglia. Andando a Shanghai non saremmo costretti ad allontanarci dalla costa cinese, il che sarebbe un grande vantaggio, perché le correnti vanno verso nord e ci aiuterebbero.»
«Pilota» disse Mr. Fogg, «io devo prendere il piroscafo americano a Yokohama, e non a Shanghai o a Nagasaki.»
«E perché no?» ribatté il pilota. «Il piroscafo di San Francisco non parte da Yokohama. Fa scalo a Yokohama e a Nagasaki, ma parte da Shanghai.»
«Ne siete sicuro?»
«Sicurissimo.»
«E quando parte il piroscafo da Shanghai?»
«L'11, alle sette di sera. Abbiamo dunque davanti a noi quattro giorni, cioè novantasei ore; e in questo tempo, con un po' di fortuna e un vento di sud-ovest, e col mare calmo, potremmo coprire quelle ottocento miglia fino a Shanghai.»
«E potreste partire...»
«Fra un'ora; il tempo di imbarcare le provviste e di issare le vele.»
«Affare fatto. Siete voi il padrone della barca?»
«Sì; John Bunsby, padrone della “Tankadère”.»
«Volete una caparra?»
«Se non dispiace a vostro onore...»
«Ecco duecento sterline in acconto. Signore» aggiunse Phileas Fogg, rivolgendosi a Fix, «se desiderate approfittarne...»
«Grazie, signore; stavo appunto per chiedervi questo favore.»
«Benissimo. Fra mezz'ora saliremo a bordo.»
«Ma il povero Passepartout?» insistette Aouda, che era molto turbata dalla scomparsa del servitore.
«Farò tutto il possibile per ritrovarlo» rispose Phileas Fogg.
Mentre Fix, in uno stato di febbrile nervosismo, si recava alla pilotina, gli altri si diressero all'ufficio di polizia di Hong Kong. Là Phileas Fogg diede i connotati di Passepartout e lasciò una somma di denaro da spendere nelle ricerche. Sbrigate le stesse formalità al consolato francese, e fermatosi il palanchino all'albergo per i bagagli, che vi erano stati rimandati, tornarono al molo.
Erano ormai le tre; e la pilotina numero 43, con l'equipaggio a bordo e le provviste stivate, era pronta a partire.
La «Tankadère» era una graziosa goletta di venti tonnellate, costruita con l'eleganza di uno yacht da regata. La lucente fodera di rame, le ferramenta zincate, il ponte bianco come l'avorio rivelavano l'orgoglio che John Bunsby metteva nel tenerla in ordine. I suoi due alberi pendevano un poco all'indietro; portava randa, trinchettina, fiocco di burrasca e fiocco, ed era bene attrezzata per correre col vento in poppa; e sembrava capace di una velocità notevole, come del resto aveva già dimostrato vincendo parecchi premi nelle regate delle pilotine. L'equipaggio della «Tankadère» era composto da John Bunsby, il padrone, e da quattro robusti marinai che conoscevano bene i mari della Cina. John Bunsby in persona, un uomo sui quarantacinque anni, vigoroso, abbronzato, dallo sguardo vivace e dal volto energico e sicuro di sé, avrebbe ispirato fiducia anche al più timido.
Phileas Fogg e Aouda salirono a bordo, dove trovarono Fix già sistemato. Sottocoperta c'era una cabina quadrata, le cui pareti si incurvavano a formare cuccette sopra un divano circolare; al centro c'era un tavolo munito di una lampada a sospensione. L'alloggio era angusto, ma pulito.
«Mi dispiace di non avere nulla di meglio da offrirvi» disse Mr. Fogg a Fix, che si inchinò senza rispondere.
L'ispettore provava un sentimento simile all'umiliazione nell'approfittare della cortesia di Mr. Fogg.
«Certo» pensava, «è un furfante, ma un furfante educato!»
Alle tre e dieci furono issate le vele e la bandiera inglese. Mr. Fogg e Aouda, seduti sul ponte, gettarono un ultimo sguardo alla banchina, nella speranza di scorgere Passepartout. Fix non era senza timori che il caso guidasse da quella parte i passi dello sventurato servitore che egli aveva trattato così male; nel qual caso ne sarebbe seguita una spiegazione tutt'altro che soddisfacente per l'ispettore. Ma il francese non comparve, e senza dubbio giaceva ancora sotto l'influsso stupefacente dell'oppio.
John Bunsby, il padrone, diede finalmente l'ordine di partire, e la «Tankadère», prendendo il vento nella randa, nella trinchettina e nel fiocco, balzò vivacemente in avanti sulle onde.